20 ago 2017

Punta Armando, la cima degli Scoiattoli

Il 16.10.1950, in un incidente stradale nei pressi di Belluno, decedeva Armando Apollonio de Varentìn, classe 1925, Scoiattolo di Cortina. 
Terzo, dopo Claudio e Romano (deceduto in circostanze oscure a Milano nel marzo 1945, appena ventitreenne) di tre fratelli tutti Scoiattoli, Armando “Bocia” aveva preso parte fin dal 1943 all’apertura di varie vie sulle montagne ampezzane, con Ettore Costantini "Vecio", Bortolo Pompanin "Bortolin", Ugo Pompanin "Baa" e altri amici. 
Per ricordarlo, Beniamino Franceschi "Mescolin", Luigi Ghedina "Bibi", Lino Lacedelli de Mente, Guido Lorenzi dai pale, Angelo Menardi Milar e Albino Michielli Strobel vollero dedicargli una cima inviolata. 
La cresta SE del Campanile Dimai: la Punta Armando si localizza 
a circa 2/3 del suo sviluppo (foto E.M., agosto 2008)
Salirono quindi e battezzarono la Punta Armando, evidente risalto della cresta sud-est del Campanile Dimai nel Pomagagnon, raggiunto dal versante di Cortina per una via abbastanza impegnativa, ma su dolomia in parte friabile. 
Secondo la guida delle Dolomiti Orientali e le fonti che hanno attinto da essa, la Punta Armando risulta essere stata salita il 6 maggio 1950, cinque mesi prima della scomparsa di Apollonio. Personalmente, propendevo per posticipare la salita e il battesimo della Punta al 1951, dopo la morte del giovane Scoiattolo, anche se restava il dubbio che, viste le eccezionali condizioni d’innevamento registrate nell'inverno precedente, ai primi di maggio potesse non essere ancora agevole girare per i monti. 
Nel 1959, i bellunesi Piero Rossi e Severino Lussato salirono la Punta Armando “per la cresta sud-est”. Pare verosimile che avessero seguito per un tratto la via Terschak-Mayer del 1910 sul Campanile Dimai, che risale proprio la cresta sud-est, uscendone a circa due terzi, all'altezza della Punta.
Quale che sia la data esatta della prima ascensione, la Punta risvegliò l'attenzione di due Scoiattoli nel 1976. Domenica 11 aprile, poco prima di partire per la sfortunata spedizione extraeuropea all’Huascaran, infatti, Raniero Valleferro Sfero e Alberto Dallago Naza, aprirono su quel risalto una nuova via di difficoltà classiche.
Il 26.9.2004, Cristina Bacci e Angelo Zangrando superarono poi la cengia e la parete nord-ovest della Punta Armando, salendo presumibilmente accanto all'itinerario usato per la discesa dagli Scoiattoli dopo il battesimo della Punta.
La loro via si svolge su roccia esposta, dapprima mediocre e poi buona, con difficoltà fino al secondo grado superiore ed un interesse puramente esplorativo.
Al di là di queste visite, è facile che la Punta Armando venga salita molto poco e non abbia grande interesse alpinistico. Essa ci ricorda però otto valenti scalatori ampezzani che ne calcarono la cima e oggi non ci sono più: “Bocia”, “Mescolin”, "Bibi", Lacedelli, Lorenzi, Menardi, Valleferro e Strobel.

18 ago 2017

Fritz Terschak, pioniere dello sport ampezzano, nel 40° della scomparsa

Friedrich Adolf (detto Fritz, poi Federico) Terschak - credo sia risaputo da chi conosce un po' Cortina e dai navigatori di questo blog - fu un alpinista, un dirigente sportivo e uno scrittore germanico, "naturalizzato" ampezzano.
Nato a Monaco di Baviera il 27 giugno 1890, visse a Ortisei dal 1893 al 1897, quando il padre Emil, alpinista, precursore dello sci e fotografo di montagna con radici boeme (1858-1915), traslocò con la moglie Henriette a Cortina per aprirvi uno studio fotografico. 
Segretario della Sezione Ampezzo del Deutscher u. Oesterreichischer Alpenverein già negli anni '10, fino agli anni '30 aprì varie vie e compì molte ripetizioni, alcune anche di buona difficoltà, sulle crode dolomitiche (tra le nuove vie, realizzate con molti amici e compagni, fra cui spesso Bepi Degregorio, si ricorda il "Camino Terschak" sulla Testa del Bartoldo del Pomagagnon, di 4° e 5° grado, superato con Hermann Kees il 19 luglio 1913). 
Il volume di storia dell'alpinismo
a Cortina di F. Terschak, edito a Roma nel 1953
Pioniere dello scialpinismo con all'attivo alcune prime, fu Vicepresidente del Club Alpino Accademico Italiano, cui era stato ammesso negli anni '20. Tra i fondatori del Bob Club Cortina, operò con energia per la crescita degli sport invernali, i Campionati del Mondo di sci di Cortina nel 1941 e i Giochi Olimpici del 1956; progettò i primi trampolini per il salto di Cortina e lasciò alcuni saggi, fra i quali spiccano la "Guida di Cortina d'Ampezzo" (riproposta in almeno 15 edizioni, sempre aggiornate, tra il 1923 e il 1970), "L'alpinismo a Cortina dai primordi ai giorni nostri (1863-1943)" (Roma, 1953), "Guida ufficiale ai VII Giochi Olimpici Invernali" (Roma, 1956). 
Terschak scomparve a Cortina il 18 agosto 1977, lasciando la consorte Alda Dandrea "de Frasto", che aveva sposato nel 1922. Il Comune che lo accolse da piccolo lo ha iscritto sulla lapide dei cittadini benemeriti in cimitero, e la celebrazione di una messa in suffragio nella Basilica Minore dei Santi Filippo e Giacomo, voluta da alcuni estimatori per il 40° dalla morte, ha inteso riproporre la sua figura agli appassionati di storia e di montagna, locali e non.

11 ago 2017

Il Taé, grande montagna

Volendo redigere una classifica "Top Ten" di montagne di Cortina, in particolare di quelle comprese nel Parco Naturale delle Dolomiti d'Ampezzo, assegno senza dubbio il posto d'onore al Taé. 
Il nome di questa cima massiccia, che fa capolino da Nighelònte - lungo la Strada d'Alemagna, prima di Fiames - fra le pendici della Tofana Terza e il Col Rosà, è evidente per gli ampezzani, ma ad altri potrebbe non essere chiaro. 
L'arcano sta in questo. La parete sud, che scende verticale per 400 m verso la Val di Fanes, è rigata da striature che evocano le incisioni di un coltello su un tagliere: e in ampezzano il "taé” è proprio il tagliere.
Alcune fonti, da Von Glanvell e Berti ad altri che presero da loro, citano il nome della cima come “Taë” con la dieresi, dandogli una patina esterofila che non gli compete, ma il problema è del tutto ininfluente.
La via normale alla vetta, seguita sia d'estate che con le pelli, alla fin dei conti non è troppo di moda. Sono note le vie di alta difficoltà che fin dal 1953 hanno interessato la parete sud-est, ma la faticata necessaria per salire fin lassù dal versante opposto non è in balia delle folle, ed è senz'altro un bene che sia così. 
Eppure dall'alto dei suoi non eccelsi 2511 m quella cupola, sicuramente battuta ab antiquo da cacciatori e pastori e fortificata durante la prima guerra mondiale, dopo quasi un km di dislivello in salita da Antruiles, svela un mansueto culmine di erba e detriti, silenzioso e aperto. 
La parete sud-est del Taé, verso Cortina
(foto E.M., 2003)
Ho scritto spesso della storia e delle peculiarità di questa montagna: questa volta aggiungo soltanto che la visita al “tagliere”, che ho ripetuto più volte, anche a Ferragosto in assoluta solitudine, è da considerarsi un'escursione completa e molto appagante, in una zona al margine dei luoghi più usurati.
Il Taé non è agevolato da impianti e rifugi; ci sono pochi bolli di vernice; le tracce non sono esagerate, e non c'è alcunché da attrezzare con corde, ponticelli o scalette.
La cima richiede di sicuro un po' di sforzo fisico, ma alla fine lo compensa con abbondanza.

08 ago 2017

Sulla Torre Albino, guglia misteriosa delle Tofane

Sino a mezzo secolo fa lo spuntone, celato fra le balze meridionali di Ra Zéstes alle pendici delle Tofane, alto a sufficienza per meritarsi un minimo di considerazione e corposo quanto basta per avere un nome, era sconosciuto. 
Ci pensarono due agguerriti ampezzani, Franz Dallago e Armando Menardi, che giunsero in vetta il 27 agosto 1966. Lo spuntone fu battezzato Torre Albino, per onorare la memoria di Albino Michielli Strobel, Scoiattolo e guida alpina che fece molto per la storia dell'alpinismo degli anni Cinquanta e Sessanta del '900, fino alla scomparsa, avvenuta sullo spigolo Comici della Torre Piccola di Falzarego il 19 aprile 1964. 
Lino Lacedelli, Albino Michielli e Claudio Zardini
Punta Giovannina, 14.7.1960 (da: Fini-Gandini, 1983)

I due giovani avevano attaccato la torre sul versante orientale; ci vollero otto ore e una ventina di chiodi per aver ragione di un percorso lungo soltanto cento metri, ma con difficoltà di quinto e sesto grado. 
Da quel giorno del 1966, la Torre Albino guadagnò un nome e un'identità, per scivolare poi nel silenzio, come accade a tante cime e tante vie che - passata l'euforia dei primi - non diventano di moda. 
Qualche tempo dopo, il 6 luglio 1975, le guide Andrea Menardi e Guido Salton salirono anche loro a visitare quell'esile colonna, forse perché avevano intuito la possibilità di forzare un nuovo passaggio verso la cima.
In un'ora di ascensione ne domarono il diedro sud, che oppose minori difficoltà rispetto alla via Dallago-Menardi, e portarono così a 4 il numero dei visitatori della cima. 
Non indugiamo in deduzioni avventate, poiché gli elementi al riguardo sono scarsi, ma è plausibile che i primi 4 salitori della Torre, siano rimasti 4 o poco più: saremmo comunque contenti se qualcuno aggiungesse qualche dato aggiornato a questa storia. 
La Torre, quasi mimetizzata tra i dossi che da Ra Vales calano verso la Val Druscié, oggi rimane immota nella sua quiete. D'inverno gli sciatori e d'estate qualche escursionista non ci passano nemmeno troppo lontano; ma non sanno, e vanno oltre. 
Forse la curiosità è solo di chi scrive, che non ha mai visto la Torre Albino e non disdegnerebbe di scattare due fotografie a quella guglia misteriosa delle Tofane!

06 ago 2017

Un rifugio sotto il Dito di Dio: prima Pfalzgau, poi Luzzatti, oggi Vandelli

Ai piedi del circo nevoso in cui sgorgano le acque che alimentano il ceruleo lago del Sorapis, incavato nella roccia e privo di emissari superficiali, e s'infilano poi sotto il ciglione del ripiano glaciale uscendo per la cascata (pisc) che dà il nome al gruppo montuoso incombente, "sora (el) pisc" (Sorapìsc, dunque, non Soràpis!), l'8 agosto 1891 aprì la Pfalzgauhütte. 
Terzo dei ricoveri alpini costruiti in Ampezzo, a quota 1928  m poco distante dal confine del Tirolo e sotto l'appuntita cima del Dito di Dio, che si specchia nel lago, il rifugio fu voluto dalla Sezione del Club Alpino Tedesco-Austriaco di Pfalzgau, città del medio Reno. 
Le vie principali per accedervi erano tre: da Federa Vecchia, sulla strada tra Auronzo e Misurina, per il sentiero che sale a fianco del salto del Pisc; dal valico di Tre Croci (un tempo detto In Zuogo), per il tracciato oggi più frequentato, attrezzato in alcuni punti, che taglia lo zoccolo delle Cime di Marcoira; o ancora, dal 1903, dalle Crepedèles (gli odierni Tondi di Faloria) per il sentiero del Ciadin del Lòudo, aperto dalla Sezione Ampezzo del Club Alpino, anch'esso attrezzato in un punto, e oggi abbreviato dalla Funivia Faloria che porta già in quota. 
La prima capanna presso il lago ebbe una vita assai breve. Sorgendo in una vallecola ombrosa e soggetta a notevoli accumuli nevosi, già nella primavera 1895, infatti,
La capanna Pfalzgau, con la Zesta sullo sfondo
(anno 1908, raccolta E.M.)
venne distrutta da una valanga, e prontamente ricostruita in posizione riparata un centinaio di metri più a nord. 
Nuovamente disastrata nel 1913, dopo il primo conflitto mondiale spettò come "bottino di guerra" alla Sezione del Cai di Venezia, che la rimise in piedi grazie a una donazione del socio Cesare Luigi Luzzatti, e la riaprì al nome del donatore il 22 giugno 1924. 
Cinque anni dopo, il 26-27 agosto 1929, sulla parete della Sorella di Mezzo alle spalle del rifugio, i giovani triestini Emilio Comici e Giordano Bruno Fabjan aprirono la prima via italiana di sesto grado nelle Dolomiti. 
Denominato nel 1939 Rifugio Sorapis in ossequio alle leggi razziali, poiché Luzzatti era ebreo, il ricovero non ebbe danni dal secondo conflitto e poté riprendere a funzionare nel 1947, ma una dozzina di anni dopo fu sfortunatamente devastato da un incendio. 
Ricostruito più grande e confortevole, fu inaugurato il 18 settembre 1966 insieme con tre percorsi attrezzati (Berti, Vandelli e Minazio), che consentono di compiere il periplo del gruppo del Sorapis, e intitolato ad Alfonso Vandelli di Venezia. 
Storica base, tra l'altro, per le ormai obsolete salite sul Sorapis da nord, lungo la via originaria di Grohmann e la più difficile Müller del 1892, affidato per anni a gestori di Cortina (tra i quali si ricordano Teresa Padovan Mòuta, Tullio Alverà Poulùco e, a metà del '900, l'olimpionico di sci nordico "Fredi" Dibona Pilàto), da decenni il rifugio è gestito da famiglie auronzane e oggi si conferma come forse il più frequentato tra Cortina, Auronzo e Misurina.

03 ago 2017

Forcella Camin, tra monti selvaggi

Croda d'Antruiles, Forcella Camin, Croda Camin, 
da Son Pòuses (foto E.M., maggio 2011) 
Tristemente salito alla ribalta nel marzo 2007, quando una valanga investì gli scialpinisti Claudia Pompanin e Antonio Turolla, è un luogo ancora selvaggio e - data la selezione naturale che la sua posizione favorisce - è facile che così rimanga. 
Si tratta di Forcella Camin (2395 m), nel gruppo della Croda Rossa, sottogruppo di Bechéi, in una zona nota a cacciatori, pastori e topografi fin da tempi lontani.
Detritica e di magro pascolo, la forcella (per i marebbani Furcela dal Lé, trovandosi alla testata della Val dal Lé, sede del quasi secco lago Piciodèl) separa la Croda Camin dal Col Bechéi e unisce le Ruoibes de Inze al Valun de Rudo, percorso dalla strada Pederù - Fanes. Meta scialpinistica di un certo impegno, che richiede ottime condizioni di tempo, la Forcella sorge in un circondario di grande suggestione. 
Le Ruoibes "di dentro", parallele a quelle "di fuori", che dal Col Bechéi scendono in Antruiles, si incuneano tra Croda Camin e Lavinòres a N e Col Bechéi e Croda d'Antruiles a S, isolando un angolo affascinante, regno della solitudine e della fauna selvatica, tra cime visitate tra l'800 e il '900 dalla Squadra della Scarpa Grossa di von Glanvell e compagni.
Il terzo superiore delle Ruoibes, perlopiù detritico, è nominato nelle carte Igm come "Valle di mezzo"; quello mediano e quello inferiore sono boscosi e non esenti da frane per cui da Antruiles la valle si risale per un sentiero poco definito e ancor meno segnato, difficile da curare e valorizzare.
Da ragazzino, dopo essere scesi nelle Ruoibes dalla "cengia obliqua" delle Lavinòres (oggi fattasi più impegnativa di allora), non arrivammo in forcella per la salita che ce ne separava. Nel 1976, salito da Antruiles con i miei familiari, dopo aver sostato sul valico, scartammo l'idea di scendere al lago Piciodèl, troppo lontano dal punto di partenza, perché non avevamo la macchina. 
Risalimmo così il ripido e instabile canale a fianco della Croda Camin, fino all'intaglio in capo al Valun Gran. Da lì per lastre e detriti, passando sotto le guglie del Castello di Bancdalsè - sulle quali si era misurato per primo nel 1944 Severino Casara - scendemmo a chiudere con soddisfazione la gita a Fodara Vedla. 
Ripercorsi poi per due volte in senso antiorario l'anello, descritto anche da Danilo Pianetti in Le Alpi Venete (Estate 1988) col titolo "L'alta dimora degli dei è silenziosa": nell'ultima, proprio un 3 agosto, vi inaugurai i robusti scarponi che in seguito mi avrebbero guidato su decine di cime, e gustai a fondo la "wilderness" di quello stupendo angolo di Dolomiti.

Punta Armando, la cima degli Scoiattoli

Il 16.10.1950, in un incidente stradale nei pressi di Belluno, decedeva Armando Apollonio de Varentìn, classe 1925, Scoiattolo di Cortina. ...