27 mag 2017

Il Monte Serla, una proposta al margine delle Dolomiti

Insieme al Lungkofel - Monte Lungo di Braies, il Sarlkofel - Monte Serla costituisce l'elevazione più a settentrione del gruppo dolomitico del Picco di Vallandro. 
Formato da due sommità distinte, la maggiore delle quali raggiunge i 2378 m di quota, deve la sua meritata e antica fama alla eccellente posizione panoramica. 
Dall'alto della cima, infatti, lo sguardo spazia dal versante occidentale delle Dolomiti di Sesto (Val dei Baranci e Alpe delle Pecore) al Picco di Vallandro e al versante nord della Croda Rossa d'Ampezzo, dalla Val di Braies ai Colli Alti o Dolomiti di Valdaora. 
Verso nord, dal Serla si apre la Val Pusteria in tutta la sua ampiezza, e si scorgono le retrostanti catene austriache dei Monti Defregger, gli Alti Tauri fino, più ad ovest, ai ghiacciai della Zillertal. 
A due passi dalla cima, settembre 2004
(foto I.D.F.)
Da Dobbiaco, che si stende ai suoi piedi e rappresenta uno dei punti di partenza per gli itinerari di salita, appare simile a una piramide con ripidi versanti solcati da canaloni, mentre dal lato di Braies il Serla è roccioso e in parte rivestito da pascoli. 
Le possibilità di salire la cima sono quattro, tutte di livello escursionistico: da Braies Vecchia, da Dobbiaco Nuova, dal Lago di Dobbiaco e da Villabassa. Avendo salito il Serla più volte sia da Dobbiaco Nuova che da Braies Vecchia, fra tutte consiglierei la seconda soluzione, un po’ meno ripida e più breve delle altre. I metri di dislivello sono comunque 1000, e dalla partenza sui Prati Camerali occorrono tre ore per toccare la cima che, venendo dalla Val Pusteria austriaca verso il confine italiano, ci si para davanti ancora prima di Sillian a chiudere l’orizzonte. 
Come per molti altri monti della zona, non esiste una storia del monte, il cui toponimo tedesco Sarl, italianizzato in Serla, in quest'area è molto diffuso, indicando rispettivamente un’alpe, una forcella, una malga, un monte, un passo, una punta, un torrente e una valle. 
La vetta, infatti, importante stazione geologica per l'affioramento della cosiddetta Dolomia del Serla, non ha pareti da scalare, e fu sicuramente conosciuta già ab antiquo da cacciatori e da pastori valligiani. 
L’escursione comunque è abbastanza semplice e notevolmente remunerativa, svolgendosi in un angolo pastorale posto al margine settentrionale, delle Dolomiti, meno battuto di quanto si pensi e non troppo da escursionisti di lingua italiana.

23 mag 2017

Corno d’Angolo: chi l'avrà salito per primo, e perché?

Chi avrà salito per primo il  Corno d’Angolo, e perché? 
Già noto ai pionieri con il nome tedesco di Eckhorn, dovuto alla sua posizione alla testata dell'alta Val Popena, è il pilastro alla base del Piz Popena che domina snello la Strada 48 delle Dolomiti, all’altezza dell'alveo del Rudavoi. Da nord, la salita si presenta abbastanza agevole; raggiunta la sella con i ruderi del Rifugio Popena, per un ampio catino di pascolo, ghiaie e blocchi ci si porta ad una forcella della cresta e - per cenge e paretine detritiche - si continua fin sulla sottile e un po' malferma sommità, a quota 2430 metri. 
Fino all'estate del 1933 il Corno non fu corteggiato da rocciatori poiché, pur essendo anche slanciate, le sue pareti non hanno un aspetto molto rassicurante. Il primo a trovare la fantasia e il coraggio per esplorarle fu Emilio Comici. 
Due settimane dopo avere salito lo "Spigolo Giallo" della Cima Piccola di Lavaredo, il triestino superò infatti con Sandro Del Torso anche lo spigolo sud del Corno, incontrando un tratto di VI, “pericoloso, perché difficilmente i chiodi tengono”: ottimo, come biglietto da visita! Risulta che lo spigolo abbia avuto comunque qualche ripetizione, fra cui quella di alcuni Scoiattoli di Cortina una decina d'anni dopo la prima salita.
Il Corno, salendo da Misurina
(foto L. Beltrame, aprile 2008)
Nel 1955 due austriaci tornarono in vetta da sud-ovest, senza dare notizia del loro percorso; nel 2009, infine, due triestini hanno aperto un'altra via parallela allo spigolo, denominata "Veci muloni". Le vie più recenti saranno magari migliori della Comici, ma non penso che - oggi come oggi - siano in tanti ad avere stimoli per cercarle.
Dicevamo: chi avrà salito per primo il Corno d’Angolo, e per quale motivo? Cacciatori, quasi certamente; tra loro l'irruento pusterese Michl Innerkofler, che fino alla scomparsa sul Cristallo nel 1888 bazzicò spesso nel gruppo, e nel luglio 1884 salì la vicina Croda de Pousa Marza e una delle due Torri di Popena. Per lo spigolo del Corno mancavano ancora cinquant'anni di tecnica e attrezzatura, ma da nord sulla cima Michl salì quasi certamente, magari sulle orme di qualche camoscio ferito e tenendo la salita per sé! 
Il breve accesso all'Eckhorn, intuitivo, segnalato con qualche ometto e un po' delicato per la friabilità, viene talvolta percorso anche d'inverno. Descritto per la prima volta solo nel 2012, nella guida di Majoni - Caldini - Ciri "111 cime a Cortina e dintorni", è una delle “carenze” nella cronologia della scoperta e conquista delle Dolomiti alle quali mancherebbe una conferma.

16 mag 2017

Ra Zesta, la Cesta, La Cedel: tre nomi, una montagna

Massiccia appendice della ramificazione che il gruppo dolomitico del Sorapìs estende verso la valle d'Ampezzo, inferiore di 80 metri alla vicina e più nota Punta Nera, Ra Zesta o la Cesta (per gli antichi anche "La Cedel", con un'evidente assonanza con l'omonimo villaggio di Cortina e il ceppo familiare Lacedelli), non rientra di sicuro tra le mete più ricercate delle Dolomiti.
Eppure, nel 1898 compariva nell'elenco delle gite offerte dalle guide ampezzane; per salire in vetta si stimavano necessarie dodici ore da Cortina (incluso l'avvicinamento alla Pfalzgauhütte, eretta presso il lago del Sorapis dalla Sektion Pfalzgau del Club Alpino Tedesco-Austriaco e inaugurata l'8 agosto 1891), e il costo della gita era stabilito in una corona l'ora.
Nonostante il basso fascino alpinistico della cima, che si interpone tra i Tondi di Sorapìs e la Monte di Faloria dominando quest'ultima con una singolare parete "a canne d'organo", e sebbene le sue rocce non inducano in tentazione, anche la Zesta ha un suo perché.
La Zesta da sud, con il lago del Sorapis (foto M. Isotton)
Giungere in vetta, infatti, si rivela un'avventura stimolante e non scontata: il culmine offre un ampio colpo d'occhio, prima di tutto sulle dirimpettaie vette del Sorapìs, e l'ambiente è permeato da un grande senso della Montagna.
Salita da ignoti - forse cartografi - per la cresta nord da Forcella del Ciadin, prima dell'apertura della capanna Pfalzgau, il 6.8.1929 la Zesta fu visitata da due alpinisti illustri, Antonio Berti e Severino Casara, che con due compagni aprirono una via (per la verità abbastanza bruttina) sulla parete sud-est che guarda il lago. Ricordando un mastodontico cesto rovesciato, proprio quel profilo ha conferito alla cima l'oronimo col quale la conosciamo.
La storia della Zesta, anche se compressa in poche battute, in ogni caso non è anonima. Dopo una via aperta in solitaria dall'austriaco Peterka nel luglio 1930, il 7.2.1942 Giorgio Brunner, Massimina Cernuschi e Mauro Botteri di Trieste toccarono per primi la cima d'inverno. Già nell'edizione del 1950 la guida "Dolomiti Orientali" di Antonio Berti, però, riportava la notizia in termini imprecisi, così come non è esatto il disegno della cima, in cui la via normale è scambiata con la Berti-Casara.
Intorno al 1991, fu posto sulla Zesta il primo libro di vetta, oggi ancora in loco; considerata la media delle salite annuali, è da ritenere che per completarlo occorreranno di sicuro diversi anni. 
L'ultimo capitolo della storia è datato 5.1.1995: quel giorno la guida Ario Sciolari giunse in cima da solo, compiendo verosimilmente la prima invernale solitaria. La notizia, ricavata dal libro di vetta, ha concluso per il momento le vicende di una montagna intrigante ma poco considerata.
Secondo chi scrive, salito per la normale quattro volte di cui una da solo, e sceso in due occasioni per la via Berti, anche se non è un "tempio del 6° grado", la Zesta possiede senza dubbio i requisiti per non essere relegata nell'oblio.

09 mag 2017

I Śuoghe o ra Ciadénes, un luogo metafisico

Per le poche persone che lo conoscono e lo frequentano, quel luogo metafisico in cui lo spazio e il tempo sembrano confondersi si chiama “I Śuoghe”. Nella toponomastica locale, invece, il nome esatto del maggiore rilievo del crinale roccioso e boscoso che dal Busc de r’Ancona scende verso est, esaurendosi ai piedi della Val di Gotres, è "ra Ciadénes".
Durante la Grande Guerra attraverso quel crinale, che fino ad allora era battuto soltanto da qualche cacciatore, gli schieramenti di entrambi gli eserciti dovettero passare, per attaccare e per difendere il caposaldo di Son Pòuses; lassù poi naufragarono pesantemente i tentativi di assalto sferrati dall’Esercito Italiano fin dal giugno del 1915.
Sul tetto della casamatta superiore,
in un bellissimo novembre (foto E.M.)
Il risalto superiore, quotato 2053 metri, fitto di vegetazione e identificato da un segnale trigonometrico, e quello circa cinquanta metri più basso - su terreno aperto e caratterizzato da due piccole casematte - dove il labile sentiero che sale da Ospitale (segnalato e numerato, ma poi dismesso per problemi di manutenzione) si unisce a quello che proviene dall'alta Val di Gotres, offrono uno scenario malinconico, in cui i ruderi bellici dividono gli spazi con la fauna selvatica, in un silenzio che spacca.
Dimenticato dalla gente, dai libri e dalle carte, il luogo può servire per un buon allenamento: all'inizio della stagione per saggiare i garretti e prepararsi ad altri impegni, alla fine per sfidare l'inverno, che lassù pare arrivi più tardi del solito.
Del resto, il costone boscoso solcato da varie tracce che dai 1474 m di Ospitale sale fino al culmine, è ben esposto al sole, tanto che è capitato di trovarvi terreno asciutto anche nei mesi peggiori.
Da tempo non onoriamo più l'abituale rendez-vous che avevamo instaurato con i Śuoghe, e si allontana il ricordo dell'ultima traversata da Ospitale a Gotres, in una dolce domenica di fine novembre, vissuta intensamente fino agli ultimi minuti di cammino.
Ci resta comunque sempre il desiderio di non sapere di ipotetiche manomissioni di “valorizzatori turistici", che in futuro potessero coinvolgere anche quella zona e spezzare la struggente suggestione di un angolo dolomitico per noi unico. 
Sono salito decine di volte su quei risalti, tanto strategici in guerra quanto abbandonati in pace, e ho sempre mantenuto lo stesso gioioso stupore del ragazzo che li vide per la prima volta coi genitori quasi mezzo secolo fa, lasciando la firma su una feritoia della casamatta superiore. 
Era il 1° maggio 1972, il giorno che accese la scintilla del mio affetto per i Śuoghe, o ra Ciadénes.

02 mag 2017

Passeggiando fuori porta: il Sas del Rana

Osservando da sud, alla base delle ghiaie sotto la Croda dei Zestelis e la Punta Erbing del Pomagagnon emerge un risalto di rocce miste a conifere, con dirupi grigi e giallastri.
Quel risalto ha un nome curioso, Sas del Rana. Secondo "Monti boschi e pascoli ampezzani nei nomi originali" di Illuminato De Zanna e Camillo Berti (1983), più che uno zootoponimo (che indurrebbe a pensare alla presenza di anfibi, in una zona ben poco umida), potrebbe essere un antroponimo, legato ad un antico abitante del sottostante borgo di Chiave, magro e scattante come l’animale da cui prese il soprannome. Come il Sas sia stato connesso alla persona, poi, andrebbe chiarito: con buona certezza il legame sarà dovuto a motivi agrosilvopastorali.
L'"Atlante del territorio silvo pastorale delle Regole e del Comune di Cortina d'Ampezzo" di Fiorenzo Filippi (1985), riporta l'oronimo del Sas del Rana aggiungendovi anche la quota altimetrica, misurata in 1826 m. 
Oltre a "Gli zootoponimi nella toponomastica cadorina" di Maria Teresa Vigolo, in "La radises desmenteades. Le radici dimenticate. Temi e problemi della toponomastica dell'Oltrechiusa" (atti del convegno di San Vito di Cadore del 22.10.2016, usciti nell'aprile 2017, pp. 40-41), non ho altre fonti che citino il risalto. 
In basso a destra, spuntano i dirupi
del Sas del Rana (foto I.D.F.)
La base del Sas è lambita dalla strada forestale che collega Fiames al Brite de Larieto; pur agevolata da questa facilitazione, l'esperienza personale mi fa concludere che una visita al risalto - ammesso che si abbia un motivo per farla - non sembra granché interessante.
Nemmeno gli strapiombi verso Cortina, ad un'occhiata sommaria, paiono invitare a un'eventuale ricognizione: l'attrattiva del sito va cercata quindi soprattutto nella storia, e potrebbe alimentare qualche indagine anche in altri ambiti.
Un tempo non sapevo che il risalto avesse un'identità e un nome. Lo seppi a metà degli anni Settanta dalla guida Angelo Dimai, classe 1900 e vissuto per anni a Chiave; era anziano ma ancora in gamba, e probabilmente fin da ragazzo aveva conosciuto quei dirupi, per piacere personale o - più ragionevolmente - per dovere. 
L’informazione di Angelo "Déo" evoca una bella figura dell'alpinismo dolomitico, da cui ottenni anche qualche altra notizia interessante. Quando la Cooperativa fece uscire il saggio di De Zanna e Berti, ricordo che potei sottolineare con soddisfazione: “La storia del Sas del Rana non mi è nuova”.

24 apr 2017

Monti di Casies, grande Sinfonia delle Alpi

Quell'estate, almeno fino a Ferragosto, non salii alcuna cima nel territorio d'Ampezzo. 
Ciò era dovuto al fatto, quasi ineluttabile dopo decenni di escursioni, che delle nostre cime accessibili by fair means, non me ne mancavano ormai più tante. 
Avevo così iniziato a raccogliere dati (a scopo personale, visto che le relazioni di tutte le salite e traversate possibili nel circondario, sono già contenute nella Guida dei Monti d'Italia "Alpi Pusteresi" di F. Cammelli-W. Beikircher, 1997) su un'area conosciuta nell'autunno 1987, salendo la Roda di Scandole-Rudlhorn e il Monte Novale di Fuori-Eisatz in Val Casies: i Monti di Casies-Gsieser Berge, articolata catena a ridosso del confine austriaco, tra il Passo Stalle-Staller Sattel e il confine di Prato Drava-Winnebach.
Per capirsi, preciso che, tra le valli d'Anterselva, Casies, Pusteria e alcune laterali minori, a occhio e croce le montagne praticabili con diletto saranno almeno ottanta, e in un quarto di secolo ne ho spuntate un buon numero. 
Qualcuno le snobba dicendo che “sono montagne nere” e definendole - a mio giudizio in modo riduttivo - perlopiù mucchi di pietre aridi e desolati, privi dell'emozionalità delle Dolomiti. 
Sul Monte Conca-Innerrodelkunke,
12.7.2009 (foto E.M.)
A noi invece sono sempre piaciute, per varie ragioni: di rado presentano passaggi difficili, e se ci sono, si tratta in sostanza di roccette friabili e esposte, nell'ordine del 1°/1°+; le vette sono erbose o detritiche, senza pareti definite ma più spesso con fianchi assai ripidi, e in gran parte (per fortuna non tutte) accessibili per sentieri o tracce segnalate.
Di solito, i Monti di Casies presentano cospicui dislivelli dal fondovalle; quasi sempre mancano strade carrozzabili o impianti di risalita; possiedono un unico rifugio, il Bonnerhütte, a un'ora dalla panoramica cima del Corno Fana di Dobbiaco-Toblacher Pfannhorn, e non possono vantare la fama turistica dei gruppi alla moda. 
Sono montagne quasi senza storia, verrebbe da dire, ma comunque battute ab antiquo da pastori, cacciatori e topografi; sono inserite in ambienti bucolici, in grandi sinfonie alpine; offrono orizzonti suggestivi e spazi estranei al tintinnare di moschettoni e alla calca piazzaiola; insomma, sono mete ideali di escursioni che avvicinano al cielo. 
Se il già solitario Monte di Dentro-Hinterbergkofel assomiglia molto al vicino, deserto Monte Conca-Innerrodelkunke, se il Monte Bosco-Heimwaldspitze e la Cima Casera-Kaserspitze si possono quasi confondere perché sono fratelli siamesi, se in cima al Cornetto-Horneckele ci sono persino tavolo e panchina, se dalla Malga di Tesido-Taistnersennhütte si riescono a salire due, anche tre cime in una sola giornata, non conta. 
Lassù stiamo sempre bene e la generale fatica degli accessi è compensata da ampie soddisfazioni e da un grande respiro di libertà.

20 apr 2017

Sullo Spalto di Col Bechéi, una cima senza cima

Il nome "Spalto" (più diffuso al plurale, "Spalti") di Col Bechéi, che identifica una zona famosa per le vie di scalata realizzate nell'ultimo trentennio, prima della seconda guerra mondiale diceva poco o nulla.
Sul contrafforte geologicamente conosciuto come Monte Paréi, con il quale il Col Bechéi - cima a più punte sul confine tra Ampezzo e Marebbe - degrada con alte pareti verso la sponda sinistra orografica della valle di Fànes, i primi scalatori, infatti, apparvero soltanto il 31 maggio 1944.
Il Col Bechéi: in basso lo Spalto (foto Angelo Roilo,
dal Monte Valon Bianco, archivio I.L.D.)
La prima via fu tracciata da due Scoiattoli di Cortina, Ettore Costantini (detto come Vecio, ma al tempo appena ventitreenne) e Claudio Apollonio: aveva difficoltà di 4°-5° grado, e non si sa se abbia poi suscitato la curiosità di altri. Il Vecio tornò sullo Spalto anche l'anno dopo con Ugo Samaja, aprendo il 9 settembre 1945 un'altra via a destra della precedente; il 29 giugno 1955, Guido Lorenzi, Albino Michielli e Arturo Zardini battezzarono sulla fascia rocciosa un diedro abbastanza impegnativo.
L'esplorazione dello Spalto riprese soltanto all'alba degli anni '80, per chiudersi - ufficiosamente, poiché magari le possibilità non sono finite - nel 2012 con “Spina de Mul”, una via quasi sopra il Lago di Rudo, tracciata da Kehrer e Gargitter.
Noi, escursionisti obbligati a guardare lo Spalto solo dal basso, un giorno in cui arrivammo lassù senza idee ci proponemmo di provare a dominarlo dall'alto, raggiungendo il cengione che ne segna la sommità: poteva essere un'esplorazione del tutto inedita, con una prospettiva originale. 
L'approccio, pur aspro, non diede grandi problemi: a un certo punto, però, traversando sotto le pareti, ci trovammo davanti un colatoio vegeto-minerale con rocce instabili, dove forse avremmo dovuto superare qualche difficoltà in più. Convinti di stare faticando senza scopo e volendo eventualmente proseguire in sicurezza, dopo un breve consulto facemmo una delle tante nostre retromarce.
La discesa però non fu assolutamente una sconfitta, almeno per me. Mi bastava aver messo il naso anche sullo Spalto di Col Bechéi, una cima senza cima, un angolo riservato ai fuoriclasse, a qualche sparuto cacciatore e poco più.

18 apr 2017

Punta Michele, cima mancata

Nel gruppo del Cristallo, sottogruppo del Popena, svetta una cima rilevante, che da più di 120 anni ricorda una figura fondamentale per l'esplorazione dolomitica: Michele Innerkofler, guida di Sesto caduta quarantenne nell'estate 1888, mentre scendeva per la trecentesima volta lungo la via normale del Monte Cristallo. 
E' la Punta Michele, che si staglia tra lo slanciato Ago Löschner e il Cristallino di Misurina e risulta evidente dalla sella sulla quale resta quello che fu il piccolo rifugio Popena, edificato nel 1938 da Lino Conti e gestito fino all'incendio che lo distrusse nel corso del secondo conflitto mondiale, lasciando solo poche pietre mute. 
La Punta Michele, dalla sella
dell'ex Rifugio Popena (foto E.M., 19.10.08)
L'autore della prima guida alpinistica del gruppo del Cristallo, Wenzel Eckerth di Praga, salì per primo la cima ancora senza nome, godendo per l'occasione di una qualificata ed esperta compagnia. 
Era il 20 agosto 1894, e con lui c'erano Sepp Innerkofler, nipote di Michele noto per il sacrificio sul Monte Paterno nel 1915, e Pietro Siorpaes “de Santo”, giovane guida di Cortina. 
A seguito della conquista, Eckerth volle dedicare la massiccia e articolata punta e la forcella che la separa dal Cristallino di Misurina, alla guida di cui era stato cliente e amico, battendo in lungo e in largo il Cristallo per diverse stagioni.
La via normale della Punta Michele la raggiunge da ENE e, tutto sommato, non sarebbe proibitiva per gli alpinisti, se più di una ventina d'anni fa un ampio cedimento  non avesse compromesso, credo senza rimedio, un percorso già non proprio elementare e - fin dove ho constatato di persona - alpinisticamente valido, seppur tortuoso. 
Nel 1996, infatti, avevo provato a salire la Punta con un amico ma, giunti su una crestina dove trovammo infisso nei detriti un enigmatico bastone, avevamo perso la bussola e, data l'ora tarda, eravamo ridiscesi sicuri comunque di ritornare lassù. 
Non c'è più stata l'occasione, ed è un peccato che oggi non possa relazionare la salita ad una cima importante, che evoca un grande attore della storia delle Dolomiti.

14 apr 2017

Lo spigolo del Sasso di Stria, dalla primavera all'inverno

Già nella nostra gioventù, un quarantennio fa, se ne sentiva parlare come obiettivo apprezzato dagli scalatori, e già allora era spesso affollato, specie nelle mezze stagioni. 
Lo spigolo SE del Sasso di Stria, l'appuntita struttura rocciosa resa celebre nella Grande Guerra dal sacrificio del Tenente Mario Fusetti - cui è dedicata la croce sulla vetta - era stato salito in parte nel 1908 da austriaci, e poi integralmente il 1° agosto 1939 dai vicentini Luigi Colbertaldo e Lorenzo Pezzotti. 
Dalla metà del '900 si è imposto come una delle classiche di media difficoltà intorno a Cortina, per il tracciato elegante, esposto, su roccia buona, con protezioni sicure, l'accesso e la discesa assai brevi e comodi. 
Il Sasso di Stria, in un pomeriggio
di primavera (foto E.M., 8.4.17)
I primi a salirlo d’inverno furono Marino Dall’Oglio, Giancarlo Castelli e G. Guerra nel marzo 1953; il primo a salirlo d’inverno e da solo pare invece sia stato Mario Zandonella Calleghèr di Dosoledo, all'inizio degli anni Settanta del '900. 
Le visite di chi scrive allo spigolo sono state numerose, con amici e amiche e per quasi tutto l'anno; tra le tante, ricordo piacevolmente quella in cui ci trovammo lassù in due cordate un Lunedì di Pasqua, con lo spigolo asciutto e sfiorato dal primo tiepido sole, ma con la traccia di rientro semisommersa dalla neve. 
Un mio tentativo di salire da solo, a Capodanno del 1985, si arenò già sul sentiero d’accesso, che s’inerpica lungo il ripido pendio senz'alberi verso il Falzarego; dato l'innevamento abbondante, dopo un breve assaggio lo valutai troppo pericoloso e ripiegai velocemente verso casa. 
Da allora sono passati decenni: ho salito il Colbertaldo-Pezzotti alcune altre volte, e non saprei dire se e quanto sia ancora di moda. Certo è che su quella lama affilata ho speso numerose belle giornate, iscrivendo ogni volta nel mio diario una salita d’impegno moderato, mai banale e di sicura soddisfazione.

06 apr 2017

Spigolo Jori, una scalata rinomata ed emozionante.

Lo spigolo sud-est della Punta Fiames, una delle formazioni rocciose di maggior fascino della conca ampezzana visibile fin da San Vito di Cadore, ha una storia ultrasecolare. Venne salito, infatti, per la prima volta il 19.8.1909 dall'alpinista di origine russa Käthe (Katherine) Bröske (1870-1929), che frequentava Cortina ma, per l'occasione, preferì una guida forestiera, Francesco Jori di Alba di Canazei.
Lo spigolo Jori della Punta Fiames, 
tra sole e ombra (da summitpost.org)
Dopo la prima salita, complice la lunga stasi del movimento alpinistico dovuta agli stravolgimenti della guerra, lo spigolo - inspiegabilmente sfuggito ai locali, che avrebbero avuto le carte in regola per aggiudicarsi la prima salita - rimase dimenticato per anni. Il 3.8.1922 Angelo Dibona (da poco tornato alla professione alpinistica, dopo aver onorato la divisa austro-ungarica su gran parte dell’arco alpino orientale) fu il primo ripetitore dell'itinerario, ritenuto il più difficile fra quelli aperti a Cortina  sino alla Grande Guerra.
Lo affiancavano Enrico Gaspari Becheréto, brava guida patentata l'anno prima e attiva per poche stagioni prima di emigrare in Inghilterra, e due coetanei del 1896: Giulio Apollonio, ingegnere che conseguì vari riconoscimenti in campo alpinistico come progettista di bivacchi fissi, e Agostino Cancider, autore di varie salite tra cui - con Terschak, Siorpaes e Sperti - la seconda della via Dibona sul Campanile Rosà, completata con la traversata a corda sull'innominata guglia adiacente (29.10. 1920).
Per ripetere lo spigolo, il quartetto impiegò 7 ore dall'attacco. La terza salita spettò ad Antonio e Angelo Dimai Deo, padre e figlio, che il 6.9.1926 vi guidarono Alberto Re dei Belgi e P. Noll; nella quarta, ventitré giorni più tardi, tornò Dibona, con il collega Luigi Apollonio Longo e il britannico Edward de Trafford.
La quinta ascensione, seconda con una donna, risale invece al 15.5.1927. Marianna Dimai, figlia di Antonio Deo e audace scalatrice fin dalla giovane età, superò lo spigolo con due guide coetanee della classe 1903: il fratello Giuseppe, patentato da un paio di stagioni, e Celso Degasper Meneguto, attivo dal 1922.
Da allora, nonostante sullo spigolo fosse stato posto un libro per le firme - di cui però ci mancano testimonianze - non fu praticamente possibile seguire le ripetizioni della via; oggi sarebbe interessante, conoscere almeno i dati della prima solitaria, della prima invernale e di alcune salite importanti. 
Rimane il fatto che, a 108 anni dalla prima ascensione, la Jori è ritenuta ancora, soprattutto dagli alpinisti tedeschi ma non solo, una delle scalate più rinomate ed emozionanti delle Dolomiti.

23 mar 2017

Cima Scotèr, "irragionevolmente dimenticata e trascurata"

Anni fa salii con un amico una "croda" tuttora quasi sconosciuta, anche ai dolomitisti più agguerriti: la Cima Scotèr nel settore sanvitese delle Marmarole, che si vede fin dalla piazza principale del paese cadorino, ma mi pare ben pochi conoscano. 
L'occasione per la visita fu la lettura della relazione di Luca Visentini, che in “Antelao Sorapiss Marmarole” (1986) così chiosava: “È cima tra le più belle di questa regione. Irragionevolmente dimenticata e trascurata. Notata, indicata sulle carte, ma sprofondata nel segreto di quei pochi - 10 salite dal 1940 al 1985! - che hanno potuto ammirare, calcando la sua vetta, l’immagine più diretta ed ideale dell’Antelao …
Scorrendo il libretto presente sulla vetta, venimmo a sapere che quell'anno eravamo soltanto i secondi visitatori. Dopo di noi non so, ma suppongo siano ben rare le salite su quella cima: essa appare poco attraente e molto lontana, anche se in realtà si raggiunge in un'ora soltanto dal temuto (comunque distante dal fondovalle!) Passo del Camoscio, dal quale la separa una serie di cenge e paretine esposte, friabili e senza tracce. 
Secondo la storia i primi a calcare la Cima Scotèr, il 25.8.1900, furono i tedeschi Otto ed Ernestine Lecher e C. Reissig, con quattro guide di Cortina, Giovanni Barbaria "Zuchìn", Arcangelo Dibona "Bonèl", Pietro Dimai "de Jènzio", Arcangelo Siorpaes "de Valbona".
"Tita Valiér" (1878-1952), cacciatore e guida alpina
di San Vito di Cadore (p.g.c. Roberto Belli)
Nel 2008, mentre raccoglievo il materiale per organizzare una mostra sulle guide e l'alpinismo sanvitese, grazie all'amico Aldo Menegus - che presiedeva la Sezione del Cai di San Vito  - e al disponibile "Ioanin", consultai con molto piacere i libretti di guida del padre di questi, Battista Del Favero "Tita Valiér", attivo dal 1910 al 1937.
Ebbene: dai documenti del "Valiér" risultano quattro visite con clienti alla vicina Cima Belprà, massiccia, scenografica e corteggiata anche da scalatori illustri nell'epoca del 6° grado. 
Pare invece che, in trent'anni di carriera, la guida sanvitese non abbia mai avuto richieste per ripetere la Cima Scotèr, che pure intriga con un fascino misterioso e di cui esisteva sicuramente almeno un minimo di relazione. 
Nel 1997 partimmo in quattro per rifare la salita. Un piccolo incidente all'unica ragazza della comitiva, risolto per fortuna senza gravi conseguenze, ci obbligò a fare marcia indietro già prima di aver toccato il Passo del Camoscio. 
Lassù non sono più tornato e riguardandola oggi, soprattutto al tramonto, dopo un temporale o con la neve, resto convinto che la Scotèr - per quanto non famosa né ambita - sia semplicemente una bella montagna.

20 mar 2017

Con Santo e il Capitano sul Becco di Mezzodì

1995, domenica 14 ottobre. 
Sfruttando un'incredibile serie di week-end di bel tempo iniziata con settembre (che si prolungherà fino ad Ognissanti e riempiremo con una dozzina di uscite in montagna), ho sentito tre amici per andare insieme a ripetere una classica: la via normale del Becco di Mezzodì. 
Conosco bene l'itinerario, inaugurato il 5 luglio 1872 dal pioniere dell'alpinismo ampezzano Santo Siorpaes "Salvador" con il Capitano scozzese William Edward Utterson Kelso: vent'anni fa fu il mio battesimo in croda, e da allora l’ho salito diverse volte, sempre con grande diletto. 
L’approccio al Becco, piuttosto lungo da qualsiasi versante lo si intraprenda, lo facciamo iniziare sulla strada Pocol - Passo Giau, dal tornante presso i ruderi di Capanna Ravà. Ci vorranno due orette di camminata attraverso i pascoli di Mondeval, per raggiungere la base sud-ovest della “Ziéta”, dove inizia la via. 
L'avvicinamento, dapprima ombreggiato e abbastanza fresco, verrà presto ingentilito dalla temperatura di una memorabile giornata d’autunno: lo percorriamo quasi senza fatica, chiacchierando in allegria, fino alla piccola cengia dove occorre legarsi. 
Lo sviluppo della via non necessita di un lungo racconto. Sono in testa al gruppo e saliamo con calma, godendoci le singole cordate e mettendo tutte le protezioni necessarie per salire sicuri: in circa un’ora siamo sulla comoda vetta, dove rivedo il pentolone metallico issato lassù qualche anno fa da giovani compaesani per i falò della vigilia di Ferragosto.
Becco di Mezzodì, "Ra Ziéta" 
per gli antichi ampezzani (foto I.D.F.)
Il cielo è terso, di un blu che pare quasi dipinto; ora il sole scalda e induce a poltrire; così, sostiamo il più possibile tra i blocchi sommitali, mangiando e osservando il mondo. Ad un certo punto, si sente il ronzare del generatore del rifugio: Modesto e Monica hanno aperto anche oggi il “Croda da Lago”, nonostante la bassa stagione. 
La cosa ci attrae, perché sentiamo già il gusto della birra fresca! Scendiamo quindi velocemente con due doppie, soddisfatti di avere conseguito la cima: per me è già la sesta volta, e non sarà neppure l'ultima, per gli altri è la prima, e non so se vi sono più tornati. 
Sul Becco abbiamo respirato la storia, perché 123 anni fa proprio lassù Siorpaes e Kelso svelarono agli alpinisti di ogni nazione il romantico gruppo della Croda da Lago. 
Giunti al rifugio, incontro l’amica Lorenza, giunta da Milano per ulteriori ricerche sugli amati toponimi ampezzani, ai quali ha già dedicato la tesi di laurea e un libro. Ci perdiamo in chiacchiere: quando arriviamo al Ponte di Rocurto è notte, e così dobbiamo risalire al buio la strada fino alle macchine. 
Siamo tutti d'accordo: la giornata è stata grande, e non immagino che tornerò ancora un paio di volte sul Becco, la mia prima (e anche l'ultima) scalata, il mio "colpo di fulmine" per le rocce dei Monti Pallidi.

16 mar 2017

Seguendo Michl (e Mitzl) sulla Croda di Pòusa Marza

La via normale (ma in pratica anche l'unica di bassa difficoltà) per salire sulla Croda di Pòusa Marza, nel gruppo del Cristallo fra le valli d'Ampezzo e d'Ansiei, di certo non ha mai fatto parte degli obiettivi più illustri e ricercati delle Dolomiti. 
Scalata il 29 luglio 1884 dalla guida di Sesto Michl Innerkofler, prima da solo e subito dopo con la sedicenne boema Mitzl Eckerth, la Croda è un torrione di indubitabile prestanza, soprattutto guardandolo dalla strada tra Cortina e Misurina, in prossimità del ponte sul Rudavoi. 
La Croda di Pòusa Marza: tra le nuvole, il Piz Popena
(foto E.M., dal Corno d'Angolo, 31.8.2008)
Oltre a quello estetico, però, non ha altri motivi di richiamo ed è una montagna quasi sconosciuta. La roccia spesso incerta, oltre alla via originaria, in 130 anni ha invogliato a cercare soltanto un altro percorso, sulla parete SO, ad opera degli Scoiattoli Raniero Valleferro e Alberto Dallago, che lo salirono il 4 aprile 1976 come allenamento per la sfortunata spedizione sull'Huascaran dalla quale Raniero non è tornato.
La Croda mi pregio di averla salita anch'io. Accadde il 9 luglio 1994, e con me c'era l'amico Roberto. Allora ci parve di avere compiuto una scoperta divertente e originale, anche in virtù del contesto grandioso in cui la Croda si trova; tutto sommato, seppure l'avvicinamento alla cima sia più lungo della parete da scalare, l'ascensione non è poi malvagia, e lo conferma anche Luca Visentini nel suo volume monografico sul Cristallo del 1996.
Per chi ama i numeri: la via Innerkofler - Eckerth si sviluppa per un centinaio di metri e le  difficoltà si attestano sul secondo e terzo grado, con due passi un po' più impegnativi; a noi richiese poco più di un'ora, su un percorso sempre continuo ed esposto, con dolomia non eccellente ma neppure miserabile. 
Tracce di passaggio: nessuna; assicurazione solo su spuntoni e clessidre, e in discesa tre calate su cordini, lasciati lassù a futura memoria. Trovammo la cima abbastanza comoda, pulita e dimenticata, anche se la Croda è stata calcata da gente famosa, come il Re Alberto dei Belgi con Antonio e Angelo Dimai Deo di Cortina, Severino Casara, Dino Buzzati con Giuseppe Quinz di Misurina; più di recente l'alpinista e scrittore bellunese Claudio Cima e il citato Visentini con Mauro Corona. 
Il clou della via: un gradino di roccia salda poco sotto la vetta, da superare di slancio partendo da una cengetta. Un bel passaggio, del quale è un peccato che non abbia in archivio neppure un'immagine! 
Tornando a valle, Roberto e io convenimmo di aver vissuto una giornata pionieristica ed esplorativa soddisfacente, oltre che non comune. Sommata alla salita per il ramo esterno del vallone che s'interna ai piedi del Piz Popena e alla discesa per quello parallelo, la Croda di Pòusa Marza - a 110 anni di distanza da Michl e Mitzl - riempì di soddisfazione una bella domenica d'estate.

12 mar 2017

Diedro Dall'Oglio della Torre del Lago: quattro salite ... e mezza

“... Con entusiasmante scalata portarsi sul fondo del diedro e rimontarlo fino ad uscire sulla cresta sommitale in prossimità della cima.” 
Nel 1971, la guida delle Dolomiti Orientali di Antonio Berti concludeva così la relazione di una delle vie che ho ripetuto e ricordo con maggiore trasporto. Una bella salita con un percorso elegante, ormai una classica tra gli itinerari di questo grado di difficoltà. 
La via, aperta dai romani Marino Dall’Oglio, Paolo Consiglio e Giovanni Micarelli il 2/8/1954, per noi - allora arditi del 4°/4°+ - fu una delle migliori occasioni per sbizzarrirci.
Essa segue, con una dirittura e una logica stranamente intuite solo sessant'anni fa, il regolare diedro ovest-sud-ovest, formato dall'incontro tra la Cima del Lago e la Torre omonima, nel gruppo di Fanes e a picco sul laghetto del Lagazuoi. 
Nella prima parte supera in tre-quattro cordate la facile e anonima parete a gradoni a sinistra del diedro, fino alla comoda cengia a metà sviluppo. Lungo questa si traversa a destra per entrare nel diedro,  che riserva altre sei cordate, oserei dire, perfette, continue ma mai snervanti e in ambiente grandioso. La roccia è molto lavorata e ben proteggibile, e soprattutto nella parte alta della via è molto solida.
Verso la fine del diedro, con Sandro (21.7.1985)
Conobbi il diedro nel primo autunno 1980, salendolo con Enrico quando ancora non si sapeva moltissimo della via. Lo ripetei da primo nell'estate 1981 con Mario, inaugurando allora il vezzo di lasciare barattoli e libretti sulle vie o sulle cime che ho battuto di più. La terza volta fu nell'ottobre 1982 con mio fratello, Cinzia e Michele e la quarta nell'estate 1985, con Sandro. La serie si è chiusa infine poco più di trent'anni fa, nella splendida domenica di sole del 5/10/1986, quando portai sul diedro il giovanissimo amico Nicola. 
Cinque salite (in verità quattro e mezza, poiché la terza dovemmo interromperla) di un percorso di grande soddisfazione, del quale penso che le migliori cordate siano le ultime due. Dopo un bel tiro di dolomia solida e calda, i 40 metri finali portano letteralmente "a mezzo busto" sulla cresta piana fra la Cima e la Torre del Lago, che di solito non si raggiungono: ma quale magica sensazione arrivare lassù!
In cresta la via è finita; eppure ogni volta avrei desiderato farla proseguire ancora altrettanto, visto il piacere che avevo provato nella salita! 
Il diedro Dall'Oglio (che vanta la prima solitaria del fortissimo triestino Enzo Cozzolino, all'inizio degli anni '70) testimonia un momento spensierato delle mie frequentazioni dolomitiche. Rievocando salite come quella, ritrovo emozioni e sensazioni impallidite, ma degne di essere ancora rivissute e raccontate.

10 mar 2017

Sul Col Rosà, da solo

23 ottobre 1983. 
L'altro ieri ho sostenuto l'esame di Diritto Amministrativo e sono subito rientrato a casa, per festeggiare il successo insieme al mio venticinquesimo compleanno, che cadrà domani. Come? Nel modo che mi piace di più: su una cima!
Una settimana fa, per alleggerire la tensione della prova ormai vicina, ho salito la Punta Fiames per la ferrata Strobel: oggi mi dirigo verso la Bovero del Col Rosà. Sono solo: non desidero compagnia, in questo periodo voglio pace e silenzio.
Indosso la tuta, riempio lo zaino, prendo il bus fino al capolinea e continuo a piedi fino a Fiames: il bosco mi avvolge e dopo un'ora buona - salendo a grandi passi per la comoda mulattiera della Val Fiorenza - sono al Passo Pospórcora.
Il Col Rosà: a sinistra, lo spigolo
della ferrata Bovero (foto I.D.F., novembre 2011)
L’atmosfera è quella tipica del tardo autunno: tra gli alberi non fa freddo e c'è una quiete magica. Supero il pendio che conduce alla ferrata, e alla base incontro tre giovani, tra cui una ragazza. Un saluto non si nega a nessuno, ma non ho voglia di parlare, la cima non deve attendere. Salgo in libera, assicurandomi solo sulla famosa traversata: assaporo la roccia grigia e la solida attrezzatura di quei cinque metri in piena esposizione. In breve sono fuori e m'infilo tra i mughi verso la vetta.
Dopo il cengione, supero i gradini metallici infissi nel camino quasi settant'anni fa dai militari italiani e, quando tocco il culmine, le campane della Parrocchiale suonano il mezzogiorno. C'è un gran silenzio: il vento, un pallido sole, un gracchio che attende qualcosa, e io.
Mai come in quella domenica m'immersi così appieno nella pace del Col Rosà, tanto affollato d'estate: godetti più che potei il panorama, la soddisfazione di essere lassù a dominare la valle, l'essere in comunione con la natura. Disteso sulle lastre sommitali guardando il cielo, cedetti al sonno e mi appisolai.
Ma erano già le due! A malincuore, dovevo scendere, e per un attimo fantasticai di lasciare tutto e restare fra quei sassi cibandomi di aria, sole, vento. Un improvviso brivido di freddo mi riscosse, riportandomi alla realtà: a casa mi attendevano i tre volumi del Liebman, il manuale del temuto esame di Procedura Civile che poi mi assorbì per tutto l'inverno.

08 mar 2017

150 anni di scalate sull'Averau

Il numero 90, di marzo 2016, del mensile di studi storici sul Sudtirolo "Der Schlern" contiene un ampio e ottimo saggio del prof. Wolfgang Strobl di Dobbiaco sulla figura e l'opera del pioniere dolomitico Richard Issler (1844-1896). Il saggio è scritto in tedesco ma - visto l'interesse per la storia d'Ampezzo - per volontà del Cai Cortina verrà tradotto in italiano e edito fra breve in volume.
Nel 1882 Issler fu tra i fondatori della Sezione Ampezzo del Club Alpino Tedesco-Austriaco, sodalizio al quale regalò la sua raccolta di circa duecento libri di montagna, rimasta per anni a disposizione di soci e alpinisti e dispersa senza rimedio nel 1915-1918.
Già otto anni prima, il 10/8/1874, lo scrittore austriaco aveva lasciato il suo nome nella storia salendo per primo - con la guida Santo Siorpaes - la cima trapezoidale dell'Averau (Nuvolau Alto), già notata da Amelia Edwards durante i suoi vagabondaggi alpestri; nell'agosto 1883 partecipò al recupero della salma della guida Giuseppe Ghedina caduta dal Nuvolau, e compì anche qualche altra salita sulle nostre montagne, morendo poco più che cinquantenne.
Gusela, Nuvolau, Averau e Cinque Torri
in una cartolina del 1925 (raccolta E.M.)
In quasi 150 anni, l'Averau è stato salito da ogni lato per almeno venti vie; ha la sua ferrata, breve e frequentata, che ricalca la via Issler-Siorpaes e almeno due percorsi - la parete SO, salita il 29/6/1945 da Albino Alverà, Armando Apollonio, Ugo Illing e Ugo Pompanin, e lo spigolo S, salito il 29/8/1948 da Otto Eisenstecken e Florian Rabanser - sono ancora frequentati. Poco frequentato penso sia, invece, l'itinerario aperto da Franz Dallago e Raffaele Zardini il 29/6/1968 sulla parete SE, proprio sopra il Rifugio Averau.
Per superare quella parete, i due Scoiattoli impiegarono sette ore e una cinquantina di chiodi: ai primi ripetitori, Andrea Menardi, Guido Salton e Giorgio Peretti il 21/10/1973, di ore ne bastarono tre. Un tentativo di salita di due giovani ampezzani (estate 1981) rischiò di finire molto male (e la notizia fu pubblicata anche da un quotidiano). Nel primo tiro, infatti, uno dei due volò, sradicando buona parte dei chiodi ed evitando per miracolo di schiantarsi sulla cengia d'attacco. 
Una via, la Dallago-Zardini, oggi non più ricercata, ma che indubbiamente appartiene alla storia dell'Averau e delle Dolomiti ampezzane!

05 mar 2017

Forcella Colsantiol, luogo impensato

Nel cuore delle Dolomiti più famose - a un'ora di distanza da un rifugio del Cai, raggiungibile a sua volta in un'ora da una strada regionale - può ancora esistere un valico privo di tracce umane e valorizzazioni di alcun tipo, costellato solo (almeno al tempo in cui lo abbiamo visitato) dalle inequivocabili testimonianze dei bovini che d'estate arrivano fin lassù?
Forcella Colsantiol, ai piedi 
del Col de la Puina (foto E.M.)
Può esistere, e lo abbiamo trovato in una dolce domenica d'inizio autunno. E' Forcella Colsantìol (o Costantìol, ma non voglio tediare sul perché del doppio nome), quotata 2140 m, che divide il Col de la Puina dai Crépe dei Béche; ci troviamo di fronte al versante nord del Pelmo, tra San Vito e Borca di Cadore. 
Non per farne soverchia "réclame"  (che comunque non sarebbe granché invasiva...), ma quella forcella ci ha davvero colpito. Vi si sale in tempo abbastanza breve e senza fatiche sovrumane dal Rifugio Città di Fiume, sfruttando un valloncello fra pascolo e bosco, e non è una meta usurata, mancando di sentieri e tracce consolidate; verso la Valle del Boite, poi,  da essa scendono arcane pale, note solo a cacciatori e a rari curiosi. 
Il valico non consente di fare granché: l'unica e la più logica cosa è la salita del soprastante Col de la Puina, buffo e panoramico cimotto che, visto da San Vito, evoca un'enorme ricotta. Meta invernale più che estiva, il Col è diviso dal valico da una ripida cresta di 120 m di dislivello, che a metà s'impenna con salti rocciosi e richiede di deviare su erba e grosse ghiaie verso la "via normale", che si stacca dal sentiero di Malga Prendera. 
Valichi con queste peculiarità non credo se ne trovino a bizzeffe, almeno tra le nostre Dolomiti: mi piacerebbe che quei pochi rimanessero il più possibile come sono.

27 feb 2017

Monte Popena: roccia, mughi, silenzio

Stamattina, guardandolo dal lago gelato di Misurina sul quale mi trovavo a passeggiare, ho rivisto un luogo che - malgrado la recente, lodevole sistemazione di un sentiero ad anello - non credo sarà mai affollato dagli escursionisti. 
E’ il Monte Popena (o Popena Basso, dizione più usata): storica palestra di roccia di Misurina inaugurata da Casara e Granzotto nell'estate 1926, è interessata da vie di varia difficoltà e bellezza. 
La vetta si raggiunge anche a piedi, camminando lungo una mulattiera di guerra percorribile in un’ora e poco più dal Grand Hotel. Da esso ci si alza nel bosco e poi tra i mughi, sino a un ghiaione sulla sinistra orografica della Guglia Giuliana, passione di Emilio Comici. Qui il sentiero, fattosi un poco più aspro, sfiora la caratteristica lunga parete ed esce sulla dorsale sommitale attraverso un ripido canalino. 
Il Monte Popena da Misurina ... in pieno inverno meteorologico 
(foto I.D.F., 27.02.2017)
Alcuni ometti aiutano a non perdere la bussola fra la vegetazione e a conseguire la cima, cupola di magro pascolo che sporge sul lago da un lato e sulla Val Popena Alta dall'altro. Tra roccia, mughi, silenzio, lo sguardo è attratto da un vasto orizzonte: su tutte le vette svetta il vicino, imponente Cristallino di Misurina. 
Il Monte è una meta escursionistica, oserei dire, di dettaglio; è anzitutto un sito di arrampicata, ma le vie finiscono sul bordo della parete e a chi le ripete interessa riavvolgere subito le corde per scendere, più che incantarsi sulla cima a guardare in aria!
Comunque, a chi la raggiungesse, la vetta - individuata da un ometto di sassi e ben soleggiata nelle belle giornate - offre un tappeto verde fra cielo e crode, dal quale la fantasia si perde verso tante mete note, altre ignote, alcune rimpiante. 
Sul Monte, visto il facile accesso, salirono sicuramente i cacciatori, già in tempi remoti. La parete verso Misurina fu affrontata dall'infaticabile Severino Casara, che la battezzò salendo il camino di sinistra, solo a metà degli anni '20; ciò si spiega considerando le peculiarità della cima, che invita a un alpinismo "sportivo" e muscolare più che di riflessione e, sebbene in alcuni punti la parete offra difficoltà superabili anche dagli scalatori dell'800, forse la verticalità fece da deterrente.
Di qua e di là degli strapiombi che solcano la parete, si cimentarono Piero Mazzorana ("Diedro a sinistra degli strapiombi gialli", 1931; via Mazzorana-Adler, 1936), il triestino Renato Zanutti e i lecchesi del gruppo Cassin (1934), gli Scoiattoli di Cortina Albino Alverà e Romano Apollonio (primo 6° grado, 1942) e Lino Lacedelli e Guido Lorenzi (1956), Alziro Molin (anni '70) e altri. Eugenio Cipriani e i climbers di fine millennio hanno infine ridotto fortemente altre scoperte logiche. 
Quando Iside e io salimmo per la prima volta insieme sul Monte, quindici anni fa, dal diedro Mazzorana - una delle due vie che ripetei più volte nel periodo migliore - sbucarono alcune cordate, che ci salutarono, ma non degnarono la cima di uno sguardo.
Dietro di loro non c’era più nessuno, e così per un bel po' la vetta erbosa rimase tutta per noi due.

23 feb 2017

Cima Witzenmann: guide ampezzane, clienti ungheresi e ... crolli moderni

Nella mattinata del 20 febbraio e poi due giorni dopo, complice la situazione climatica generale, che tanti danni sta provocando sull'intera catena alpina, è crollata verso la Val Gravasecca una porzione della Cima Witzenmann (Gruppo della Croda dei Toni, in territorio di Auronzo): il crollo ha coinvolto anche parte dell'attiguo Campanile Vicenza.
Cima d'Auronzo, Campanile Vicenza, Cima Witzenmann
(foto V. Pais Tarsilia da "Le Dolomiti di Auronzo", 2014)
Senza affrontare giudizi scientifici che non sono in grado di dare, e tralasciando  gli stereotipi sulle montagne che si disfano (le Dolomiti sono nate dal mare, e un giorno in mare torneranno...), interessa il dato storico, che a chi scrive il crollo sulla Witzenmann - purtroppo mai neppure passatole vicino, e la conosce solo attraverso le fonti storiche - ha fatto venire in mente. 
Il torrione, quotato 2820 m circa, oltre al nome dei germanici Adolf (1872-1943) e Emil Witzenmann (1867-?), valenti scalatori che tra l'800 e il '900 nei gruppi dei Cadini, Croda dei Toni, Popera e Tre Cime lasciarono traccia su varie crode e vie, contiene anche un po' di DNA ampezzano. 
Il 7.9.1904, infatti, la cima fu salita per la prima volta dal versante est, per un percorso abbastanza articolato e di medie difficoltà. La conquista spettò al quintetto composto dalle baronesse ungheresi Ilona e Rolanda von Eötvös e dalle attivissime guide ampezzane Antonio Dimai "Tòne Deo", Giovanni Cesare Siorpaes "Jan de Santo" e Agostino Verzi "Tino Scèco". 
Non è noto, per ora, se il recente crollo abbia interessato, e di conseguenza in qual misura, il percorso della cordata ampezzano-magiara, che il 18.7.1901 (senza Siorpaes) aveva conquistato anche la vicina Cima d'Auronzo da Forcella dell'Agnello: è verosimile che in oltre un secolo, sull'elegante montagna che ricorda i due fratelli di Dresda, gli scalatori non si siano mai accalcati, e forse il crollo non avrà lambito percorsi di grande interesse e frequentazione. 
Ragionando all'indietro, sarebbe curioso sapere come poteva essere la Cima Witzenmann ai tempi dei primi salitori, le giovani e intraprendenti von Eötvös e le loro tre esperte guide. 
E capire se mai, giungendo in vetta quel 7 settembre, avrebbero pensato che quella cima imponente, un secolo dopo si sarebbe anch'essa sfrangiata in frantumi crollanti, grandi colate detritiche, pareti e spigoli malsicuri che, se non consegnati all'oblio, dovrebbero essere reinterpretati per un'ipotetica riscoperta dell'alpinismo del tempo andato.

21 feb 2017

Dino Dibona Pilato, una guida dimenticata

Esponente dell'alpinismo ampezzano poco in vista, ma non per questo da trascurare, Dino Dibona Pilato - uno dei tre figli maschi di Angelo, "dominatore del quinto grado su tutte le montagne d'Europa", e di Angelina de Zanna - era nato a Cortina nel 1920. 
Come il padre e i fratelli maggiori Ignazio e Fausto, a ventidue anni divenne anch'egli guida, insieme a Carlo Alverà Lete (1918-2010). S'impegnò quindi in un'attività tranquilla e onorevole per un paio di decenni: nell'edizione in tedesco del 1963 della "Guida di Cortina" di Federico Terschak, infatti risulta ancora in attività.
Angelina de Zanna e i figli Sabina, Giulia
e Dino Dibona (anni '30, raccolta Franco Laner - Mestre)
Dino Pilato non compì prime salite né suscitò interesse per grandi imprese. Comunque, la traccia del suo passaggio si trova spesso nei libri di vetta, tra i quali quelli della Punta Fiames. Ad esempio, Dibona compare spesso sulla classica via Dimai-Verzi della Punta: il 24.8.1949, con il collega Luigi Apollonio Longo, i clienti Anna e Cyril Escher, seguì suo padre Angelo, che - a settant'anni suonati - la ripeteva per l'ultima volta. Dino compare poi in un episodio, riferitomi dall'Accademico Marino Dall'Oglio e riguardante la via aperta da Albrecht Wachtler con Santo Siorpaes sulla parete ovest della Croda Rossa d'Ampezzo. 
Dopo aver pernottato nel fienile di Ra Stua, la mattina del 2.10.1949 Dall'Oglio partì con il compagno Renzo Consiglio per la via, che sale sulla Croda Rossa dalla conca delle Valbones. Con loro c'erano "Anjeluco Pilato" e il figlio Dino, nemmeno trentenne. Iniziando la salita, Dino consigliò l'anziano padre - che vestiva la giacca, una camicia bianca e il cappello - di legarsi in cordata con loro ma, al premuroso figlio, Angelo rispose più o meno così: "Su queste roccette, non ho bisogno di legarmi!"
Ciò a conferma dell'esperienza, della sicurezza di passo e dell'equilibrio della celebre guida, qualità congenite e affinate in una vita trascorsa sui monti. 
Dino Dibona, che fu anche un buon maestro di sci, morì ad appena quarantatré anni il 2.1.1964. Di lui resta il ricordo sulla grande lapide che nel cimitero di Cortina tramanda i nomi delle guide e dei portatori ampezzani scomparsi dal 1880 in poi.

16 feb 2017

"Un uomo va sui monti", diario di montagna di un alpinista romantico

Cercando informazioni sulla prima salita invernale del Cridola (ad opera di Emilio Comici e Giorgio Brunner, 15.II.1930), ho piacevolmente riscoperto il testo di quest'ultimo “Un uomo va sui monti”, edito da Alfa a Bologna nel febbraio di sessant'anni fa. 
Il libro, 490 pagine diventate ormai un pezzo d'antiquariato, che trovai a poco prezzo nel 1986 da un rigattiere in Via Giulia a Trieste, narra una vita di vagabondaggi dell'ingegnere triestino (1897-1966), lungo l'intera dorsale alpina dalla Francia alla Svizzera, dall'Italia all'Austria e alla Jugoslavia, con sconfinamenti in Norvegia e nell'America del Sud.
Molti capitoli del libro riguardano Cortina e il Cadore: quassù infatti, il triestino – cultore delle salite invernali e solitarie - con vari compagni tra cui spesso la moglie, compì la prima salita di due canaloni ghiacciati nord, sul  Sorapis (1929) e sulla Punta dei Tre Scarperi (1930), nonché diverse prime salite invernali: Cridola da sud, Piz Popena, Cima Cadin di San Lucano, Cristallino di Misurina, Pala di Meduce, Sorapis, Punta Nera, Zesta. 
Nella sua carriera, Brunner effettuò almeno 700 salite di difficoltà classiche, tra le quali molte prime, e il suo alpinismo fu sempre improntato a una concezione romantica, oserei dire quasi ottocentesca, della montagna. 
“Un uomo va sui monti” non è il consueto récit d'alpinisme emozionante, drammatico o comico, ma un gradevole diario, un'analisi dell'intimo connubio coi monti che segnò la vita dell'autore: paradigma di una passione fedele, pura, costante e irriducibile che ha originato uno dei libri più interessanti fra quelli che ho letto. 
Anni fa avevo suggerito a un editore torinese la ristampa dell'opera in una collana di narrativa di montagna oggi cessata, ma l'idea purtroppo non prese corpo. Riscoprendolo dopo tanto tempo, mi pare che sia sempre un libro da leggere, per gustare le avventure di un uomo che dedicò alle crode ogni giornata libera della sua vita, fino a due mesi prima della scomparsa, e – pur non avendo combattuto la storica “battaglia del VI grado” - si distinse in esplorazioni di rilievo, specie nelle Dolomiti. 
Chi oggi seguirebbe le sue orme d'inverno su cime disertate come il Piz Popena (con Comici, 1932) o secondarie come la Punta Nera (da solo, 1941) e la Zesta (con la moglie Massimina Cernuschi e il cognato Mauro Botteri, 1942)? Forse nessuno: e i racconti di quelle salite di tanti anni fa a mio giudizio rientrano tra le più vissute, antieroiche e non autoreferenziali pagine di montagna che abbia finora trovato.

Il Monte Serla, una proposta al margine delle Dolomiti

Insieme al Lungkofel - Monte Lungo di Braies, il Sarlkofel - Monte Serla costituisce l'elevazione più a settentrione del gruppo dolomit...