19 set 2017

Ritorno al Salzla

Domanda: quanti saranno gli alpinisti, specialmente di lingua italiana, che spesso neppure sanno localizzare i Gsieser Berge-Monti di Casies, ai quali possa interessare il Salzla (Monte di Tesido, secondo la toponomastica di Tolomei)? 
Anzitutto, dove siamo? Ci troviamo di fronte ad un "modesto ripiano prativo", un belvedere verde e in parte alberato in Val Pusteria, a meno di cinquanta chilometri da Cortina. Quotato 2131 metri, il Salzla ha in vetta la sua croce, un tavolino e una panca, secondo le migliori tradizioni sudtirolesi. 
Come ci si arriva? Dalla Malga di Tesido-Neue Taistner Sennhuette, nota meta estiva e invernale in circa mezz'ora, seguendo prima una carrareccia sassosa e deviando poi su una traccia erbosa segnalata e numerata col 38/b. Dal ristoro Mudlerhof, raggiungibile in auto dal paese di Taisten-Tesido presso Monguelfo-Welsberg, fino alla cima occorre in complesso un paio d'ore, per cinquecentoundici metri di dislivello: volendo, non è proprio una "passeggiata digestiva"...
In vetta (foto E.M.)
Noi abbiamo apprezzato il Salzla come traguardo di un'uscita di primo autunno, per l'ambiente panoramico, solitario e riposante. Una meta interessante, sempre ignorata e riscoperta grazie all'età, che impone di calibrare le ambizioni (un proverbio Masai dice: "Il giovane cammina più veloce dell'anziano, ma l'anziano conosce la strada"...) e alle guide di Fabio Cammelli delle Alpi Pusteresi. La cima che abbiamo calcato, la custodiamo ora tra i ricordi più vivi dei Monti di Casies, così diversi dalle Dolomiti ma così affascinanti per chi li sa capire. 
Per quota e impegno, forse il Salzla non fa "curriculum", e la sua salita non richiede di sicuro sforzi sovrumani; noi lo ricordiamo come un luogo particolarmente bucolico, in cui siamo riusciti ad apprezzare la vera poesia della Montagna. 
Caro Salzla, o Monte di Tesido, ti siamo grati per quanto ci hai donato in una malinconica domenica.

14 set 2017

Sui monti con Tone Belòbelo, guida "dandy"

Antonio Soravia nasce a Cortina centonovantasei anni fa e si spegne ottantaduenne, nel 1903. Noto in paese come Tone Belòbelo, fu una guida alpina (o solo un portatore?), tra le prime munite di permesso nella valle d'Ampezzo.
Di lui non sono molte le notizie, a partire dalla data d'inizio della professione: difettano anche le tracce della sua presenza in rifugi, su crode e passi e nel primo elenco delle guide autorizzate a Cortina (datato 1° marzo 1876) il nome di Soravia non c'è. 
Nel libriccino di Leone Woerl Cortina und Umgebung. Führer im Ampezzothal mit Plan von Cortina und Spezialkarte des Ampezzothales, edito a Würzburg nel 1891 e ristampato in traduzione italiana a cura di Giovanna Mariotti nel 1992, invece, il portatore - già anziano per l'epoca - c'è. Munito di un cartellino col numero 13, compare anche tra le guide in servizio attivo nel 1893; nel ritratto di gruppo scattato a Volpera quattro anni più tardi, infine, il nostro non c'è più.
Più che per avventure alpine d'alto rango - che forse non era abilitato a compiere - pare che il Belòbelo si distinguesse per le molteplici attività e servizi prestati (fra i quali era compreso anche quello di guida o portatore), e perché conduceva una vita ben adeguata all'epoca delle Belle Èpoque ampezzana.
Guide e portatori ampezzani in servizio attivo nel 1893.
Antonio Soravia è il 1° da destra, in alto (archivio E.M.) 
Tratteggiare la sua vicenda umana, come quella degli altri pionieri che con lui fecero conoscere le Dolomiti, non è agevole. Il ceppo familiare risulta estinto; non so se esistano un libretto professionale o immagini della guida, oltre a quella presentata qui di fianco; ignoro quali cronisti dell'alpinismo di allora, di solito poco generosi verso i portatori, si ricordarono di Soravia in qualche scritto. Così, con le fonti a disposizione (Le guide di Cortina d'Ampezzo di Franco Fini e Carlo Gandini, 1983; i dati dell'Archivio Parrocchiale e quelli della lapide nel cimitero di Cortina, che commemora le guide e portatori scomparsi), la figura di Tone e il suo transito nella storia sono impalliditi nella memoria individuale e collettiva.
In base ai "si dice", immagino che fosse un simpatico gigione, di favella veloce e umorismo salace, ancora disposto a 70 anni e oltre a guidare "signori" - o, forse meglio, signore... - in gite semplici e nel contempo redditizie: grotte di Volpera e Tofana, Crépa, Porta del Dio Silvano, Cuàire, rifugio Nuvolau o, chissà, anche su una delle cime che dall'800 richiamano in Ampezzo appassionati da ogni nazione. 
Mi pare di vederlo su qualche altura, narrare ai clienti storie alpine o venatorie reali o iperboliche, dando ogni tanto di bocca alla fiasca d'acquavite e osservando le volute di fumo della pipa che salgono al cielo. Mentre i suoi clienti schizzano panorami sui taccuini, fotografano, studiano il tempo, le rocce e le piante, Tone Belòbelo, guida "dandy", li guarda e se la ride sotto i baffi.

11 set 2017

Torre Romana o Torre Zaccaria?

La seconda delle Torri d'Averau (che, come alcuni sapranno, in realtà non sono 5, ma una decina) è formata da tre elevazioni, distinte ma quasi saldate l'una con l'altra. 
Quella di destra guardando da nord, da 105 anni è nota come Torre Romana. Come per molte altre montagne, che spesso non vantano storie antiche, nemmeno per la Romana sono certo del motivo dell'oronimo e di quando le sia stato dato. 
Alta circa cinquanta metri dal lato meno ostico e quasi il doppio da quello opposto, la Torre fu salita per la prima volta un giorno d'estate del 1912. La cordata che giunse in vetta era formata dalla guida cinquantenne Zaccaria Pompanin "de Radéschi" e da un cliente rimasto senza nome, forse romano: con lui, quel giorno, "Zàcar" salì anche la torre contigua, di qualche metro più alta, detta "del Barancio" per il ciuffo di mughi che cresce (spero ancora oggi) sulla sottile cima. 
Torre del Barancio a sin. e Torre Romana: in centro, 
il diedro con due cordate all'opera (foto E.M.)

La terza, e più impegnativa elevazione del trio, fu scalata invece il 1° agosto 1913 da un'altra valente guida, Bortolo Barbaria "Zuchìn" col cliente triestino Marino Lusy, e venne dedicata a quest'ultimo. 
Oggi la via originaria della Romana, che s'infila in un camino stretto e umido, penso sia molto poco percorsa: la torre è frequentata invece per il diedro nord, cento metri di buon quarto grado, scalati per la prima volta da alcuni Scoiattoli di Cortina nell'estate 1944. 
Sulla solida dolomia della guglia sono poi state aperte altre vie, ma da anni essa s'identifica col "diedro della Romana". Breve, atletico e non banale soprattutto se salito con basse temperature, ha attratto alcune volte anche chi scrive.
Non sarebbe bello - dopo un secolo - che, accanto al cliente che forse ricorda, la Torre ricordasse anche un protagonista della storia dell'alpinismo locale, che ha dato il nome ad un camino sulla Croda da Lago, nel quale però non si inoltra quasi più nessuno?
Perché dunque, non avere una "Torre Romana - Torre Zaccaria", o Torre Pompanin, o anche Torre Radéschi?

31 ago 2017

Emozioni d'altri tempi: la Comici sulla Punta Col de Varda e il biglietto di Piero Mazzorana

4 settembre 1977, appena finito il liceo. 
Con Enrico – più giovane di me e più portato per il "difficile" – vogliamo conoscere una via, aperta il 1° settembre 1934 dai famosi scalatori Comici e del Torso. Siamo diretti verso la Punta Col de Varda, la piramide che spicca da Misurina a fianco dell'omonimo rifugio e fu "terreno di gioco" di generazioni di alpinisti fra i quali Buzzati, primo a ripetere la Comici con Zanutti e un’amica, una settimana dopo l'apertura,
La via supera l'esposta e salda parete orientale della Punta, ed è frequentata per un mix di peculiarità, che vi convogliano spesso i cultori dell'alpinismo classico. In alto, una cordata contiene una quindicina di metri aerei e non facili; per quanto si possano evitare, nelle salite successive li approccerò sempre con rispetto. 
Punta Col de Varda d'inverno, dal rifugio omonimo
(foto E.M., 12.12.2010)
Conclusa la fatica, sotto l'ometto scopro un biglietto sgualcito e scritto con grafia tremolante, che leggo con grande curiosità. Esso dice che, se fossimo arrivati in vetta il giorno prima, vi avremmo trovato nientemeno che Piero Mazzorana, storica guida cadorina e gestore per 26 anni del rifugio Auronzo alle Tre Cime. Perché so di Mazzorana? Ho quasi imparato a memoria la guida Berti, leggendo e rileggendo le relazioni delle vie (una sessantina) che aprì in un ventennio: molte furono realizzate nel giardino di pietra dei Cadini, e in seguito alcune le salirò. 
Ieri Mazzorana è giunto quassù da solo per la via Obliqua, un percorso di ignoti, aperto in epoca imprecisata e che penso oggi venga disertato, perché "troppo" facile e un po' friabile. L'Obliqua incrocia la Comici: ancora non la conosco, ma ripeterò anch'essa, la prima volta con mio fratello nel 1983 e la seconda in solitaria un anno dopo. 
Forse, penso mentre mi godo la salita appena conclusa e la cima silenziosa, Piero è stato spinto di nuovo sulla Col de Varda dalla grande passione che lo ha visto esplorare per anni le punte e le puntine dei Brentoni, Cadini, Cristallo, Croda dei Toni, Lavaredo, Popera, Sella. Che personaggio dell'alpinismo!
Il pezzo di carta mi emozionò, soltanto pensando che la guida aveva già sessantasette anni e, nonostante il passare del tempo, evidentemente non aveva ancora perso la voglia della dolomia. Nel 1980, quando seppi da mio padre - che lo aveva conosciuto – dell'improvviso decesso della guida, il primo pensiero fu: “... ma perché non ho fatto una foto anche a quel biglietto tra i sassi della Punta Col de Varda?” 
Oggi potrei avere nel mio archivio una delle ultime testimonianze della passione di Piero Mazzorana, grande alpinista e guida dolomitica.

29 ago 2017

Torre Trephor: 50 anni fa la via di Strobel

29 agosto 1967, cinquant'anni fa. Paolo Michielli "Strobel", giovane fratello di Albino (caduto il 19 aprile 1964 dalla Torre Piccola di Falzarego), sale con A. Zanier la parete est della Torre Trephor, la più piccola e ostica delle Torri d'Averau. La via, circa 30 metri di dislivello per 50 metri di sviluppo stimati di VI-VI+, richiede cinque ore e diciotto chiodi, di cui quattro restano in parete.
La Torre, dall'indecifrabile toponimo, aveva già un vissuto, essendo stata salita nel 1927, ultima tra le sommità del gruppo. La conquista era spettata a tre guide: Angelo Dibona che, dopo il vulcanico primo quindicennio del XX secolo e la parentesi bellica, era tornato con successo sulla scena; Luigi Apollonio Longo, "ragazzo del '99" che con Dibona fece spesso cordata; Angelo Verzi, giovane e già affermato. 
Fu proprio il "bòcia" a calcare per primo la vergine cima. Lanciata una corda da una torretta antistante, fu stabilita una teleferica, su cui Verzi traversò per 15 metri nel vuoto verso la Trephor, che strapiombava da ogni lato. Dalla vetta, Angelo recuperò i compagni che, usufruendo della fune in tensione, raggiunsero velocemente anche loro la Torre, con un impegno più ginnico che alpinistico. 
Ciò che restava della Trephor, cinque anni dopo il crollo 
(foto E.M., 27.06.2009) 
Come per la Torre del Diavolo, la Guglia de Amicis e il Campanile Paola, anche la Trephor venne salita per roccia solo anni dopo. La prima via vera e propria, infatti, fu aperta ad ovest da "Piero Lòngo", fratello di Luigi e anch'egli guida, nel 1939; sebbene il suo percorso si limitasse a due sole cordate, Piero vi incontrò alte difficoltà e dovette usare qualche chiodo.
Nonostante le misure ridotte, la torre ospitò poi altre vie: intorno al 1959 la guida Marino Bianchi ne aprì una da solo, e fra gli anni '80 e '90 ne vennero chiodate quattro "moderne". Fino al dilagare del free climbing, posso credere che la Torre Trephor non abbia comunque attirato frotte di alpinisti, almeno lungo la via originaria, che la guida "Dolomiti Orientali" valutò di V-VI e di cui ricordo con affetto le mie tre salite. 
Fino ai primi anni 2000, la guglia ha vissuto quindi una storia articolata e interessante, ispirando persino una novella in ampezzano, italiano e tedesco (Ernesto Majoni, Ra tore che r'à vorù morì. Storia de na croda, Print House - Cortina 2007). Dalla primavera di tre anni prima, però, la Trephor non c'era più; per chissà quale fatalità geologica si era schiantata in una nuvola di detriti, lasciando un vuoto tra le Torri d'Averau e nei ricordi di chi la salì: tra loro, forse, anche "Strobel" e l'amico Zanier.

25 ago 2017

Al Rifugio Nuvolao il ricordo di un amico della montagna

Sergio Zambelli Nìchelo, ampezzano appassionato della montagna nonché artista del legno, ha voluto recentemente dedicare un pensiero all'amico Luciano Bernardi, che fu volontario del Soccorso Alpino di Cortina e per quasi un trentennio consigliere della locale Sezione del Cai con delega alla manutenzione sentieri, deceduto il 29 dicembre 2016 dopo una dolorosa malattia (cfr. al riguardo ramecrodes.blogspot.it/2017/01/ricordo-di-luciano-bernardi.html). Zambelli ha quindi realizzato e fatto dono alla Sezione di un bassorilievo ligneo, che reca l'iscrizione “Luciano Bernardi Agnel - Un amico della montagna”.
Il bassorilievo che ricorda Luciano Bernardi,
presso il rifugio Nuvolao (foto Roberto Vecellio) 

Nel corso dell'estate, la pregevole opera è stata collocata su una parete della sala da pranzo del Nuvolao, secondo rifugio per quota (2575 m), ma primo per longevità (fu infatti inaugurato l'11 agosto 1883, col nome di rifugio Sachsendank) dei tre di proprietà del Cai Cortina, che sorge sulla panoramica vetta omonima, e anche al quale Bernardi riservò costante attenzione e simpatia nella sua attività di volontariato nell'ambito del Cai.
Il pensiero di Sergio Zambelli e della Sezione di Cortina, che meritano senza dubbio un cenno di riconoscenza, consoliderà ora il ricordo di Luciano "Agnèl" tra le montagne che ha tanto amato.

18 ago 2017

Federico Terschak, alpinista, sportivo e scrittore, nel 40° della scomparsa

Chi conosce qualcosa di Cortina, magari sa anche chi è stato Friedrich Adolf Terschak, detto Fritz e poi Federico: alpinista, dirigente sportivo e scrittore nato in Germania, ma "naturalizzato" ampezzano.
Terschak vide la luce a Monaco di Baviera il 27 giugno 1890, figlio unico di Emil (1858-1915), alpinista, pioniere dello sci e della fotografia alpina, e di Henriette Stremell (1865-1939). Visse a Ortisei fino al 1897, quando il padre e la madre decisero di spostarsi a Cortina, dove aprirono un laboratorio  fotografico nel centro del paese. 
Segretario della Sezione Ampezzo del Club Alpino Tedesco-Austriaco fin dagli anni '10, sino agli anni '30 Federico aprì numerose vie e compì salite, alcune anche di difficoltà sostenute, su tante crode dolomitiche. Tra le nuove vie, realizzate con amici e compagni fra i quali spicca "Bepi" Degregorio, ricordiamo il Camino Terschak sulla parete sud della Testa del Bartoldo (Pomagagnon): 600 m di IV-V, superati con Hermann Kees il 19 luglio 1913. 
Precursore dello scialpinismo con alcune prime all'attivo (Lavinòres, 1910 - Picco di Vallandro, 1934), Terschak ricoprì tra l'altro la vice Presidenza del Club Alpino Accademico Italiano, di cui faceva parte già dagli anni '20. Fu tra i fondatori del Bob Club Cortina, del quale venne poi nominato Presidente Onorario; operò con energia per lo sviluppo degli sport invernali a Cortina, per i mondiali di sci del 1941, per le Olimpiadi del 1956 e fino ai mondiali di bob del 1966. Progettò e curò i lavori di costruzione dei primi trampolini di salto e scrisse la "Guida di Cortina d'Ampezzo" (almeno 15 edizioni, sempre aggiornate, dal 1923 al 1970), "L'alpinismo a Cortina dai primordi ai giorni nostri 1863-1943" (1953), "Guida ufficiale ai VII Giochi Olimpici Invernali" (1956). 
Autografo di Federico Terschak, anno 1953 (raccolta E.M.)
Scomparve a Cortina il 18 agosto 1977, lasciando la consorte Alda Dandrea "de Fràsto", sposata nel 1922. Il paese che lo aveva accolto alla fine dell'800, onorò il nome dello sportivo iscrivendolo sulla lapide ai benemeriti in cimitero; la celebrazione nella Basilica Minore di una messa di suffragio, richiesta da alcuni estimatori nel quarantennale dalla morte, caduto oggi, intendeva riproporre il suo ricordo agli appassionati di montagna e sport, locali e non.
Peccato che costoro, in specie i locali, si siano contati sulle dita di una mano.

11 ago 2017

Il Taé, una grande cima

Volendo individuare le "Top Ten" fra le montagne di Cortina, in particolare quelle comprese nel Parco Naturale delle Dolomiti d'Ampezzo, assegnerei senza esitare un posto d'onore al Taé. 
Il nome di questa massiccia cima, che fa capolino da Nighelònte - lungo la Strada d'Alemagna, prima di Fiames - fra le pendici della Tofana III e il Col Rosà, è evidente per gli ampezzani, ma ad altri potrebbe non essere chiaro. 
L'arcano sta in questo. La parete sud, che scende verticale per quattrocento metri in Val di Fanes, è rigata da incisioni che evocano quelle di un coltello su un tagliere domestico: nel parlare d'Ampezzo il "taé” è proprio il tagliere.
Alcune fonti, da Von Glanvell e Berti a chi prese da loro, citano il nome della cima come “Taë” con la dieresi, dandogli una patina esterofila che non gli compete, ma il problema è del tutto ininfluente.
La via normale alla vetta, seguita sia d'estate che con le pelli, alla fin dei conti non è troppo alla moda. Sono note le vie di alta difficoltà che dal 1953 hanno interessato la parete sud-est, ma la faticata necessaria per salire fin lassù dal versante opposto non è in balia delle folle, ed è senz'altro un bene. 
Eppure dall'alto dei suoi non eccelsi 2511 m quella cupola, battuta ab antiquo da cacciatori e pastori e fortificata durante la prima guerra mondiale, dopo quasi un chilometro di dislivello in salita da Antruiles, svela un culmine di erba e detriti silentee aperto sull'orizzonte. 
La parete sud-est del Taé, verso Cortina
(foto E.M., 2003)
Ho scritto spesso della storia e delle peculiarità di questa montagna: questa volta aggiungo soltanto che la visita al “tagliere”, che ho ripetuto più volte, anche a Ferragosto in assoluta solitudine, è da considerarsi un'escursione completa e molto appagante, in una zona al margine di luoghi più noti.
Il Taé non è agevolato da impianti e rifugi; ci sono pochi bolli di vernice; le tracce non sono esagerate, e non c'è alcunché da attrezzare con corde, ponti o scalette.
La cima richiede un po' di sforzo fisico, ma alla fine lo compenserà generosità.

08 ago 2017

Sulla Torre Albino, guglia misteriosa delle Tofane

Sino a poco più di mezzo secolo fa lo spuntone che si cela tra le balze meridionali di Ra Zéstes alle pendici delle Tofane, alto a sufficienza per meritarsi un minimo di considerazione e corposo quanto basta per avere un nome, era sconosciuto. 
Ci pensarono due giovani ampezzani, Franz Dallago e Armando Menardi, giunti per primi sulla vetta il 27 agosto 1966. Lo spuntone fu battezzato Torre Albino, per onorare la memoria di Albino Michielli Strobel, Scoiattolo e guida alpina che fece molto per la storia dell'alpinismo degli anni Cinquanta e Sessanta del '900, fino alla scomparsa, avvenuta sullo spigolo Comici della Torre Piccola di Falzarego il 19 aprile 1964. 
Albino Michielli Strobel (1928 - 1964)

I due avevano attaccato la torre dal versante orientale; ci misero otto ore e piaantarono quasi venti chiodi per aver ragione di un percorso lungo solo cento metri, con difficoltà di quinto e sesto grado. 
Da quel giorno del 1966, la Torre Albino ebbe un nome e un'identità, per scivolare poi rapidamente nel silenzio, come accade a tante cime e tante vie che - passata l'euforia dei primi - non diventano di moda. 
Tempo dopo, il 6 luglio 1975, altri due giovani, Andrea Menardi e Guido Salton, andarono anche loro a visitare quell'esile colonna, forse perché avevano intuito la possibilità di forzare un nuovo passaggio verso la cima.
In un'ora di ascensione ne domarono il diedro sud, che oppose minori difficoltà rispetto alla via Dallago-Menardi, e portarono così a quattro il numero dei visitatori della cima. 
Non indugiamo in deduzioni avventate, poiché gli elementi al riguardo sono scarsi, ma è plausibile che i primi quattro salitori della Torre, tanti siano rimasti o poco più: saremmo comunque contenti di poter aggiungere dati aggiornati a questa storia!
La Torre, quasi mimetizzata tra i dossi che da Ra Vales calano verso la Val Druscié, oggi rimane immota nella sua quiete. D'inverno gli sciatori e d'estate qualche escursionista non ci passano nemmeno troppo lontano; ma non sanno, e vanno oltre. 
Forse la curiosità è solo di chi scrive, che non ha mai visto la Torre Albino e non disdegnerebbe di scattare due fotografie a quella guglia misteriosa delle Tofane!

06 ago 2017

Un rifugio sotto il Dito di Dio: prima Pfalzgau, poi Luzzatti, oggi Vandelli

Ai piedi del circo nevoso in cui sgorgano le acque che alimentano il ceruleo lago del Sorapis, incavato nella roccia e privo di emissari superficiali, e s'infilano poi sotto il ciglione del ripiano glaciale uscendo per la cascata (pisc) che dà il nome al gruppo montuoso incombente, "sora (el) pisc" (Sorapìsc, dunque, non Soràpis!), l'8 agosto 1891 aprì la Pfalzgauhütte. 
Terzo dei ricoveri alpini costruiti in Ampezzo, a quota 1928  m poco distante dal confine del Tirolo e sotto l'appuntita cima del Dito di Dio, che si specchia nel lago, il rifugio fu voluto dalla Sezione del Club Alpino Tedesco-Austriaco di Pfalzgau, città del medio Reno. 
Le vie principali per accedervi erano tre: da Federa Vecchia, sulla strada tra Auronzo e Misurina, per il sentiero che sale a fianco del salto del Pisc; dal valico di Tre Croci (un tempo detto In Zuogo), per il tracciato oggi più frequentato, attrezzato in alcuni punti, che taglia lo zoccolo delle Cime di Marcoira; o ancora, dal 1903, dalle Crepedèles (gli odierni Tondi di Faloria) per il sentiero del Ciadin del Lòudo, aperto dalla Sezione Ampezzo del Club Alpino, anch'esso attrezzato in un punto, e oggi abbreviato dalla Funivia Faloria che porta già in quota. 
La prima capanna presso il lago ebbe una vita assai breve. Sorgendo in una vallecola ombrosa e soggetta a notevoli accumuli nevosi, già nella primavera 1895, infatti,
La capanna Pfalzgau, con la Zesta sullo sfondo
(anno 1908, raccolta E.M.)
venne distrutta da una valanga, e prontamente ricostruita in posizione riparata un centinaio di metri più a nord. 
Nuovamente disastrata nel 1913, dopo il primo conflitto mondiale spettò come "bottino di guerra" alla Sezione del Cai di Venezia, che la rimise in piedi grazie a una donazione del socio Cesare Luigi Luzzatti, e la riaprì al nome del donatore il 22 giugno 1924. 
Cinque anni dopo, il 26-27 agosto 1929, sulla parete della Sorella di Mezzo alle spalle del rifugio, i giovani triestini Emilio Comici e Giordano Bruno Fabjan aprirono la prima via italiana di sesto grado nelle Dolomiti. 
Denominato nel 1939 Rifugio Sorapis in ossequio alle leggi razziali, poiché Luzzatti era ebreo, il ricovero non ebbe danni dal secondo conflitto e poté riprendere a funzionare nel 1947, ma una dozzina di anni dopo fu sfortunatamente devastato da un incendio. 
Ricostruito più grande e confortevole, fu inaugurato il 18 settembre 1966 insieme con tre percorsi attrezzati (Berti, Vandelli e Minazio), che consentono di compiere il periplo del gruppo del Sorapis, e intitolato ad Alfonso Vandelli di Venezia. 
Storica base, tra l'altro, per le ormai obsolete salite sul Sorapis da nord, lungo la via originaria di Grohmann e la più difficile Müller del 1892, affidato per anni a gestori di Cortina (tra i quali si ricordano Teresa Padovan Mòuta, Tullio Alverà Poulùco e, a metà del '900, l'olimpionico di sci nordico "Fredi" Dibona Pilàto), da decenni il rifugio è gestito da famiglie auronzane e oggi si conferma come forse il più frequentato tra Cortina, Auronzo e Misurina.

03 ago 2017

Forcella Camin, tra monti selvaggi

Croda d'Antruiles, Forcella Camin, Croda Camin, 
da Son Pòuses (foto E.M., maggio 2011) 
Tristemente salito alla ribalta nel marzo 2007, quando una valanga investì gli scialpinisti Claudia Pompanin e Antonio Turolla, è un luogo ancora selvaggio e - data la selezione naturale che la sua posizione favorisce - è facile che così rimanga. 
Si tratta di Forcella Camin (2395 m), nel gruppo della Croda Rossa, sottogruppo di Bechéi, in una zona nota a cacciatori, pastori e topografi fin da tempi lontani.
Detritica e di magro pascolo, la forcella (per i marebbani Furcela dal Lé, trovandosi alla testata della Val dal Lé, sede del quasi secco lago Piciodèl) separa la Croda Camin dal Col Bechéi e unisce le Ruoibes de Inze al Valun de Rudo, percorso dalla strada Pederù - Fanes. Meta scialpinistica di un certo impegno, che richiede ottime condizioni di tempo, la Forcella sorge in un circondario di grande suggestione. 
Le Ruoibes "di dentro", parallele a quelle "di fuori", che dal Col Bechéi scendono in Antruiles, si incuneano tra Croda Camin e Lavinòres a N e Col Bechéi e Croda d'Antruiles a S, isolando un angolo affascinante, regno della solitudine e della fauna selvatica, tra cime visitate tra l'800 e il '900 dalla Squadra della Scarpa Grossa di von Glanvell e compagni.
Il terzo superiore delle Ruoibes, perlopiù detritico, è nominato nelle carte Igm come "Valle di mezzo"; quello mediano e quello inferiore sono boscosi e non esenti da frane per cui da Antruiles la valle si risale per un sentiero poco definito e ancor meno segnato, difficile da curare e valorizzare.
Da ragazzino, dopo essere scesi nelle Ruoibes dalla "cengia obliqua" delle Lavinòres (oggi fattasi più impegnativa di allora), non arrivammo in forcella per la salita che ce ne separava. Nel 1976, salito da Antruiles con i miei familiari, dopo aver sostato sul valico, scartammo l'idea di scendere al lago Piciodèl, troppo lontano dal punto di partenza, perché non avevamo la macchina. 
Risalimmo così il ripido e instabile canale a fianco della Croda Camin, fino all'intaglio in capo al Valun Gran. Da lì per lastre e detriti, passando sotto le guglie del Castello di Bancdalsè - sulle quali si era misurato per primo nel 1944 Severino Casara - scendemmo a chiudere con soddisfazione la gita a Fodara Vedla. 
Ripercorsi poi per due volte in senso antiorario l'anello, descritto anche da Danilo Pianetti in Le Alpi Venete (Estate 1988) col titolo "L'alta dimora degli dei è silenziosa": nell'ultima, proprio un 3 agosto, vi inaugurai i robusti scarponi che in seguito mi avrebbero guidato su decine di cime, e gustai a fondo la "wilderness" di quello stupendo angolo di Dolomiti.

29 lug 2017

Col de Giatèi

"Col de Giatèi: robusta collina rocciosa tra Piezza e la Val di Zonia, a 2183 m, con cui si arrestano verso Occidente le punte di Zonia; giatèi è un collettivo da giat, e si riferisce alle chiazze di vegetazione e ai cespugli di mirtilli del dorso settentrionale; peraltro giat è voce che ricorre con frequenza come nome di pianta." 
Col de Giatèi, da Fedàre (foto E.M.)
Così il professor Vito Pallabazzer descriveva il Col, rilievo minore del sottogruppo del Cernera che domina Piezza e Fedàre, nei suoi "Cenni storici, geografici e toponomastici sul Passo del Giau", usciti sulla rivista "Le Dolomiti Bellunesi". Era l'inizio degli anni '80, perché la SP 638 tra il passo e la Val Fiorentina non era ancora completata; oltre alla citazione del linguista collese, non mi è occorso di scovarne altre che - essendoci rimaste da scoprire in questi anni solo montagnette che un tempo non avremmo nemmeno guardato - stimolassero la visita a quel dosso un po' misterioso, per quanto abbastanza vicino a Cortina ed evidente dalla zona del Giau.
Questo finché Gianluca Calamelli non ha descritto il Col de Giatèi nella monografia "Cernera Mondeval Rocchette. Itinerari escursionistici nel comprensorio della Val Fiorentina", ospitata dall’Annuario del Caai 2016, ma forse meritevole di un'edizione autonoma.
Quando Iside e io abbiamo letto le note dell'amico Gianluca, però, già da due anni e mezzo avevamo  all'attivo la salita anche di quella piccola cima. Il Giatèi, per varie circostanze, mi ha dato una soddisfazione inversamente proporzionale alla sua corposità (in ogni caso, meno minuta di quanto non appaia dal basso) e alle peculiarità esclusivamente pedestri. 
Giovedì 27 luglio c’è stata l’occasione di tornare lassù, completando la traversata dal Passo con lo scavalcamento delle Crepe de Zonia, e scoprendo, a un tiro di schioppo da una strada ormai quasi in ostaggio a moto e biciclette, una “arena della solitudine” di messneriana memoria. 
La croce de vetta, verso
Colle Santa Lucia (foto I.D.F.)
Tra l’altro, stavolta sono apparsi evidenti i cippi di confine tra il Tirolo e Venezia, che si divisero la cresta dal 1787 al 1918 (quindi legittimando la conoscenza della cima fin dal 18° secolo), e sotto la sommità una piccola croce di legno, affacciata sulle case di Posàlz e Villagrande.
Col de Giatèi: un ameno poggio erboso, niente di strabiliante per il collezionista di grandi montagne, ma una cima preziosa, adatta per un'uscita breve e tranquilla in un luogo inedito nel cuore delle Dolomiti. 
Per salirvi non occorrono relazioni, anche se una esiste e si trova in un sito web di vie normali: il Col è solo il culmine di una cresta, un centinaio di metri di sbalzo prativo verde d'estate e rosso in autunno, dove tra vegetazione e mirtilli si respirano storia e silenzio e i pensieri corrono in libertà. Romantica cima davvero, il Col de Giatèi: resterà così per sempre?

26 lug 2017

Ricordo di Argìa, Giovanni e Mirka del Monte Piana

In Casa di Riposo a Pieve di Cadore, si è spenta sabato 22 luglio a novant'anni Severina Mazzorana: chi ha buona memoria, la ricorderà meglio col nome Argìa e il cognome De Francesch. Dagli anni '60 Argìa - cugina della guida Piero Mazzorana, storico gestore del rifugio Auronzo alle Tre Cime di Lavaredo - insieme ai familiari fu l'"anima" del rifugio dedicato al Maggiore romagnolo Angelo Bosi e situato a quota 2205 sul Monte Piana tra Misurina e Carbonin.
Il rifugio Monte Piana, in una cartolina
di epoca ignota (archivio E.M.)
Nel 1962 il consorte Giovanni De Francesch - nativo di Col di Cugnan - aveva acquisito dai miranesi Giuseppe e Lino Coin, che ne erano proprietari dai primi anni '50, l'edificio costruito in legno su iniziativa di Agostino Martinelli Bianchi, già Capitano degli Alpini, per ristorare gli ex combattenti che salivano sul Piana a cercare le tracce della Grande Guerra e commemorare i compagni caduti. Inaugurato il 29.6.1931 e poi ristrutturato, durante il conflitto l'edificio aveva ospitato il Comando tattico del 3° Battaglione del 55° Reggimento fanteria "Treviso" della Brigata Marche.
Dal 1965 al 1972, "Nani" De Francesch sistemò e ampliò il rifugio, posto sul versante sud-est del tavolato del Monte Piana a circa mezz'ora dalla sommità, ricavandone una struttura in muratura a due piani che gestì con la consorte e i figli Mirka e Mauro, e tanti ricordano come gradito obiettivo di escursioni sia estive che invernali.
Privata immaturamente di Giovanni e del sorriso dell'ancora giovane Mirka, ora anche Argìa se n'è andata, lasciando Mauro a gestire - con la consorte Lucia e le figlie - l'esercizio dedicato all'eroico graduato Angelo Bosi, caduto sul "Monte Pianto” il 17 luglio 1915. 
Nel rifugio e in chi lo frequentò resterà sempre il ricordo di Giovanni, Mirka e Argìa De Francesch che, con tanta fatica, dedizione e senso di ospitalità, hanno saputo avvalorare un luogo cruciale per la storia nazionale, arricchito dal "Museo storico all'aperto della grande guerra" che ogni anno richiama visitatori da numerose nazioni.

24 lug 2017

Il "Cinque Torri": albergo e poi rifugio, ricco di storia

Lungo la via d'accesso alla capanna Sachsendank, edificata nel 1883 sul Nuvolàu, a un’ora abbondante di marcia da quella e alla base della Torre Grande d’Averàu, il 14 giugno 1904 apriva i battenti l’Albergo Cinque Torri. 
Voluta dagli avveduti ampezzani Giuseppe e Mansueto Manaigo da Lago e Agostino Colli Codèsc, che ampliarono un fabbricato di legno già esistente, la costruzione - dotata dei requisiti di un autentico hotel d'alta quota - fu benedetta il 4 ottobre dello stesso anno. 
Per arrivarci, attraverso Crépa e Cianzopé, ci volevano non meno di quattro ore da Cortina. Posto in mezzo a distese prative interamente falciate, l'Albergo serviva da tappa intermedia verso il rinomato belvedere del Nuvolàu; con esso però si voleva in primo luogo favorire la conoscenza delle Torri d’Averàu, pinnacoli di varie forme e altezze noti agli alpinisti fin dal 1880, ma in gran parte ancora da scoprire. 
Sorgendo a ridosso del fronte, durante la Grande Guerra la zona circostante l'Albergo fu fortificata con trincee e postazioni, oggi ripristinate e visitabili con un bel percorso della memoria; per un certo tempo, inoltre, l'Albergo fu adibito a sede del Comando della Brigata Reggio, 45° e 46° Reggimento di Fanteria. 
Pressoché risparmiato da entrambi i conflitti del '900, nel 1937 il Cinque Torri, divenuto Rifugio, era stato comprato dal guardacaccia Pietro Alberti Lèlo. Salve alcune brevi interruzioni, in cui la gestione fu tenuta da altri, la famiglia Alberti - giunta alla quarta generazione con Massimo (valente chef) e con la vigile supervisione di mamma Ines e papà Uberto - è lassù da ottant'anni. 
Campo base del gruppo di alpinisti nato l'1.7.1939 col nome di "Società Rocciatori Sciatori Scoiattolo", che sulle Torri apprese e portò ai massimi livelli l’arte dell’arrampicata, nel 1963 il rifugio fu ammodernato, e a quei lavori negli anni ne seguirono altri, fino al nuovo parcheggio, aperto nel 2016 al termine della strada che sale da Cianzopè. 
Il rifugio Cinque Torri con la Torre Grande d'Averau
(cartolina datata 1949, raccolta E.M.)
Dopo la frana del settembre 1976, che obbligò a ricostruire con criteri moderni gran parte della strada d'accesso, oggi si sale fino ai piedi della Torre Grande in auto. La strada asfaltata, sempre chiusa al traffico in alta stagione, non ha però intaccato più di tanto l'atmosfera che si respira "su dal Lèlo"! 
Il rifugio Cinque Torri è amato e frequentato, da escursionisti, alpinisti e climbers:  offre un ampio ventaglio di vie di roccia dal I-II fino ai gradi estremi, oltre a belle passeggiate, traversate e suggestivi panorami; tra le sue mura echeggiano ancora tante delle storie che iniziarono lassù 140 anni fa. 
Dopo aver ricevuto nell'aprile 1976 sulle Torri il battesimo in roccia (salendo in giornata la Lusy, la IV Bassa e l'Inglese, con Carlo, Ivo e Luciano), nel 2004 ebbi dalla famiglia Albertì l'onorevole e gradito incarico di scrivere la "biografia" del rifugio centenario. 
Il lavoro che ne sortì ebbe un buon successo, è ancora in circolazione e ha aggiunto qualche bella e spesso inedita notizia alla storia ampezzana del Novecento. 
Ai piedi della Grande d'Averàu e delle sue vie più classiche - la Myriam, di cui il 29 giugno è caduto il 90° della prima salita delle guide Angelo e Giuseppe Dimai Déo con Arturo Gaspari Becheréto; il Riss (1932); la Diretta Dimai (1934); la Franceschi (1936) - si gode sempre di una calda ospitalità e di un'ottima cucina; il Cinque Torri resta un caposaldo indefettibile per la conoscenza della conca ampezzana, al quale saliamo sempre con affetto.

20 lug 2017

Dal "Tofana" al "Cantore" e al "Giussani": tre nomi per un rifugio

16.8.1886: due settimane prima della morte del novantenne capostipite delle guide alpine ampezzane Francesco Lacedelli “Chéco da Melères”, che aveva accompagnato Paul Grohmann sia sulla Tofana di Mezzo (29.8.1863) che su quella di Ròzes (29.8.1864), apriva la Tofanahütte in Forcella Fontananegra. 
Secondo ricovero ampezzano in alta quota dopo la Sachsendank in cima al Nuvolàu, la capanna - voluta dalla giovane Sezione locale del Club Alpino Tedesco-Austriaco col sostegno della Sezione di Salisburgo del medesimo Club - si trovava a 2545 m d'altezza sulla sella detritica alla testata del "Valon", tra la prima e la seconda Tofana e distava da Cortina quattro ore di cammino.
Testimone delle imprese ottocentesche sulle vette circostanti, semidistrutta durante la Prima Guerra Mondiale perché venutasi a trovare in posizione strategica, il 5.9.1921 la capanna fu sostituita dalla caserma italiana eretta al suo fianco.  La Sezione Cai Cortina, rinata l'anno precedente, intitolò il grande rifugio al “Papà degli Alpini”, il Generale Antonio Cantore, ucciso il 20.7.1915 mentre da una trincea scrutava i movimenti nelle postazioni austriache attorno alla Forcella. 
Il rifugio dedicato ad  Antonio Cantore
in una storica cartolina (archivio  E.M.)
Condotto per molte stagioni dalle guide Angelo Colle Nèno (1869-1960) e Serafino Siorpaes de Valbòna (1870-1945), nel 1928 e poi nel 1930 il Cantore fu interessato da interventi di miglioria, che lo resero sempre più confortevole. 
Fortunatamente non patì danni sostanziali a causa del secondo conflitto, e nel dopoguerra la sua gestione venne affidata dapprima a Giuseppe Ghiretti "Bepino Mòidel", e in seguito alla guida Bruno Menardi Madèrla ("Gim").
Il 17.9.1972 s'inaugurò sulla Forcella un terzo rifugio, progettato dall'ingegnere Luigi Menardi Malto, finanziato dalla Banca Commerciale Italiana e dalla Sottosezione Comit del Cai Milano e donato al Cai Cortina, che fu intitolato a Camillo Giussani (1879-1960), avvocato, alpinista, dirigente d'azienda e scrittore milanese. 
Il Cantore fu abbandonato, mentre la capanna Tofana, accuratamente ripristinata, venne riaperta il 18.6.1994 con una festicciola che ricordiamo bene, rallegrata - fra i tanti - da alcune guide oggi scomparse: Bruno Menardi, ultimo gestore del Cantore, Luigi Ghedina Bibi e Lino Lacedelli. Da allora, lo storico edificio funge da bivacco invernale del Giussani. 
Punto d’appoggio per la via normale e per la via ferrata Giovanni Lipella in Tofana di Ròzes, nonché per le salite sulle pareti circostanti, la Cengia Paolina, la traversata in Val Travenanzes e per altre possibilità, il rifugio Giussani è stato condotto per 38 anni da Vittorio Dapoz e famiglia. 
Con il ritiro nel 2011 di "Tòio", simpatico e apprezzato conduttore, la Sezione Cai proprietaria ha affidato la gestione dell'immobile al figlio Mauro, maestro di sci e attuale capo della Stazione ampezzana del Soccorso Alpino.

18 lug 2017

Il Pezovico, un angolo di Dolomiti ostico e disertato

Fra più di 3000 descrizioni di salite a vette alpine di ogni difficoltà, impegno e lunghezza, il sito www.vienormali.it contiene forse l'unica relazione disponibile dell'ascensione del Pezovico, ostico e disertato recesso dei monti ampezzani.
Testata d'angolo della dorsale del Pomagagnon, la cima  - che reca un nome antico quanto oscuro - s'impone dall'alto della modesta quota di 1933 metri sulla piana di Fiames e sulla ciclabile verso Dobbiaco.
Affiancata da un risalto senza nome, che la supera di 80 metri e non sarebbe difficile toccare da Forcella Alta - se questa non fosse un po' complicata da avvicinare, per il deterioramento delle tracce che vi salgono da sud - nel 1915-1917 il Pezovico fu munito di opere difensive dagli italiani, e in seguito traforato dalle gallerie dell'ex linea ferroviaria Cortina-Dobbiaco.
Ignorato in Dolomiti Orientali di Antonio Berti e liquidato come poco rilevante in Cristallogruppe und Pomagagnonzug dei coniugi Schmidt (1981), è stato succintamente citato in Gruppo del Cristallo (1996) da Luca Visentini; l'autore, pur meticoloso, non fornì alcun dettaglio sulla salita, non avendola compiuta e basandosi su quanto riferitogli dal sottoscritto, che a essa annovera due visite.
La doppia cima del Pezovico, in alto a destra Forcella Alta
e sullo sfondo la Croda de r'Ancona (foto I.D.F., 14.10.11)
La prima di esse risale a fine maggio '93. Attuando una proposta di Roberto, "Tòne" - al tempo guardia del Parco Naturale delle Dolomiti d'Ampezzo - ci fece scoprire con piacere l'aspro costone, fitto di mughi e quasi vergine di tracce umane e di sostanziali difficoltà, che dal ponte metallico sul Felizon sale per 500 metri di dislivello fino in vetta.
Rimontato il costone, non senza sudore, aggirammo per cenge l'ultimo dosso e ci portammo a Forcella Bassa - "falso" valico ben visibile da Fiames - donde, con uno strappo tra erbe e detriti, dopo un buon paio d'ore dalla partenza toccammo il punto più alto.
Nonostante le visibili tracce belliche, ebbi allora l'impressione di aver toccato la meta più sconosciuta, remota e dimenticata che mai avessi immaginato. Volli vedere se il Pezovico avesse una storia alpinistica:  ce l'ha ed è fatta di un solo capitolo. 
L'unica via aperta finora, con difficoltà fino al VI, sale la parete fessurata sud-ovest, affacciata sulla strada d'Alemagna. Tentata da Casara negli anni '40 e più di trent'anni dopo da Ghedina e Menardi di Cortina, fu superata il 23-24 febbraio '92 da Pozza e Petillo, che bivaccarono sotto la cima e poi scesero avventurosamente a nord, su terreno ignoto a entrambi.
Di escursionisti che conoscessero il Pezovico, invece, non avevo notizie. Così, spinto dalla voglia di condividere la mia scoperta, vi tornai con un amico a metà maggio '96. Di entrambe le salite, mi resta ancora la sensazione provata nel seguire, quasi annusandole, le peste degli ungulati nella coltre di mughi, spessa, torrida e stancante ma riparata dagli strapiombi che fasciano la cima; in seguito indugiai spesso sulla rocca di Podestagno, prospiciente il lato della salita, ripercorrendo mentalmente le tracce allora seguite.
Il Pezovico giustificò senz'altro l'impegno che ci richiese: non fece sconti, per cui oggi lo indico solo a chi, convenientemente preparato e sicuro nel muoversi in recessi tanto inselvatichiti, possa apprezzare a 360° una cima lontana, primigenia, priva da agevolazioni e quasi unica per contesto ambientale. 
Lassù tra erbe, detriti e mughi, si dividerà lo spazio con i gracchi, forse i lenti cerchi dell’aquila o anche il balzo furtivo di qualche camoscio: ma soprattutto, con un'impagabile immobilità.

13 lug 2017

Guardando i "barance del banco" sulla Punta della Croce


A destra la Punta della Croce,
con i "barance del banco" (foto E.M.)
La Punta della Croce è la mediana delle tre elevazioni a ovest di Forcella Pomagagnon, sulla dorsale omonima. Il nome della cima, che nel 1899 von Glanvell accomunava alla vicina Punta Fiames con l'unico nome di Teston del Pomagagnon, deriva da una croce di legno, posta sul culmine dalla guida Giuseppe Ghedina, prima del 1883; rovinata da un fulmine nel 1901, la croce sparì e non fu mai rimpiazzata.
Il versante nord della Punta, che scivola in Val Pomagagnon con erbe, detriti e rocce inclinate, fu salito già in tempi remoti da cacciatori, pastori o topografi. Gli scopritori della parete sud, rivolta a Cortina e alta 600 m, furono invece Felix Pott di Vienna con le guide Giovanni Cesare Siorpaes e Agostino Verzi, il 24.8.1900.
Dell'ascensione si trova un riferimento a pagina 107 della "Guida della Valle d'Ampezzo e dei suoi dintorni" di Bruno Apollonio, Giuseppe Lacedelli e Angelo Majoni, pubblicata sia in italiano che in tedesco nel 1905: ... La punta a sinistra che presenta suppergiù le stesse attrattive e le stesse difficoltà (di “quella a destra della frana ghiaiosa”, cioè la Costa del Bartoldo, n.d.r.) fu salita per la prima volta il 25 agosto 1900 dal Signor Felice Pott di Vienna colla guida Agostino Verzi e denominata “Via Pott” ...
Sullo zoccolo della Punta emerge un'ampia mugheta, di cui Antonio Berti dà notizia già nel 1908 in "Le Dolomiti del Cadore", definendola "larga cengia erbosa". Quasi sospesa sulla muraglia a circa 100 m dalle ghiaie basali, la cengia era una meta comune soprattutto a inizio secolo, quando guide e clienti vi sostavano per riposarsi e cambiare le scarpe, prima di salire la parete. 
Oggetto di visite anche illustri (tra le tante, il Re Alberto dei Belgi, salito nel settembre 1912 con Antonio Dimai, Agostino Verzi e Angelo Dibona), oggi il luogo è calpestato di rado: nel 1981, vi trovai tracce di camosci, ma anche una lattina di Coca Cola... 
Già all'inizio del '900, esso aveva un nome: i barance del banco. Quale banco fosse, lo ignoro; l'oronimo però deve comunque aver avuto un'origine e un significato, anche se impalliditi nel tempo... 
Secondo Orazio De Falkner, che con Grace Filder (poi Contessa di Campello), Antonio Dimai, Antonio Constantini e Zaccaria Pompanin effettuò la III salita della parete il 10.10.1900 (la II era stata compiuta in settembre da J. Pott, Dimai e Angelo Zangiacomi) e ne scrisse sul Bollettino del CAI del 1901, gli ampezzani definivano la cengia di erba e mughi i barance de(l) Santo
Non so bene il perché …, affermava l'alpinista; noi potremmo credere che Santo, nome - tra l'altro - non comune a Cortina, fosse stato il pioniere dolomitico Santo Siorpaes, padre di Giovanni Cesare, che si spense il 12.12.1900, quindi poco dopo la prima scalata della Punta. 
Accanito cacciatore, magari Santo avrà vagabondato tra quei mughi già in gioventù, più sulle orme di qualche preda che come alpinista attratto da quella non semplice parete. 
A chi la ragione? A noi basterebbe capire se, prima del principio del XX secolo (del quale peraltro visse un anno solo), Santo avesse già bazzicato in quell'angolo, non tanto difficile da raggiungere e che serviva a cacciatori e alpinisti, mentre oggi vedrà soltanto qualche sparuto camoscio; o in alternativa, quale fosse il banco che trasmise a quel pezzo di Dolomiti un oronimo caduto nell'oblio.

11 lug 2017

Le guide di Cortina dei Terschak, pionieri del turismo ampezzano

Studiando la storia turistica di Cortina, ero convinto che l'impegno pubblicistico a favore del turismo di Federico Terschak, nostro cittadino benemerito del quale, il prossimo 18 agosto, saranno trascorsi 40 anni dalla morte, fosse cominciato con la “Guida illustrata di Cortina d'Ampezzo e della conca ampezzana”, uscita nel 1929 dallo Studio Editoriale Dolomiti e ristampata per una ventina di volte, in italiano e in tedesco e con qualche variazione di titolo e editore. 
L'altro giorno però, a seguito di uno scambio di  idee e di pubblicazioni con un amico, anch'egli cultore delle opere di Terschak, ho aggiornato con piacere le mie informazioni sull'argomento.
Terschak, nato nel 1890 a Monaco di Baviera e giunto in Ampezzo all'età di sette anni, debuttò come scrittore nel 1914, pubblicando col padre Emil, alpinista e rinomato fotografo (1858-1915), la “Führer durch Ampezzo und die Hochtouren um Cortina”: la seconda edizione della guida, accresciuta e migliorata, uscì per i tipi della Verlag S. Hirzel di Lipsia ancora nello stesso anno. 
La guida di Cortina d'Ampezzo di E. e F. Terschak,
II edizione, Leipzig 1914 (raccolta E.M.)
Il volume contiene belle immagini  di scalate e di rifugi scattate anche da Federico, che fino alla metà degli anni Trenta del '900 svolse una buona attività in montagna, sia d'estate che d'inverno, con guide alpine e per conto proprio.
Nel 1923 Terschak affidò alla Tipografia A. Ronzon di Longarone la sua prima “Guida di Cortina” in italiano; di essa risultava editore, mentre le sorelle Emma e Giovanna Apollonio, titolari di un negozio di "chincaglieria", detenevano la proprietà riservata dei testi.
Corredato da una carta automobilistica curata dall'Ufficio Viaggi A. Dandrea, che descrive le “gite giornaliere attraverso le Dolomiti con automobili di lusso” con gli orari degli autoservizi disponibili, dopo una prefazione il piccolo volume contiene cenni storico-descrittivi del paese, elenchi di passeggiate, gite e attività invernali e cenni pratici sugli alberghi, le ville e le case private, gli esercizi commerciali e i servizi turistici offerti da Cortina nel primo dopoguerra.
Dalle pagine di quella non comune "Guida", prive di immagini e di colori, emerge già tutto l'impegno del giovane "Fritz", che - dopo gli sconvolgimenti dovuti al conflitto e il passaggio di Cortina al Regno d'Italia - si attivò sempre per instradare il paese sui binari del turismo interno e internazionale, svolgendo un compito meritorio e duraturo.

05 lug 2017

Il Campanile Dimai, un Eden beato

Ho visitato più volte con gli amici, ma una anche in solitaria, il Campanile Dimai, massiccio risalto dolomitico che si eleva subito a sud di Forcella Pomagagnon. 
Noto come "Teston del Pomagagnon", all'inizio del XX secolo il campanile fu intitolato dalle guide alpine ampezzane al collega Antonio Dimai Déo, che il 22.VIII.1905 - con Agostino Verzi Scèco e le sorelle Ilona e Rolanda von Eötvös – lungo la parete sud fece una delle sue imprese di maggior impegno. 
Sulla cima, ottimo punto panoramico su Cortina, nel secondo dopoguerra alcuni cadorini fissarono una targa metallica, che già negli anni in cui salii lassù versava in condizioni precarie. 
Il manufatto recava i nomi di due ragazzi poco più che ventenni, il “Ragno” di Pieve Gemolo Cimetta "Cif" e l’ampezzano Giovanni Caldara, che  il 3.VIII.1947 caddero dal Campanile, forse mentre salivano proprio la via Dimai.
Anni fa avevo informato della targa i “Ragni”, che cortesemente mi assicurarono il loro interessamento per la sistemazione. Non ho più visitato il Campanile, ma sono sicuro che - grazie ai dinamici ragazzi cadorini e al loro rispetto per la propria storia - la targa, tanto scolorita da essere quasi indecifrabile, ha ripreso vita, e invito chi passerà da quelle parti a dedicarle un minuto di interesse.
Campanile Dimai, dal rifugio Mietres
(foto E.M., 24.8.08)
Fra circa un mese saranno trascorsi settant'anni dalla disgrazia occorsa a Gemolo e Giovanni: piace pensare che il ricordo dei due scalatori possa sopravvivere su quelle rocce, dove - anche se il Campanile vanta vie di varia difficoltà - penso che non si arrampichino mai in tanti. 
Salvo errori, sulla cima c’è solo la targa e un ometto. Non una croce né un libro di vetta accolgono chi - uscendo dalla traccia che unisce la Punta Fiames a Forcella Pomagagnon - può giungere lassù in mezz'ora di salita per roccette e detriti: la "via normale" è evidente, marcata da qualche ometto e nel complesso non richiede gran impegno. 
Il campanile dedicato un secolo fa a "Tòne Déo", che sembra lo abbia salito per l'ultima volta, ormai anziano, intorno al 1939, cela tra le sue pieghe un piccolo Eden: beato, se confrontato con l'affollamento della modaiola Punta Fiames che, grazie alla presenza della via ferrata Strobel e all'ottima roccia delle sue pareti e spigoli, da decenni è battuta quasi in ogni stagione dell'anno. 

02 lug 2017

Crosc de (Sciora) Ester e Cojina del Moisar: spunti per fare quattro passi

Sulla ripida strada bianca che da Lacedèl, aggirando a nord lo sperone di Crépa, raggiunge Pocòl  - e fino al 1909 fu l'unico collegamento viario fra Cortina e il Passo Falzarego -, agli occhi più attenti non può sfuggire una croce lignea posta al limite del bosco e rinnovata di recente, che reca una targa. 
La croce fu collocata lassù a memoria di un fatto accaduto l' 8 agosto del 1889: in quel luogo Ester Sprood di Bristol, anziana consorte del calzolaio Andrea Constantini con cui probabilmente abitava in una casa vicina, morì mentre passeggiava, a causa di un colpo apoplettico o di un fulmine. 
Il ricordo dell'anglosassone ha dato origine al nome che identifica il luogo, "Crosc de Ester" o "de Sciora Ester". Negli anni '90, operazioni di esbosco nell'area circostante causarono danni al manufatto, subito risistemato per interessamento del Vicesindaco del tempo. Circa cinque anni fa, poi, la croce è stata risanata, abbellita con un tettuccio in lamiera e una nuova targa e resa degna di sosta e di attenzione, per merito di un gruppo di frazionisti di Lacedèl. 
La rinnovata "Crosc de (Sciora) Ester"
(foto R. Vecellio 2016, g.c.)
Essa costituisce un gradito segno di rispetto, prima di tutto nei confronti di una donna giunta da molto lontano per accasarsi a Cortina, poi verso il luogo e il suo nome, acquisito nella toponomastica ampezzana ma perlopiù sconosciuto alle ultime generazioni. 
Poco lontano dal crocifisso si trova un’altra curiosità naturale e culturale: tra le piante alle spalle del manufatto emerge, infatti, un masso un po' strapiombante, detto ab antiquo “Cojina - cucina - del Moisar”. 
Lo studioso Giuseppe Richebuono ritiene che il nome si leghi ad un tale  Angelo Ardovara del villaggio di Còl (secondo Illuminato de Zanna, era invece un Dadié di Campo). Il nomignolo - di origine tirolese, registrato nei vocabolari ampezzani come aggettivo - deriverebbe dalla caratteristica del personaggio, "lento nel pensare e nell'agire, un po' tonto".
Pare che il Moisar avesse adattato lo spazio sotto il masso a ricovero-cucina, e là consumasse i suoi pasti in solitudine: da qui il particolare antroponimo. Cinquant'anni fa il Sestiere di Azon ripropose la figura dell'Ardovara o Dadié che fosse, su un carro di Carnevale dal titolo "El landro - caverna - del Moisar".
La croce e il masso retrostante - che distano pochi minuti dalle case di Lacedèl e Còl e possono costituire la meta di una breve e interessante passeggiata - nonché l'origine dei due toponimi, oggi sfuggono sempre più all'attenzione di locali e non. 
Perché non raccogliere e descrivere organicamente i nomi di luogo ampezzani legati a fatti e persone come "Crosc de (Sciora) Ester" e "Cojina (Landro) del Moisar", che presto o tardi rischieranno ineluttabilmente di perdersi?
Si arricchirebbe così la conoscenza di ospiti, residenti e appassionati e si affiderebbero al ricordo frammenti poco noti della nostra storia.

Ritorno al Salzla

Domanda: quanti saranno gli alpinisti, specialmente di lingua italiana, che spesso neppure sanno localizzare i Gsieser Berge-Monti di Casie...