26 lug 2017

Argìa e il rifugio Monte Piana

Il 22 luglio scorso si è spenta novantenne nella Casa di Riposo di Pieve di Cadore Severina Mazzorana: chi ha buona memoria, la ricorderà senz'altro col nome di Argìa e il cognome De Francesch. Dagli anni Sessanta del '900, con i familiari, Argìa fu l'”anima” del rifugio alpino dedicato al Maggiore Angelo Bosi, che sorge a 2205 metri di quota sul Monte Piana, tra Misurina e Carbonin.
Il rifugio sul Monte Piana, in una cartolina
di epoca imprecisata (archivio E. Majoni)
Il marito Giovanni De Francesch - originario di Col di Cugnan - aveva acquistato nel 1962 da Giuseppe e Lino Coin di Mirano, a loro volta proprietari dai primi anni Cinquanta, l'edificio costruito in legno su iniziativa di Agostino Martinelli Bianchi, ex Capitano degli Alpini, e inaugurato nel giugno 1931 per offrire ristoro agli ex combattenti che salivano sul Piana cercando i ricordi della guerra appena conclusa e per commemorare i compagni caduti. L'edificio, poi riedificato in muratura a due piani, in tempo di guerra aveva ospitato il Comando tattico del 3° battaglione del 55° reggimento fanteria "Treviso" della Brigata Marche.
Tra il 1965 e il 1972, De Francesch ristrutturò e ampliò il rifugio, posto sul versante sud-est del vasto tavolato del Monte Piana a mezz'ora di cammino dalla sommità, ricavando l'attuale struttura, che gestì con la moglie Argìa e i figli e tante persone ricordano come gradito obiettivo di escursioni, durante quasi tutto l'anno.
Privata anzitempo del consorte e dell'ancora giovane figlia Mirka, che le fece per molti anni da spalla nel rifugio, Argìa se n'è andata serenamente lasciando il figlio Mauro a portare avanti, con la moglie e le due figlie, l'esercizio che conserva il nome dell'eroico soldato romagnolo Angelo Bosi, caduto il 17 luglio 1915 sul "Monte Pianto”. 
Nel rifugio e in tanti dei suoi abituali frequentatori ora resterà anche il ricordo di Argìa e Giovanni che, con il loro lavoro, dedizione e senso di ospitalità hanno saputo avvalorare un luogo cruciale per la storia nazionale del '900, oggi arricchito dal Museo storico all'aperto della grande guerra, che ogni anno attrae visitatori da numerose nazioni.

24 lug 2017

Il "Cinque Torri": albergo e poi rifugio, ricco di storia

Lungo la via d'accesso alla capanna Sachsendank, edificata nel 1883 sul Nuvolàu, a un’ora abbondante di marcia da quella e alla base della Torre Grande d’Averàu, il 14 giugno 1904 apriva i battenti l’Albergo Cinque Torri. 
Voluta dagli avveduti ampezzani Giuseppe e Mansueto Manaigo da Lago e Agostino Colli Codèsc, che ampliarono un fabbricato di legno già esistente, la costruzione - dotata dei requisiti di un autentico hotel d'alta quota - fu benedetta il 4 ottobre dello stesso anno. 
Per arrivarci, attraverso Crépa e Cianzopé, ci volevano non meno di quattro ore da Cortina. Posto in mezzo a distese prative interamente falciate, l'Albergo serviva da tappa intermedia verso il rinomato belvedere del Nuvolàu; con esso però si voleva in primo luogo favorire la conoscenza delle Torri d’Averàu, pinnacoli di varie forme e altezze noti agli alpinisti fin dal 1880, ma in gran parte ancora da scoprire. 
Sorgendo a ridosso del fronte, durante la Grande Guerra la zona circostante l'Albergo fu fortificata con trincee e postazioni, oggi ripristinate e visitabili con un bel percorso della memoria; per un certo tempo, inoltre, l'Albergo fu adibito a sede del Comando della Brigata Reggio, 45° e 46° Reggimento di Fanteria. 
Pressoché risparmiato da entrambi i conflitti del '900, nel 1937 il Cinque Torri, divenuto Rifugio, era stato comprato dal guardacaccia Pietro Alberti Lèlo. Salve alcune brevi interruzioni, in cui la gestione fu tenuta da altri, la famiglia Alberti - giunta alla quarta generazione con Massimo (valente chef) e con la vigile supervisione di mamma Ines e papà Uberto - è lassù da ottant'anni. 
Campo base del gruppo di alpinisti nato l'1.7.1939 col nome di "Società Rocciatori Sciatori Scoiattolo", che sulle Torri apprese e portò ai massimi livelli l’arte dell’arrampicata, nel 1963 il rifugio fu ammodernato, e a quei lavori negli anni ne seguirono altri, fino al nuovo parcheggio, aperto nel 2016 al termine della strada che sale da Cianzopè. 
Il rifugio Cinque Torri con la Torre Grande d'Averau
(cartolina datata 1949, raccolta E.M.)
Dopo la frana del settembre 1976, che obbligò a ricostruire con criteri moderni gran parte della strada d'accesso, oggi si sale fino ai piedi della Torre Grande in auto. La strada asfaltata, sempre chiusa al traffico in alta stagione, non ha però intaccato più di tanto l'atmosfera che si respira "su dal Lèlo"! 
Il rifugio Cinque Torri è amato e frequentato, da escursionisti, alpinisti e climbers:  offre un ampio ventaglio di vie di roccia dal I-II fino ai gradi estremi, oltre a belle passeggiate, traversate e suggestivi panorami; tra le sue mura echeggiano ancora tante delle storie che iniziarono lassù 140 anni fa. 
Dopo aver ricevuto nell'aprile 1976 sulle Torri il battesimo in roccia (salendo in giornata la Lusy, la IV Bassa e l'Inglese, con Carlo, Ivo e Luciano), nel 2004 ebbi dalla famiglia Albertì l'onorevole e gradito incarico di scrivere la "biografia" del rifugio centenario. 
Il lavoro che ne sortì ebbe un buon successo, è ancora in circolazione e ha aggiunto qualche bella e spesso inedita notizia alla storia ampezzana del Novecento. 
Ai piedi della Grande d'Averàu e delle sue vie più classiche - la Myriam, di cui il 29 giugno è caduto il 90° della prima salita delle guide Angelo e Giuseppe Dimai Déo con Arturo Gaspari Becheréto; il Riss (1932); la Diretta Dimai (1934); la Franceschi (1936) - si gode sempre di una calda ospitalità e di un'ottima cucina; il Cinque Torri resta un caposaldo indefettibile per la conoscenza della conca ampezzana, al quale saliamo sempre con affetto.

20 lug 2017

Dal "Tofana" al "Cantore" e al "Giussani": tre nomi per un rifugio

16.8.1886: due settimane prima della morte del novantenne capostipite delle guide alpine ampezzane Francesco Lacedelli “Chéco da Melères”, che aveva accompagnato Paul Grohmann sia sulla Tofana di Mezzo (29.8.1863) che su quella di Ròzes (29.8.1864), apriva la Tofanahütte in Forcella Fontananegra. 
Secondo ricovero ampezzano in alta quota dopo la Sachsendank in cima al Nuvolàu, la capanna - voluta dalla giovane Sezione locale del Club Alpino Tedesco-Austriaco col sostegno della Sezione di Salisburgo del medesimo Club - si trovava a 2545 m d'altezza sulla sella detritica alla testata del "Valon", tra la prima e la seconda Tofana e distava da Cortina quattro ore di cammino.
Testimone delle imprese ottocentesche sulle vette circostanti, semidistrutta durante la Prima Guerra Mondiale perché venutasi a trovare in posizione strategica, il 5.9.1921 la capanna fu sostituita dalla caserma italiana eretta al suo fianco.  La Sezione Cai Cortina, rinata l'anno precedente, intitolò il grande rifugio al “Papà degli Alpini”, il Generale Antonio Cantore, ucciso il 20.7.1915 mentre da una trincea scrutava i movimenti nelle postazioni austriache attorno alla Forcella. 
Il rifugio dedicato ad  Antonio Cantore
in una storica cartolina (archivio  E.M.)
Condotto per molte stagioni dalle guide Angelo Colle Nèno (1869-1960) e Serafino Siorpaes de Valbòna (1870-1945), nel 1928 e poi nel 1930 il Cantore fu interessato da interventi di miglioria, che lo resero sempre più confortevole. 
Fortunatamente non patì danni sostanziali a causa del secondo conflitto, e nel dopoguerra la sua gestione venne affidata dapprima a Giuseppe Ghiretti "Bepino Mòidel", e in seguito alla guida Bruno Menardi Madèrla ("Gim").
Il 17.9.1972 s'inaugurò sulla Forcella un terzo rifugio, progettato dall'ingegnere Luigi Menardi Malto, finanziato dalla Banca Commerciale Italiana e dalla Sottosezione Comit del Cai Milano e donato al Cai Cortina, che fu intitolato a Camillo Giussani (1879-1960), avvocato, alpinista, dirigente d'azienda e scrittore milanese. 
Il Cantore fu abbandonato, mentre la capanna Tofana, accuratamente ripristinata, venne riaperta il 18.6.1994 con una festicciola che ricordiamo bene, rallegrata - fra i tanti - da alcune guide oggi scomparse: Bruno Menardi, ultimo gestore del Cantore, Luigi Ghedina Bibi e Lino Lacedelli. Da allora, lo storico edificio funge da bivacco invernale del Giussani. 
Punto d’appoggio per la via normale e per la via ferrata Giovanni Lipella in Tofana di Ròzes, nonché per le salite sulle pareti circostanti, la Cengia Paolina, la traversata in Val Travenanzes e per altre possibilità, il rifugio Giussani è stato condotto per 38 anni da Vittorio Dapoz e famiglia. 
Con il ritiro nel 2011 di "Tòio", simpatico e apprezzato conduttore, la Sezione Cai proprietaria ha affidato la gestione dell'immobile al figlio Mauro, maestro di sci e attuale capo della Stazione ampezzana del Soccorso Alpino.

18 lug 2017

Il Pezovico, un angolo di Dolomiti ostico e disertato

Fra più di 3000 descrizioni di salite a vette alpine di ogni difficoltà, impegno e lunghezza, il sito www.vienormali.it contiene forse l'unica relazione disponibile dell'ascensione del Pezovico, ostico e disertato recesso dei monti ampezzani.
Testata d'angolo della dorsale del Pomagagnon, la cima  - che reca un nome antico quanto oscuro - s'impone dall'alto della modesta quota di 1933 metri sulla piana di Fiames e sulla ciclabile verso Dobbiaco.
Affiancata da un risalto senza nome, che la supera di 80 metri e non sarebbe difficile toccare da Forcella Alta - se questa non fosse un po' complicata da avvicinare, per il deterioramento delle tracce che vi salgono da sud - nel 1915-1917 il Pezovico fu munito di opere difensive dagli italiani, e in seguito traforato dalle gallerie dell'ex linea ferroviaria Cortina-Dobbiaco.
Ignorato in Dolomiti Orientali di Antonio Berti e liquidato come poco rilevante in Cristallogruppe und Pomagagnonzug dei coniugi Schmidt (1981), è stato succintamente citato in Gruppo del Cristallo (1996) da Luca Visentini; l'autore, pur meticoloso, non fornì alcun dettaglio sulla salita, non avendola compiuta e basandosi su quanto riferitogli dal sottoscritto, che a essa annovera due visite.
La doppia cima del Pezovico, in alto a destra Forcella Alta
e sullo sfondo la Croda de r'Ancona (foto I.D.F., 14.10.11)
La prima di esse risale a fine maggio '93. Attuando una proposta di Roberto, "Tòne" - al tempo guardia del Parco Naturale delle Dolomiti d'Ampezzo - ci fece scoprire con piacere l'aspro costone, fitto di mughi e quasi vergine di tracce umane e di sostanziali difficoltà, che dal ponte metallico sul Felizon sale per 500 metri di dislivello fino in vetta.
Rimontato il costone, non senza sudore, aggirammo per cenge l'ultimo dosso e ci portammo a Forcella Bassa - "falso" valico ben visibile da Fiames - donde, con uno strappo tra erbe e detriti, dopo un buon paio d'ore dalla partenza toccammo il punto più alto.
Nonostante le visibili tracce belliche, ebbi allora l'impressione di aver toccato la meta più sconosciuta, remota e dimenticata che mai avessi immaginato. Volli vedere se il Pezovico avesse una storia alpinistica:  ce l'ha ed è fatta di un solo capitolo. 
L'unica via aperta finora, con difficoltà fino al VI, sale la parete fessurata sud-ovest, affacciata sulla strada d'Alemagna. Tentata da Casara negli anni '40 e più di trent'anni dopo da Ghedina e Menardi di Cortina, fu superata il 23-24 febbraio '92 da Pozza e Petillo, che bivaccarono sotto la cima e poi scesero avventurosamente a nord, su terreno ignoto a entrambi.
Di escursionisti che conoscessero il Pezovico, invece, non avevo notizie. Così, spinto dalla voglia di condividere la mia scoperta, vi tornai con un amico a metà maggio '96. Di entrambe le salite, mi resta ancora la sensazione provata nel seguire, quasi annusandole, le peste degli ungulati nella coltre di mughi, spessa, torrida e stancante ma riparata dagli strapiombi che fasciano la cima; in seguito indugiai spesso sulla rocca di Podestagno, prospiciente il lato della salita, ripercorrendo mentalmente le tracce allora seguite.
Il Pezovico giustificò senz'altro l'impegno che ci richiese: non fece sconti, per cui oggi lo indico solo a chi, convenientemente preparato e sicuro nel muoversi in recessi tanto inselvatichiti, possa apprezzare a 360° una cima lontana, primigenia, priva da agevolazioni e quasi unica per contesto ambientale. 
Lassù tra erbe, detriti e mughi, si dividerà lo spazio con i gracchi, forse i lenti cerchi dell’aquila o anche il balzo furtivo di qualche camoscio: ma soprattutto, con un'impagabile immobilità.

13 lug 2017

Guardando i "barance del banco" sulla Punta della Croce


A destra la Punta della Croce,
con i "barance del banco" (foto E.M.)
La Punta della Croce è la mediana delle tre elevazioni a ovest di Forcella Pomagagnon, sulla dorsale omonima. Il nome della cima, che nel 1899 von Glanvell accomunava alla vicina Punta Fiames con l'unico nome di Teston del Pomagagnon, deriva da una croce di legno, posta sul culmine dalla guida Giuseppe Ghedina, prima del 1883; rovinata da un fulmine nel 1901, la croce sparì e non fu mai rimpiazzata.
Il versante nord della Punta, che scivola in Val Pomagagnon con erbe, detriti e rocce inclinate, fu salito già in tempi remoti da cacciatori, pastori o topografi. Gli scopritori della parete sud, rivolta a Cortina e alta 600 m, furono invece Felix Pott di Vienna con le guide Giovanni Cesare Siorpaes e Agostino Verzi, il 24.8.1900.
Dell'ascensione si trova un riferimento a pagina 107 della "Guida della Valle d'Ampezzo e dei suoi dintorni" di Bruno Apollonio, Giuseppe Lacedelli e Angelo Majoni, pubblicata sia in italiano che in tedesco nel 1905: ... La punta a sinistra che presenta suppergiù le stesse attrattive e le stesse difficoltà (di “quella a destra della frana ghiaiosa”, cioè la Costa del Bartoldo, n.d.r.) fu salita per la prima volta il 25 agosto 1900 dal Signor Felice Pott di Vienna colla guida Agostino Verzi e denominata “Via Pott” ...
Sullo zoccolo della Punta emerge un'ampia mugheta, di cui Antonio Berti dà notizia già nel 1908 in "Le Dolomiti del Cadore", definendola "larga cengia erbosa". Quasi sospesa sulla muraglia a circa 100 m dalle ghiaie basali, la cengia era una meta comune soprattutto a inizio secolo, quando guide e clienti vi sostavano per riposarsi e cambiare le scarpe, prima di salire la parete. 
Oggetto di visite anche illustri (tra le tante, il Re Alberto dei Belgi, salito nel settembre 1912 con Antonio Dimai, Agostino Verzi e Angelo Dibona), oggi il luogo è calpestato di rado: nel 1981, vi trovai tracce di camosci, ma anche una lattina di Coca Cola... 
Già all'inizio del '900, esso aveva un nome: i barance del banco. Quale banco fosse, lo ignoro; l'oronimo però deve comunque aver avuto un'origine e un significato, anche se impalliditi nel tempo... 
Secondo Orazio De Falkner, che con Grace Filder (poi Contessa di Campello), Antonio Dimai, Antonio Constantini e Zaccaria Pompanin effettuò la III salita della parete il 10.10.1900 (la II era stata compiuta in settembre da J. Pott, Dimai e Angelo Zangiacomi) e ne scrisse sul Bollettino del CAI del 1901, gli ampezzani definivano la cengia di erba e mughi i barance de(l) Santo
Non so bene il perché …, affermava l'alpinista; noi potremmo credere che Santo, nome - tra l'altro - non comune a Cortina, fosse stato il pioniere dolomitico Santo Siorpaes, padre di Giovanni Cesare, che si spense il 12.12.1900, quindi poco dopo la prima scalata della Punta. 
Accanito cacciatore, magari Santo avrà vagabondato tra quei mughi già in gioventù, più sulle orme di qualche preda che come alpinista attratto da quella non semplice parete. 
A chi la ragione? A noi basterebbe capire se, prima del principio del XX secolo (del quale peraltro visse un anno solo), Santo avesse già bazzicato in quell'angolo, non tanto difficile da raggiungere e che serviva a cacciatori e alpinisti, mentre oggi vedrà soltanto qualche sparuto camoscio; o in alternativa, quale fosse il banco che trasmise a quel pezzo di Dolomiti un oronimo caduto nell'oblio.

11 lug 2017

Le guide di Cortina dei Terschak, pionieri del turismo ampezzano

Studiando la storia turistica di Cortina, ero convinto che l'impegno pubblicistico a favore del turismo di Federico Terschak, nostro cittadino benemerito del quale, il prossimo 18 agosto, saranno trascorsi 40 anni dalla morte, fosse cominciato con la “Guida illustrata di Cortina d'Ampezzo e della conca ampezzana”, uscita nel 1929 dallo Studio Editoriale Dolomiti e ristampata per una ventina di volte, in italiano e in tedesco e con qualche variazione di titolo e editore. 
L'altro giorno però, a seguito di uno scambio di  idee e di pubblicazioni con un amico, anch'egli cultore delle opere di Terschak, ho aggiornato con piacere le mie informazioni sull'argomento.
Terschak, nato nel 1890 a Monaco di Baviera e giunto in Ampezzo all'età di sette anni, debuttò come scrittore nel 1914, pubblicando col padre Emil, alpinista e rinomato fotografo (1858-1915), la “Führer durch Ampezzo und die Hochtouren um Cortina”: la seconda edizione della guida, accresciuta e migliorata, uscì per i tipi della Verlag S. Hirzel di Lipsia ancora nello stesso anno. 
La guida di Cortina d'Ampezzo di E. e F. Terschak,
II edizione, Leipzig 1914 (raccolta E.M.)
Il volume contiene belle immagini  di scalate e di rifugi scattate anche da Federico, che fino alla metà degli anni Trenta del '900 svolse una buona attività in montagna, sia d'estate che d'inverno, con guide alpine e per conto proprio.
Nel 1923 Terschak affidò alla Tipografia A. Ronzon di Longarone la sua prima “Guida di Cortina” in italiano; di essa risultava editore, mentre le sorelle Emma e Giovanna Apollonio, titolari di un negozio di "chincaglieria", detenevano la proprietà riservata dei testi.
Corredato da una carta automobilistica curata dall'Ufficio Viaggi A. Dandrea, che descrive le “gite giornaliere attraverso le Dolomiti con automobili di lusso” con gli orari degli autoservizi disponibili, dopo una prefazione il piccolo volume contiene cenni storico-descrittivi del paese, elenchi di passeggiate, gite e attività invernali e cenni pratici sugli alberghi, le ville e le case private, gli esercizi commerciali e i servizi turistici offerti da Cortina nel primo dopoguerra.
Dalle pagine di quella non comune "Guida", prive di immagini e di colori, emerge già tutto l'impegno del giovane "Fritz", che - dopo gli sconvolgimenti dovuti al conflitto e il passaggio di Cortina al Regno d'Italia - si attivò sempre per instradare il paese sui binari del turismo interno e internazionale, svolgendo un compito meritorio e duraturo.

05 lug 2017

Il Campanile Dimai, un Eden beato

Ho visitato più volte con gli amici, ma una anche in solitaria, il Campanile Dimai, massiccio risalto dolomitico che si eleva subito a sud di Forcella Pomagagnon. 
Noto come "Teston del Pomagagnon", all'inizio del XX secolo il campanile fu intitolato dalle guide alpine ampezzane al collega Antonio Dimai Déo, che il 22.VIII.1905 - con Agostino Verzi Scèco e le sorelle Ilona e Rolanda von Eötvös – lungo la parete sud fece una delle sue imprese di maggior impegno. 
Sulla cima, ottimo punto panoramico su Cortina, nel secondo dopoguerra alcuni cadorini fissarono una targa metallica, che già negli anni in cui salii lassù versava in condizioni precarie. 
Il manufatto recava i nomi di due ragazzi poco più che ventenni, il “Ragno” di Pieve Gemolo Cimetta "Cif" e l’ampezzano Giovanni Caldara, che  il 3.VIII.1947 caddero dal Campanile, forse mentre salivano proprio la via Dimai.
Anni fa avevo informato della targa i “Ragni”, che cortesemente mi assicurarono il loro interessamento per la sistemazione. Non ho più visitato il Campanile, ma sono sicuro che - grazie ai dinamici ragazzi cadorini e al loro rispetto per la propria storia - la targa, tanto scolorita da essere quasi indecifrabile, ha ripreso vita, e invito chi passerà da quelle parti a dedicarle un minuto di interesse.
Campanile Dimai, dal rifugio Mietres
(foto E.M., 24.8.08)
Fra circa un mese saranno trascorsi settant'anni dalla disgrazia occorsa a Gemolo e Giovanni: piace pensare che il ricordo dei due scalatori possa sopravvivere su quelle rocce, dove - anche se il Campanile vanta vie di varia difficoltà - penso che non si arrampichino mai in tanti. 
Salvo errori, sulla cima c’è solo la targa e un ometto. Non una croce né un libro di vetta accolgono chi - uscendo dalla traccia che unisce la Punta Fiames a Forcella Pomagagnon - può giungere lassù in mezz'ora di salita per roccette e detriti: la "via normale" è evidente, marcata da qualche ometto e nel complesso non richiede gran impegno. 
Il campanile dedicato un secolo fa a "Tòne Déo", che sembra lo abbia salito per l'ultima volta, ormai anziano, intorno al 1939, cela tra le sue pieghe un piccolo Eden: beato, se confrontato con l'affollamento della modaiola Punta Fiames che, grazie alla presenza della via ferrata Strobel e all'ottima roccia delle sue pareti e spigoli, da decenni è battuta quasi in ogni stagione dell'anno. 

02 lug 2017

Crosc de (Sciora) Ester e Cojina del Moisar: spunti per fare quattro passi

Sulla ripida strada bianca che da Lacedèl, aggirando a nord lo sperone di Crépa, raggiunge Pocòl  - e fino al 1909 fu l'unico collegamento viario fra Cortina e il Passo Falzarego -, agli occhi più attenti non può sfuggire una croce lignea posta al limite del bosco e rinnovata di recente, che reca una targa. 
La croce fu collocata lassù a memoria di un fatto accaduto l' 8 agosto del 1889: in quel luogo Ester Sprood di Bristol, anziana consorte del calzolaio Andrea Constantini con cui probabilmente abitava in una casa vicina, morì mentre passeggiava, a causa di un colpo apoplettico o di un fulmine. 
Il ricordo dell'anglosassone ha dato origine al nome che identifica il luogo, "Crosc de Ester" o "de Sciora Ester". Negli anni '90, operazioni di esbosco nell'area circostante causarono danni al manufatto, subito risistemato per interessamento del Vicesindaco del tempo. Circa cinque anni fa, poi, la croce è stata risanata, abbellita con un tettuccio in lamiera e una nuova targa e resa degna di sosta e di attenzione, per merito di un gruppo di frazionisti di Lacedèl. 
La rinnovata "Crosc de (Sciora) Ester"
(foto R. Vecellio 2016, g.c.)
Essa costituisce un gradito segno di rispetto, prima di tutto nei confronti di una donna giunta da molto lontano per accasarsi a Cortina, poi verso il luogo e il suo nome, acquisito nella toponomastica ampezzana ma perlopiù sconosciuto alle ultime generazioni. 
Poco lontano dal crocifisso si trova un’altra curiosità naturale e culturale: tra le piante alle spalle del manufatto emerge, infatti, un masso un po' strapiombante, detto ab antiquo “Cojina - cucina - del Moisar”. 
Lo studioso Giuseppe Richebuono ritiene che il nome si leghi ad un tale  Angelo Ardovara del villaggio di Còl (secondo Illuminato de Zanna, era invece un Dadié di Campo). Il nomignolo - di origine tirolese, registrato nei vocabolari ampezzani come aggettivo - deriverebbe dalla caratteristica del personaggio, "lento nel pensare e nell'agire, un po' tonto".
Pare che il Moisar avesse adattato lo spazio sotto il masso a ricovero-cucina, e là consumasse i suoi pasti in solitudine: da qui il particolare antroponimo. Cinquant'anni fa il Sestiere di Azon ripropose la figura dell'Ardovara o Dadié che fosse, su un carro di Carnevale dal titolo "El landro - caverna - del Moisar".
La croce e il masso retrostante - che distano pochi minuti dalle case di Lacedèl e Còl e possono costituire la meta di una breve e interessante passeggiata - nonché l'origine dei due toponimi, oggi sfuggono sempre più all'attenzione di locali e non. 
Perché non raccogliere e descrivere organicamente i nomi di luogo ampezzani legati a fatti e persone come "Crosc de (Sciora) Ester" e "Cojina (Landro) del Moisar", che presto o tardi rischieranno ineluttabilmente di perdersi?
Si arricchirebbe così la conoscenza di ospiti, residenti e appassionati e si affiderebbero al ricordo frammenti poco noti della nostra storia.

28 giu 2017

Pala Perósego, la facilità di trovarsi soli

23.9.00: dal Passo Tre Croci vado da solo a curiosare sulla Pala Perósego, cima di poco rilievo al termine della dorsale del Pomagagnon e vicina alla sella di Sonforcia. So qualcosa della Pala perché fin dagli anni '70 ho sfogliato spesso le pagine del “Berti”, ma solo di recente in un libro ho trovato la conferma che si può salire senza grandi difficoltà.
Non immagino che, sul quaderno che porto nello zaino con un barattolo, da lasciare in vetta sotto l'ometto, in quattro stagioni e mezza, dopo la mia, vedrò 30 firme di salitori! 
Mi sfiora invece il dubbio di stare facendo una cosa che alla fine potrebbe alimentare solo un piacere quasi infantile, di rivedere - se e quando deciderò di tornare lassù - il nome mio e di chi verrà a sapere della mia scoperta. Ma non sarà proprio così: sulla Pala Perósego troverò i nomi di visitatori locali, di forestieri e persino di qualche straniero, e qualcuno rifarà l'escursione anche più volte.
Ultimi passi verso la cima (foto E.M., maggio 2007)
15.8.02: con Iside sto scendendo dalla Punta Erbing, bella cima della zona. Nel bosco di Larieto troviamo Paolo che torna con alcuni amici (guarda un po'!) dalla Pala, e mi conferma di conoscerla: è un po' orso, e preferisce camminare per montagne minori ed estranee alle masse. Ci troviamo in pieno accordo sull'idea di andare per monti, anche se - schivando comunque le zone più gettonate e affollate - talvolta scegliamo mete un po' più massicce!
22.5.05, fresca giornata primaverile. Siamo di nuovo lassù, a sfogliare curiosi il libro di vetta sotto i sassi. In un quinquennio lo hanno firmato in trenta, dopo aver superato il mezzo tiro di corda di roccia un po' malferma che porta sul culmine, e percorso - i più alti forse in ginocchio, per questioni di equilibrio - la sottile ed esposta lingua d'erba e sassi che sale in cima. 
20.5.07: c'è da rimpiazzare il quaderno, poiché quello collocato sette anni fa è sparito insieme alla custodia, per cause ignote. Torniamo su e lasciamo un'agenda e un nuovo contenitore con l'idea di salire ancora: ma non accadrà più, e così perderò definitivamente il conto delle visite.
Immagino comunque che, dopo mezzo secolo dalla scoperta della prima via sullo spigolo sud (11.5.68), di rado giunga ancora qualcuno sul vertice della Pala, dopo averne scalato le pareti: mai avrei pensato poi che alcuni lasciassero il placido sentiero tra le forcelle Sonforcia e Zumeles, per avvicinarsi a quella montagnola dall'irto nome di Perósego. 
Sul "mio" primo libro di vetta, invece, c'era persino la firma di uno che, in un inverno piuttosto asciutto, aveva preferito allo sci sulle vicine piste del Cristallo qualche ora di svago tra mughi e rocce, snobbate dagli habituées delle Tofane e del Cristallo, ma dove sarà sempre facile trovarsi soli.

21 giu 2017

La Madonna della Solitudine: un luogo, un nome, una nuova targa

Scrivo ancora del luogo detto Madonna della Solitudine, perché da poco esso possiede un nuovo orpello: una targa di bronzo a ricordo del Bivacco Pia Helbig Dall'Oglio, eretto dalla Fondazione Berti per iniziativa dell'Accademico del Cai Marino Dall'Oglio all'imbocco della Val Montejèla, inaugurato il 19 settembre 1965 e demolito nel 2013 dal Cai Cortina per vetustà e anni di cattivo utilizzo.
Pochi sapranno che in quell'angolo del gruppo della Croda Rossa d'Ampezzo c'è una statuina sacra; altrettanto pochi poi conosceranno l'origine del suo nome, promosso a toponimo e registrato in carte e pubblicazioni. 
Siamo a 2000 m di quota, alle falde delle Jeràlbes ("ghiaie bianche", in realtà rocce grigio-rossastre) che sostengono a nord-ovest la Val Montejèla, cuore del Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo. 
Qui il sentiero che sale da Ra Stua si sdoppia. Lasciato a sinistra quello numerato con lo 0 (ufficialmente interdetto dal Parco), che presso la croce dedicata al pastore Simone Alverà "Grisc" s'innesta in quello diretto a Fòsses, esso supera un ripido declivio erboso e termina nel sito in cui sorgeva il Bivacco.
Sul bivio, in una nicchia delle Jeràlbes, il 29 settembre 1946 gli ampezzani Illuminato de Zanna "Bianco" e Guido Ghedina "Ponùco" si recarono a collocare di propria iniziativa una statua della Vergine.
Il gesto risale ormai a decenni fa: da lungo tempo i due autori dimorano nel mondo dei più, ma la statuetta veglia sempre sui passanti, ha dato il nome al luogo e alla fine del '900 ne è stata "rotta" la solitudine, murandole accanto una piastrella dipinta a ricordo di una giovane defunta. 
Da poco poi, ai piedi della Madonna il Cai Cortina ha aggiunto una targa per ricordare il Bivacco demolito e il suo finanziatore. La parete si è così riempita di simboli, incluse le scritte ormai stinte con le iniziali di de Zanna e Ghedina, le date di collocazione della statuina e dell'ultima visita di Illuminato, salito lassù a 86 anni nel 1982. Non mancano neppure le tracce di una vecchia via di Eugenio Cipriani, e si spera che a questo punto sia sufficiente.
La Madonna della Solitudine sulle Jeràlbes
(foto Roberto Vecellio, giugno 2017)
Aggiungo che anni fa il luogo fu al centro di una "bufala". Qualcuno equivocò, avendo raccolto chissà dove il toponimo Val Ponùco, giudicandolo autoctono e antico, e volendo cimentarsi nell'etimologia di quel presunto, oscuro relitto linguistico. Era solo un "pesce d'aprile": il nome della fantomatica valle era lo stesso della famiglia, oggi non più presente, di Guido Ghedina, diffuso da qualcuno per burla con ottimo risultato. 
Nel rispetto della storia, della cultura e delle persone, la statuina - una delle molte testimonianze sacre sparse in Ampezzo - andrebbe vigilata e tenuta in ordine. O perlomeno, sarebbe bene mantenere e valorizzare il toponimo, nato dalla fede di chi collocò la Madonna, ringraziandola per la fine della guerra e degli anni bui che avevano coinvolto anche la valle di Cortina.

15 giu 2017

La "Tèta", solitaria cima di Fòsses

Giunti ai piedi della Croda del Béco il 21 luglio 2007, fine settimana in cui si festeggiava il primo secolo di vita del rifugio Biella, occupammo una piccola parte della domenica trascorsa all'estremo nord d'Ampezzo, su una cima fino ad allora misconosciuta. 
Spesso presente in immagini del rifugio (sulle cartoline dell'Egererhűtte anteriori alla Grande Guerra, ma anche in seguito), la cima custodisce un unico, ma cospicuo motivo di attrazione: un vasto e istruttivo colpo d'occhio, che si estende fino alla vallata di Cortina e ai suoi nuclei abitati più a nord.
La cima, dal rifugio Biella (foto I.D.F., 22 luglio 2007)
Per questa ragione, molti tra coloro - perlopiù stranieri - che giungono al Biella al termine della prima tappa dell'Alta Via n. 1, attendendo di scendere ai vicini rifugi di Sennes e Fodara Vedla  non disdegnano di considerare per una passeggiata la cima di cui sopra, detta “Ra Téta”. 
Il nome ampezzano (che appresi solo quel giorno da un giovane collaboratore del rifugio), alludendo alla forma, identifica un rilievo di secondaria importanza, isolato e striato da magra vegetazione e del quale non sono noti né la quota né un oronimo ufficiale. 
Il rifugio Biella e la cima, in una cartolina del 1932
(raccolta E.M.)
"Ra Téta" emerge sul lunare altopiano di Fòsses a breve distanza dal rifugio Biella, dal quale si raggiunge in circa trenta minuti di scarso impegno. Sulla cima c'è solo il canonico ometto di sassi: quella mattina, mentre il rifugio brulicava di colori, persone, suoni e voci, noi ci godemmo a lungo la pace della sommità, immersa tra grandi e silenziosi orizzonti. 
Sicuramente la "Téta" fu visitata ab antiquo dai cacciatori che battevano l'altopiano di Fòsses cercando ungulati, un tempo numerosi, poi rarefatti per vari motivi e oggi in buona ripresa; e sicuramente la visitò anche qualche pastore che portava gli ovini a pascolare intorno al lago Grande. 
Penso che non fosse sfuggita nemmeno al pioniere Paul Grohmann, salito lassù nel settembre 1874 col marebbano Willeit, per scrivere da primo alpinista il proprio nome su una vetta che ha tre oronimi, uno per ogni comunità che qui confina: Seekofel per Braies e la Val Pusteria, Gran Sas dla Porta per Marebbe, Croda del Béco per Ampezzo.
Montagna senza eccessive ambizioni, ma comunque piacevole diversivo per chi ama uscire dalle piste troppo consuete, la "Téta" è stata una delle tante cime che hanno popolato i nostri taccuini: una gita breve e facile, ma insolita e gradita.

12 giu 2017

Spiaggia Verde, a quando il via?

10 giugno, sabato; una giornata di piena estate, senza nuvole né vento, temperatura alle 15.30: 23 gradi.
Spiaggia Verde, ex Lido Capo Verde, una delle stazioni "balneari" più elevate d'Italia, che sorge a 1300 m presso il Boite un paio di chilometri a nord di Fiames e dispone di un ristoro in legno con annesso parco giochi, a differenza del Rifugio Croda da Lago, che apriva lo stesso giorno (ma sorge ben più in alto, a 2042 m), è ancora tristemente chiusa. 
Capo Verde si materializzò intorno alla metà degli anni '90 al posto di una vecchia cava di inerti bonificata, grazie alla testardaggine di Alessandro Zardini Nòce, il noto “Zóco”, che aveva acquisito lo spazio dal Demanio, lo battezzò Capo Verde in omaggio all'arcipelago meta delle sue vacanze e con molta fatica riuscì a renderlo turisticamente appetibile. Rinnovato nell'aspetto e nella gestione, oggi costituisce un punto di riferimento per gli ospiti e anche per i locali, ma si preferisce forse sfruttarlo soltanto in luglio-agosto?
Spiaggia Verde: sullo sfondo la cima
delle Lavinores  (foto E.M., 10.6.17)
Il ristoro non è un rifugio alpino e il posto non ha interesse strettamente alpinistico, ma è comunque al centro di varie escursioni, di impegno e durata diversi. Dista circa 7 km da Cortina e, oltre che in auto e in Mtb, vi si giunge a piedi da Fiames in mezz'ora per il Bosco dell'Impero o, con un giro poco più lungo, dal Campeggio Olimpia attraverso il Pian de ra Spines, o ancora dal Tornichè di Podestagno per la strada di Fanes. 
Da qui, chi non riposa dispone di diverse mete a portata di scarponi o di pedali: Pian de Loa, Ponte Alto e Cascate di Fanes, Ponte dei Cadoris, Antruiles, Ra Stua, i ruderi di Podestagno e via via fino alla Val Fiorenza, Passo Posporcora, il sentiero 447 che conduce sul Col Rosà ... 
Ci è dispiaciuto, trovare il luogo ancora deserto in una giornata eccezionale; è sì stagione bassa, ma la gente già da tempo è in movimento, il sole batteva sulle ghiaie e la calura avrebbe offerto agli astanti, che non erano pochissimi, qualche momento di riposo nel verde, magari su una sdraio tra bibite e spuntini... 
Auspichiamo che Spiaggia Verde riesca a dare un lungo servizio alle estati ampezzane: per l'utilità che lo spazio, facilmente accessibile e indicato ad anziani e bambini, ricopre; per chi vuole "stare in montagna" senza fare tanta fatica, e qui può sostare magari dopo una breve escursione o una pedalata; per chi cerca l'aria e il sole, che spesso sui bianchi ciottoli del Pian da Fiames non dà tregua.

05 giu 2017

Nel 1500 si scalavano già le montagne di Cortina?

Nel romanzo storico “Sete di libertà e d’amore”, ambientato nella Cortina del secolo XVI e edito nel 2001, lo studioso Giuseppe Richebuono - muovendosi a cavallo fra mito e storia - ipotizzava che già nel 1500 in valle si fossero avute le conquiste di due montagne: il piccolo Bèco d’Aiàl e un indefinito "Pomagagnon". 
Fuori dalla storia documentata, l'autore collocava dunque le salite nel Medioevo, assegnandole a due ampezzani: Biagio di Col col padre Andrea la prima, Biagio da solo la seconda. 
Aldilà della verosimiglianza dei fatti, cui sarebbe lecito anche credere (di eventuali scalate anteriori al 1863 ben poco sappiamo), piace pensare che una delle antiche conquiste di monti a Cortina riguardi il "Pomagagnon": e poiché quella dorsale si articola in varie elevazioni, magari la Costa del Bartoldo (il nome però non è antichissimo), la più conosciuta - anche se solo la terza in ordine di altezza - tra le cime che incorniciano la conca verso nord. 
Cortina verso il Pomagagnon (cartolina
G. Ghedina, anni '40, raccolta E.M.)
Con la Costa, Richebuono ha un certo feeling: oltre ad aver dedicato alla 5^ Cengia, che vi sale da sud, la lunga poesia in ampezzano El barancio de ra Cuinta Cenja, il 6.7.1950 - come giovane cappellano della Parrocchia - in occasione dell'Anno Santo guidò in vetta 40 ragazzi dell'Azione Cattolica, portando i segmenti di una grande croce di legno e lamiera che fu benedetta e collocata sul punto più alto. 
Il 9.7.2000, per il 50° della lodevole iniziativa, lo storico (allora poco meno che ottantenne) tornò con alcuni amici del Cai Cortina a rivedere la cima e la croce, che da poco sostituiva quella originaria, rovinata dal maltempo. 
Tecnicamente, oggi che la 5^ Cengia non è più molto agevole, sulla Costa del Bartoldo da nord può salire comunque un escursionista, purché dotato di un po' di esperienza e avvedutezza: prima per un vallone detritico e romantico pascolo di camosci, poi per un diedro-canale inclinato di roccia levigata dall'acqua, che porta in cresta. 
Oltre alla romanzesca salita di Biagio di Col, chissà quanti bracconieri, cacciatori, militari, topografi potrebbero essersi spinti lassù, prima del 31.7.1900!
Quel giorno, infatti, i membri della “Squadra della Scarpa grossa” Glanvell, Saar e Domènigg, dopo aver percorso la cresta che unisce la Croda del Pomagagnon alla Costa, calarono in Val Granda per il diedro inclinato, testimoniando così la “prima discesa" di quello che oggi è l'accesso escursionistico, per quanto non banale, alla cima.

23 mag 2017

Corno d’Angolo: chi l'avrà salito per primo, e perché?

Chi avrà salito per primo il  Corno d’Angolo, e perché? 
Già noto ai pionieri con il nome tedesco di Eckhorn, dovuto alla sua posizione alla testata dell'alta Val Popena, è il pilastro alla base del Piz Popena che domina snello la Strada 48 delle Dolomiti, all’altezza dell'alveo del Rudavoi. Da nord, la salita si presenta abbastanza agevole; raggiunta la sella con i ruderi del Rifugio Popena, per un ampio catino di pascolo, ghiaie e blocchi ci si porta ad una forcella della cresta e - per cenge e paretine detritiche - si continua fin sulla sottile e un po' malferma sommità, a quota 2430 metri. 
Fino all'estate del 1933 il Corno non fu corteggiato da rocciatori poiché, pur essendo anche slanciate, le sue pareti non hanno un aspetto molto rassicurante. Il primo a trovare la fantasia e il coraggio per esplorarle fu Emilio Comici. 
Due settimane dopo avere salito lo "Spigolo Giallo" della Cima Piccola di Lavaredo, il triestino superò infatti con Sandro Del Torso anche lo spigolo sud del Corno, incontrando un tratto di VI, “pericoloso, perché difficilmente i chiodi tengono”: ottimo, come biglietto da visita! Risulta che lo spigolo abbia avuto comunque qualche ripetizione, fra cui quella di alcuni Scoiattoli di Cortina una decina d'anni dopo la prima salita.
Il Corno, salendo da Misurina
(foto L. Beltrame, aprile 2008)
Nel 1955 due austriaci tornarono in vetta da sud-ovest, senza dare notizia del loro percorso; nel 2009, infine, due triestini hanno aperto un'altra via parallela allo spigolo, denominata "Veci muloni". Le vie più recenti saranno magari migliori della Comici, ma non penso che - oggi come oggi - siano in tanti ad avere stimoli per cercarle.
Dicevamo: chi avrà salito per primo il Corno d’Angolo, e per quale motivo? Cacciatori, quasi certamente; tra loro l'irruento pusterese Michl Innerkofler, che fino alla scomparsa sul Cristallo nel 1888 bazzicò spesso nel gruppo, e nel luglio 1884 salì la vicina Croda de Pousa Marza e una delle due Torri di Popena. Per lo spigolo del Corno mancavano ancora cinquant'anni di tecnica e attrezzatura, ma da nord sulla cima Michl salì quasi certamente, magari sulle orme di qualche camoscio ferito e tenendo la salita per sé! 
Il breve accesso all'Eckhorn, intuitivo, segnalato con qualche ometto e un po' delicato per la friabilità, viene talvolta percorso anche d'inverno. Descritto per la prima volta solo nel 2012, nella guida di Majoni - Caldini - Ciri "111 cime a Cortina e dintorni", è una delle “carenze” nella cronologia della scoperta e conquista delle Dolomiti alle quali mancherebbe una conferma.

16 mag 2017

Ra Zesta, la Cesta, La Cedel: tre nomi, una montagna

Massiccia appendice della ramificazione che il gruppo dolomitico del Sorapìs estende verso la valle d'Ampezzo, inferiore di 80 metri alla vicina e più nota Punta Nera, Ra Zesta o la Cesta (per gli antichi anche "La Cedel", con un'evidente assonanza con l'omonimo villaggio di Cortina e il ceppo familiare Lacedelli), non rientra di sicuro tra le mete più ricercate delle Dolomiti.
Eppure, nel 1898 compariva nell'elenco delle gite offerte dalle guide ampezzane; per salire in vetta si stimavano necessarie dodici ore da Cortina (incluso l'avvicinamento alla Pfalzgauhütte, eretta presso il lago del Sorapis dalla Sektion Pfalzgau del Club Alpino Tedesco-Austriaco e inaugurata l'8 agosto 1891), e il costo della gita era stabilito in una corona l'ora.
Nonostante il basso fascino alpinistico della cima, che si interpone tra i Tondi di Sorapìs e la Monte di Faloria dominando quest'ultima con una singolare parete "a canne d'organo", e sebbene le sue rocce non inducano in tentazione, anche la Zesta ha un suo perché.
La Zesta da sud, con il lago del Sorapis (foto M. Isotton)
Giungere in vetta, infatti, si rivela un'avventura stimolante e non scontata: il culmine offre un ampio colpo d'occhio, prima di tutto sulle dirimpettaie vette del Sorapìs, e l'ambiente è permeato da un grande senso della Montagna.
Salita da ignoti - forse cartografi - per la cresta nord da Forcella del Ciadin, prima dell'apertura della capanna Pfalzgau, il 6.8.1929 la Zesta fu visitata da due alpinisti illustri, Antonio Berti e Severino Casara, che con due compagni aprirono una via (per la verità abbastanza bruttina) sulla parete sud-est che guarda il lago. Ricordando un mastodontico cesto rovesciato, proprio quel profilo ha conferito alla cima l'oronimo col quale la conosciamo.
La storia della Zesta, anche se compressa in poche battute, in ogni caso non è anonima. Dopo una via aperta in solitaria dall'austriaco Peterka nel luglio 1930, il 7.2.1942 Giorgio Brunner, Massimina Cernuschi e Mauro Botteri di Trieste toccarono per primi la cima d'inverno. Già nell'edizione del 1950 la guida "Dolomiti Orientali" di Antonio Berti, però, riportava la notizia in termini imprecisi, così come non è esatto il disegno della cima, in cui la via normale è scambiata con la Berti-Casara.
Intorno al 1991, fu posto sulla Zesta il primo libro di vetta, oggi ancora in loco; considerata la media delle salite annuali, è da ritenere che per completarlo occorreranno di sicuro diversi anni. 
L'ultimo capitolo della storia è datato 5.1.1995: quel giorno la guida Ario Sciolari giunse in cima da solo, compiendo verosimilmente la prima invernale solitaria. La notizia, ricavata dal libro di vetta, ha concluso per il momento le vicende di una montagna intrigante ma poco considerata.
Secondo chi scrive, salito per la normale quattro volte di cui una da solo, e sceso in due occasioni per la via Berti, anche se non è un "tempio del 6° grado", la Zesta possiede senza dubbio i requisiti per non essere relegata nell'oblio.

09 mag 2017

I Śuoghe o ra Ciadénes, un luogo metafisico

Per le poche persone che lo conoscono e lo frequentano, quel luogo metafisico in cui lo spazio e il tempo sembrano confondersi si chiama “I Śuoghe”. Nella toponomastica locale, invece, il nome esatto del maggiore rilievo del crinale roccioso e boscoso che dal Busc de r’Ancona scende verso est, esaurendosi ai piedi della Val di Gotres, è "ra Ciadénes".
Durante la Grande Guerra attraverso quel crinale, che fino ad allora era battuto soltanto da qualche cacciatore, gli schieramenti di entrambi gli eserciti dovettero passare, per attaccare e per difendere il caposaldo di Son Pòuses; lassù poi naufragarono pesantemente i tentativi di assalto sferrati dall’Esercito Italiano fin dal giugno del 1915.
Sul tetto della casamatta superiore,
in un bellissimo novembre (foto E.M.)
Il risalto superiore, quotato 2053 metri, fitto di vegetazione e identificato da un segnale trigonometrico, e quello circa cinquanta metri più basso - su terreno aperto e caratterizzato da due piccole casematte - dove il labile sentiero che sale da Ospitale (segnalato e numerato, ma poi dismesso per problemi di manutenzione) si unisce a quello che proviene dall'alta Val di Gotres, offrono uno scenario malinconico, in cui i ruderi bellici dividono gli spazi con la fauna selvatica, in un silenzio che spacca.
Dimenticato dalla gente, dai libri e dalle carte, il luogo può servire per un buon allenamento: all'inizio della stagione per saggiare i garretti e prepararsi ad altri impegni, alla fine per sfidare l'inverno, che lassù pare arrivi più tardi del solito.
Del resto, il costone boscoso solcato da varie tracce che dai 1474 m di Ospitale sale fino al culmine, è ben esposto al sole, tanto che è capitato di trovarvi terreno asciutto anche nei mesi peggiori.
Da tempo non onoriamo più l'abituale rendez-vous che avevamo instaurato con i Śuoghe, e si allontana il ricordo dell'ultima traversata da Ospitale a Gotres, in una dolce domenica di fine novembre, vissuta intensamente fino agli ultimi minuti di cammino.
Ci resta comunque sempre il desiderio di non sapere di ipotetiche manomissioni di “valorizzatori turistici", che in futuro potessero coinvolgere anche quella zona e spezzare la struggente suggestione di un angolo dolomitico per noi unico. 
Sono salito decine di volte su quei risalti, tanto strategici in guerra quanto abbandonati in pace, e ho sempre mantenuto lo stesso gioioso stupore del ragazzo che li vide per la prima volta coi genitori quasi mezzo secolo fa, lasciando la firma su una feritoia della casamatta superiore. 
Era il 1° maggio 1972, il giorno che accese la scintilla del mio affetto per i Śuoghe, o ra Ciadénes.

02 mag 2017

Passeggiando fuori porta: il Sas del Rana

Osservando da sud, alla base delle ghiaie sotto la Croda dei Zestelis e la Punta Erbing del Pomagagnon emerge un risalto di rocce miste a conifere, con dirupi grigi e giallastri.
Quel risalto ha un nome curioso, Sas del Rana. Secondo "Monti boschi e pascoli ampezzani nei nomi originali" di Illuminato De Zanna e Camillo Berti (1983), più che uno zootoponimo (che indurrebbe a pensare alla presenza di anfibi, in una zona ben poco umida), potrebbe essere un antroponimo, legato ad un antico abitante del sottostante borgo di Chiave, magro e scattante come l’animale da cui prese il soprannome. Come il Sas sia stato connesso alla persona, poi, andrebbe chiarito: con buona certezza il legame sarà dovuto a motivi agrosilvopastorali.
L'"Atlante del territorio silvo pastorale delle Regole e del Comune di Cortina d'Ampezzo" di Fiorenzo Filippi (1985), riporta l'oronimo del Sas del Rana aggiungendovi anche la quota altimetrica, misurata in 1826 m. 
Oltre a "Gli zootoponimi nella toponomastica cadorina" di Maria Teresa Vigolo, in "La radises desmenteades. Le radici dimenticate. Temi e problemi della toponomastica dell'Oltrechiusa" (atti del convegno di San Vito di Cadore del 22.10.2016, usciti nell'aprile 2017, pp. 40-41), non ho altre fonti che citino il risalto. 
In basso a destra, spuntano i dirupi
del Sas del Rana (foto I.D.F.)
La base del Sas è lambita dalla strada forestale che collega Fiames al Brite de Larieto; pur agevolata da questa facilitazione, l'esperienza personale mi fa concludere che una visita al risalto - ammesso che si abbia un motivo per farla - non sembra granché interessante.
Nemmeno gli strapiombi verso Cortina, ad un'occhiata sommaria, paiono invitare a un'eventuale ricognizione: l'attrattiva del sito va cercata quindi soprattutto nella storia, e potrebbe alimentare qualche indagine anche in altri ambiti.
Un tempo non sapevo che il risalto avesse un'identità e un nome. Lo seppi a metà degli anni Settanta dalla guida Angelo Dimai, classe 1900 e vissuto per anni a Chiave; era anziano ma ancora in gamba, e probabilmente fin da ragazzo aveva conosciuto quei dirupi, per piacere personale o - più ragionevolmente - per dovere. 
L’informazione di Angelo "Déo" evoca una bella figura dell'alpinismo dolomitico, da cui ottenni anche qualche altra notizia interessante. Quando la Cooperativa fece uscire il saggio di De Zanna e Berti, ricordo che potei sottolineare con soddisfazione: “La storia del Sas del Rana non mi è nuova”.

24 apr 2017

Monti di Casies, grande Sinfonia delle Alpi

Quell'estate, almeno fino a Ferragosto, non salii alcuna cima nel territorio d'Ampezzo. 
Ciò era dovuto al fatto, quasi ineluttabile dopo decenni di escursioni, che delle nostre cime accessibili by fair means, non me ne mancavano ormai più tante. 
Avevo così iniziato a raccogliere dati (a scopo personale, visto che le relazioni di tutte le salite e traversate possibili nel circondario, sono già contenute nella Guida dei Monti d'Italia "Alpi Pusteresi" di F. Cammelli-W. Beikircher, 1997) su un'area conosciuta nell'autunno 1987, salendo la Roda di Scandole-Rudlhorn e il Monte Novale di Fuori-Eisatz in Val Casies: i Monti di Casies-Gsieser Berge, articolata catena a ridosso del confine austriaco, tra il Passo Stalle-Staller Sattel e il confine di Prato Drava-Winnebach.
Per capirsi, preciso che, tra le valli d'Anterselva, Casies, Pusteria e alcune laterali minori, a occhio e croce le montagne praticabili con diletto saranno almeno ottanta, e in un quarto di secolo ne ho spuntate un buon numero. 
Qualcuno le snobba dicendo che “sono montagne nere” e definendole - a mio giudizio in modo riduttivo - perlopiù mucchi di pietre aridi e desolati, privi dell'emozionalità delle Dolomiti. 
Sul Monte Conca-Innerrodelkunke,
12.7.2009 (foto E.M.)
A noi invece sono sempre piaciute, per varie ragioni: di rado presentano passaggi difficili, e se ci sono, si tratta in sostanza di roccette friabili e esposte, nell'ordine del 1°/1°+; le vette sono erbose o detritiche, senza pareti definite ma più spesso con fianchi assai ripidi, e in gran parte (per fortuna non tutte) accessibili per sentieri o tracce segnalate.
Di solito, i Monti di Casies presentano cospicui dislivelli dal fondovalle; quasi sempre mancano strade carrozzabili o impianti di risalita; possiedono un unico rifugio, il Bonnerhütte, a un'ora dalla panoramica cima del Corno Fana di Dobbiaco-Toblacher Pfannhorn, e non possono vantare la fama turistica dei gruppi alla moda. 
Sono montagne quasi senza storia, verrebbe da dire, ma comunque battute ab antiquo da pastori, cacciatori e topografi; sono inserite in ambienti bucolici, in grandi sinfonie alpine; offrono orizzonti suggestivi e spazi estranei al tintinnare di moschettoni e alla calca piazzaiola; insomma, sono mete ideali di escursioni che avvicinano al cielo. 
Se il già solitario Monte di Dentro-Hinterbergkofel assomiglia molto al vicino, deserto Monte Conca-Innerrodelkunke, se il Monte Bosco-Heimwaldspitze e la Cima Casera-Kaserspitze si possono quasi confondere perché sono fratelli siamesi, se in cima al Cornetto-Horneckele ci sono persino tavolo e panchina, se dalla Malga di Tesido-Taistnersennhütte si riescono a salire due, anche tre cime in una sola giornata, non conta. 
Lassù stiamo sempre bene e la generale fatica degli accessi è compensata da ampie soddisfazioni e da un grande respiro di libertà.

20 apr 2017

Sullo Spalto di Col Bechéi, una cima senza cima

Il nome "Spalto" (più diffuso al plurale, "Spalti") di Col Bechéi, che identifica una zona famosa per le vie di scalata realizzate nell'ultimo trentennio, prima della seconda guerra mondiale diceva poco o nulla.
Sul contrafforte geologicamente conosciuto come Monte Paréi, con il quale il Col Bechéi - cima a più punte sul confine tra Ampezzo e Marebbe - degrada con alte pareti verso la sponda sinistra orografica della valle di Fànes, i primi scalatori, infatti, apparvero soltanto il 31 maggio 1944.
Il Col Bechéi: in basso lo Spalto (foto Angelo Roilo,
dal Monte Valon Bianco, archivio I.L.D.)
La prima via fu tracciata da due Scoiattoli di Cortina, Ettore Costantini (detto come Vecio, ma al tempo appena ventitreenne) e Claudio Apollonio: aveva difficoltà di 4°-5° grado, e non si sa se abbia poi suscitato la curiosità di altri. Il Vecio tornò sullo Spalto anche l'anno dopo con Ugo Samaja, aprendo il 9 settembre 1945 un'altra via a destra della precedente; il 29 giugno 1955, Guido Lorenzi, Albino Michielli e Arturo Zardini battezzarono sulla fascia rocciosa un diedro abbastanza impegnativo.
L'esplorazione dello Spalto riprese soltanto all'alba degli anni '80, per chiudersi - ufficiosamente, poiché magari le possibilità non sono finite - nel 2012 con “Spina de Mul”, una via quasi sopra il Lago di Rudo, tracciata da Kehrer e Gargitter.
Noi, escursionisti obbligati a guardare lo Spalto solo dal basso, un giorno in cui arrivammo lassù senza idee ci proponemmo di provare a dominarlo dall'alto, raggiungendo il cengione che ne segna la sommità: poteva essere un'esplorazione del tutto inedita, con una prospettiva originale. 
L'approccio, pur aspro, non diede grandi problemi: a un certo punto, però, traversando sotto le pareti, ci trovammo davanti un colatoio vegeto-minerale con rocce instabili, dove forse avremmo dovuto superare qualche difficoltà in più. Convinti di stare faticando senza scopo e volendo eventualmente proseguire in sicurezza, dopo un breve consulto facemmo una delle tante nostre retromarce.
La discesa però non fu assolutamente una sconfitta, almeno per me. Mi bastava aver messo il naso anche sullo Spalto di Col Bechéi, una cima senza cima, un angolo riservato ai fuoriclasse, a qualche sparuto cacciatore e poco più.

18 apr 2017

Punta Michele, cima mancata

Nel gruppo del Cristallo, sottogruppo del Popena, svetta una cima rilevante, che da più di 120 anni ricorda una figura fondamentale per l'esplorazione dolomitica: Michele Innerkofler, guida di Sesto caduta quarantenne nell'estate 1888, mentre scendeva per la trecentesima volta lungo la via normale del Monte Cristallo. 
E' la Punta Michele, che si staglia tra lo slanciato Ago Löschner e il Cristallino di Misurina e risulta evidente dalla sella sulla quale resta quello che fu il piccolo rifugio Popena, edificato nel 1938 da Lino Conti e gestito fino all'incendio che lo distrusse nel corso del secondo conflitto mondiale, lasciando solo poche pietre mute. 
La Punta Michele, dalla sella
dell'ex Rifugio Popena (foto E.M., 19.10.08)
L'autore della prima guida alpinistica del gruppo del Cristallo, Wenzel Eckerth di Praga, salì per primo la cima ancora senza nome, godendo per l'occasione di una qualificata ed esperta compagnia. 
Era il 20 agosto 1894, e con lui c'erano Sepp Innerkofler, nipote di Michele noto per il sacrificio sul Monte Paterno nel 1915, e Pietro Siorpaes “de Santo”, giovane guida di Cortina. 
A seguito della conquista, Eckerth volle dedicare la massiccia e articolata punta e la forcella che la separa dal Cristallino di Misurina, alla guida di cui era stato cliente e amico, battendo in lungo e in largo il Cristallo per diverse stagioni.
La via normale della Punta Michele la raggiunge da ENE e, tutto sommato, non sarebbe proibitiva per gli alpinisti, se più di una ventina d'anni fa un ampio cedimento  non avesse compromesso, credo senza rimedio, un percorso già non proprio elementare e - fin dove ho constatato di persona - alpinisticamente valido, seppur tortuoso. 
Nel 1996, infatti, avevo provato a salire la Punta con un amico ma, giunti su una crestina dove trovammo infisso nei detriti un enigmatico bastone, avevamo perso la bussola e, data l'ora tarda, eravamo ridiscesi sicuri comunque di ritornare lassù. 
Non c'è più stata l'occasione, ed è un peccato che oggi non possa relazionare la salita ad una cima importante, che evoca un grande attore della storia delle Dolomiti.

Argìa e il rifugio Monte Piana

Il 22 luglio scorso si è spenta novantenne nella Casa di Riposo di Pieve di Cadore Severina Mazzorana: chi ha buona memoria, la ricorderà ...