24 nov 2017

"Pala di Marco" sul Mondeciasadió: una probabile prima sci-alpinistica?

Una foto, scattata dal salotto in questi ultimi giorni d'autunno prima dell'arrivo della neve, al crestone di Mondeciasadió - risalto denominato dagli anni '30 (Monte) Faloria -, che si allunga sul Passo Tre Croci, mi ha fatto tornare in mente una notizia avuta molti anni fa da un amico comune.
Dal crestone degrada verso Màndres una pala rocciosa (in verità, sembra più un diedro-canale), che taglia l'intero versante in destra orografica della funivia. Quasi sicuramente quel canale non ha mai attratto alcuno, tranne i camosci: ma in un remoto inverno – quando era ben coperto di neve – sfidò la curiosità di un giovane compaesano, Marco. Meno di un mese fa, ho incontrato il giovane di allora in Corso Italia: gli ho ricordato l'episodio, che gli è rimasto presente, e lui mi ha reso volentieri partecipe di quella piccola “impresa”.
L'amico scese con gli sci il canale, che avrà un dislivello di almeno quattrocento metri, quando aveva sedici anni. Era il 1976: in quel periodo Don Claudio, dinamico cappellano di Cortina e sciatore abile quanto spericolato, stava segnando nuove linee sulle pareti e i canali più ripidi della conca, e Marco pensò: “Se lo fa lui, perché non posso farlo anch'io, visto che sugli sci me la cavo piuttosto bene?
Fu così che durante l'inverno affrontò la pala, o canale del Mondeciasadió: non per una, ma per due volte, in una delle quali, tra l'altro, era solo, visto che il suo "socio" aveva dato forfait.
La "pala di Marco" sul Mondeciasadió, in un
limpido pomeriggio di novembre (foto E.M.)
Nessuna impresa straordinaria, ma una probabile prima sci-alpinistica in un luogo che dubito abbia un nome e non è passato alla storia sportiva come altri canali e pareti ampezzane. Una discesa quasi "estrema" di una quarantina d'anni fa, compiuta una volta in neve fresca e l'altra su neve crostosa e dura, incontrando anche un salto roccioso scoperto, che impose una derapata e un salto di cinque o sei metri: e questo fu tutto.
Chissà se dopo di lui, altri sciatori si sono arrischiati a infilarsi ancora in quel canale: ma per la storia d'Ampezzo la cosa ha poco rilievo. Marco ricordava invece che quando gli addetti alla funivia lo videro avviarsi da solo verso il suo obiettivo, si agitarono un po': ma non servì a nulla. "A sedici anni - ha concluso sorridendo - facevo queste e anche altre cose, senza tanto pensarci su!"

20 nov 2017

Curiosità boschive ampezzane: la scala del Zorzi

Gli antroponimi ampezzani,  ovvero i nomi di luogo legati a persone vere o leggendarie, furono raccolti, analizzati e descritti ampiamente da Lorenza Russo in un libro che conseguì grande apprezzamento, "Pallidi nomi di monti" (1994). 
L'autrice scrisse poi un racconto (probabilmente rimasto in un cassetto) su un antroponimo singolare, che attira perché non si capisce se possa essere ancora riscontrabile sul terreno: "Sciàra del Zorzi". 
Il nome è legato al ceppo Zorzi di Zuel (villaggio dove un tempo ne abitava un ramo, detto "de chi de 'Sòrso"), di origine veneziana ed estinto da mezzo secolo, quindi d'indubbia storicità. 
Con altri due toponimi legati a casate locali, la "Tòuta del Pelèle" (Michielli) e il "Ziérmo del Tòuta" (Bigontina), la "Sciàra del Zorzi" si trova in destra orografica della Val d'Ortié, ai piedi della dorsale delle Rochétes. Si tratta di un bastione roccioso, situato nel bosco a circa 1800 metri vicino alla Pala del Orso (fra il Pian de ra Bàita e il Zìgar): l'angolo è uno dei più selvaggi della valle, accidentato, con scarsi sentieri e raramente battuto da turisti. 
I boschi sotto la Rochéta, in cui si trovava la Sciàra del Zorzi 
(foto I.D.F., autunno 2014) 

Perché ebbe il nome di "Sciàra del Zorzi"? Si dice che un Giorgio o Zorzi vi avesse facilitato un salto roccioso, fissando una rudimentale scala di legno. Forse Giorgio-Zorzi, che non si sa chi fosse né quando visse, era un cacciatore ("de chi de ra tribù" si dice, riferendosi agli abitanti di Zuel) e sul salto cui diede il nome aveva una posta al camoscio favorita. 
Sarebbe suggestivo curiosare tra la Pala del Orso e il Zigar, il dente roccioso visibile da Cortina che nel 1700 fu importante per marcare il confine tra il Tirolo e Venezia, cercando le tracce di una scala che - per quanto se ne sa - potrebbe essere stata collocata due o trecento anni fa, o forse più.
Pensandoci bene, in quella zona chi scrive è già stato:  in una lontana escursione fuori traccia, con Roberto ci recammo a vedere la cavità ai piedi della Rochéta de Cianpolòngo che ospita la croce di confine n. 1 (ufficiosamente passata vent'anni fa a n. 2) con i millesimi 1779-1852-1964 e dev'essere prossima al salto del Zorzi.
Però, anche se ce ne fosse stato un minimo avanzo, lassù una scala di legno proprio non la vedemmo.

15 nov 2017

Il Rifugio Col Druscié sulle Tofane compie 80 anni

E' prossimo un 80° che riguarda il turismo ampezzano. Il 2 dicembre 1937, infatti, alcuni privati furono autorizzati ad aprire la prima capanna con ristoro sul Col Druscié, il culmine boscoso quotato 1778 m che sorge nel settore nord-est delle Tofane e domina la zona di Rumèrlo.
Sul colle, raccomandato fin dal 1877 dal pioniere Grohmann per il vasto panorama che offre sulla conca d'Ampezzo, nella Grande Guerra erano state installate postazioni italiane. La capanna, che sorse al posto di queste ultime, fu collegata al sottostante Col Fiére con una slittovia, tra i primi impianti a fune della vallata. 
Nel 1952 alla slittovia subentrò una seggiovia in due tronchi, che partiva da Campo Corona, presso Ronco; nel 1968 giunse sul colle il primo dei tre tronconi  della funivia “Freccia nel Cielo”, che dallo Stadio del Ghiaccio porta sotto la vetta della Tofana di Mezzo.
Il rifugio Col Druscié
(cartolina A. Zardini del 1953, raccolta E.M.) 

La promozione del Col Druscié fu ancora più ricca: negli anni '60 ai suoi piedi fu chiodata una falesia ancora in voga, il Sasso Col Fiére; nel 1975 in vetta sorse l'osservatorio astronomico, poi dedicato allo svizzero Helmut Ullrich; di recente la strada che da Pietofana sale sul Col è divenuta una pista.
Intorno al 1949 il rifugio fu affidato a Luigi “Ijùco” Majoni, che lo gestì sino al 1982, rendendolo famoso e apprezzato; dopo la sua morte, in Druscié restarono la moglie Lina e la figlia Dora, che proseguirono l'attività per altri 11 anni, fino al ritiro. 
Dopo un triste abbandono, durato un decennio, lo storico rifugio fu demolito, ricostruito e riaperto nel 2003 come ristorante, raggiungibile con gli impianti ma anche a piedi, per i sentieri 406, 410 ("Passeggiata Montanelli") e 413.
Sul colle è rimasto immutato il colpo d'occhio che sorprese già Paul Grohmann; ci sono ancora, rimodernati e più funzionali, gli impianti e le piste che ospitarono gare olimpiche e sono ormai note a più generazioni. Però l'atmosfera della terrazza e della stua foderata di legno, in cui i gestori servivano piatti mitici come la zuppa d'orzo con l'osso di pecora affumicata e la torta di mele, non esiste più. 
Preciso che “Ijùco” Majoni era mio zio.  In Druscié, dove da giovane lavorai per qualche tempo durante le vacanze natalizie, mi sentivo quasi a casa e, tra la folla di turisti e sciatori ricordo di aver incontrato anche Margherita Hack, Tognazzi, Villaggio e altri personaggi della Cortina che fu: anche per questo, il Col Druscié di oggi non lo percepisco più come "un po' mio".

10 nov 2017

Simone Lacedelli, la guida che salì la Torre Esperia

Fra un mese, il 15 dicembre, cadranno i 130 anni dalla nascita, nel villaggio di Val di Sotto a Cortina, di Simone Lacedelli, noto alla comunità come Scimon da Róne o Jùscia.
Primo figlio dell'ebanista Antonio, Tòne da Róne (1852-1909), che dal 1893 al 1905 si prestò come portatore e guida di montagna, con il coetaneo Alessandro Cassiano Zardini Nòce - morto sotto la valanga del 13 dicembre 1916 sul Gran Poz in Marmolada, che causò oltre 300 caduti - Lacedelli fu il più giovane ampezzano a conseguire, nel 1912, il titolo di guida nell'Ampezzo asburgica.
Simone Lacedelli, anni '40 
(da Fini e Gandini, Zanichelli 1983) 
Nonostante oltre quarant'anni di lavoro e moltissime salite di rilievo, Lacedelli poté vantare una sola prima: quella della Torre Esperia ai piedi del Costón d’Averau (gruppo del Nuvolau), salita l’8 agosto 1928 con il collega Celso Degasper Menegùto, Emma e Giovanna Apollonio Varentìn.
Pare che la torre, denominata dalle sorelle Apollonio in omaggio alla villa nel centro di Cortina, in cui gestivano un negozio di "chincaglieria", non sia stata molto ripetuta. Negli anni scorsi, però, le vicine pareti della Cròda Négra (anche detta El Coolo, in guerra battezzata Col Gallina) sono state scoperte e rese appetibili con molte vie di stampo moderno, assai apprezzate.
La Torre Esperia 
(da D. Colli)
Simone Lacedelli fu un camminatore e scalatore instancabile. Batté, infatti, le sue montagne fino a età piuttosto inoltrata: negli anni '40 del Novecento individuò e segnò il percorso oggi noto come Sentiero attrezzato Astaldi, ai piedi della Punta Anna in Tofana, e negli anni '50 ideò le escursioni con guida per adulti e ragazzi.
A quasi settant'anni fu ancora fotografato con due clienti sulla Torre Grande di Averau, raggiunta per la via normale: negli anni '70 poi, su una rivista locale un anonimo descrisse un'escursione alla Porta del Dio Silvano, effettuata con la guida prossima agli ottanta. 
Scimon forse avrebbe camminato ancora a lungo se, il giorno di San Silvestro 1970, si fosse accorto in tempo utile di un'autovettura, che lo investì mentre passeggiava sotto la neve in Via Cesare Battisti, nel centro di Cortina.
Con un ricordo di Lacedelli, pubblicato nel 100° dalla nascita sul semestrale Le Dolomiti Bellunesi, la giornalista Giovanna Orzes Costa volle ricordare ai suoi concittadini e al pubblico un alpigiano d'altri tempi, esempio di un'esistenza votata alla Montagna.

07 nov 2017

Rochéta de Cianpolòngo, amore a prima vista

Non era una giornata uggiosa e fredda come oggi, il 7 novembre di trent'anni fa. Quel giorno "Lux", amico scomparso nel 2006, col quale condivisi tante giornate alpine, mi fece conoscere una montagna che fu un amore a prima vista: la Rochéta de Cianpolòngo, quarto rilievo della dorsale che dal Bèco de Meśodì si estende sulla destra orografica del torrente Boite, facendo da limite tra Cortina e San Vito.
238 anni fa sulla Rochéta de Cianpolòngo c'era già qualcuno!
(foto E.M.)
In quegli anni la Rochéta - sulla quale già nel 1779 giunsero alcuni mappatori, incaricati da Maria Teresa d'Austria di fissare il primo cippo di confine tra il Tirolo e la Serenissima - riscoperto per caso dopo oltre due secoli - era praticamente nota solo ai locali. Nell'estate 1986 gli amici del gruppo ”Vecchio Scarpone” di Zuèl avevano iniziato a farla conoscere, segnando a minio l'accesso alla cima dal Parù de Sonfórcia e collocando lassù una tabella e un libro di vetta, sostituito più volte perché danneggiato dall'umidità o dalla sbadataggine di qualcuno. 
La Rochéta mi ha accolto in sei occasioni, di cui una in solitudine. Faticosa da raggiungere, anche se si può spezzare la salita facendo base al rifugio Croda da Lago-Palmieri, oggi è visitata anche da appassionati venuti da lontano. Mi è stato riferito che l'allora incerta traccia, animale più che umana, che risale la pala erbosa fino alle rocce e poi si dipana in cresta, è ormai quasi un sentiero: ma non l'ho più vista dal 5 settembre 2004, quando con un bel gruppo di compaesani e un cagnolino vi svolgemmo una gita del Cai Cortina.
Le Rochétes de Sorarù e de Cianpolòngo e il Bèco de Meśodì 
nei colori dell'autunno (foto A. Roilo) 
Nell'autunno 2016 la parete sud della cima, visibile fin da Vodo, è stata rivalutata con una via nuova di Marco e Gianluca, che ha eseguito per mio conto le fotografie del libro di vetta, consentendomi di tornare virtualmente su quel balcone, grandioso belvedere sulla valle.
Il 4 luglio scorso infine, in dieci ore, Bruno di Cortina e Claudio di San Vito hanno compiuto la traversata integrale per cresta delle 4 cime: la facile Rochéta de Prendèra, la lunga Rochéta de Ruóibes, la friabilissima Rochéta de Sorarù e la "nostra" de Cianpolòngo, chiudendo sul torrione del Zìgar un'avventura che potrebbe spingere ad altri, responsabili approfondimenti della dorsale.
Formulo l'auspicio che chi rimonterà le sue ripide balze e si immergerà "nella" Rochéta, dai boschi di Fedèra verso il cielo, non ignori la cura che a mio giudizio la cima merita, per restare a lungo com'è ora. La traccia c'è; i bollini per non perdersi sono al loro posto; non manca il libretto di vetta; la relazione della salita si trova nel web e in una guida di successo, e tanto dovrebbe bastare per avvincere anche il salitore più disincantato.
Aggiungo i fatti che coinvolsero la Rochéta nella storia, le dicerie popolari che aleggiavano nella zona e le favolose storie del Bestiario d'Aiàl, ambientate nel circondario dalla scrittrice Lorenza Russo, per chiudere agevolmente il cerchio.

01 nov 2017

Campanile De Zordo, a ricordo di un amico

25.10.1965, lunedì: Franco De Zordo “Zordetto”, giovane di Cibiana nato nel 1944, cade ferendosi a morte mentre scende dalla Piccolissima di Lavaredo, appena raggiunta - verosimilmente per la Fessura Preuss - con il compagno carnico Aldo Gardel.
Il lunedì seguente, festa di Ognissanti, tre giovani di Cortina che stanno iniziando a esplorare le crode di casa, Francesco "Franz" Dallago (ventitrenne, promosso poi Scoiattolo e guida), suo cugino Armando (diciottenne, promosso poi anch'egli Scoiattolo e guida) e Armando Menardi (classe 1945, deceduto poco più di un anno dopo a causa di una malattia), salgono e battezzano una guglia che sorge ai piedi della Tofana III, in sinistra orografica del canalone che da Pietofana porta a Forcella Ra Zéstes, poco prima della forcella.
Da allora la guglia, settanta metri di solida dolomia, porta il nome di Campanile De Zordo a ricordo dello sfortunato cadorino: la via Dallago-Menardi, che sale per la parete sud-est ed è ancora l'unica sul Campanile dopo oltre cinquant'anni, si sviluppa in quattro lunghezze, con difficoltà di V, VI e artificiale superate con 12 chiodi in cinque ore e mezzo di scalata. Per la discesa, ai tre bastò una lunga calata a corda doppia sul lato opposto.
I dossi alla base della Tofana Terza, tra cui si cela
il Campanile De Zordo (foto I.D.F., 28.10.2017)
La notizia della prima nuova via di Franz e compagni apparve su "Le Alpi Venete" della primavera-estate 1967, con la data del 1° febbraio 1965. Conosco l'immagine a corredo della notizia, ma non mi sono mai avvicinato al Campanile, né sono a conoscenza se dopo i primi salitori, due dei quali camminano ancora per le montagne, qualcun altro abbia seguito le loro orme. 
Sul Campanile, salito 52 anni fa proprio come oggi, resta il ricordo di uno dei pochi rocciatori nativi di Cibiana, solitario paese ai piedi del Sassolungo omonimo, che morì appena ventenne, e non ebbe il tempo di fare qualche cosa di più.

23 ott 2017

La Zésta: un libro di vetta per 24 anni di storia

Il 17 ottobre scorso Corrado Menardi ha recuperato il libro di vetta della Zésta (detta anche Cesta, in antico La Cedèl, 2768 m), secondo risalto per altezza del ramo ampezzano del Sorapìs, affacciato sul Lago omonimo. 
Menardi ha trovato il libro non ancora esaurito ma “tutto bagnato e rovinato”, e coerentemente lo ha portato alla Sezione del Cai, che ha interpellato una rilegatrice per sistemarlo e poi archiviarlo in sede, a testimonianza delle vicende di una cima - per dirla con vecchie parole - "umile e bella".
Il libro della Zésta ha quasi un quarto di secolo: fu infatti collocato lassù da Mara Apollonio e Ivano Pasutto, appassionati escursionisti di Cortina, l'ormai lontano 31 luglio 1994. 
Consta di una novantina di pagine scritte, integralmente scansionate da chi scrive in un file PDF; dalle prime due risulta che nel primo scorcio di stagione fu firmato solo due volte, da tre salitori; nel 1995 si avvicendarono sulla cima 7 visite con 12 persone, tra cui il 5 gennaio la guida Ario Sciolari, probabilmente primo salitore in invernale solitaria.
Spulciando a campione, oltre vent'anni dopo, nel 2016, risulta che la vetta abbia avuto 9 visite, per un totale di 16 persone. Quest'anno fino al ritiro del libro, che è auspicabile si provveda a sostituire nella prossima stagione estiva, le visite sono rimaste nella media: 8, con 12 persone salite. 
Il libro di vetta della Zèsta 1994-2017 
(foto E.M., 23.10.17) 
Chi scrive non ha controllato tutte le firme, ma stima che nell'arco di 24 anni non abbiano raggiunto la Zésta più di 220-250 alpinisti; la maggior parte proveniva da Cortina e dal Cadore, uno "zoccolo duro" ha percorso la via normale quasi ogni anno, alcuni sono scesi in traversata al rifugio Vandelli, mentre gli alpinisti esteri sono stati rari.
Seppur massiccia e spesso presente nella pubblicistica, la Zésta non è una meta battuta, perché c'è poco da scalare e la roccia non è sicura. Sui suoi versanti si contano solo la normale, che sale da nord, e due vie di alpinisti celebri (Casara e Berti con due compagni, 1929; Peterka da solo, 1930), che hanno scarsi pregi; la Casara però è una via percorsa da qualche amante degli spazi solitari, per la sua valenza esplorativa e panoramica.
Grazie a Corrado, amante di luoghi poco noti, e all'interesse di un consigliere del Cai, ora l’archivio sezionale possiede qualcosa in più. Nel libro si dipana quasi un quarto di secolo di storia di una cima: la Zèsta, salita in epoca ignota da ufficiali mappatori, visitata per la prima volta d'inverno dai triestini Giorgio Brunner, Massimina Cernuschi e Mauro Botteri nel febbraio 1942, oggi è lasciata al piacere di chi segue direttrici insolite, "fuori mercato", non spettacolari né sempre sicure, ma tra le quali si celano ancora angoli di natura primigenia.

16 ott 2017

Croda Rotta, montagna da evitare?

E’ un rilievo, invero non molto ardito, che chiude a ovest lo sperone della Punta Nera verso Faloria: già il suo nome, Croda Rotta, funge da biglietto da visita! Si eleva alla testata del potente ghiaione che scende verso le Crepedèles, sulla cui destra orografica si snoda il sentiero che dal rifugio Faloria, attraverso la Sella di Punta Nera, scende ai Tonde de Sorapisc. Alpinisticamente, la Croda non ha rilievo, tanto che non è neppure noto chi l'abbia salita per primo, né quando ciò sia avvenuto. 
Presente già in "Le Dolomiti Orientali" nel 1928 come “facile salita per terreno in gran parte erboso”, secondo le informazioni assunte in più sedi, risulta invece che l'ascensione riguarda una rampa delicata e friabile, con difficoltà di buon II. 
Assodato che, pur avendo oggi sempre meno cime da scoprire, non saranno in molti a smaniare per la Croda Rotta, dalle fonti consultate risalta l'approssimazione di certa letteratura alpinistica, che potrebbe ancora trarre in inganno e in difficoltà chi si avventuri fuori dalle tracce.
La Punta Nera, a sinistra, e la Croda Rotta,
dai boschi di Larieto (foto I.D.F.)
E' probabile che la salita non sia stata verificata dal compilatore della guida Berti, o questi si sia fidato di una traduzione da una lingua straniera; inoltre, nel corso del tempo, la cima ha sicuramente patito cambiamenti strutturali (un esempio simile è la Bujèla de Padeon: nell'edizione della guida del 1971 risultava interessata da “un recente franamento”, citato pari pari nell'edizione del 1928). 
Il fatto è che a chi l'ha salita, ne ha scritto o parlato (ricordo Andrea, Fabio, Luca, Sandro, Stefano), la Croda non è parsa né facile né erbosa, ma ripida e non sicura, pur se offre un "senso di vetta unico". Al sottoscritto, che aveva una certa inclinazione verso i marciumi, pur essendo passato spesso da quelle parti, la cima non ha mai fornito stimoli. L'ho osservata da varie angolature, dovunque si potesse seguire la presunta via normale, ma non l'ho mai salita.
Credo che, non so se per sfortuna o fortuna, la Croda Rotta non richiamerà mai folle di visitatori, e così potrà starsene appartata e battuta solo dai camosci - che ai suoi piedi riescono a brucare qualche ciuffo d’erba tra i detriti - e in balia dei mutamenti geologici...

12 ott 2017

"Quiete dopo la tempesta", nuova via sul Cristallino di Misurina

Un amico guida diceva che oggi sulle Dolomiti non si trova più facilmente terreno ancora "intonso" da scalare con logica e in sicurezza e, un po' paradossalmente, accade di scoprire linee sempre più difficili piuttosto che tracciati di ordine classico.
"Calm after the storm", Cristallino di Misurina
(foto L. Alverà) 
Chi arrampica - tra cui anche gli Scoiattoli di Cortina - non demorde comunque mai dal cercare cime e pareti per esercitarsi e (perché no?) lasciare il nome a futura memoria; in questo modo - per merito dell'allenamento, della tecnica e della tecnologia - le vie odierne risultano in prevalenza molto più dure di quelle di un tempo.
È il caso di “Calm after the storm” (ma non suona meglio "Quiete dopo la tempesta", di leopardiana memoria?), aperta da una cordata di Scoiattoli su una torre a nord del Cristallino di Misurina, nell'isolata Val Cristallino e ad un'ora e mezza di cammino dal Ponte de la Marògna, tra Carbonin e Misurina.
Autori dell'itinerario, aperto in due riprese il 20 e il 27 agosto 2017, sono Luca Alverà “Pòpo”, della nota famiglia di artisti del vetro, e Aldo Da Vià; entrambi sono entrati da poco nel sodalizio dal maglione rosso ed erano alla prima via nuova.
Calm after the storm”, dedicata al nubifragio che ai primi di agosto ha sconvolto la zona tra Rio Gere, il Lago Scin e Alverà lasciando un morto e ingenti danni, si sviluppa in sette tiri di corda per 200 m di lunghezza: le difficoltà, da 5c a 6c+, sono state superate con 19 spit e la discesa è stata attrezzata lungo la via di salita con quattro calate. 
La nuova scoperta degli Scoiattoli, in un angolo del sottogruppo del Popéna conosciuto da cacciatori ed escursionisti fantasiosi, ma nel quale non credo fossero mai state cercate vie (e non è escluso che se ne trovino altre), conferma la passione dei locali nello scandagliare le vette a Cortina e dintorni. 
Fin dall'agosto 1863, quando l'anziano cacciatore e orologiaio Francesco Lacedelli guidò con successo il giovane Paul Grohmann - primo salitore, un anno dopo, anche del Cristallino di Misurina - sulla cima simbolo della conca d'Ampezzo: la Tofana di Mezzo.

04 ott 2017

"Tesido", malga e montagne da conoscere

La Taistner Vorderalm - Malga di Tesido di Fuori (“Tesido”, per gli habitué), ha precorso l'escursionismo invernale a Nord-Est, divenuto di moda negli anni Novanta del '900. Quella di Tesido di Fuori (le malghe sono due: c'è anche la Hinteralm, di Dentro, ma è chiusa) è stata una delle prime aziende ristorative d'alta quota in Pusteria a intuire il business dell'apertura d'inverno. Fu anche la prima della zona alla quale salii con alcuni amici trent'anni fa, il 4 ottobre 1987. Non c'erano né Internet né i libri sui monti pusteresi di Cammelli, ma per orientarci avevamo due belle guide: "I monti della Valle Aurina" di Fincato-Galli e il libro di Kammerer sulle cime e rifugi dal Passo Stalle alle Dolomiti ampezzane e cadorine. Anche grazie a loro iniziammo a setacciare quelle zone, e fin dal 1991 mi divertii, una volta giunto a casa, a "spuntare" su entrambi i volumi buona parte dei rifugi, malghe, cime e forcelle di quella parte della Val Pusteria.
"Tesido" in autunno
(foto I.D.F.)
“Tesido” si trova a circa 2000 m, al limite inferiore dell'Alpe omonima sopra la bella frazione di Monguelfo. In sinistra orografica, la malga è dominata da una dorsale che dal Salzla, attraverso il Rudlhorn, sale all’Eisatz (la cima più alta dei dintorni, 2493 m), e continua verso il Col Million e oltre. In destra orografica, invece, una cresta boscosa presenta due risalti, Durakopf e Lutterkopf, uniti da una remunerativa escursione. Tutte le cime intorno a "Tesido" sono indicate per salite e traversate, anche lunghe, ma in complesso non difficilie molto panoramiche.
Apprezzata da tanti ampezzani e cortinesi pur non trovandosi proprio sulla porta di casa, la malga offre anche una pista di slittino notissima in Pusteria: è la strada forestale lunga quasi 5 km che dal Mudlerhof (ristoro che merita la sosta, perché dalla veranda garantisce la visione di 53 cime dolomitiche) sale per 400 m di dislivello nella fitta abetaia. 
Per giungere a "Tesido", basta seguire per un’ora e un quarto circa la strada citata: subito sopra il Mudlerhof, il grande parcheggio - che serve anche per salire alla meno nota malga Brunnerwiesen, alla base della Lutterkopf - testimonia quanto sia ricercata la zona, d'estate come d'inverno.
Siamo nei Monti di Casies, o Gsieser Berge: un sottogruppo molto caratteristico, forse sottovalutato dagli escursionisti italiani perché formato perlopiù da vette erbose di roccia fratturata, che non possono certo competere con le Dolomiti. Le vette degne di attenzione però sono tante, e d'inverno attirano sci-alpinisti dall'intero Nord-Est. Tra il Passo Stalle e il confine di Prato Drava i Monti di Casies celano forcelle, malghe, valli e vette molto belle, da noi battute in ogni stagione, in luminose giornate al cospetto delle altezze.
“Tesido” (e il suo Kaiserschmarren!) e le cime che le fanno corona, sono luoghi che riteniamo meritevoli di essere conosciuti e amati.

28 set 2017

"Nonno Mode", nuova via sull'Ago Inglese (Croda da Lago)

Il 9 settembre Carlo Alverà, Scoiattolo e guida, ha tracciato con Federico Svaluto “Nonno Mode”, una nuova via sull'Ago Inglese, piccolo monolito che si alza da una gola lungo l’accesso da sud ai torrioni della Croda da Lago, a 15 minuti dal rifugio omonimo. 
La via si sviluppa per 90 metri in quattro tiri di corda; chiodata con 25 spit, presenta difficoltà dal 5b al 6c, in parte peraltro azzerabili. Buona alternativa per una bella giornata su una guglia sconosciuta sopra il lago, magari abbinandovi qualche tiro in falesia, ha detto Carlo, figlio di "Mode" (Modesto) e Monica, gestori dal 1994 del rifugio, e nipote di Alziro Molin, grande guida di Auronzo cui la figlia Uta ha dedicato recentemente un libro per i 60 anni di scalate sulle montagne di tutto il mondo. 
photo by Carlo Alverà
Alverà ci tiene pure a precisare che una volta in cima, scendere dall'Ago è semplice: basta una calata in doppia di 15 metri e poi per canalini sulla destra.
Enrico Maioni, Scoiattolo e guida alpina che segue con attenzione l'alpinismo locale, nel suo sito annota ... oggigiorno gran parte dei giovani scalatori pratica quasi esclusivamente l’arrampicata sportiva, lasciando in disparte l’alpinismo, e fa piacere vedere che qualcuno si dedica con entusiasmo ad ambedue le discipline. Fortunatamente Cortina vanta una tradizione alpinistica che si tramanda di generazione in generazione...
photo by Carlo Alverà
La nuova scoperta fa piacere pure a chi scrive, per un motivo "didattico": quanti fino ad oggi conoscevano, anche solo l'esistenza, del monolito, che già novant'anni fa Antonio Berti citava in "Le Dolomiti Orientali" come ... ardito, piccolo Ago Inglese? Forse la guglia fu detta così in onore di un britannico che la salì; sarà stato magari John Swinnerton Phillimore, appassionato delle nostre crode, quando - nell'agosto 1899 - scalò con Dimai e Verzi il vicino Campanile Federa per la parete est?
Esclusa la citazione di Berti, finora - oltre al ricordo che ne ho per esserci passato sotto tre volte - dell'Ago avevo solo in mente una vecchia fotografia, inserita dall'amico Dino in 1901 Barbaria Hütte. 2001 Rifugio Croda da Lago Gianni Palmieri: un secolo di storia, il libriccino che scrissi per conto del Cai Cortina in occasione dei cento anni del rifugio. 
Con questa loro salita, Carlo e Federico hanno quindi fornito un contributo in più, sia all'offerta alpinistica che alla storia e geografia delle crode che si riflettono nel romantico lago di Federa.

26 set 2017

Riaprirà il rifugio Popena a Misurina?

Domenica 24, un articolo sul Corriere delle Alpi titolava: "Corona: «Riapriamo il rifugio Popena di Misurina». Il giorno prima eravamo stati a Misurina, per un aperitivo da Quinz con amiche: vicino a noi veniva intervistato Corona, e così abbiamo captato qualche parola e intuito il tema. 
Non è casa mia, ma conosco e apprezzo la zona da molti anni, ho salito cime e vie di roccia, percorso diversi sentieri e del Popena ho scritto più volte. Di ricostruire il rifugio - distrutto nel 1948 e alla storia del quale dedicherà un pezzo l'amico Enrico Maioni su "Le Dolomiti Bellunesi" di Natale 2017 - si sente parlare da anni, e personalmente, la vedo come una operazione delicata.
Già Luca Visentini, che con Corona esplorò a fondo tutte le cime della zona, nel volume "Gruppo del Cristallo" (Athesia 1996) derivato dalle loro salite, paventava l'idea di ricostruire l'immobile, posto su una sella in continua erosione - basta vedere il sentiero che vi sale dal Ponte Rudavoi - a un'ora soltanto di cammino dagli hotel, negozi e pizzerie di Misurina; privo di una presa d'acqua e di un accesso di servizio (che forse risalirebbe la Val Popena Alta), ma soprattutto incastonato in un angolo dolomitico ancora puro.
Macerie ineleganti, ma suggestive nel loro silenzio! 
(foto R. Vecellio) 
Il rifugio originario, costruito e gestito con molti sacrifici dal trentino Lino Conti e consorte, ebbe vita breve. In circa dieci anni diede di sicuro un impulso al turismo del Popena, ma erano altri tempi e il turismo era diverso. La piccola costruzione forniva ricovero e servizi spartani a clienti motivati, forse più rispettosi della natura e meno pretenziosi di quelli che oggi cercano vizi e virtù di hotel o ristoranti pluri-stellati anche in mezzo alle crode. Quando qualcuno appiccò malvagiamente il fuoco alla casetta, Lino Conti si disperò; tentò di rimetterla in piedi, ma infine si arrese. Oggi lassù restano solo macerie, ineleganti ma suggestive nel loro silenzio.
Non ho motivo di osteggiare il ricordo di Valerio Quinz, guida e albergatore di Misurina che ho conosciuto e al quale Corona vorrebbe dedicare il rifugio, che a suo dire non costerebbe più di 200.000 euro e "valorizzerebbe" il gruppo; mi chiedo solo se dal punto di vista economico l'operazione si reggerebbe in piedi e se ad essa non farebbero da contorno nuovi sentieri, ferrate e altro. E' senz'altro giusto il ricordo di Quinz a Misurina, ma lassù non andrebbero dimenticati neppure altri personaggi, come Buzzati, Casara, Comici, Mazzorana, Scheibmeier!
Le macerie sulla sella, la dolce Val Popena Alta, la Val de le Barache di bellica memoria, il Corno d'Angolo di Comici, il Cristallino di Grohmann, la Croda de Pòusa Marza e le Torri di Popena di Michl, il Piz Popena di Santo, il Popena Basso di Casara e Mazzorana, la Punta Michele di Sepp, le guglie di Val Popena Alta di Dibona e Duelfer, sono perle dolomitiche splendenti; degne di grande rispetto, non di essere avviate all'usura, magari col rischio di trasformarsi in "pattumiere d'alta quota", come si sta purtroppo verificando al contiguo Lago del Sorapis.

23 set 2017

23 settembre 1931-2017: il diedro Mazzorana sul Popéna Basso

Sono passati 86 anni dal 23 settembre 1931. Quel giorno Piero Mazzorana (un giovane venuto con la famiglia da Longarone ad Auronzo, dove si accasò, dal 1936 fu guida alpina e per ventisei anni gestì il grande rifugio Auronzo ai piedi delle Tre Cime), saliva da solo per la mulattiera militare che serpeggia nel bosco sopra il Grand Hotel Misurina verso il Popéna Basso, rilievo roccioso e boscoso posto tra il lago e la Val Popéna Alta. 
Probabilmente Piero – che aveva iniziato da poco a esplorare i monti del Cadore - aveva messo gli occhi su una parete che non sfugge a chi guarda da Misurina verso le cime del Popéna, e vide una possibile linea di salita: un diedro grigio e fessurato a sinistra della fascia di strapiombi che caratterizza la parte centro-orientale della parete. 
Piero superò di slancio il diedro, trovando difficoltà fino al quarto e forse non lasciò nemmeno tracce di passaggio; il suo risultò un percorso breve ma non banale, che sarebbe diventato molto presto un'apprezzata classica dolomitica. 
La via "Mazzorana a sinistra degli strapiombi gialli” si sviluppa in modo logico su una parete articolata e in complesso salda (stamattina però, guardandola dal basso, ho visto una macchia bianca di frana a sinistra del diedro, che spero non lo abbia danneggiato), e offre una simpatica avventura dolomitica. 
23 settembre 2017: il Popéna Basso da Misurina (foto E.M.)

Cinquant'anni e qualche giorno dopo la solitaria della guida che, una volta in pensione, si era trasferita a Merano, dove si spense per problemi cardiaci a soli settant'anni nell'aprile del 1980, in un cupo sabato d'ottobre anche Ernesto poté avventurarsi per la prima volta sul diedro, in compagnia di Dande, Didi e Lustra.
Erano anni di incalzanti avventure, e quella gli piacque subito: per l'ambiente che incornicia il diedro, per l'impegno che richiede (senz'altro alla sua portata) e per la simpatica uscita, su una cima quasi piatta tra i mughi da dove gli amici scesero veloci, a grandi balzi fra ghiaie e conifere, per l'agognata birra da Quinz, che coronò la bella giornata. 
Dopo quel sabato nebbioso, Ernesto risalì diverse volte su quel simpatico cimotto: per il diedro, per l'altra via aperta da Mazzorana con Adler nel 1936, sulla destra della parete, e poi semplicemente per la facile via normale. 
Oggi, riguardando il Popéna, esso gli ha ricordato lo slancio del ragazzo che quasi novant'anni fa tastò per primo gli appigli del diedro ampliando la storia della palestra, inaugurata cinque anni prima da Severino Casara, il vicentino "matto per le crode", e tutto sommato sempre in voga.

19 set 2017

Ritorno al Salzla

Domanda: quanti saranno gli alpinisti, specialmente di lingua italiana, che spesso neppure sanno localizzare i Gsieser Berge-Monti di Casies, ai quali possa interessare il Salzla (Monte di Tesido, secondo la toponomastica di Tolomei)? 
Anzitutto, dove siamo? Ci troviamo di fronte ad un "modesto ripiano prativo", un belvedere verde e in parte alberato in Val Pusteria, a meno di cinquanta chilometri da Cortina. Quotato 2131 metri, il Salzla ha in vetta la sua croce, un tavolino e una panca, secondo le migliori tradizioni sudtirolesi. 
Come ci si arriva? Dalla Malga di Tesido-Neue Taistner Sennhuette, nota meta estiva e invernale in circa mezz'ora, seguendo prima una carrareccia sassosa e deviando poi su una traccia erbosa segnalata e numerata col 38/b. Dal ristoro Mudlerhof, raggiungibile in auto dal paese di Taisten-Tesido presso Monguelfo-Welsberg, fino alla cima occorre in complesso un paio d'ore, per cinquecentoundici metri di dislivello: volendo, non è proprio una "passeggiata digestiva"...
In vetta (foto E.M.)
Noi abbiamo apprezzato il Salzla come traguardo di un'uscita di primo autunno, per l'ambiente panoramico, solitario e riposante. Una meta interessante, sempre ignorata e riscoperta grazie all'età, che impone di calibrare le ambizioni (un proverbio Masai dice: "Il giovane cammina più veloce dell'anziano, ma l'anziano conosce la strada"...) e alle guide di Fabio Cammelli delle Alpi Pusteresi. La cima che abbiamo calcato, la custodiamo ora tra i ricordi più vivi dei Monti di Casies, così diversi dalle Dolomiti ma così affascinanti per chi li sa capire. 
Per quota e impegno, forse il Salzla non fa "curriculum", e la sua salita non richiede di sicuro sforzi sovrumani; noi lo ricordiamo come un luogo particolarmente bucolico, in cui siamo riusciti ad apprezzare la vera poesia della Montagna. 
Caro Salzla, o Monte di Tesido, ti siamo grati per quanto ci hai donato in una malinconica domenica.

14 set 2017

Sui monti con Tone Belòbelo, guida "dandy"

Antonio Soravia nasce a Cortina centonovantasei anni fa e si spegne ottantaduenne, nel 1903. Noto in paese come Tone Belòbelo, fu una guida alpina (o solo un portatore?), tra le prime munite di permesso nella valle d'Ampezzo.
Di lui non sono molte le notizie, a partire dalla data d'inizio della professione: difettano anche le tracce della sua presenza in rifugi, su crode e passi e nel primo elenco delle guide autorizzate a Cortina (datato 1° marzo 1876) il nome di Soravia non c'è. 
Nel libriccino di Leone Woerl Cortina und Umgebung. Führer im Ampezzothal mit Plan von Cortina und Spezialkarte des Ampezzothales, edito a Würzburg nel 1891 e ristampato in traduzione italiana a cura di Giovanna Mariotti nel 1992, invece, il portatore - già anziano per l'epoca - c'è. Munito di un cartellino col numero 13, compare anche tra le guide in servizio attivo nel 1893; nel ritratto di gruppo scattato a Volpera quattro anni più tardi, infine, il nostro non c'è più.
Più che per avventure alpine d'alto rango - che forse non era abilitato a compiere - pare che il Belòbelo si distinguesse per le molteplici attività e servizi prestati (fra i quali era compreso anche quello di guida o portatore), e perché conduceva una vita ben adeguata all'epoca delle Belle Èpoque ampezzana.
Guide e portatori ampezzani in servizio attivo nel 1893.
Antonio Soravia è il 1° da destra, in alto (archivio E.M.) 
Tratteggiare la sua vicenda umana, come quella degli altri pionieri che con lui fecero conoscere le Dolomiti, non è agevole. Il ceppo familiare risulta estinto; non so se esistano un libretto professionale o immagini della guida, oltre a quella presentata qui di fianco; ignoro quali cronisti dell'alpinismo di allora, di solito poco generosi verso i portatori, si ricordarono di Soravia in qualche scritto. Così, con le fonti a disposizione (Le guide di Cortina d'Ampezzo di Franco Fini e Carlo Gandini, 1983; i dati dell'Archivio Parrocchiale e quelli della lapide nel cimitero di Cortina, che commemora le guide e portatori scomparsi), la figura di Tone e il suo transito nella storia sono impalliditi nella memoria individuale e collettiva.
In base ai "si dice", immagino che fosse un simpatico gigione, di favella veloce e umorismo salace, ancora disposto a 70 anni e oltre a guidare "signori" - o, forse meglio, signore... - in gite semplici e nel contempo redditizie: grotte di Volpera e Tofana, Crépa, Porta del Dio Silvano, Cuàire, rifugio Nuvolau o, chissà, anche su una delle cime che dall'800 richiamano in Ampezzo appassionati da ogni nazione. 
Mi pare di vederlo su qualche altura, narrare ai clienti storie alpine o venatorie reali o iperboliche, dando ogni tanto di bocca alla fiasca d'acquavite e osservando le volute di fumo della pipa che salgono al cielo. Mentre i suoi clienti schizzano panorami sui taccuini, fotografano, studiano il tempo, le rocce e le piante, Tone Belòbelo, guida "dandy", li guarda e se la ride sotto i baffi.

11 set 2017

Torre Romana o Torre Zaccaria?

La seconda delle Torri d'Averau (che, come alcuni sapranno, in realtà non sono 5, ma una decina) è formata da tre elevazioni, distinte ma quasi saldate l'una con l'altra. 
Quella di destra guardando da nord, da 105 anni è nota come Torre Romana. Come per molte altre montagne, che spesso non vantano storie antiche, nemmeno per la Romana sono certo del motivo dell'oronimo e di quando le sia stato dato. 
Alta circa cinquanta metri dal lato meno ostico e quasi il doppio da quello opposto, la Torre fu salita per la prima volta un giorno d'estate del 1912. La cordata che giunse in vetta era formata dalla guida cinquantenne Zaccaria Pompanin "de Radéschi" e da un cliente rimasto senza nome, forse romano: con lui, quel giorno, "Zàcar" salì anche la torre contigua, di qualche metro più alta, detta "del Barancio" per il ciuffo di mughi che cresce (spero ancora oggi) sulla sottile cima. 
Torre del Barancio a sin. e Torre Romana: in centro, 
il diedro con due cordate all'opera (foto E.M.)

La terza, e più impegnativa elevazione del trio, fu scalata invece il 1° agosto 1913 da un'altra valente guida, Bortolo Barbaria "Zuchìn" col cliente triestino Marino Lusy, e venne dedicata a quest'ultimo. 
Oggi la via originaria della Romana, che s'infila in un camino stretto e umido, penso sia molto poco percorsa: la torre è frequentata invece per il diedro nord, cento metri di buon quarto grado, scalati per la prima volta da alcuni Scoiattoli di Cortina nell'estate 1944. 
Sulla solida dolomia della guglia sono poi state aperte altre vie, ma da anni essa s'identifica col "diedro della Romana". Breve, atletico e non banale soprattutto se salito con basse temperature, ha attratto alcune volte anche chi scrive.
Non sarebbe bello - dopo un secolo - che, accanto al cliente che forse ricorda, la Torre ricordasse anche un protagonista della storia dell'alpinismo locale, che ha dato il nome ad un camino sulla Croda da Lago, nel quale però non si inoltra quasi più nessuno?
Perché dunque, non avere una "Torre Romana - Torre Zaccaria", o Torre Pompanin, o anche Torre Radéschi?

31 ago 2017

Emozioni d'altri tempi: la Comici sulla Punta Col de Varda e il biglietto di Piero Mazzorana

4 settembre 1977, appena finito il liceo. 
Con Enrico – più giovane di me e più portato per il "difficile" – vogliamo conoscere una via, aperta il 1° settembre 1934 dai famosi scalatori Comici e del Torso. Siamo diretti verso la Punta Col de Varda, la piramide che spicca da Misurina a fianco dell'omonimo rifugio e fu "terreno di gioco" di generazioni di alpinisti fra i quali Buzzati, primo a ripetere la Comici con Zanutti e un’amica, una settimana dopo l'apertura,
La via supera l'esposta e salda parete orientale della Punta, ed è frequentata per un mix di peculiarità, che vi convogliano spesso i cultori dell'alpinismo classico. In alto, una cordata contiene una quindicina di metri aerei e non facili; per quanto si possano evitare, nelle salite successive li approccerò sempre con rispetto. 
Punta Col de Varda d'inverno, dal rifugio omonimo
(foto E.M., 12.12.2010)
Conclusa la fatica, sotto l'ometto scopro un biglietto sgualcito e scritto con grafia tremolante, che leggo con grande curiosità. Esso dice che, se fossimo arrivati in vetta il giorno prima, vi avremmo trovato nientemeno che Piero Mazzorana, storica guida cadorina e gestore per 26 anni del rifugio Auronzo alle Tre Cime. Perché so di Mazzorana? Ho quasi imparato a memoria la guida Berti, leggendo e rileggendo le relazioni delle vie (una sessantina) che aprì in un ventennio: molte furono realizzate nel giardino di pietra dei Cadini, e in seguito alcune le salirò. 
Ieri Mazzorana è giunto quassù da solo per la via Obliqua, un percorso di ignoti, aperto in epoca imprecisata e che penso oggi venga disertato, perché "troppo" facile e un po' friabile. L'Obliqua incrocia la Comici: ancora non la conosco, ma ripeterò anch'essa, la prima volta con mio fratello nel 1983 e la seconda in solitaria un anno dopo. 
Forse, penso mentre mi godo la salita appena conclusa e la cima silenziosa, Piero è stato spinto di nuovo sulla Col de Varda dalla grande passione che lo ha visto esplorare per anni le punte e le puntine dei Brentoni, Cadini, Cristallo, Croda dei Toni, Lavaredo, Popera, Sella. Che personaggio dell'alpinismo!
Il pezzo di carta mi emozionò, soltanto pensando che la guida aveva già sessantasette anni e, nonostante il passare del tempo, evidentemente non aveva ancora perso la voglia della dolomia. Nel 1980, quando seppi da mio padre - che lo aveva conosciuto – dell'improvviso decesso della guida, il primo pensiero fu: “... ma perché non ho fatto una foto anche a quel biglietto tra i sassi della Punta Col de Varda?” 
Oggi potrei avere nel mio archivio una delle ultime testimonianze della passione di Piero Mazzorana, grande alpinista e guida dolomitica.

29 ago 2017

Torre Trephor: 50 anni fa la via di Strobel

29 agosto 1967, cinquant'anni fa. Paolo Michielli "Strobel", giovane fratello di Albino (caduto il 19 aprile 1964 dalla Torre Piccola di Falzarego), sale con A. Zanier la parete est della Torre Trephor, la più piccola e ostica delle Torri d'Averau. La via, circa 30 metri di dislivello per 50 metri di sviluppo stimati di VI-VI+, richiede cinque ore e diciotto chiodi, di cui quattro restano in parete.
La Torre, dall'indecifrabile toponimo, aveva già un vissuto, essendo stata salita nel 1927, ultima tra le sommità del gruppo. La conquista era spettata a tre guide: Angelo Dibona che, dopo il vulcanico primo quindicennio del XX secolo e la parentesi bellica, era tornato con successo sulla scena; Luigi Apollonio Longo, "ragazzo del '99" che con Dibona fece spesso cordata; Angelo Verzi, giovane e già affermato. 
Fu proprio il "bòcia" a calcare per primo la vergine cima. Lanciata una corda da una torretta antistante, fu stabilita una teleferica, su cui Verzi traversò per 15 metri nel vuoto verso la Trephor, che strapiombava da ogni lato. Dalla vetta, Angelo recuperò i compagni che, usufruendo della fune in tensione, raggiunsero velocemente anche loro la Torre, con un impegno più ginnico che alpinistico. 
Ciò che restava della Trephor, cinque anni dopo il crollo 
(foto E.M., 27.06.2009) 
Come per la Torre del Diavolo, la Guglia de Amicis e il Campanile Paola, anche la Trephor venne salita per roccia solo anni dopo. La prima via vera e propria, infatti, fu aperta ad ovest da "Piero Lòngo", fratello di Luigi e anch'egli guida, nel 1939; sebbene il suo percorso si limitasse a due sole cordate, Piero vi incontrò alte difficoltà e dovette usare qualche chiodo.
Nonostante le misure ridotte, la torre ospitò poi altre vie: intorno al 1959 la guida Marino Bianchi ne aprì una da solo, e fra gli anni '80 e '90 ne vennero chiodate quattro "moderne". Fino al dilagare del free climbing, posso credere che la Torre Trephor non abbia comunque attirato frotte di alpinisti, almeno lungo la via originaria, che la guida "Dolomiti Orientali" valutò di V-VI e di cui ricordo con affetto le mie tre salite. 
Fino ai primi anni 2000, la guglia ha vissuto quindi una storia articolata e interessante, ispirando persino una novella in ampezzano, italiano e tedesco (Ernesto Majoni, Ra tore che r'à vorù morì. Storia de na croda, Print House - Cortina 2007). Dalla primavera di tre anni prima, però, la Trephor non c'era più; per chissà quale fatalità geologica si era schiantata in una nuvola di detriti, lasciando un vuoto tra le Torri d'Averau e nei ricordi di chi la salì: tra loro, forse, anche "Strobel" e l'amico Zanier.

25 ago 2017

Al Rifugio Nuvolao il ricordo di un amico della montagna

Sergio Zambelli Nìchelo, ampezzano appassionato della montagna nonché artista del legno, ha voluto recentemente dedicare un pensiero all'amico Luciano Bernardi, che fu volontario del Soccorso Alpino di Cortina e per quasi un trentennio consigliere della locale Sezione del Cai con delega alla manutenzione sentieri, deceduto il 29 dicembre 2016 dopo una dolorosa malattia (cfr. al riguardo ramecrodes.blogspot.it/2017/01/ricordo-di-luciano-bernardi.html). Zambelli ha quindi realizzato e fatto dono alla Sezione di un bassorilievo ligneo, che reca l'iscrizione “Luciano Bernardi Agnel - Un amico della montagna”.
Il bassorilievo che ricorda Luciano Bernardi,
presso il rifugio Nuvolao (foto Roberto Vecellio) 

Nel corso dell'estate, la pregevole opera è stata collocata su una parete della sala da pranzo del Nuvolao, secondo rifugio per quota (2575 m), ma primo per longevità (fu infatti inaugurato l'11 agosto 1883, col nome di rifugio Sachsendank) dei tre di proprietà del Cai Cortina, che sorge sulla panoramica vetta omonima, e anche al quale Bernardi riservò costante attenzione e simpatia nella sua attività di volontariato nell'ambito del Cai.
Il pensiero di Sergio Zambelli e della Sezione di Cortina, che meritano senza dubbio un cenno di riconoscenza, consoliderà ora il ricordo di Luciano "Agnèl" tra le montagne che ha tanto amato.

18 ago 2017

Federico Terschak, alpinista, sportivo e scrittore, nel 40° della scomparsa

Chi conosce qualcosa di Cortina, magari sa anche chi è stato Friedrich Adolf Terschak, detto Fritz e poi Federico: alpinista, dirigente sportivo e scrittore nato in Germania, ma "naturalizzato" ampezzano.
Terschak vide la luce a Monaco di Baviera il 27 giugno 1890, figlio unico di Emil (1858-1915), alpinista, pioniere dello sci e della fotografia alpina, e di Henriette Stremell (1865-1939). Visse a Ortisei fino al 1897, quando il padre e la madre decisero di spostarsi a Cortina, dove aprirono un laboratorio  fotografico nel centro del paese. 
Segretario della Sezione Ampezzo del Club Alpino Tedesco-Austriaco fin dagli anni '10, sino agli anni '30 Federico aprì numerose vie e compì salite, alcune anche di difficoltà sostenute, su tante crode dolomitiche. Tra le nuove vie, realizzate con amici e compagni fra i quali spicca "Bepi" Degregorio, ricordiamo il Camino Terschak sulla parete sud della Testa del Bartoldo (Pomagagnon): 600 m di IV-V, superati con Hermann Kees il 19 luglio 1913. 
Precursore dello scialpinismo con alcune prime all'attivo (Lavinòres, 1910 - Picco di Vallandro, 1934), Terschak ricoprì tra l'altro la vice Presidenza del Club Alpino Accademico Italiano, di cui faceva parte già dagli anni '20. Fu tra i fondatori del Bob Club Cortina, del quale venne poi nominato Presidente Onorario; operò con energia per lo sviluppo degli sport invernali a Cortina, per i mondiali di sci del 1941, per le Olimpiadi del 1956 e fino ai mondiali di bob del 1966. Progettò e curò i lavori di costruzione dei primi trampolini di salto e scrisse la "Guida di Cortina d'Ampezzo" (almeno 15 edizioni, sempre aggiornate, dal 1923 al 1970), "L'alpinismo a Cortina dai primordi ai giorni nostri 1863-1943" (1953), "Guida ufficiale ai VII Giochi Olimpici Invernali" (1956). 
Autografo di Federico Terschak, anno 1953 (raccolta E.M.)
Scomparve a Cortina il 18 agosto 1977, lasciando la consorte Alda Dandrea "de Fràsto", sposata nel 1922. Il paese che lo aveva accolto alla fine dell'800, onorò il nome dello sportivo iscrivendolo sulla lapide ai benemeriti in cimitero; la celebrazione nella Basilica Minore di una messa di suffragio, richiesta da alcuni estimatori nel quarantennale dalla morte, caduto oggi, intendeva riproporre il suo ricordo agli appassionati di montagna e sport, locali e non.
Peccato che costoro, in specie i locali, si siano contati sulle dita di una mano.

11 ago 2017

Il Taé, una grande cima

Volendo individuare le "Top Ten" fra le montagne di Cortina, in particolare quelle comprese nel Parco Naturale delle Dolomiti d'Ampezzo, assegnerei senza esitare un posto d'onore al Taé. 
Il nome di questa massiccia cima, che fa capolino da Nighelònte - lungo la Strada d'Alemagna, prima di Fiames - fra le pendici della Tofana III e il Col Rosà, è evidente per gli ampezzani, ma ad altri potrebbe non essere chiaro. 
L'arcano sta in questo. La parete sud, che scende verticale per quattrocento metri in Val di Fanes, è rigata da incisioni che evocano quelle di un coltello su un tagliere domestico: nel parlare d'Ampezzo il "taé” è proprio il tagliere.
Alcune fonti, da Von Glanvell e Berti a chi prese da loro, citano il nome della cima come “Taë” con la dieresi, dandogli una patina esterofila che non gli compete, ma il problema è del tutto ininfluente.
La via normale alla vetta, seguita sia d'estate che con le pelli, alla fin dei conti non è troppo alla moda. Sono note le vie di alta difficoltà che dal 1953 hanno interessato la parete sud-est, ma la faticata necessaria per salire fin lassù dal versante opposto non è in balia delle folle, ed è senz'altro un bene. 
Eppure dall'alto dei suoi non eccelsi 2511 m quella cupola, battuta ab antiquo da cacciatori e pastori e fortificata durante la prima guerra mondiale, dopo quasi un chilometro di dislivello in salita da Antruiles, svela un culmine di erba e detriti silentee aperto sull'orizzonte. 
La parete sud-est del Taé, verso Cortina
(foto E.M., 2003)
Ho scritto spesso della storia e delle peculiarità di questa montagna: questa volta aggiungo soltanto che la visita al “tagliere”, che ho ripetuto più volte, anche a Ferragosto in assoluta solitudine, è da considerarsi un'escursione completa e molto appagante, in una zona al margine di luoghi più noti.
Il Taé non è agevolato da impianti e rifugi; ci sono pochi bolli di vernice; le tracce non sono esagerate, e non c'è alcunché da attrezzare con corde, ponti o scalette.
La cima richiede un po' di sforzo fisico, ma alla fine lo compenserà generosità.

"Pala di Marco" sul Mondeciasadió: una probabile prima sci-alpinistica?

Una foto, scattata dal salotto in questi ultimi giorni d'autunno prima dell'arrivo della neve, al crestone di Mondeciasadió - risal...