15 set 2016

Scalando il "Caregon del Padreterno", simbolo dell'alpinismo dolomitico

Le fasi cruciali della storia dell'alpinismo dolomitico non si sono svolte solo a Cortina, San Martino, Sesto, ma anche in valle del Boite, da San Vito a Borca, a Vodo e a Valle. 
La storia inizia con la salita ufficiale del Pelmo ad opera di John Ball. Figura di spicco del mondo alpinistico europeo, il dublinese (1818-1889) presiedette per primo l'Alpine Club, fondato a Londra nel 1857; nello stesso anno, nel corso di uno dei suoi svariati viaggi in Italia, volle visitare le Dolomiti, e transitando lungo la valle del Boite rimase ammaliato dal baluardo del Pelmo, che giganteggia tra il Cadore e Zoldo. 
Nella descrizione della prima salita, uscita un decennio dopo l'impresa in "A Guide to Eastern Alps", l'alpinista lo definì "...una gigantesca fortezza della più massiccia architettura, non intagliato in minareti e pinnacoli...
Il Pelmo dalla valle del Boite
(foto di Angelo Roilo)
In valle del Boite, Ball conobbe il cacciatore Giovanni Battista Giacin detto Sgrinfa, nobile figura dell’alpinismo locale, che gli propose di salire la vetta. All'epoca, i cacciatori di camosci erano i più pratici di cenge, forcelle e valloni, che risalivano sulle orme degli animali fin sulle vette, e furono i protagonisti del primo alpinismo, anche in Cadore. 
Il 19 settembre 1857 Ball affrontò quindi il Pelmo con Giacin che però, risalito il nevaio finale, cedette per chissà quali paure. Il dublinese proseguì da solo, facendosi strada fra rocce che avevano già dissuaso dalla salita altri alpinisti, e la sua via è rimasta quella normale. Al suo nome rimane intestata la cengia orizzontale ed in parte esposta, che permette di accedere alla cima senza eccessive difficoltà.
Il 6 settembre 1863 toccò a Paul Grohmann. Il viennese sapeva già dell’impresa di Ball, e dovette "accontentarsi" di salire sul Pelmo per secondo e lungo una via diversa. Con le guide ampezzane Francesco e Alessandro Lacedelli da Meleres e i cacciatori di Pescul Melchiorre e Luigi Zuliani, trovò un nuovo accesso risalendo il canalone della Fissura, tra Pelmo e Pelmetto. Nonostante la sua via, come scrisse nel 1877, presenti “…soltanto un breve tratto esposto, ma nessun’altra difficoltà“, essa non riscosse mai il successo di quella di Ball. La prima donna a salire sul Pelmo fu anch'essa britannica: il 22 agosto 1870, infatti, Selina Matilda Fox percorse la via Ball con guide di San Vito.
Nebbie invernali verso il Pelmo
(foto di Bortolo De Vido +)
Prima di infrangere in solitaria il 3° grado di difficoltà sulla piccola Torre dei Sabbioni nell'agosto 1877, Luigi Cesaletti, storica guida di San Vito, aveva scoperto con Giovanni Battista Giacin una terza via sul Pelmo, che l'etimologia popolare ha definito Caregon del Padreterno per la somiglianza ad un "seggiolone" del circo sommitale, osservato dalla Valle del Boite.
Nel 1892 la nascita dell Rifugio Venezia, uno dei primi ricoveri sul versante "italiano" delle Dolomiti, rese di gran moda la via di Ball. Dopo la prima invernale del Pelmo (Tenente Pietro Paoletti di Venezia, guide Cesaletti e Giovanni Battista Zanucco di San Vito, 18 febbraio 1882), nel 1896 il medico Francesco Spada (guide Angelo Panciera di Zoldo e Clemente Callegari di Caprile) vinse il Pelmetto, fratello minore del "Caregon".
Dopo altre importanti salite sulle sue pareti, nel 1924, gli austriaci Felix Simon e Roland Rossi riuscirono a violare la parete nord del Pelmo, che all'epoca fu valutata al limite inferiore del 6° grado. La montagna iniziò a rivelare man mano i suoi segreti: nel 1954 gli Scoiattoli di Cortina tracciarono su un torrione secondario il primo 6° grado superiore della zona, nel 1991 il ricercatore di Pescul Vittorino Cazzetta trovò impronte fossili di dinosauro sotto il Pelmetto e nel 1994 speleologi vicentini scoprirono grotte carsiche profonde oltre 300 metri, che il nevaio sommitale, oggi scomparso, aveva nascosto per millenni.
Nella storia del "Caregon" non si può dimenticare infine la disgrazia del 31 agosto 2011 in cui, travolti da una grande frana, persero la vita i sanvitesi Alberto Bonafede e Aldo Giustina, impegnati sulla parete nord in un soccorso ad alpinisti tedeschi.
Il Pelmo rimane lì, impassibile, ma i nostri due amici che lo amavano non ci sono più. E non è detto che la vicenda sia finita...

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