20 mar 2016

Storie di alpinismo: Renzo, lo Spigolo Dibona, il temporale

Colgo l'occasione per ricordare un amico di croda e rilevare quanto conti per qualcuno l'apporre, o il non apporre, la propria firma sui libri di vetta che costellano le montagne. 
Il 1° settembre 1985 salimmo lo Spigolo Dibona sulla Cima Grande di Lavaredo. È una via famosa, che per l'età e l'allenamento del tempo, tutto sommato non mi sembrò eccessivamente impegnativa; un po' delicata per il costante incubo della caduta di sassi, ma godibile e importante per il nome che porta, quello di Angelo Dibona.
Secondo la storiografia di parte italiana, i primi salitori sarebbero stati la guida ampezzana col cliente Emil Stübler, nell'agosto 1909; secondo quella di parte tedesca, invece, Dibona fu il primo ripetitore dell'itinerario scoperto l'anno prima in solitaria da Rudl Eller, guida di Lienz (1882-1977). 
Dibona o Eller che fossero, sullo spigolo le cose andarono bene. Giunti sulla cengia anulare sotto la vetta, il tempo virò al brutto; ma il compagno più maturo (aveva passato i cinquant'anni, uno in meno di noi due giovani messi insieme) volle a tutti i costi toccare la croce di vetta. Gli premeva ammirare il panorama che si schiude da lassù, pensava che forse non l'avrebbe più goduto e voleva “conquistare” la cima, elemento che spesso gli scalatori evitano, giudicandolo superfluo. Non voleva però assolutamente lasciare il suo nome sul libro, temendo che - se qualche conoscente l'avesse visto - avrebbe potuto riferirlo alla consorte, notoriamente poco lieta delle uscite del marito sulle crode.
Renzo sulla Rocheta de Cianpolongo, primi anni 2000
(foto raccolta Roberta Alverà)
Così fu: giunti in cima, mentre lui si commuoveva guardando lontano, noi giovani mettemmo la sospirata firma sul libro (per me fu la seconda di tre); facemmo merenda e, poiché il cielo era quasi nero, ci preparammo a rientrare. Sotto la cengia non sfuggimmo però al diluvio, che ci bagnò fino alle ossa, mutò le rocce in un torrente, rese lente le manovre di corda ed elevato il nervosismo. 
Ci promettemmo che, giunti a terra, avremmo festeggiato come si deve lo scampato pericolo, e mantenemmo la promessa. Da Alziro Molin a Misurina ordinammo una robusta serie di tè con rum, bicchieri di vino e di grappa, tanto che la discesa a Cortina diventò ... quasi un sesto grado. 
Incontrando il compagno a distanza di 10, 15, 20 anni, i nostri discorsi vertevano sempre su quell'unica salita fatta in cordata, sulla firma che non "poté" mettere, sul temporale, sul palloncino che per fortuna non soffiammo nel ritorno a casa.
Per noi, ma soprattutto per lui, lo Spigolo Dibona (o Eller) della Cima Grande di Lavaredo fu un'esperienza senza dubbio importante. E oggi che non c'è più, nel ricordo dell'amico posso svelarne il nome: Renzo Alverà Pazifico (1933-2010), di Acquabona d'Ampezzo.

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