13 gen 2016

Il Sas del Orso Bianco: prove alpinistiche giovanili

Per noi ragazzi della seconda metà degli anni '70, avere tra le mani un "sasso" era un mezzo per sentirsi grandi, sicuramente più salutare dello sprecare i pomeriggi in piazza o al bar. 
Oltre le case di Mortisa, dove inizia il bosco di Volpera, avevamo scoperto un "sasso" grande e articolato, affondato come un dente canino nella vegetazione, oggi sempre più amazzonica. 
Complice un parziale, rustico adattamento eseguito in quegli anni da giovani della zona, iniziammo ad andarci anche noi, per allenare - più che le braccia - la fantasia. 
Il masso lo battezzammo “Sas del Orso Bianco”, ma non ricordo il perché; mi pare di ricordare invece che culminasse in uno spuntone principale, rastremato in cima e scalabile, anche se su roccia mediocre. 
Su un terrazzino a metà c'erano i resti di un zingaresco "bivacco" di lamiere e teli di plastica, e su cenge e paretine trovammo chiodi, filo di ferro, una scaletta di legno. 
L’unico settore che ci intimidiva era la parete sud, non molto alta ma liscia e ripida, che credo sia stata salita in quegli anni dallo Scoiattolo Carlo Michielli. 
Noi tre o quattro, per il nostro Sas nutrivamo un sacco di idee e di progetti, dall'attrezzare una ferratina che volevamo far collaudare a parenti esperti, all'inventare dirette e direttissime su ogni metro libero. Volevamo insomma vivere pienamente la passione che sbocciava, in quel mondo vegeto-minerale fuori dal tempo e dallo spazio... 
La difficoltà dei tratti in cui occorrevano le mani per salire toccava forse il 3° e la roccia - sporca di erbe e ghiaino - non era certamente il calcare della Marmolada: quel masso non sarebbe mai potuto diventare una falesia di stampo moderno...
Prove alpinistiche giovanili: Carlo (15 anni), Sandro (15), 
Ernesto (16)  in cima alla Punta Fiames, 16.4.1974
Dentro di me, il mito del Sas del Orso Bianco, però, s'infranse soltanto quando, dalla strada boschiva che collega Mortisa al Lago d’Aial, proprio di fronte al nostro regno, scorgemmo due ragazzotti forestieri impegnati su una parete senza dubbio migliore e con difficoltà apprezzabili. 
Conoscemmo così Diego Campi di Vicenza (a me sembrò già grande, ma avrà avuto la mia età), compagno di cordata del famoso Renato Casarotto che in un pomeriggio di “disperazione”, con l'amico Scattolin, o Scandolin, stava tentando di scalare una "non-vetta" in un "non-luogo", snobbando il nostro piccolo universo friabile a favore di una parete seria. 
Lungo la quale, forse, noi non saremmo riusciti a salire.

Sullo Spalto di Col Bechéi, una cima senza cima

Il nome "Spalto" (più diffuso al plurale, "Spalti") di Col Bechéi, che identifica una zona famosa per le vie di scalata...