28 set 2016

Il Taé, una grande montagna

Giungendo a Cortina dal Cadore e volgendo lo sguardo verso nord, non passa inosservata una muraglia verticale dai riflessi rossastri: è la parete sud del Taé, cima del gruppo della Croda Rossa d'Ampezzo, nel piccolo sottogruppo del Col Bechéi.
La sua silhouette arrotondata pare quasi reggersi in bilico sulla Val de Fanes;  la parete, che gli antichi accostarono ad un gigantesco tagliere segnato da lame di coltello, si eleva per un migliaio di metri sopra le cascate del Ru de Fanes, affluente del Boite. Caratteristico per stratificazioni a ventaglio che si allungano da sinistra verso l’alto, formando cenge e tetti affrontati da rocciatori solo sessant'anni fa, il Taé è una grande montagna, una delle più affascinanti e complete del Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo.
Originale scorcio tardo-autunnale del Taé,
dalla Val de Fanes (foto Roberto Vecellio, g.c.)
Praticato fin dall'alba dei tempi da cacciatori e pastori, fu salito per la prima volta con motivazioni alpinistiche nel 1906 da tre austriaci, Doménigg, Geith e Thiel. Oggi sono note le sue vie estreme, raggruppate sul lato che guarda Fanes, più che l'approccio normale, una robusta escursione - rinomata come scialpinistica - che inizia da Antruiles con la risalita della valle delle Ruoibes de Fora e transita per il Ciadin del Taé, scenografica conca di pascolo e rocce chiusa a ovest dal Taé stesso e ad est dai ghiaioni del Col Bechéi. 
La conca è bagnata da un ruscello, che nasce tra i massi ma presto sparisce per ricomparire a valle. Osservando la sommità da qui, ci si porta sul lato orientale del Ciadin, si risale su tracce una fascia di rocce un po' instabili e lungo la cresta, con un giro ad arco, si giunge alla minuscola croce della cima.
Da lassù, dove resistono alcuni ruderi di un posto di guardia della Grande Guerra, si spalanca un panorama a 360°: Col Bechéi, Lavinòres, Valon Bianco, Taburlo, Col Rosà, Tofana, Pomagagnon... In vetta, non è consueto dividere lo spazio con qualcuno, e lungo la salita, massimamente dopo il Ciadin, di rado s'incontrano altri candidati alla conquista. 
Dal bivio col sentiero, segnato da una trentina d'anni, che porta sul Col Bechéi, cessano i bolli e inizia la Montagna che abbiamo sempre cercato e prediletto: non strapiombi ma sentieri e tracce spesso solitarie e aspre, che implicano impegno e attenzione, ma ripagano in abbondanza la mente e il cuore.

26 set 2016

Sulla cima delle Lavinòres, per il mio 30° compleanno

La cima delle Lavinòres (Lainòres per gli ampezzani, Sas dai Lavinùres per i marebbani, Sasso della Para per la tavoletta dell'IGM), rientra per poco nel territorio comunale di Cortina, poiché i 16,5 chilometri del confine con Marebbe rasentano proprio la cresta sommitale. 
Il nome ampezzano di questa cima detritica ed erbosa, di buon interesse escursionistico e salita con gli sci fin dagli inizi del '900, deriva dalla sottostante particella forestale e si rifà ai termini “la(v)ìna”, “slavina, valanga”, o meglio “la(v)inà”, “solco, canalone di discesa delle valanghe, plaga boschiva ingombra di piante atterrate dalle valanghe”. 
La croce di vetta, verso Cortina 
(da kronplatz-resort.com)
I marebbani, invece, presero come punto di riferimento la “para” (pala, ripido pendio) di magra vegetazione che dalla cima cala sul versante della Val de Mez, a Cortina detta Ruoibes de Inze, e si distingue agevolmente dalla Statale 51 d'Alemagna, nei pressi del tornante di Sant'Hubertus. 
In ogni modo, quale che sia l'origine del nome, le Lavinòres è una di quelle cime sulle quali è sicuramente iniziato l'alpinismo dolomitico, poiché fu raggiunta fin da antichi tempi da pastori e cacciatori di entrambe le vallate confinanti, alla ricerca di pecore e capre sbrancate o di ungulati. 
Al sottoscritto, "ra Lainòres" evocano memorie quasi d'infanzia. Ho già scritto altrove che la mia prima ascensione su quel culmine coincise con il giorno in cui gli americani sbarcarono sulla Luna: era quindi il 20 luglio 1969.
Avevo undici anni, e molto di quello che mi fu mostrato e spiegato in quell'escursione mi è rimasto impresso, ivi compresa la coppia di pernici che, disturbata dai nostri passi, prese il volo proprio davanti a noi che risalivamo la cresta. 
Negli anni successivi ho toccato la cima altre volte (ne ricordo bene quattro, ma sono state molte di più), tra le quali una in particolare, in cui lassù ricordai con alcuni amici il mio trentesimo compleanno.
Nella fresca giornata del 23 ottobre 1988, lungo la via di salita e sulla cima della Lainòres non incontrammo anima viva: e non si poteva desiderare di più.

22 set 2016

I quattro cirmoli di Sennes: leggenda o storia?

Una leggenda ladina narra che in un tempo lontano, fra i pascoli ampezzani di Cianpo de Crosc oltre Ra Stua e quelli marebbani di Sennes, il confine non era definito; fu così che la zona intermedia, rivendicata dai rispettivi pastori, divenne motivo di continui litigi. 
Un giorno in cui erano presenti lassù alcuni rappresentanti di entrambe le parti, quasi dal nulla comparve un losco figuro, che disse: “Io saprei come risolvere la questione. Vedete quell'enorme masso in mezzo al pascolo, che sembra quasi un confine provvisorio? Provate ad alzarlo e spostarlo a vostro favore; nel punto in cui lo lascerete cadere, là fisserete il confine.
La piana di Cianpo de Crosc, fra Ra Stua e Sennes
(immagine tratta da it.wikipedia.org)
Quattro forzuti marebbani si incaricarono di spostare il macigno in direzione di Ra Stua, ma non riuscirono a sollevarlo di un centimetro. Intervennero quindi quattro ampezzani; due per lato, sollevarono il masso senza difficoltà e davanti ai presenti, raggelati dallo stupore, lo spinsero verso nord. La pastora di Sennes, vedendo gli energumeni ormai vicini alla casera, gridò terrorizzata: “Jesú Maria, ai se tol döta la munt!” (“Gesù Maria, ci prendono tutto il pascolo!”) 
In quel momento il masso ricadde a terra e travolse i quattro ampezzani, che avevano fatto un patto col diavolo. Era lui, infatti, che lo aveva spinto, ma all'invocazione dei santi nomi era precipitosamente fuggito. Ai margini del pietrone, dove erano rimasti i quattro cadaveri, nacquero altrettanti cirmoli, alberi che ricrescono anche tagliandoli poiché in essi sono imprigionate le anime dei dannati. 
Giuseppe Richebuono, dopo Vittur, Heyl ed Erlacher, ha ripreso la leggenda in alcune sue pubblicazioni, e scrive che i cirmoli impersonano gli incaricati che, in base agli antichi documenti, stabilirono nel 1471 il confine definitivo fra le due comunità. I marebbani, convinti che la linea tracciata fosse per loro svantaggiosa, pensavano di avere ricevuto emissari del demonio. 
Con un po' di fantasia, nella penombra e con la nebbia, le sagome tremolanti delle conifere potrebbero evocare quattro figure che trascinano il macigno.

19 set 2016

Escursioni in Dolomiti: dov'è la Val Monticello?

Il volume I della famosa, e per certi versi insuperata, guida "Dolomiti Orientali" del medico-alpinista Antonio Berti (nota tra i fruitori come “il Berti”), è suddiviso in due tomi: il primo descrive - in 579 pagine - le crode, le forcelle e le valli che fanno capo ad Ampezzo, Badia, Braies e al Cadore Centrale fra Pieve ed Auronzo. 
La quarta e ultima edizione del volume risale a 45 anni fa, ma la pubblicazione è ancora reperibile, in veste rinnovata con una copertina plastificata che ha rivoluzionato, fra qualche mugugno dei puristi, la “Guida dei Monti d’Italia” rilegata in tela grigia. 
Purtroppo l'opera di Berti è in buona parte obsoleta, alla luce delle novità intercorse sui monti dolomitici negli ultimi decenni e le diverse forme di fruizione estiva e invernale della montagna (identificate quasi solo da termini inglesi), introdotte fra le cime descritte da Berti fin da quando apparve lo scialpinismo, nel 1908. 
Per un’eventuale (utopica, e nel remoto caso preferibilmente monografica) riedizione del “Berti” e per la cartografia che dovrebbe corredarla (in parte, comunque, già conformata), troverei rispettoso consolidare tutti i toponimi originari, non soltanto quelli sudtirolesi ma anche quelli ladini, ampezzani e cadorini. 
Si eviterebbero così etimologie sbagliate e tramandate da decenni, dovute alle carte militari, alla semplificazione "veneta" di toponimi difficili da pronunciare e alla difficoltà di instillare in "forestieri" la conoscenza e l’uso della toponomastica dialettale dei nostri paesi. 
Un esempio? A quasi novant'anni dalla prima uscita del “Berti”, si è ormai cristallizzato il qui pro quo sul significato del toponimo "Val Montejèla" nel Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo, nota perché da lì nel 1865 mossero Paul Grohmann, Angelo Dimai Déo ed Angelo Dimai Pizo, per attaccare la cima della Croda Rossa. 
La Val Montejèla, alle pendici
della Croda Rossa Piccola (da www.youtube.com)
Nella guida, e anche in altre fonti che da essa hanno preso, il nome del luogo è registrato come “Val Monticello”; ma, derivando dalla voce “monte" (ampezzano e cadorino) "munt” (badiotto), “Montejèla” viene a significare “pascolo di ridotta estensione” e non “piccola montagna, monticello” come riporta la guida. 
Il ragionamento vale anche per tre cime del gruppo della Croda Rossa d'Ampezzo, dove il badiotto "Muntejèla", (ampezzano "Montejèla"), è diventato "Monte Sella": la nota Muntejèla de Senes e le solitarie M. de Fanes e M. d’Al Plan. 
Tradotti come Monte Sella di Sennes, di Fanes e di San Vigilio, i toponimi sono ormai entrati a far parte del patrimonio toponomastico italiano comune, e così se ne sono persi l’origine e il vero significato.

15 set 2016

Scalando il "Caregon del Padreterno", simbolo dell'alpinismo dolomitico

Le fasi cruciali della storia dell'alpinismo dolomitico non si sono svolte solo a Cortina, San Martino, Sesto, ma anche in valle del Boite, da San Vito a Borca, a Vodo e a Valle. 
La storia inizia con la salita ufficiale del Pelmo ad opera di John Ball. Figura di spicco del mondo alpinistico europeo, il dublinese (1818-1889) presiedette per primo l'Alpine Club, fondato a Londra nel 1857; nello stesso anno, nel corso di uno dei suoi svariati viaggi in Italia, volle visitare le Dolomiti, e transitando lungo la valle del Boite rimase ammaliato dal baluardo del Pelmo, che giganteggia tra il Cadore e Zoldo. 
Nella descrizione della prima salita, uscita un decennio dopo l'impresa in "A Guide to Eastern Alps", l'alpinista lo definì "...una gigantesca fortezza della più massiccia architettura, non intagliato in minareti e pinnacoli...
Il Pelmo dalla valle del Boite
(foto di Angelo Roilo)
In valle del Boite, Ball conobbe il cacciatore Giovanni Battista Giacin detto Sgrinfa, nobile figura dell’alpinismo locale, che gli propose di salire la vetta. All'epoca, i cacciatori di camosci erano i più pratici di cenge, forcelle e valloni, che risalivano sulle orme degli animali fin sulle vette, e furono i protagonisti del primo alpinismo, anche in Cadore. 
Il 19 settembre 1857 Ball affrontò quindi il Pelmo con Giacin che però, risalito il nevaio finale, cedette per chissà quali paure. Il dublinese proseguì da solo, facendosi strada fra rocce che avevano già dissuaso dalla salita altri alpinisti, e la sua via è rimasta quella normale. Al suo nome rimane intestata la cengia orizzontale ed in parte esposta, che permette di accedere alla cima senza eccessive difficoltà.
Il 6 settembre 1863 toccò a Paul Grohmann. Il viennese sapeva già dell’impresa di Ball, e dovette "accontentarsi" di salire sul Pelmo per secondo e lungo una via diversa. Con le guide ampezzane Francesco e Alessandro Lacedelli da Meleres e i cacciatori di Pescul Melchiorre e Luigi Zuliani, trovò un nuovo accesso risalendo il canalone della Fissura, tra Pelmo e Pelmetto. Nonostante la sua via, come scrisse nel 1877, presenti “…soltanto un breve tratto esposto, ma nessun’altra difficoltà“, essa non riscosse mai il successo di quella di Ball. La prima donna a salire sul Pelmo fu anch'essa britannica: il 22 agosto 1870, infatti, Selina Matilda Fox percorse la via Ball con guide di San Vito.
Nebbie invernali verso il Pelmo
(foto di Bortolo De Vido +)
Prima di infrangere in solitaria il 3° grado di difficoltà sulla piccola Torre dei Sabbioni nell'agosto 1877, Luigi Cesaletti, storica guida di San Vito, aveva scoperto con Giovanni Battista Giacin una terza via sul Pelmo, che l'etimologia popolare ha definito Caregon del Padreterno per la somiglianza ad un "seggiolone" del circo sommitale, osservato dalla Valle del Boite.
Nel 1892 la nascita dell Rifugio Venezia, uno dei primi ricoveri sul versante "italiano" delle Dolomiti, rese di gran moda la via di Ball. Dopo la prima invernale del Pelmo (Tenente Pietro Paoletti di Venezia, guide Cesaletti e Giovanni Battista Zanucco di San Vito, 18 febbraio 1882), nel 1896 il medico Francesco Spada (guide Angelo Panciera di Zoldo e Clemente Callegari di Caprile) vinse il Pelmetto, fratello minore del "Caregon".
Dopo altre importanti salite sulle sue pareti, nel 1924, gli austriaci Felix Simon e Roland Rossi riuscirono a violare la parete nord del Pelmo, che all'epoca fu valutata al limite inferiore del 6° grado. La montagna iniziò a rivelare man mano i suoi segreti: nel 1954 gli Scoiattoli di Cortina tracciarono su un torrione secondario il primo 6° grado superiore della zona, nel 1991 il ricercatore di Pescul Vittorino Cazzetta trovò impronte fossili di dinosauro sotto il Pelmetto e nel 1994 speleologi vicentini scoprirono grotte carsiche profonde oltre 300 metri, che il nevaio sommitale, oggi scomparso, aveva nascosto per millenni.
Nella storia del "Caregon" non si può dimenticare infine la disgrazia del 31 agosto 2011 in cui, travolti da una grande frana, persero la vita i sanvitesi Alberto Bonafede e Aldo Giustina, impegnati sulla parete nord in un soccorso ad alpinisti tedeschi.
Il Pelmo rimane lì, impassibile, ma i nostri due amici che lo amavano non ci sono più. E non è detto che la vicenda sia finita...

12 set 2016

La "fessura Mazzorana a sinistra degli strapiombi gialli" e un'ultima sigaretta

A vent'anni fumavo. 
Nulla di strano, senonché col tempo capii una cosa: la montagna e il fumo non sono proprio "amici per la pelle". 
Accadde tutto una domenica d'ottobre del 1980, mentre salivamo verso il Sassongher: circa a metà della salita, che - non sapendo dell'esistenza di una seggiovia, forse comunque già chiusa - avevamo iniziato da Pescosta presso Corvara, mi sedetti su una panchina per gustare una cicca. 
Fu un'idea del tutto peregrina; mancavano almeno 500 metri di dislivello, un'ora e mezza di cammino, e nonostante i vent'anni e la gamba di allora faticai il doppio degli altri, e giunsi in cima boccheggiando come un pesce morente. 
Esattamente la sera del 12 gennaio 1982, per una serie di circostanze biochimiche che non ho mai capito, durante un breve soggiorno in ospedale smisi di botto di fumare, e i vantaggi apparvero subito evidenti, soprattutto sui monti. 
Quell'estate salii con un amico la "fessura Mazzorana a sinistra degli strapiombi gialli" del Popena Basso presso Misurina, una via scalata in solitaria dalla nota guida di Auronzo nel 1931. 
Finita la fessura, mentre riponevo il cordame, un riflesso condizionato mi indusse, dopo tanto tempo, a ravanare nello zaino alla ricerca dell'ultima, sveviana sigaretta: che però non c'era... 
Fessura Mazzorana sul Popena Basso, 1^ lunghezza
 (3.IX.84, raccolta E.M.)
In quel momento sentii che mi mancava una vecchia usanza: godermi una cicca in vetta, memore delle parole di Casara, per il quale “... le poche, più buone sigarette sono quelle fumate in parete, guardando le nuvolette di fumo azzurrino ...” 
Non ho mai più fumato, ma in quegli anni, dopo aver raggiunto qualcuna delle cime che ho salito, qualche volta mi venne ancora spontaneo rovistare nella tasca dello zaino, dove un tempo c'erano sempre le mie Marlboro ...

09 set 2016

Ferrata Bovero sul Col Rosà, quattro ragazzi e ... un micio

Negli anni mi è capitata una cosa sicuramente comune a migliaia di altri, ma che mi piace comunque ricordare: aver condiviso alcune escursioni in montagna, non solo passeggiate digestive, con animali domestici. 
Un cane, un gatto e una capra fecero da scorta a me, familiari e amici rispettivamente nella salita della "Sciara del Minighèl", la prima ferrata d'Ampezzo, sulla ferrata del Col Rosà e sulla traversata da Fodara ad Antruiles attraverso le due forcelle Valun Gran e Camin. 
Le impressioni legate a quelle escursioni in compagnia di quattro zampe le ho descritte a suo tempo su periodici. In questa sede ritorno al ricordo del micio sulle crode. 
Erano i primi anni ’70, quando esordivamo nelle nostre allegre scorribande alpestri; con mio fratello e i cugini Carlo e Sandro ripetemmo la ferrata Bovero sul Col Rosà, sulla quale mi avevano già condotto papà e mamma.
Sul la "via normale" del Col Rosà,
29.V.2005 (foto E.M.)
Nulla di eroico, certo, guardandola con occhi di un adulto; ma allora ero il più grande del quartetto e non avevo ancora 16 anni! Appena iniziata la strada forestale di Pian de ra Spines, dal campeggio di Fiames si materializzò un micio che prima ci annusò a dovere e poi, convinto, iniziò a trotterellarci di fianco. 
Su a Forcella Posporcora ce l’avevamo ancora tra i piedi, all'attacco della ferrata anche. Che fare? Carlo prese l'iniziativa e lo cacciò nello zaino, lasciando fuori la testa; il micio, per nulla spaventato, si lasciò accarezzare a lungo - anche da me, che con gli animali non ho mai avuto un grande feeling - e fu scarrozzato senza fatica lungo la parete, fino in vetta. 
Sotto la croce lo liberammo e non scappò: anzi, divise con noi qualche briciola della nostra merenda, e poi ci seguì zampettando sulle rocce sotto la cima, tra i baranci e le conifere, nei sassosi canali della "via normale", fino alla base del Col Rosà. 
Chiudendo l'anello davanti al campeggio, mosso dall’istinto, il micio cambiò strada e, così com'era apparso qualche ora prima, sparì. 
Non miagolò nulla; io gli rivolsi tra me e me un sommesso grazie per la tenera, silenziosa e discreta compagnia che quel giorno ci aveva fatto.

04 set 2016

Campanile Toro: una "orrenda" sfacchinata per un'ora di divertimento

Una salita compiuta due volte a meno di un anno di distanza, quando l'interesse e l'entusiasmo per le scalate erano vivissimi anche se i limiti delle difficoltà erano contenuti (ma i secondi e i terzi gradi ci davano comunque la giusta quantità di emozioni e soddisfazioni), fu il Campanile Toro, negli Spalti omonimi in Cadore. 
Furono due giornate suggestive, svoltesi in una cornice naturale piuttosto selvaggia e al margine di quelle Dolomiti che definisco, magari un po' ingiustamente, usurate. Il ricordo va in primo luogo alla "orrenda" sfacchinata iniziale, obbligatoria per gli aspiranti salitori che dal parcheggio del Rifugio Padova si dirigono alla base del Campanile. 
Dopo una simile sudata, l'ascensione vera e propria è breve, concentrandosi in un’ora di ginnastica su rocce abbastanza solide, con tratti aerei e mai snervanti. Ma se il gusto della salita fu confinato a pochi tiri di corda, coperti in metà del tempo richiesto dalla progressione tra gli alberi e le colate detritiche della Val Cadin, lo scenario in cui s'inscrive il pinnacolo, alcune nozioni sulla sua storia e il colpo d’occhio che si apre dalla vetta, ci rifusero in grande misura della fatica. 
La campana sulla vetta del Campanile
photo courtesy F. Gambino, 12.8.2016
Per noi (Carlo, Federico e Tommaso nella prima occasione, Orazio e Roberto nella seconda, sempre col titolare di questo blog come apripista), il Toro fu una gemma che andava colta, per penetrare un angolo del mondo certamente ancora intriso della genuinità trovata dagli austriaci Karl Berger e Ingenuin Hechenbleickner, che salirono la cima, visibile fin da Vallesella, il 22 luglio 1903. 
Sul Campanile si cimentarono fior di ripetitori, come il Re Alberto dei Belgi col figlio Leopoldo, e aprirono nuove vie scalatori illustri come Tita Piaz, Walter Stösser, Alziro Molin, i Ragni di Pieve. Oggi i pochi salitori sono confortati da alcuni spit, che mi si dice non diano comunque fastidio: chi scrive, che ricorda solo due o tre chiodi e qualche cordino in parete, ne mantiene però un ricordo quasi pionieristico. 
Il piacere di innalzarsi, toccare la vetta "non più ampia di un comune tavolo da salotto", come scrisse in modo pittoresco Antonio Berti, quasi in punta di piedi data l’apparente instabilità, e sbatacchiare la campana che echeggia fino al Rifugio Padova mille metri più in basso, fu un'esperienza di lusso, che torna a galla nei momenti di nostalgia.

02 set 2016

I misteri dell'alpinismo antico

Esisteva l'alpinismo nell'accezione moderna, prima di Paccard e Balmat, che giunsero sulla più alta vetta d'Europa l'8 agosto 1786?
Non si sa, ma sono state avanzate alcune ipotesi, confrontando commentari, resoconti di viaggio, memorie e saggi scientifici, non solo per le vette alpine ma anche per montagne più lontane.
Desiderio di elevazione spirituale e avvicinamento agli dei? Curiosità esplorativa, motivi politici, sete di dominio? Necessità di sopravvivenza, che spingevano a cercare pascoli e inseguire prede anche in luoghi ritenuti sede di entità soprannaturali e mostruose?
Potrebbero essere stati diversi, i motivi degli antichi per sfidare l'ignoto. Già Greci e Romani avevano avuto occasione di affrontare le montagne, toccarne chissà quali sommità, ma più spesso semplicemente attraversarle: di spedizioni "alpinistiche" scrissero infatti Senofonte, Sallustio, Strabone. 
Giunsero poi le celebri ascensioni medievali: Francesco Petrarca sul Monte Ventoso (1336), Bonifacio Rotario d'Asti sul Rocciamelone (1358), Antoine de Ville sul Mont Aiguille (1492), Leonardo da Vinci sul Momboso nel 1511 e avanti nei secoli.
Anche per le nostre valli, il dubbio non è di sicura soluzione, non potendo contare, prima di metà '800, su chissà quali punti di riferimento. Chi salì le cime di Cortina prima del 29 agosto 1863, giorno in cui Paul Grohmann - aristocratico giunto da Vienna - inaugurò in Tofana di Mezzo col cacciatore Francesco Lacedelli (Chéco da Melères), l'epopea dell'esplorazione delle Dolomiti? E soprattutto, perché le montagne venivano salite?
Il segno di confine con San Vito sulla Rocheta de Cianpolongo:
testimonianza di una salita alpinistica di 237 anni fa (foto E.M.)
Qualcosa si ricava dalle testimonianze storiche o si rileva sul terreno: pare, ad esempio, che il primo esploratore dolomitico sia stato l'abate e botanico austriaco Franz von Wulfen, giunto nel 1790-94 circa sul Lungkofel (Val di Braies) e anche sulla Gaisele, forse la Crodetta nel gruppo della Croda Rossa, non lontana dal Lungkofel. Nella "Cronaca di Ampezzo nel Tirolo dagli antichi tempi al sec. XIX" Don Pietro Alverà cita un suo omonimo cacciatore, morto nel 1861, e il sacerdote Don Giuseppe Manaigo, scomparso in giovane età nel 1858, che avrebbero scalato il Cristallo già prima della salita ufficiale di Grohmann, Dimai e Siorpaes del 1865.
Ci sono poi le croci e i cippi confinari tra Ampezzo e le comunità contermini, anteriori al 1800, e la pertica trovata dal viennese e Angelo Dimai Déo poco sotto la vetta della Tofana di Dentro il 27 agosto 1865; dunque su qualche cima, prima degli alpinisti, erano saliti agrimensori, mappatori o topografi spediti dai regnanti o dagli eserciti.
Altro si può supporre, altro ancora manca: è uno stimolo per continuare a cercare.

"Argia", del rifugio Angelo Bosi sul Monte Piana

Il  22 luglio è deceduta a Pieve di Cadore Severina Mazzorana, classe 1927: chi ha buona memoria, la ricorderà come "Argia", dagl...