29 apr 2016

Considerazioni di un habitué dello spigolo del Sas de Stria

Sono stato un "habitué" ed estimatore, avendolo salito anche più volte in una sola stagione, dello spigolo del Sas de Stria, corno dolomitico che caratterizza il panorama del Passo Falzarego ed emerge snello ed elegante soprattutto dalla Strada delle Dolomiti, scendendo verso l'Agordino. 
La via fu salita in un anno scarso di scoperte per l'alpinismo a Cortina, ma ricordato soprattutto per la fondazione del Gruppo Scoiattoli. Era il 1° agosto del 1939, e i primi salitori furono i vicentini Andrea Colbertaldo e Lorenzo Pezzotti.
All'inizio, lo spigolo ricalca il profilo sud-est del torrione, e in alto devia a destra per incunearsi in un'inattesa galleria che porta su una cengia, a un tiro di corda - tra l'altro, il meno facile - dalla vetta, dove si trova la targa dedicata al Tenente Mario Fusetti, caduto in un'azione di guerra il 18.10.1915. 
Garantito da ancoraggi fissi, ma comunque non esente da cadute di pietre, lo spigolo è amato in special modo dai corsi di arrampicata e da chi lassù inizia o conclude le uscite stagionali. 
L’attacco richiede mezz'ora di erta salita dalla strada tra Falzarego e Valparola, e in discesa si segue la dorsale nord-ovest, consunta da migliaia di passi e sulla quale passano un sentiero e alcune trincee ristrutturate. In mezzo, quasi duecento metri di ottima dolomia, percorribili in un'ora abbondante.
Dal 23 ottobre 1977, come regalo per i 19 anni che compivo l'indomani (credo di averlo salito anche prima, ma mi sfugge) fino al 1993, ho ripetuto molte volte lo spigolo, cercando sempre volentieri l'originalità del tracciato e i passaggi che riserva, in una cornice ambientale tutto sommato ancora ben conservata. 
Da Falzarego, esattamente trent'anni dopo (7.7.12,
foto E.M.)
Devo ancora avere la nota delle salite dal 1978 in poi, e ho già scritto dell’ultima, del 1993. Al proposito, rivedo ancora il viso cupo dell'amico Claudio, mentre mugugnava che, per un puro come lui, una cima così ordinaria, dove anche gli alpinisti più ciabattoni possono salire con un’ora di cammino abbastanza semplice e non troppo faticoso, poi schiamazzano per la "conquista" e non disdegnano di lasciare odiosi rifiuti, aveva poco sapore. Per me, che avrò salito il Sas, anche per la normale, almeno 30 volte, non fu mai così: ci rimasi un po' male, ma non obiettai e la nostra cordata si sciolse quel giorno. 
Concludo con un ricordo di oltre trent'anni addietro. 7 luglio 1982: quel giorno tornavo in "croda" sei mesi esatti dopo l'incidente con lo slittino sulla strada del Giau, che mi aveva causato lo strappo del legamento collaterale mediale destro, 78 giorni di gesso e quello che ne conseguì. 
Quel giorno di luglio mio fratello prese la testa della cordata, e io dovetti salire tirando perlopiù di forza, dato che la gamba aveva lo spessore di un braccio e il ginocchio faticava ancora a piegarsi. 
Superai l'esame con un po' di dolore, ma ebbi la prova inconfutabile che a ventiquattro anni e nonostante lo schianto, avrei ancora potuto "andar per Dolomiti".

25 apr 2016

Sulla via Dimai della Punta Fiames col dottor Majoni

Durante la mia 16^ Dimai, 24.V.1987
(foto Mauro Casanova)
Una volta (e anche oggi, seppure in modo un po' diverso …), si trovavano molto spesso belle occasioni per festeggiare. Trent'anni fa, di questi tempi - dato che non volli organizzare la festa tradizionale - come avrei potuto solennizzare la mia laurea, se non con una salita in montagna? 
Detto fatto! Chiamai Nicola, con il quale qualche mese prima avevo salito due bellissime vie ampezzane, il Diedro Dallago sulla Cima Cason de Formin e il Diedro Dall’Oglio della Cima del Lago, prima di buttarmi a capofitto negli ultimi due esami, e gli feci una proposta, classica ma per lui nuova, vista la giovane età: la via Dimai sulla Punta Fiames, la "paré", che io avevo conosciuto con Ivo fin dal maggio 1976. 
Nicola aderì di getto. Era il 20 aprile, due settimane dopo il superamento del sospirato esame di laurea; il cielo non appariva propriamente limpido e invitante, ma la temperatura era piacevole, la neve era sparita da un pezzo e di prima mattina, lasciata la macchina nel piazzale dietro il "Putti", ci dirigemmo spediti verso la Fiames, fidando nella buona sorte. 
Lungo la via non trovammo nessuno; salimmo regolari e ce la gustammo come si può gustare una salita che conoscevo quasi metro per metro e della quale padroneggiavo le difficoltà e l’impegno globale. 
Per l'amico diciannovenne, che saliva come una scheggia divertendosi un mondo, la Dimai fu una gradevole scoperta, cui tra la primavera e l'estate ne seguirono alcune altre, prima che ognuno andasse per la propria strada. Per me, il fatto di dividere con un nuovo compagno di cordata, di cui mi sentivo un po' "tutor", il piacere di una divertente giornata, fu motivo di doppio orgoglio. 
Non ricordo particolari precisi della salita, se non che quella fu la mia quindicesima "paré". Ricordo invece che, mentre scendevamo per le ghiaie di Forcella Pomagagnon, il tempo non si trattenne più e si scatenò il diluvio. Sotto l’acqua fine ma insistente di quella giornata incerta di primavera, quasi corremmo per la strada forestale fino alla macchina, e poi via a casa di Nicola, dove le angustie materne si sciolsero con una bella asciugatura e un tè bollente, che ci rimise in pace col mondo. Poi, quasi come dei piccoli Marco Polo, Luigina e Elio ci interrogarono a dovere sulla salita, che credo - a tanto tempo di distanza - anche Nicola potrebbe ancora rievocare. 
Io la ricordo soprattutto per un motivo: quella fu la prima via alpinistica del "dottor Ernesto Majoni". La citazione è assolutamente autoreferenziale, ma dentro di me quella coincidenza fu per un lungo periodo una intima soddisfazione.

22 apr 2016

La "Inglese" in Tofana, una via dimenticata

Il 30 gennaio 1955, gli Scoiattoli Albino Michielli e Guido Lorenzi furono i primi a salire d'inverno la “via Inglese” sulla parete SO della Tofana di Mezzo. La via, una delle molte “inglesi” delle Dolomiti era stata aperta quasi sessant'anni prima, l'11 agosto 1897, da John S. Phillimore e Arthur G.S. Raynor con le guide Antonio Dimai e Giuseppe Colli. Nel periodo aureo dell’alpinismo ampezzano fu piuttosto ricercata, e così - già prima della fine dell'800 - una difficile traversata, che introduceva a una fessura di roccia levigata e senza incrinature, fu munita di una fune metallica; era la seconda volta che in Ampezzo si "attrezzava" una via di roccia, dopo la "Muller" sulla N del Sorapìs (1892) e prima del "Camino Dimai" sul Sas de Stria (1899).
Due estati fa, alcune guide di Cortina che lavoravano sulla ferrata in Tofana di Mezzo, s'incuriosirono osservando la vetusta, ma solida fune sotto la cresta. L'ipotesi formulata da uno di loro, Franco Gaspari Moroto (cultore di storia e storie alpinistiche), è che nel 1897 la traversata e la fessura, troppo dure per l'epoca, non furono superate direttamente, e le guide si calarono dall'alto a fissare la corda con fittoni piombati, per agevolare i clienti ed aprire con loro la "nuova" via.
Nella "Guida della valle di Ampezzo e de' suoi dintorni" del 1904 (dove si legge che le guide degli inglesi erano Dimai e Giovanni Siorpaes de Santo, non Dimai e Colli), si trova però che "... per agevolare la salita e renderla meno pericolosa, la Sezione Ampezzo fece applicare nel punto più difficoltoso circa 20 metri di corda di ferro". Da altre fonti pare che il lavoro sia stato eseguito nel 1898, quindi subito dopo la “prima salita“, ma non si sa come andò esattamente. Comunque, nel tariffario di quell'anno, le guide ampezzane offrivano la salita dell'"Inglese" pernottando al Tofanahutte e al prezzo di Kr. 50; 64 anni dopo, la salita era ancora in elenco, al prezzo di L. 20.000.
Penalizzata dall'accesso e dal rientro piuttosto lunghi e faticosi, nonostante l’apertura della ferrata sulla cresta SE della Tofana e dalla funivia “Freccia nel Cielo”, la via “Inglese” venne presto dimenticata. Nel 1994 Vittorio Dapoz, che gestiva il Rifugio Giussani da vent'anni, ammise di non avere avuto fino ad allora in rifugio nessuno che la voleva salire.
Incuriosito, ho voluto contare le salite sul libro di vetta, posto sulla cima più alta d'Ampezzo nel 1938, ritirato nel 1958 e oggi conservato dalla Sezione del Cai. Scorrendo le pagine, alcune delle quali assai rovinate, si vede che in quattro lustri salirono l'"Inglese" circa 150 persone; in un giorno del 1955 passarono venti persone (13 belgi, in sette cordate e con 7 guide). Erano rare le guide con clienti, scarsi gli stranieri e un unico ampezzano (Luigi Menardi) salì da solo nel 1950; nel 1938, 1944, 1952, 1954, 1956, 1957, 1958 non passò nessuno.
Mentre analizzavo la questione, dall'amico Roberto ebbi la foto della pagina del libro di vetta in cui, alla data 28 luglio 1940, appariva il nome di mio padre, salito con Valentino Vecellio, padre di Roberto, e due amici. La pubblico oggi 22 aprile, giorno del suo compleanno e a molti anni dalla scomparsa, con un'ultima considerazione. 

7 salitori in media all'anno erano proprio nulla, per un itinerario di media difficoltà sulla vetta più elevata e famosa d'Ampezzo, che all'inizio del '900 era stato una classica in un ambiente grandioso. Con il graduale rifiuto di approcci e rientri troppo lunghi e faticosi, di vie su versanti scomodi, di roccia friabile e protezioni scarse, l'"Inglese" fu tra le prime ad essere scartata. Nel periodo esaminato, essa non è stata certamente mai affollata e la sua roccia non si è di sicuro consumata. Forse oggi, in un'epoca in cui pare che qualcuno cerchi timidamente di rivivere l'Alpinismo di un tempo, sull'"Inglese" si vedrà di nuovo qualche cordata coraggiosa.

17 apr 2016

Sulla fessura Mazzorana della Torre Wundt

Giorni or sono, davanti a una pizza, parlavo con l'amico Enrico di una via alpinistica che ho ripetuto spesso e apprezzato: la fessura sud-est della torre dei Cadini di Misurina dedicata al Barone von Wundt, salita per la prima volta da Piero Mazzorana e Sandro del Torso il 7.IX.1938.
Enrico non era a conoscenza della notizia, minima per la storia ma curiosa per me, della seconda salita della via, famosa grazie all'anche troppo comoda vicinanza al Rifugio Fonda Savio, per il quale la Wundt rappresenta un lucroso “Hüttenberg”. 
La prima ripetizione della fessura, la cui scoperta si dovette all'intuito della giovane guida auronzana, autore di ben 60 vie nuove solo nei Cadini, e di un ottimo alpinista di Udine all'epoca già ultracinquantenne, risalirebbe al 14.VIII.1942. 
La compirono due ventenni mantovani, che si chiamavano Cesare Carreri e Mario Pavesi e stavano trascorrendo tra i monti di Auronzo una licenza dal servizio militare, prima di rientrare al Corso Ufficiali d’Artiglieria. 
Ho trovato il riferimento in un bel libriccino, pubblicato qualche anno fa da Cecilia Carreri, figlia di Cesare, per le edizioni "Mare Verticale": "Alpinismo degli anni ’40. Frammenti di alpinismo dedicati a mio padre”. 
Tra l’altro, i mantovani avrebbero ripetuto la via Mazzorana con una breve variante, che però non si sa dove si svolga e non ho trovato in altre fonti. 
Secondo il loro racconto, nel 1938 la guida di Auronzo aveva piazzato sulla via un unico chiodo: forse era quello usato da tutti i salitori fino a trent'anni fa, quando la fessura fu attrezzata - alle soste e in discesa - con anelli cementati, che accrebbero la sicurezza, ma tolsero quel po' d'avventura che dopo mezzo secolo era ancora in grado di dare ai visitatori. 
Sulla fessura Mazzorana-del Torso, III  cordata
(archivio Ernesto Majoni)
Il "Mazzorana" era un chiodo ad anello che ricordo ancora bene, infisso sulla sosta ai piedi della parete nera che dà accesso al camino superiore, e si vede sulla destra nell'immagine qui di fianco, scattata il 27.VIII.1984 e facente fede della mia limitata carriera. 
Mentre parlavo di montagne con l'amico Enrico, volavo ancora una volta con la fantasia sulle guglie dei Cadini, nella verticale fessura che spesso non vede il sole. Ad essa, luogo eletto per quasi venti belle avventure, so che di recente un cedimento della roccia nella prima cordata, purtroppo ha lasciato una ferita.

13 apr 2016

Ma dove sarà la via Herold sulla Punta Nera?

Prima della Grande Guerra, un tale G. Herold (forse l’iniziale sta per George, ma non è semplice appurarlo), che scorrazzava volentieri tra i monti da solo e nel decennio 1895 - 1905 aprì una decina di itinerari in diversi gruppi dolomitici, passò anche a Cortina con l’idea di cercare qualcosa di nuovo. 
L’8/VIII/1912 l’anglosassone raggiunse infine lo scopo: senza dir niente a nessuno, salì dal versante ovest sulla Punta Nera, una cima che sino alla fine degli anni Trenta del '900, ovvero alla messa in funzione della funivia dedicata al Principe di Piemonte, era abbastanza lontana e isolata (oggi lo è un po' meno), e risultava poco attraente per i rocciatori (oggi non è cambiata). 
Che la via Herold passasse da queste parti?
(foto E.M., 20.VII.2008)
Suppongo che il versante scelto per l'esplorazione solitaria sia quello che scende verso la Val Orita: la relazione della via, le difficoltà incontrate e il tempo speso da Herold per portarla a termine - elementi che forse, in tempi di maggiore propensione alle novità esplorative, avrebbero potuto spingere qualcuno a ricalcare le sue orme - non sono però note, almeno scorrendo le poche fonti disponibili. 
Nel 1928, in “Dolomiti Orientali”, a proposito della Herold Berti riportò la laconica citazione “Itinerario non descritto”, corredata da due riferimenti bibliografici certamente poco utili: pare che di rado gli scalatori siano anche topi di biblioteca e, al contrario, che buona parte dei topi di biblioteca non vada per le crode. 
Delle tre vie che salgono sulla Punta Nera, la Herold fu la seconda in ordine temporale, tra la via originaria del cacciatore e guida Alessandro Lacedelli da Meleres (1876) e quella di Federico Terschak e Isidoro Siorpaes Pear per cresta sud (10/VIII/1919). Ma chissà se il tracciato esiste ancora, data la tendenza alla disgregazione tipica del Sorapis e dei suoi satelliti! 
Gli appassionati eventualmente attratti da una visita al versante, avranno forse qualche problema nell'individuare con precisione dov'è e come si svolge la Herold, e a capire se la sua rivalutazione potrebbe arricchire la conoscenza di una montagna meno considerata che suggestiva.

10 apr 2016

Luigi Picolruaz, guida alpina "esclusa due volte"

Tra le guide e i portatori che animarono l'epoca d'oro dell'alpinismo ampezzano, uno solo era "foresto”, quindi escluso dal Catasto dei Regolieri, pur avendo fatto casa nella valle ed essendosi tanto integrato nella comunità da acquisire lo schietto soprannome di "Nìchelo". 
Si trattava di Luigi Picolruaz o Piccolruaz, nato nella vicina Val Badia nel 1862. Di professione fu anzitutto uno stimato guardacaccia nella tenuta delle nobildonne Emily Howard-Bury e Anna Power-Potts, che negli ultimi anni del secolo avevano fatto erigere su un colle alberato sopra il Tornichè - tra Fiames e la chiesa di Ospitale - la Villa Sant’Hubertus, casa di caccia che fu rasa al suolo durante la Grande Guerra.
Servendosi della sua profonda conoscenza del territorio, il "Nìchelo" aveva ottenuto già a ventidue anni la licenza di guida alpina, e la rinnovò sino al 1909. L'unica notizia su di lui che ho trovato in un documento, riguarda la seconda ascensione della Torre Grande d'Averau (prima: C. G. Wall con la guida G. Ghedina, 17/9/1880), che compì con tre paesani il 5/6/1883. Il suo volto compare, invece, in molte fotografie di battute venatorie, accanto ai nobili stranieri che amavano venire in Ampezzo per inseguire la fauna selvatica. 
Dopo una battuta di caccia sul Col Bechei.
 Il 1°a destra seduto è Luigi Picolruaz:
da Fini-Gandini, Le guide di Cortina d'Ampezzo, 1983
La famiglia Picolruaz diede un notevole contributo alla guerra. Allo scoppio del conflitto due figli di Luigi, Anselmo (classe 1889) e Angelo (1890), partirono sul fronte russo col 3° Rgt. Bersaglieri e col 1° Rgt. Cacciatori. Nel maggio 1915 anche il capofamiglia, che aveva comunque superato l'età per l'arruolamento, fu inquadrato nel 4° Rgt. Cacciatori con i figli gemelli Luigi junior ed Emilio, sedicenni. La moglie Caterina aveva scongiurato il marito di lasciare a casa i più giovani, ma i Picolruaz si trovarono ugualmente in guerra in cinque, e per di più il capofamiglia fu anche gravemente ferito a Landro.
Al termine del conflitto tornarono tutti a casa a La Vera, lungo la strada di Alemagna; Emilio però non sopportò i disagi patiti al fronte. Rincasato nel novembre 1918 perché ammalato di tubercolosi, il 29 giugno dell'anno seguente si spense, a vent'anni.
Nello stesso periodo il "Nichelo" ebbe anche un'altra amarezza: dovette rispondere alla Sezione Ampezzo del DŐeAV (dal 1920, Sezione di Cortina d'Ampezzo del CAI), dell'accusa di avere guidato senza licenza un cliente sul Monte Cristallo.
La famiglia di Picolruaz, che morì a sessantadue anni, si è estinta in linea diretta con l'ultimogenito Maurizio, anche lui guardacaccia e tenace custode delle memorie avite (1904-81).
Oggi Luigi, la prima guida alpina "foresta" d'Ampezzo, resta ancora escluso dalle lapidi che, nel cimitero di Cortina, ricordano le guide e i portatori scomparsi. 
Questo potrebbe essere un invito a rimediare.

01 apr 2016

Amedeo e il quinto grado della Torre Grande

Sulla lapide che nel cimitero di Cortina ricorda i cittadini benemeriti, si legge anche il nome di Amedeo Girardi "d'Amadìo" (n. 1877 - m. 1933). 
Figlio del proprietario dell'Hotel Vittoria, negli ultimi anni dell'800 - mentre studiava diritto all'Università di Innsbruck – si schierò politicamente a favore dell’irredentismo: nel paese natale la sua posizione, per ovvie ragioni, non gli portò molta simpatia. 
Di Amedeo e della sua posizione irredentista ha dato però conto, in altra sede, il dottor Mario Ferruccio Belli. In questa nota, l'uomo appare - invece - perché, tra le passioni che coltivò nella sua vita non proprio lunga, ci fu anche l'alpinismo.
Ad inizio secolo, infatti, si trova il suo nome nelle cronache per almeno tre volte. La prima fu il 17/VIII/1910 quando, con il farmacista Leopoldo Paolazzi e le guide Angelo Dibona e Celestino de Zanna "de Bèpe de Pòulo" (coetaneo di Amedeo, dichiarato disperso in Russia nel 1915), Girardi partecipò alla scalata del Campanile Rosà. 
Aguzzo obelisco di cento metri d'altezza che si erge di fronte all'omonimo Col, il Campanile fu salito in quattro ore con l’uso, inconsueto per l'epoca e per il capocordata Dibona, di alcuni chiodi. La via fu valutata di quarto grado e, purtroppo, a chi scrive è mancata l'occasione di salirla.
Nell'ottobre di quell'anno, con le stesse guide, l’albergatore prese poi parte alla prima salita della parete nord della Torre Grande d’Averau - Cima Nord: nella cordata iniziale, verticale ed esposta, i tre incontrarono forti difficoltà, alle quali fecero fronte senza servirsi di mezzi artificiali. Oggi la Dibona-Girardi-de Zanna, che ho avuto il piacere di salire qualche decennio fa, è valutata di quinto grado.
Torre Grande d'Averau - Cima N, parete N.
A. Dibona, A. Girardi, C. de Zanna, X/1910
(E.M., 27/VI/2009)
Nel settembre 1911 Girardi tornò con Angelo Dibona sulle Cinque Torri, dove salirono per primi le due guglie (Quarta Bassa e Quarta Alta) che nel complesso prendono il nome di Torre Quarta, o Torre Andrea. Le guglie furono raggiunte con itinerari di terzo grado, oggi sempre molto frequentati. 
Altre notizie sull’attività in roccia di Amedeo Girardi, per ora non ne ho: ma sono certo che - almeno fino all'inizio della Grande Guerra - egli abbia sicuramente vissuto altre avventure sui monti di casa.
Esse contribuirono a movimentare la storia dell'alpinismo ampezzano e fecero sì che il suo nome, di alpinista dilettante, sia rimasto scolpito su ben quattro cime delle Dolomiti.

Croda Rotta, montagna da evitare?

E’ un rilievo, invero non molto ardito, che chiude a ovest lo sperone della Punta Nera verso Faloria: già il suo nome, Croda Rotta, funge d...