29 gen 2016

220 anni fa nasceva Chéco da Melères, la prima guida alpina d'Ampezzo

Francesco Lacedelli detto "Chéco", unica guida alpina d'Ampezzo (e delle Dolomiti?) nata nel 18° secolo. vide la luce in una casa di contadini del villaggio di Melères 220 anni fa, il 29 gennaio 1796. Appena tredicenne, si schierò contro i soldati francesi durante il periodo della Quinta coalizione delle guerre napoleoniche, e ripeté l'impresa nel 1814, nel periodo della Sesta coalizione. Abilissimo cacciatore di camosci, nel 1848 entrò negli Standschűtzen, la milizia territoriale ampezzana, da cui si congedò, lasciando gli obblighi militari, nel 1859. 
Dopo di allora si dedicò al mestiere di orologiaio, come lo zio Marco e il nipote Alessandro, onorando una famiglia che "… per quella incombenza, operava in Ampezzo incontrastata. I loro orologi da torre e da muro venivano esportati in tutta la Pusteria fino a Brunico e oltre; nonché all'estero, cioè nei paesi del Cadore, dove qualche orologio da parete risulta essere ancora in funzione. ..."  
Della sua vita, in verità, si sa poco; l'attività alpinistica ne occupò solo un biennio, tutto legato a Paul Grohmann. Tra il 29 agosto 1863 e il 16 settembre 1864 infatti, Lacedelli guidò per primo il cliente austriaco su tre grandi cime: la Tofana di Mezzo, quella di Rozes e il Sorapis. Si aggiudicò inoltre la seconda salita del Pelmo e dell'Antelao e il 2 settembre 1864, durante una ricognizione solitaria verso il Sorapis, giunse per primo sulla poco più bassa Croda Marcòra. 
La Tofana di Mezzo segnò l'inizio dell'alpinismo ufficiale a Cortina. Pianificando l'esplorazione sistematica delle Dolomiti, Grohmann volle iniziare con la vetta più alta tra quelle che circondano Cortina. Preparazione, testardaggine e disponibilità di tempo e denaro, fin dalla prima campagna alpinistica furono gli elementi fondamentali delle sue conquiste. Lo dimostra questo episodio: salendo verso la Tofana di Mezzo, giunti in alto nel Valón de Tofana, “Chéco” chiese al cliente quale cima voleva salire, delle due che li sovrastavano e parevano quasi allo stesso livello. Senza esitare, il viennese rispose: “Non importa quale, purché sia la più alta!”; c’è tutto l’alpinismo dell’800 in questa richiesta! L’esperienza e il fiuto del cacciatore furono decisivi e la prima ascensione di una cima d'Ampezzo riuscì con successo.
Facciamo un passo indietro. "Chéco", ormai ultrasessantenne, era stato contattato nel 1862 da Grohmann, Segretario generale del neocostituito Club Alpino Austriaco, che aveva già salito la Marmolada di Rocca tentando di traversare per la cresta alla Marmolada di Penia, ancora inviolata. 
Tra i cacciatori ampezzani ("... gente onesta, guide fidate e generalmente ottimi arrampicatori ...) l’austriaco cercava qualcuno per esplorare i monti della conca, rivelata da poco al nascente turismo. Come prima guida, volle proprio il vecchio Lacedelli, e non ebbe mai da pentirsene (… la mia prima guida … la migliore che potessi trovare … e che si distingueva per forza, resistenza, moderazione ed orgoglio e per un coraggio che non lo faceva indietreggiare davanti a nessun ostacolo e gli consentiva di risolvere qualsiasi problema.”).
Come detto, l’attività di “Chéco” terminò il 16 settembre 1864. Quel giorno, con Grohmann e Angelo Dimai Déo, guardaboschi poi promosso guida, traversò in 22 ore di marcia il Sorapis, e ne toccò la vetta al secondo tentativo. Spinti dalla stanchezza, dal tempo cattivo e dal buio imminente, i tre decisero di non scendere per la via di salita, ma per il versante opposto, verso il Cadore, che ritenevano più diretto. Mentre però “Chéco” scese rapidamente, Grohmann e Dimai - attardatisi sul vasto ghiaione mediano - si trovarono davanti ad un salto roccioso che lo scaltro Lacedelli aveva evitato. 
Annodata la fune ad uno spuntone, si calarono per essa: fu la prima corda doppia delle Dolomiti Orientali. In cima al Sorapis, forse presagendo che sarebbe stata l’ultima salita del vecchio Lacedelli, Grohmann gli avrebbe consegnato il libretto numero 1 di guida alpina ampezzana, sulla cui esistenza però non vi sono certezze.
La guida, che fra l’altro collaborò nel 1856 a costruire l'orologio, oggi ancora in funzione, del campanile di Cortina, se ne andò a novant'anni, il 30 agosto 1886. Di quel giorno, Terschak scrisse: "... È giorno di lutto per le guide ampezzane… La sua vita era stata in gran parte spesa nell'esplorazione dei monti d'Ampezzo; fu il capostipite delle guide ampezzane, uomo i cui meriti per la sua valle erano stati, come al solito, riconosciuti molto di più dai suoi alpinisti, - primo tra essi il Grohmann, - che non dai propri compaesani..."
Mentre infatti Grohmann aveva ricevuto già nel 1873 una prova tangibile della gratitudine della comunità, con la concessione della cittadinanza onoraria d'Ampezzo, il valente e umile “Chéco”, che per primo - pur inconsciamente - spinse la sua gente sulla via della Montagna, fino ad oggi non ha strade né piazze né cime che lo ricordino ai posteri.

25 gen 2016

Due passi al Rifugio Vallandro

Molti appassionati conoscono e apprezzano il Rifugio Vallandro (Dürrensteinhütte), posto a 2040 m all'estremità dell'altopiano di Pratopiazza. 
Siamo in tanti anche a Cortina, dove - fino a tempo fa - per dire "vado al Vallandro" si usava anche “vado su da Maria”, impersonando il rifugio nella dinamica signora pusterese che lo condusse col consorte Ferdl d'estate e d'inverno, per tanti anni. 
Ora Maria è scesa in città, lasciando la gestione in mano ad altri, e il Vallandro è ormai un rinomato punto fermo, di stagione in  stagione, per escursionisti, bikers, fondisti. 
Il rifugio sorge in territorio di Dobbiaco, sul piazzale con il forte austriaco che durante la Grande Guerra vigilò sul fronte; vi si può giungere dai due parcheggi di Pratopiazza con una camminata quasi in piano, oppure da Ponticello in Val di Braies tagliando più volte la strada carrozzabile, o ancora dal Passo Cimabanche per la Val dei Chenope (d'estate e in autunno sicuramente la scelta migliore), o infine da Carbonin per la Val di Specie. 
Al Vallandro, ottobre 2014
(foto I.D.F.)
Quest'ultima soluzione segue la strada più volte sistemata e dal 2014 dedicata al pioniere Paul Grohmann, che rimonta per 7 km l'ampio dosso boscoso che sale da Carbonin, e se ben innevata diventa una lunga e poco ripida pista per sci e slittini. 
Percorrerla è, tutto sommato, abbastanza monotono, ma alcune scorciatoie (la più corposa è il cosiddetto “troi dei 1500”, che costituisce quasi un'escursione a sé stante) movimentano la strada, e le due ore buone che ci vogliono, passano abbastanza in fretta. 
Quante volte l'abbiamo battuta in tanti inverni, in salita e in discesa, di giorno e anche di notte! Quante volte l'aria tagliente dell'altopiano ci ha sferzato uscendo dal bosco, quando alto accanto al forte s'intravede il rifugio, ma il tratto che manca sembra non finire mai! 
Quante volte siamo giunti sudati in quella casa, lasciando fuori la neve e bramando soltanto di rifugiarci al caldo della grande stufa! 
Il Rifugio Vallandro appartiene ai nostri ricordi e le visite che gli abbiamo fatto ormai sono storia. La prima volta che giunsi lassù, infatti, ero in 2^ media: fu un'idea della scuola e del naturalista Rinaldo Zardini, che ci portò a cercare fossili sull'Alpe di Specie. Quarantasei anni fa.

20 gen 2016

I Śuoghe o Ra Ciadenes, note di solitudine

Chi conosce il luogo, ma non penso che siamo in tantissimi, lo identifica correntemente come “I Śuoghe” (in ampezzano: i gioghi, i passi). In realtà, però, lo sbalzo della dorsale che dal mitico Busc de r’Ancona si estende verso est fino allo sbocco della Val de Gotres, nella toponomastica locale è denominato “Ra Ciadenes” (le catene).
Comunque si chiamino, durante la Grande Guerra i Śuoghe o Ra Ciadenes costituirono un passaggio tristemente obbligato per l'assalto allo strategico altopiano di Son Pòuses; contro la dorsale già dal giugno 1915 s’infransero, con un alto tributo di sangue, i tentativi di sfondamento da parte dell’esercito italiano. 
La quota 2053, un cocuzzolo coperto di mughi con una postazione in cemento e un segnale trigonometrico, e quella - di circa 50 m più bassa - dove un sentiero un tempo segnato e curato dal Cai, ma oggi degradato a poco più di una traccia, sopravviene dalla SS51 d'Alemagna, oltrepassa due casematte, di cui quella superiore ancora utile per un momentaneo ricovero, e si unisce al sentiero che scende verso Lerosa, costituiscono un suggestivo angolo dolomitico, in cui non è raro imbattersi in qualche ungulato, e si vagabonda tranquilli fra numerosi resti bellici. 
La zona, piuttosto calda d'estate, è raccomandata per escursioni primaverili, per saggiare i polpacci in vista degli appuntamenti dell'alta stagione, e per divagazioni autunnali, sfidando l’inverno, che lassù pare si presenti un po' più tardi che altrove.
Iside sulla casamatta superiore, nel pomeriggio tardo-estivo
del 26 novembre di qualche anno fa (foto E.M.)
Del resto, il ripido pendio che da Podestagno fiancheggia la SS51 ed è coperto da fitto bosco fino alla sommità della dorsale, è ben soleggiato, per cui ci è accaduto di percorrere i suoi aspri sentieri in marzo come in dicembre, senza trovare neve in cui sprofondare o ghiaccio sul quale scivolare.
Purtroppo, ormai da tempo - per ragioni diverse - non onoriamo quello che si era configurato come un appuntamento rituale coi Śuoghe, ma ricordiamo spesso con soddisfazione l'ultima volta in cui compimmo il "nostro" anello (i due sentieri che da Ospitale giungono in cima alla dorsale, in sinistra orografica quello per la salita e in destra quello, ancor meno battuto, per la discesa). Era, infatti, un 26 di novembre, e - oltre alla scontata tranquillità - godemmo di un'incredibile giornata tardo-estiva...
Faccio scongiuri che sui Śuoghe e Ra Ciadenes, dove ho l'impressione che il tempo sia come cristallizzato, non allunghi mai le mani qualche “valorizzatore turistico", istituzionale o no. Credo che si andrebbe a spezzare senza rimedio l’atmosfera che avvolge quei costoni dirupati, così importanti in guerra e negletti in pace. Lassù ho vagabondato moltissimo, sempre con la stessa curiosità ed entusiasmo del ragazzo che salì lassù per la prima volta coi genitori il 1° maggio 1972.

13 gen 2016

Il Sas del Orso Bianco: prove alpinistiche giovanili

Per noi ragazzi della seconda metà degli anni '70, avere tra le mani un "sasso" era un mezzo per sentirsi grandi, sicuramente più salutare dello sprecare i pomeriggi in piazza o al bar. 
Oltre le case di Mortisa, dove inizia il bosco di Volpera, avevamo scoperto un "sasso" grande e articolato, affondato come un dente canino nella vegetazione, oggi sempre più amazzonica. 
Complice un parziale, rustico adattamento eseguito in quegli anni da giovani della zona, iniziammo ad andarci anche noi, per allenare - più che le braccia - la fantasia. 
Il masso lo battezzammo “Sas del Orso Bianco”, ma non ricordo il perché; mi pare di ricordare invece che culminasse in uno spuntone principale, rastremato in cima e scalabile, anche se su roccia mediocre. 
Su un terrazzino a metà c'erano i resti di un zingaresco "bivacco" di lamiere e teli di plastica, e su cenge e paretine trovammo chiodi, filo di ferro, una scaletta di legno. 
L’unico settore che ci intimidiva era la parete sud, non molto alta ma liscia e ripida, che credo sia stata salita in quegli anni dallo Scoiattolo Carlo Michielli. 
Noi tre o quattro, per il nostro Sas nutrivamo un sacco di idee e di progetti, dall'attrezzare una ferratina che volevamo far collaudare a parenti esperti, all'inventare dirette e direttissime su ogni metro libero. Volevamo insomma vivere pienamente la passione che sbocciava, in quel mondo vegeto-minerale fuori dal tempo e dallo spazio... 
La difficoltà dei tratti in cui occorrevano le mani per salire toccava forse il 3° e la roccia - sporca di erbe e ghiaino - non era certamente il calcare della Marmolada: quel masso non sarebbe mai potuto diventare una falesia di stampo moderno...
Prove alpinistiche giovanili: Carlo (15 anni), Sandro (15), 
Ernesto (16)  in cima alla Punta Fiames, 16.4.1974
Dentro di me, il mito del Sas del Orso Bianco, però, s'infranse soltanto quando, dalla strada boschiva che collega Mortisa al Lago d’Aial, proprio di fronte al nostro regno, scorgemmo due ragazzotti forestieri impegnati su una parete senza dubbio migliore e con difficoltà apprezzabili. 
Conoscemmo così Diego Campi di Vicenza (a me sembrò già grande, ma avrà avuto la mia età), compagno di cordata del famoso Renato Casarotto che in un pomeriggio di “disperazione”, con l'amico Scattolin, o Scandolin, stava tentando di scalare una "non-vetta" in un "non-luogo", snobbando il nostro piccolo universo friabile a favore di una parete seria. 
Lungo la quale, forse, noi non saremmo riusciti a salire.

09 gen 2016

Sulla cima più bassa d'Italia

Credo, con buona approssimazione, di essere salito - tra mille altre - anche sulla cima meno elevata della penisola italiana. 
Non ne sono certo, ignorando se sia mai stata redatta una statistica di tutte le elevazioni nazionali ritenute "montane"; ma i 116 m sul livello del Mare Adriatico ai quali "svetta" il Colle dell'Eremita configurano di certo un record degno di nota. 
Logicamente, non siamo di fronte a una vetta rocciosa con falesie strapiombanti sul mare, ma soltanto al punto più alto dell'isola di San Domino, la più frequentata del fascinoso arcipelago delle Tremiti, di fronte al promontorio del Gargano. 
Lungo la stradina
che porta al Colle dell'Eremita (foto I.D.F.)
Dal pugno di case del Villaggio San Domino, sede del Comune, bastano circa quaranta minuti per superare 75 metri di dislivello e toccare il culmine del Colle; dapprima si segue uno stradello lastricato e poco trafficato che solca la pineta, e poi una comoda sterrata, curiosamente fiancheggiata in buona parte da vezzosi lampioncini (sic!), come una strada di città.
La vetta del Colle, piatta e ricoperta di rada macchia mediterranea, ospita le solitarie macerie di quella che è nota come la Cappella dell'Eremita, unico "monumento" antico dell'isola, e dispiega un ampio panorama sulle isole circostanti e sulla più lontana costa pugliese. 
Il Colle ci è rimasto impresso, perché non ne sapevamo alcunché e lo salimmo curiosi, poche ore dopo lo sbarco a San Domino: nei nostri soggiorni sulle isole, vi abbiamo sempre cercato montagne, e ne abbiamo scoperta e salita una discreta quantità!
Aver raggiunto anche la "cima" più bassa dello stivale, dove oltre a noi, in quel tardo pomeriggio d'estate, non c'era nemmeno un alito di vento, fu un'emozione nuova e degna di ricordo.

05 gen 2016

Sulla Punta Nera d'inverno, da solo

Originale prospettiva della Punta Nera (foto E. Maioni, 
da www.guidedolomiti.com) 
Tra poco ricorrerà il 75° anniversario della prima invernale di una cima che conosco bene e scrivendo della quale rischio spesso di ripetermi, perché resta una fonte di bei ricordi e m'ispira sempre grande simpatia e desiderio di conoscenza: la Punta Nera. 
Ritengo che la prima invernale sia degna di citazione, per due ragioni: perché fu anche la prima invernale solitaria, essendo stata realizzata il 27 febbraio 1941 dall'ingegnere Giorgio Brunner, triestino al tempo poco più che quarantenne, pratico di salite d'inverno e da solo, ma spesso anche compagno del grande Comici; poi perché, grazie alla funivia aperta nel 1939, Brunner riuscì ad effettuare l'ascensione, scendere e rientrare all'appartamento che aveva preso in affitto nel villaggio di Alverà, in sole sei ore e mezzo. 
Chi segue questo blog, saprà di certo che la Punta Nera non è la cima più alta né la più importante del gruppo del Sorapis, e offre un ambiente selvaggio, un'ampia visuale su Cortina e il Cadore e un percorso breve e accessibile all'esperto che non soffra di vertigini. La via consueta, intuita forse per caso dal cacciatore e guida Alessandro Lacedelli da Meleres che braccava un camoscio, richiede una mezz'oretta dall'intaglio tra le Crepedeles e i Tonde del Sorapisc, dove transita il sentiero Cai 215, e presenta lievi difficoltà in arrampicata su dolomia friabile: servono le mani per l’equilibrio, ma non occorrono funambolismi né attrezzi.
Brunner salì sulla funivia nel centro di Cortina alle dieci del mattino e alle sedici e trenta era già in Alverà: usò gli sci fino alla forcella alla base della Punta e incontrò neve ottima, riuscendo così in un'invernale inspiegabilmente fino allora ignorata, su una vetta che colpisce l'occhio già dal centro del paese, ma tutto sommato è sempre rimasta in secondo piano. 
Nel 2008, con quattro amici, rimettemmo tra i sassi della cima un quadernetto per le firme: sul precedente, rimasto lassù per otto anni, le firme erano in media solo venti per stagione. 
Strano, perché in un paio d'ore e poco più di salita dall'affollata zona di Faloria, chi volesse trascorrere alcune belle ore di montagna troverebbe nella Nera una cima con le caratteristiche di tante altre maggiori e più rinomate: ambiente grandioso, vasto panorama, solitudine e pace invidiabili.

Fritz Terschak, pioniere dello sport ampezzano, nel 40° della scomparsa

Friedrich Adolf (detto Fritz, poi Federico) Terschak - credo sia risaputo da chi conosce un po' la storia di Cortina e dai navigatori d...