22 dic 2016

Sotto il Becco di Mezzodì: una "dolorosa" avventura

Un giorno d'agosto, scendendo verso il Lago di Federa dalla Rocchetta di Prendèra – che avevamo salito per la prima volta - ebbi la pessima idea di passare per "Gròto", il dirupato costone, detritico e sassoso ma ingentilito da piccole macchie di verde e rododendri, che copre le falde settentrionali del Becco di Mezzodì e da un paio di anni vediamo giornalmente dal nostro salotto.
What is "Gròto"? Sapevo già che il nome non c'entra nulla con il maschile di un'inesistente “gròta”, voce ampezzana rimpiazzata da “landro”, ma invece significa curiosamente ”incrostazione di sudiciume, sudiciume indurito di pelle non lavata”. In quel senso ricordavo di averlo sentito pronunciare spesso in casa, ma in ogni caso il perché dell'oronimo mi è ancora sconosciuto. 
Lasciando stare le questioni toponomastiche, ero convinto che, per scendere, avremmo potuto sfruttare a nord del Becco le tracce di passaggio lasciate in quasi un secolo dai salitori - oggi sempre più rari - del Camino Barbaria (aperto il 19.VIII.1908) e della Emmeli (aperta il 15.X.1927), due vie che affrontano la cima da quella parte e un tempo erano alla moda. Sbagliammo sicuramente qualcosa, se è vero che tracce degne del loro nome non ne trovammo; dove passavano gli scalatori, lo sono venuto a sapere da un amico guida di Cortina soltanto dodici anni dopo!
Sotto il Becco, verso "Gròto"
(foto E.M., estate 2004)
Così, dovemmo passare proprio per "Gròto" mirando comunque al lago e al rifugio sulle sue rive: una ginnastica non lunghissima ma snervante, fra blocchi di vari tipi e misure, ghiaia, cespugli e fiori, che c'impegnò fin poco prima del lago. La fantasiosa variante ci servì senz'altro per conoscere la zona, ma mi stancò al punto che poco più tardi, scendendo per il sentiero 437 verso Rocurto, m'impigliai in una radice inaspettata. Finii lungo disteso e presi una tale legnata, che una mano e alcune costole mi fecero male per diversi giorni.
Alla malora anche "Gròto"! Pensai: se per caso fossimo tornati sulla Rocchetta o avessimo voluto aggirare la "meridiana degli ampezzani" sul versante di Cortina, sarebbe stato meglio rasentare le pareti! Avrei così visto dove salgono il Barbaria e la Emmeli, due vie che non ho fatto, e saremmo arrivati in minor tempo e forse con minor fatica sulla trafficata mulattiera, che ogni giorno d'estate smista i turisti da e verso Ambrizzola, Mondeval e tutto il resto.

19 dic 2016

Tracce dimenticate di alpinismo antico sulla Punta del Pin

Dal crinale proteso verso est dalla Croda Rossa d'Ampezzo, si allunga una sommità, massiccia ma quasi anonima, quotata comunque 2682 metri e visibile fin dalla sella di Cimabanche. 
Il ramo di questa che scende sul valico è costituito da una dorsale - rocciosa nella parte superiore, coperta da folti alberi e mughi in quella sottostante - che a sua volta fa da limite destro orografico alla Val dei Chenòpe, tra Cortina e Dobbiaco. 
La dorsale è detta Costa del Pin, giacché le piante che la ricoprono sono in prevalenza pini silvestri; il rilievo incombente, salito per la prima volta con intenti esplorativi da austriaci 110 anni or sono, porta il medesimo nome, Punta del Pin. 
L'angolo in cui svetta la Punta è poco battuto poiché - grazie al cielo - vi mancano i sentieri segnati. Lungo la Costa, da Cimabanche sale il confine fra le provincie di Belluno, nella quale ancora insiste la Punta, e di Bolzano; di esso, volendo immergersi nella tenace e resinosa vegetazione (come facemmo un lontano giorno di dicembre) si rinvengono ancora alcuni dei cippi settecenteschi. 
La Punta postula un minimo impegno alpinistico e la via più semplice, ascrivibile al 1°-1°+, si svolge sul suo lato che guarda l'alpe di Pratopiazza. Nell'agosto del 1990, quando ne calcai per la prima volta il punto più elevato, scoprendo l'inedita e ammaliante visuale della parete orientale della Croda Rossa, mi ero preparato a scoprire una montagna quasi ignota, anche in valle d'Ampezzo nel cui territorio ricade, ed ancor meno frequentata. 
Punta del Pin a sinistra e Croda Rossa,
da Malga Pratopiazza (E.M., 11.10.09)
Mi aveva attirato lassù la sintetica relazione della salita riportata da Antonio Berti nel suo viatico "Dolomiti Orientali"; per sicurezza avevo chiesto ulteriori ragguagli al figlio Camillo, enciclopedico conoscitore delle Dolomiti, che mi raccontò di avere salito la Punta col padre da ragazzo, quindi nei primi anni '30. 
Negli anni ho toccato la Punta del Pin almeno una mezza dozzina di volte, seguendo tracce dimenticate di alpinismo antico, avventuroso, non banale, che richiede solo piede fermo e un po' di fatica ma avvicina davvero al cielo.

13 dic 2016

Il Pomagagnon, palestra per scalate invernali

Alcune salite invernali delle varie vie sulle punte del Pomagagnon, la dorsale che anima la classica visione d'Ampezzo verso nord, si concentrarono tra il 1952 e il 1953.
Dopo la prima d'inverno della Diretta Alverà-Menardi del 1944 (V grado) sulla Costa del Bartoldo, portata a termine dalla guida Luigi Ghedina con Ambrogio Cazzetta e Cicci Turati il 16.3.1952, il 18.1.1953 Elvezio Costantini (medico originario di Borca, risiedette e lavorò per decenni a Cortina dove è ricordato ancora con simpatia), salì con i veneziani Creazza, Gorup Besanez, Pensa, Penzo e Zambelli lo spigolo sud-est del Campanile Dimai, superato per la prima volta nel 1910 dai senza-guida Federico Terschak e A. Mayer (III grado).
Sette giorni dopo, il 25 gennaio, Gorup Besanez, Pensa e Polato giunsero invece sulla friabile - e davvero poco attraente - Croda Longes, forse ricalcando il percorso individuato sul lato sud-ovest dalla guida Antonio Constantini, che il 27.8.1890 con il cliente Sidney Jones tracciò il secondo itinerario alpinistico sul Pomagagnon (I-II grado).
L’8.2.1953 lo Scoiattolo Bruno Alberti, con alcuni amici rimasti senza nome, ripeté la "Diretta Dibona", aperta sedici anni prima sulla parete sud-est della Testa del Bartoldo dalle guide Ignazio e Fausto Dibona con Hermione Blandy (V grado). Un mese dopo, l'8 marzo, Beniamino Franceschi rifece la via con altri amici, ma neppure di essi ci sono pervenuti i nomi.
Sempre l'8.3.1953, Costantini, con Gorup Benanez, Pensa e Penzo, aveva rotto il silenzio della Punta Erbing, raggiungendola per la via aperta nel 1942 sulla parete sud dallo Scoiattolo Luigi Menardi con Toni Zanettin (IV grado). 
Il Pomagagnon e Cortina da sud, in una cartolina
datata 1950 (raccolta E.M.)
L'1.11.1953, infine, Gorup Besanez, Penzo e Varagnolo - non si sa se in condizioni realmente invernali - salirono la Croda dei Zestelis per la via aperta dalle guide Zaccaria Pompanin e Angelo Zangiacomi con Robert Grauer (1903 o forse 1904, III grado).
Dopo una stagione così vivace, sul Pomagagnon (dove, come abbiamo provato di persona, e poi scritto tante volte, le condizioni per effettuare le salite sono spesso molto favorevoli anche d'inverno: lo confermano la via Dimai sulla Punta Fiames salita dall'amico Mauro domenica 4 dicembre, e il sentiero attrezzato della Terza Cengia, percorso da escursionisti umbri domenica 11), di sicuro furono compiute altre invernali interessanti, almeno per la statistica. Nessuna fonte forse ne ha tenuto il conto, oppure non abbiamo ancora cercato a sufficienza...

10 dic 2016

Scalando la Punta della Croce, montagna di secondo piano

Alcune lastre fotografiche fin-de-siécle raccolte dalla guida Antonio Dimai e oggi in possesso del pronipote Franco Gaspari, ritraggono la "via originaria” sulla parete sud della Punta della Croce, che fiancheggia la celeberrima Punta Fiames. 
Quella via ebbe un buon credito nell'epoca d’oro dell'alpinismo. Aperta alla fine d'agosto del 1900 dalle guide Agostino Verzi e Giovanni Siorpaes con Felix Pott, supera la parete con una ventina di cordate, soltanto un terzo delle quali però di rilievo alpinistico. Durante la salita, infatti, si scavalcano varie cenge e zone erbose, per cui con terreno umido o bagnato l'itinerario risulta un po' sgradevole.
Punta Fiames, Punta della Croce, Campanile Dimai
dai prati di Mietres, 2.11.2003 (foto E.M.)
Oggi non è molto ripetuto perché, come ebbe a dire anni fa una guida, “... non si arrampica tanto, e bisogna tirarsi dietro la corda per un sacco di lunghezze...” Eppure, all'inizio del '900 la Pott era rinomata, e le prime quattro salite si susseguirono nell'arco di un mese e mezzo: gli "anziani" vi portavano le guide aspiranti a fare pratica, e la salirono, fra gli altri, Orazio De Falkner e - più volte - il Re Alberto dei Belgi con guide di Cortina. 
A parte la via Pott, è molto piacevole la via normale della Punta, che l'affronta dal lato vulnerabile: il pendio di erba, detriti e facili rocce sovrastante la comoda traccia che unisce Forcella Pomagagnon alla Punta Fiames. 
La croce che avrebbe dato il nome alla montagna, (si dice) collocata dalla guida Giuseppe Ghedina prima del 1883, non saluta più i visitatori da decenni; manca anche il libro di vetta e sulla cima c'è solo un ometto di sassi. 
Ad esso si aggiungono gli sguardi spesso perplessi di chi affolla la dirimpettaia Punta Fiames, raggiunta per la ferrata, la parete o lo spigolo, e si chiede che cosa si possa fare su quella montagna di secondo piano. 
E pensare che fino agli anni '70 del Novecento, sulla Punta della Croce le guide ampezzane organizzavano anche "gite accompagnate per adulti"! Chi la scalasse, credo però che non ne resterebbe insoddisfatto: gente non ne incontrerà quasi mai, e un pisolino sull'erba della vetta, davanti a tutta la conca d’Ampezzo, è una soddisfazione da levarsi.

06 dic 2016

Punta Fiames via Dimai, 6 dicembre

Il 6 dicembre di trent'anni fa, Enrico e il sottoscritto conseguirono un "primato alpinistico" del tutto originale: la salita della via Dimai-Heath-Verzi sulla parete della Punta Fiames, primo e corposo pilastro della dorsale del Pomagagnon verso occidente, in tre ore e cinquanta minuti complessivi.
"Prima parete" della via Dimai
24.5.1987 (foto M. Casanova)
Partiti dalla Birreria Pedavena, oggi Croda Cafè in centro a Cortina, alle 10 del mattino, tornammo nel medesimo punto all'una e cinquanta del pomeriggio. La parete ci si era presentata però in condizioni pressoché estive, e la via (per la quale di solito occorrono circa tre ore dalla base alla vetta) si poté salire in conserva, assicurandoci solo in due tratti di corda.
Va precisato qualche particolare, che consentì una prestazione sicuramente minima di fronte a tanti exploit, ma che comunque ricordo con piacere. Quanto a Enrico, le sue capacità erano e sono indiscutibili: vi aggiungo che il suo mestiere di guida ci permise di salire in macchina per la carrareccia militare fin quasi ai piedi del canalone ghiaioso che scende da Forcella Pomagagnon, risparmiandoci almeno un'ora di salita e poco meno di discesa.
Quanto a me, invece, oltre all'età, ci metto una buona agilità e la conoscenza della via, che soltanto in quella stagione ripetevo per la terza volta.
“Ra paré” in meno di quattro ore da casa a casa fu un momento sportivo unico e irripetuto, il cui ricordo permane: per la soddisfazione provata, per la giornata straordinariamente mite (era San Nicolò, ma sul Pomagagnon faceva caldo quasi come d'estate), e infine anche perché sono volati via trent'anni; però, come si usa dire, sembra ancora ieri.

04 dic 2016

Da "Popena Pìciol" a "Torre Wundt": storia di un nome

La cima che ritengo di aver amato di più e ho salito una ventina di volte, sempre per la via Mazzorana-del Torso con un tentativo alla vicina Mazzorana-Scarpa, è la Torre Wundt, nei Cadini di Misurina. Fino all'ultimo scorcio dell'800, però, essa non portava il nome con cui è nota oggi: non so quanti conoscano l'origine del suo oronimo "straniero".
Gli abitanti di Auronzo, nel cui territorio si eleva, chiamarono il torrione - che domina il magro Cadin dei Toce, per secoli sede di pascolo di ovini e caprini della Val d'Ansiei - Popena Pìciol, ossia Piccolo. 
Chissà come mai l'oronimo "Popena" giunse anche lassù, dato che tutto quanto si chiama Popena (Piz, due Guglie, le valli Alta e Bassa, Costa, Monte, due Pale, Passo e Sella) si trova invece sul versante opposto della sella di Misurina, dove Auronzo incontra Cortina e Dobbiaco? 
In ogni caso, solo il 27 giugno 1893, quando l'alpinismo dolomitico era in auge da oltre trent'anni e già si esploravano anche cime minori e più impegnative, due uomini s'inventarono di provare a salire quel torrione isolato nel cuore dei Cadini, allora regno di cacciatori e bracconieri. 
Il Cadin dei Toce e la Torre Wundt, 
dalla "via normale" 
del Monte Popena (foto E.M., 21.9.08)
Costoro erano una guida di Cortina poco più che ventenne, Giovanni Cesare Siorpaes Salvador detto Jan de Santo perché figlio di Santo, una delle prime guide d'Ampezzo, e il colonnello Theodor von Wundt, germanico con due grandi passioni: le scalate invernali e la fotografia. 
La torre, che si protende per circa 200 metri d'altezza sull'intaglio del Passo dei Toce e fu raggiunta dapprima aggirandola per un canale a nord, poi salendo per cenge, un ripido pendio di roccette e infine una bella parete, ricevette il nome di Wundt per ricordare il primo salitore, che fece molte altre scalate e si spense nel 1929 lasciando diversi libri e fotografie delle sue scorribande alpine. 
Quasi mezzo secolo dopo la prima via, alla quale ne erano seguite altre due di guide famose (Siorpaes con Angelo Dibona e Schubert, 1903; Bortolo Barbaria con Secklmann, 1909), un'altra guida, Piero Mazzorana, percorse con il friulano Sandro del Torso la fessura sud-est della Wundt. La fessura affianca il tratto finale della salita dal Pian dei Spirite al Passo dei Toce, ed è divenuta l'itinerario comune, più comodo e per questo spesso piuttosto affollato, per calcare i 2517 metri della vetta, ladina ma dal nome forestiero.

26 nov 2016

In cima alle Ciadenes in uno scampolo d'estate

Le pazzie meteorologiche di questi ultimi decenni potrebbero permettere di trovarsi a 2000 metri, poco prima di Natale, in maniche di camicia.
Ci capitò dieci anni fa, domenica 26 novembre 2006, mentre giungevamo per l’ennesima volta in cima a quello che a Cortina viene chiamato "i Suoghe" o Ra Ciadenes, cioè il ripido dosso ricoperto di conifere che domina la chiesa di Ospitale d’Ampezzo e per anni, aprendo o concludendo la stagione, fu la meta di una gita classica, impareggiabile per l’ambiente silenzioso e meditativo.
Iside al sole, sul tetto della casamatta più alta
Il 26 novembre 2006, dopo aver fatto merenda al sole che scaldava il tetto della più alta delle due casematte costruite in guerra su quella sommità, scegliemmo di fare un anello scendendo per la labile traccia che cala a nord. Pestando un velo di neve su terreno ancora morbido, in discesa incrociammo anche un camoscio solitario, che con un balzo smosse una buona quantità di sassi, fonte d’iniziale inquietudine. 
Giunti in Val di Gotres, seguendo le orme che solcavano lo straterello di neve sulla carrareccia, continuammo veloci verso il sole fino alle vecchie caserme di Rufiedo, dalle quali non rimase che tornare alla macchina a piedi. 
Lungo la discesa verso Gotres
Fu un 26 novembre non improbabile da vivere, soprattutto lungo il declivio boscoso fra Podestagno e Ospitale, ma sicuramente inusuale. A 2000 metri, a mezzogiorno, per oltre mezz’ora ce ne stemmo al sole in maniche di camicia osservando intorno a noi - da una certa quota in su - forcelle, monti e valli già imbiancati e l'ombra sulla Strada d’Alemagna. 
Il leggendario silenzio che avvolge Ra Ciadenes, quel giorno fu rotto per un attimo da un elicottero, che volava verso sud. Per il resto, i nostri passi furono scortati anche dal solenne roteare di un’aquila, una presenza non frequente sui nostri monti e sempre affascinante per chi vive la montagna con le gambe e con il cuore.

21 nov 2016

Ai piedi della Croda Rossa d'Ampezzo: le Pale "ovine"

Ai piedi della Croda Rossa d'Ampezzo, vigilano sui pascoli di Lerosa due sommità d'interesse meramente escursionistico, accomunate da nomi ispirati agli ovini. 
La meno elevatA è la Pala del Asco (del montone, 2300 m circa), una cupola erbosa che - secondo un attento osservatore - meritava un nome diverso, forse Pala de ra Valbònes (data la posizione, sulla soglia del circo delle Valbònes, e l'omonimia con un'altra pala nelle vicinanze). Meta invernale di discreto richiamo, è invece trascurata d'estate, pur offrendo una gita tranquilla fuori dai sentieri. 
L'altra sommità è la Pala de ra Fédes (delle pecore, 2733 m), primo gendarme della cresta NO della Croda Rossa, salita in solitaria da Franz Nieberl nel 1915 per una via che di sicuro non ha molti seguaci. Anche questa, singolare perché inclinata come il tetto di una chiesa, è omonima di un'altra Pala vicina, sulla quale un tempo salivano le greggi per raggiungere l'alpeggio di Fosses.
Citata in poche fonti, tra le quali primeggia "Dolomiti Orientali" di Antonio Berti, sulla Pala de ra Fédes l'escursionismo si unisce al facile alpinismo. La salita non richiede la corda, ma almeno di sapersi muovere su detriti e roccette un po' esposte e instabili. L'escursione può essere poi valorizzata scendendo sul lato opposto lungo un erto canale con tracce di camosci, che sbocca in Val Montejèla, dove sorgeva fino al 2013 il Bivacco fisso Pia Helbig-Dall'Oglio. 
La Pala de ra Fédes è adatta a chi solitamente non si appoggia a cartelli, cartine e teorie di bolli rossi, mentre la Pala del Asco può essere oggetto di una gita più semplice, specialmente se abbinata al vicino Castel de ra Valbònes (2380 m), un suggestivo "carapace" di roccia grigio-scura che si distende sull'imponente Graon de inpó Castel ed evoca le storie dei Monti Pallidi.
Dalla Pala de ra Fedes verso la Croda Rossa
(25.9.2014, al tramonto, P.C.)
Ricordo con piacere le due salite di vent'anni fa sulla Pala de ra Fédes; sapevamo di non essere i primi, ma ugualmente ci sorprese scoprire, in quel remoto angolo del mondo, di due piccoli ometti che identificavano un luogo noto solo agli appassionati di un certo modo di andar sui monti. L'immagine qui sopra, inviatami dal fotografo Paolo Colombera - giunto in cima al tramonto di un giorno d'autunno -, rende l'idea dell'atmosfera che regna lassù.
Ricordo però anche le salite della Pala del Asco e del Castel de ra Valbònes, un tempo regno dei camosci, solitarie e ricche di pace e silenzi. Il circo delle Valbònes è grandioso e merita di essere esplorato con rispetto e contemplazione.

09 nov 2016

Da Cima Marino Bianchi a Torre Bonafede-Giustina: vette dedicate ad alpinisti e non

Fin dagli inizi dell'alpinismo, gli scalatori dedicavano alcune delle vette senza nome che riuscivano a salire a persone di solito legate alla montagna. Spigolando tra i gruppi che circondano Cortina, tra gli esempi meno remoti possiamo citare, sulla Croda da Lago, la poco nota Cima dedicata nel 1973 a Marino Bianchi, guida caduta quattro anni prima sulle crode di Fanes.
Vicino a essa emerge il torrione intitolato nel 1975 allo scrittore Dino Buzzati, legato da  grande affetto alla Croda, sulla quale - giusto mezzo secolo fa - compì l'ultima scalata alla corda di Rolly Marchi e con l'assistenza di Lino Lacedelli. Da vent'anni, inoltre, una guglia della turrita cresta della Croda si chiama Punta Raffaele, a ricordo dello Scoiattolo Raffaele Zardini, caduto col deltaplano sui prati di Mietres. Tra l'altro, Campanile Buzzati e Punta Raffaele sono solo due delle creazioni dello Scoiattolo Franz Dallago, che nel piccolo gruppo della Croda da Lago ha scoperto oltre trenta nuovi itinerari.
La cresta della Croda da Lago: al centro spunta
il Campanile Dino Buzzati (foto E.M., estate 2009)
Ai piedi del Nuvolao, sempre Dallago ha ricordato con Torre Anna una sua gentile amica. Ancora lui ha battezzato due guglie alla pendici della Tofana II: una dedicata a Franco De Zordo di Cibiana, caduto dalla Piccolissima di Lavaredo, e l’altra ad Albino Michielli Strobel, Scoiattolo animatore dell'alpinismo a Cortina tra gli anni Cinquanta e Sessanta del '900. Una terza guglia della zona fu dedicata da A. Menardi e M. Alverà a Mario Zandonella Calleghèr, modesto quanto forte scalatore comelicese, caduto sul Pelmo.
Tra le vette del Pomagagnon, dai primi del '900 un campanile ricorda Antonio Dimai, la guida che nell'agosto 1905 ne salì con Agostino Verzi e le sorelle Eötvös la parete sud; dal 1950, un risalto della cresta sud-est dello stesso Campanile ricorda invece lo Scoiattolo Armando Apollonio.
Nella zona del Piz Popena, Angelo Dibona - icona delle guide di Cortina - è presente nell'omonimo Campanile, che salì da solo nel 1908 e ripeté poi con Luigi Rizzi e i fratelli Mayer nel 1909.
Non mancano all'appello i giovani sanvitesi Alberto Bonafede (Magico) e Aldo Giustina (Olpe), caduti il 31.8.2011 durante un soccorso sulla parete nord del Pelmo; il 2 novembre dello stesso anno, Paolo Michielini dedicò loro una torre senza nome alla base del Pelmo stesso.
Si potrebbe andare avanti a iosa, ma è il caso di rinviare magari ad altra sede l'elenco completo delle cime dolomitiche che tramandano la memoria di persone legate alla montagna, perché questo post non diventi un'arida lista di nomi e date.
Ribatto invece sulla constatazione che a Cortina latita il ricordo di qualche persona di cui si potrebbero riconoscere le benemerenze; da nessuna parte, per esempio, aleggia la memoria di Fritz Terschak, Accademico del Cai, organizzatore sportivo e scrittore, che sui monti della valle d'Ampezzo, in cui giunse bambino e visse fino alla scomparsa, aveva tracciato venti vie nuove e sull'alpinismo e turismo alpino scrisse interessanti opere. 
Neppure Chéco da Melères (Francesco Lacedelli, prima guida di Cortina e unica nata nel 18° secolo), vanta un punto di riferimento in quota, a parte la recente targa al Rifugio Giussani in Tofana. A Paul Grohmann, indefesso divulgatore delle Dolomiti, invece, due anni fa il Comune di Dobbiaco ha dedicato la strada ex militare che da Carbonin sale a Pratopiazza, altopiano dove sicuramente Grohmann camminò negli anni Settanta dell'800.
Oggi sulle Dolomiti le cime ancora innominate sono rare, così come è sempre più arduo scoprire linee di salita del tutto nuove, e la tendenza impone di identificare queste e quelle con nomi perlopiù anglofili e di gusto mediocre. A memoria dei personaggi che hanno fatto la storia, ma che la storia non ricorda, vada almeno questo ricordo collettivo.

05 nov 2016

Campanile Perosego, guglia da esplorare

Vagabondando sui monti, che "... non basterebbe una vita intera per conoscere ...", s'incontrano spesso formazioni rocciose singolari, misconosciute per la dislocazione, la conformazione, la carenza di comodi accessi, la scarsità di interesse.
È anche il caso del Campanile Perósego. Nelle fonti che ho consultato (Grohmann, che già prima del 1877 aveva valicato Forcella Zumeles, vicina al campanile; Battisti; de Zanna-Berti; Filippi), la cima non è citata, tanto da far pensare con buona certezza che il nome le sia stato dato dai primi salitori sessant'anni orsono.
L'intaglio fra il Campanile a sinistra
e la Pala Perosego (foto E.M., 20.5.07)
Il campanile manca anche sulla carta Tabacco fg. 03, sulla quale non c'è neppure la Pala omonima, e la cresta da Punta Erbing a Sonforcia è tutta inclusa nel nome collettivo "Agaròles". Quanto all'oronimia, è scontata la metafora oggettuale del campanile, cioè "struttura foggiata a torre, isolata e separata da altre formazioni". Nelle valle d'Ampezzo ce ne sono molti altri, dal Campanile Dimai al Rosà, dal Campanile Federa al Dibona e così via.
Secondo L.  Russo, "Perósego" si legherebbe a un pendio sassoso (l'intera zona presenta salti rocciosi) o a un pendio ai piedi di un "terreno rosicchiato", alludendo alle ghiaie a monte della sella di Perósego, resti dell'erosione delle rocce soprastanti. Come detto, il nome non è antico: la prima salita ufficiale della guglia, che fa parte del Pomagagnon e sorge isolata a destra della Pala Perósego, tra due fenditure della cresta di Zumeles, risale infatti al 29 giugno 1955, ad opera degli Scoiattoli Candido Bellodis e Beniamino Franceschi con Elio Valleferro, che salirono da sud-ovest in un'ora e mezzo, su difficoltà di IV e con l'uso di due chiodi.
Il Campanile Perosego da nord
(foto E.M., 20.5.07)
La loro relazione è dettagliata, pur riguardando una parete di soli 90 metri d'altezza. "Si risale un piccolo ghiaione e poi per brevi salti di roccia si giunge ai piedi della parete. Si attacca nel punto più basso della parete, obliquando leggerm. verso d.; si superano così i primi 40 m. su rocce friabili ma di scarsa difficoltà giungendo ad una piazzola che dista pochi m. dallo spigolo d. del campanile. Da questa ha inizio una fessura che si sposta leggerm. verso s. e sulla stessa si raggiunge una nicchia, donde inizia un'altra profonda fessura verticale, la quale va seguita fino in vetta.". Nella guida "Cristallogruppe und Pomagagnonzug" (1981), la relazione è più analitica e descritta in tre lunghezze di corda, facendo pensare che l'autore Jürgen Schmidt, che tra l'altro diede al Campanile la quota 2197 m, avesse salito la via Bellodis. Premesso che, visto da sud, è una torre a sé stante anche se accorpata al castello della Pala Perósego, Schmidt giudica la via utile solo come diversivo e la stima in 90 metri di IV e 30 di II. Né Berti né Schmidt però indicano come si possa salire e scendere "normalmente" dal Campanile.
La fonte più recente di notizie è "Gruppo del Cristallo" (1996), di Luca Visentini. L'autore, salito su quasi tutte le cime del Pomagagnon, il Campanile però non lo raggiunse, liquidandolo così: "Il campanile medesimo, oltre ad un mugo ed un isolato pinetto a quel punto, sporge subalterno colle sue roccette sommitali e superfluamente rischiose. ..." Ebbene: nel 2000 da solo e poi nel 2001, 2005 e 2007 con mia moglie, salendo sulla Pala Perósego transitai proprio per "quel punto", il panoramico intaglio senza nome tra la Pala ed il torrione, accessibile per tracce da nord ma precipitoso sul lato opposto.
Mentre la vicina Pala Perosego, sicuramente non granitica, ha attratto varie cordate, che vi hanno aperto quattro vie dal III al VI+, il Campanile, che offre limitate possibilità, non ha sollecitato altri. La sua storia si è iniziata e conclusa il giorno in cui tre giovani capaci e creativi s'inoltrarono nel canale ai piedi della Pala, spostandosi poi sullo spigolo del torrione che nessuno aveva ancora considerato, e salendolo con successo.
Non so se, oltre alla plausibile salita di Schmidt (compiuta prima della sua morte, sul Monte Rosa nel 1978), altri abbiano scalato la via Bellodis. Non essendo più il tempo per me di salire il Campanile, che si vede bene già da Cortina e meglio da Mietres e Larieto, chi raccogliesse l'idea potrebbe sfruttarla per visitare anche il lato più breve, giudicato "superfluamente rischioso". 
Toccando l'esposto intaglio tra la Pala e il Campanile per le tracce che si dipartono dal sentiero 205 (Sonforcia - Zumeles), si potrà godere di una visione originale del torrione. Limitata, ma privilegio di pochi; un colpo d'occhio su Cortina distesa quasi un chilometro più in basso; una finestra sulle crode ampezzane ignota e disertata, alla quale merita di sicuro affacciarsi.

30 ott 2016

Il Col de Lasta, un suggerimento per l'autunno

Probabilmente sarà più frequentato in inverno, che non nel resto dell'anno; lo ritengo un bel suggerimento per chi si trovasse al Rifugio Sennes, aperto di solito fino a stagione inoltrata e d'inverno, e volesse impiegare fruttuosamente qualche oretta. 
Meta quasi obbligatoria per chi si ferma lassù e magari desidera ammirare il tramonto dall'alto, il Col de Lasta (esattamente Picio Col de Lasta, 2297 m) è un rilievo tondeggiante di valore solo escursionistico; domina il pascolo e il rifugio Sennes, in Val di Marebbe ma molto frequentato anche da Cortina, e permette un'escursione breve, facile e tranquilla. 
Per salirvi, dietro il rifugio si prendono le marcate e visibili tracce che risalgono il costone NO, riunendosi in alto con altre tracce che salgono dal vicino Rifugio Munt de Senes; in una mezz'ora abbondante si è sulla cupola terminale. 
Il Rifugio Sennes: subito dietro, il Col de Lasta
in abito invernale (foto www.cairovigo.it)
Vetta solitaria malgrado sia prossima a due frequentati rifugi (in una domenica d'agosto, salii e scesi il Col da solo, senza incontrare mai nessuno), il Col de Lasta è un monte senz'altro modesto, ma incastonato a meraviglia fra le crode, forcelle e vallate dei parchi di Fanes - Sennes - Braies e delle Dolomiti d'Ampezzo. 
Dopo la sosta in vetta, volendo visitare un'altra cima - poco nota e calpestata - si può continuare per la cresta, e in una manciata di minuti inserire nel proprio carnet anche il Col Maréo (sulle carte più diffuse il nome non lo vedo; si trova invece un Gran Col de Lasta, quotato 2311 m, che potrebbe essere anche il Maréo "ribattezzato" ad uso turistico). 
Su questo secondo Col svetta una croce con un'iscrizione in ladino marebbano, di cui purtroppo non ho immagini: io l'ho salito una sola volta, immergendomi lassù in un ambiente sconfinato e godendo di qualche attimo di pace perfetta.

28 ott 2016

Montagne, segni zodiacali e colori ...

Gli oronimi (i nomi di luogo legati alle montagne) si possono classificare coi criteri più diversi: provare a farlo può essere un ottimo spunto per originali studi scientifico-alpinistici.
Dagli zootoponimi legati agli animali, agli ergotoponimi legati al lavoro dell'uomo, dai toponimi connessi alla religione a quelli derivati da nomi di persone, e così via; una raffinata classificazione di questo genere, per circa 600 toponimi ampezzani, è già stata ideata e realizzata negli anni '90 dall'amica Lorenza Russo. 
Una curiosità che mi è balzata agli occhi di recente è che, perlomeno sui monti delle Tre Venezie, non mancano neppure alcuni oronimi legati allo zodiaco. 
Non ho trovato, però, tutti i 12 segni; ma penso che possano esistere, magari in zone più lontane e remote rispetto a quelle che ho conosciuto e frequentato. 
In ogni caso, sull'arco alpino orientale si riscontrano nomi di montagne e di luoghi che evocano i Gemelli (Cadini di Misurina), il Leone (Monfalconi), il Toro (Spalti di Toro), la Vergine (Alpi Giulie); almeno un terzo dell’arco zodiacale, a questo punto, è rappresentato. 
Di nero questa piccola cima non ha nulla, eppure 
si chiama Monte Nero di Braies (foto E.M., 28.9.03)

Aggiungo poi gli oronimi connessi ai colori: che ne dite di Cresta (Cristallo), Croda (Marmarole), Punta (Alpi Aurine), Sasso Bianco (Marmolada)? Di Forcella (Cristallo) e Torre Gialla (Pale di San Martino)? Di Punta Grigia (Croda dei Toni)? Di Croda (Vedrette di Ries), Punta (Sorapis), Sasso (Alpi Aurine, ma anche Monti di Volaia) e Monte Nero (Dolomiti di Braies)? Di Monte Rosa (Popera)? Di Croda (Rossa d'Ampezzo), Forcella (Tofana), Monte (Alpi Carniche) e Sasso Rosso (di Braies)? Del Col (Pale di San Martino), Forcella (Cristallo) e Promontorio Verde (Alpi Giulie)? E chi più ne ha più ne metta: chissà quanti altri!
Se diventasse difficile innovare costantemente questo blog, che mi pare seguito con lusinghiero riscontro, inizierò a raccogliere e classificare cime "astrologiche", "colorate", "diaboliche", "personificate", "sante" ecc., per costruire un ominario o un bestiario alpino dalle mille facce. Mi tengo questo "alpinismo di carta" per riempire, magari, le stagioni che verranno.

21 ott 2016

Il Torrione dell'Abete, cima quasi ignota

Pescando dal lungo elenco di oronimi ampezzani di derivazione alpinistica, spesso piuttosto moderni, che compilai anni fa con l'idea di farne una pubblicazione, ne ho trovato uno che mi pare lineare, ma comunque curioso. 
Pochi, o più facilmente nessuno dei miei lettori saranno in grado di localizzare con esattezza il Torrione dell'Abete. Eppure si tratta di un campanile abbastanza individuato e dotato della sua quota altimetrica precisa (2366), che si scorge bene dai rifugi delle Cinque Torri e dalla Val Formin. 
Quel torrione si trova subito a nord della Cima Bassa da Lago: per vederlo, bisogna però localizzare prima la Cima Bassa, altra vetta ben poco nota e ancor meno salita. 
La  Croda da Lago dal versante nord, in una cartolina del 1910.
Il Torrione emerge subito a destra della conifera (raccolta E.M.)
In ogni modo, la vicenda della cima prese avvio poco meno di cinquant'anni fa e si concluse in due estati. Il Torrione dell'Abete, infatti, fu scalato per la prima volta da O, e forse battezzato nell'occasione, da due alpinisti veneziani avvezzi a pionieristiche esplorazioni nei recessi più nascosti dei nostri monti, alla fine di giugno del 1968. 
La loro via, di difficoltà contenute, ebbe un seguito il 6 novembre dell'anno successivo, quando sulla sommità del Torrione mise piede Franz Dallago, uno dei rari (forse l'unico) ampezzano che lo conosce, giacché pure chi scrive, una volta tanto, sa della cima solo dalle fonti e dalle carte. In quell'occasione, la guida accompagnava due clienti su un nuovo itinerario di difficoltà medie da SO, che incrocia quello dei veneziani. 
E' agevole pensare che l'oronimo della cima sia stato tratto da una o più conifere presenti in vetta, così come accadde per la Torre del Barancio, la mediana del trio che forma la seconda torre d'Averau, battezzata nel 1912 dalla guida Zaccaria Pompanin poiché è ornata sul sommo da un ciuffo di mughi. 
La questione dell'abete, del nome e della via mi sarebbe piaciuto magari chiederla al primo salitore, purtroppo già scomparso, e così la curiosità rimane inappagata.

18 ott 2016

Sulla Pala Perosego, prima che venga l'inverno

La Pala Perosego è il rilievo più marcato del regolare crestone che - sull'insellatura di Sonforcia - unisce la turrita dorsale del Pomagagnon al gruppo del Cristallo. 
Mentre verso Cortina mostra una parete e uno spigolo di un centinaio di metri d'altezza, visibili dal centro del paese, a nord - verso Val Granda - il punto culminante è difeso da una paretina non più alta di una quindicina di metri, che si supera piuttosto facilmente ma su roccia mediocre. 
Sulla Pala giunsero quasi certamente fin da tempi remoti i cacciatori locali, e durante la Grande Guerra, ai piedi delle balze a settentrione, gli italiani apprestarono un piccolo posto di vedetta e controllo del fronte del Cristallo. 
La cima è entrata nella storia dolomitica nel 1968, quando Diego Valleferro ne superò con Mario Dimai lo spigolo S, su difficoltà di VI. Nonostante la Pala sia ignota alla massa e la sua roccia di certo non marmorea, anche la parete S del monte ha attratto gli alpinisti: gli Scoiattoli Raniero Valleferro e Alberto Dallago (1973), i Ragni di Pieve di Cadore Marco Bertoncini, Isidoro Soravia, Luigi Ciotti e Marco Ceriani (1977) e infine Eugenio Cipriani con un compagno (1995), che la salirono in tre punti diversi, lungo tracciati con difficoltà dal III al VI+, presumibilmente poco ripetuti. 
Alla base della paretina che dà accesso
alla cima (foto E.M.)
Affiancata dall'appuntito Campanile omonimo, alto un centinaio di metri e salito nel 1955 dagli Scoiattoli Franceschi e Bellodis con Elio Valleferro, la Pala rappresenta un piccolo mondo a sé. Poco lontana dalla bagarre degli impianti del Cristallo, posta tra canaloni detritici, rocce sfaldate, ripide pale erbose un tempo animate dai contadini e oggi soltanto dai camosci, non ha certo la pretesa di inserirsi tra le Dolomiti più alla moda. 
Ma un po' suggestiva lo è, ed a me è occorso di salirla quattro volte, lasciandovi nel settembre 2000 un quaderno che - prima di essere distrutto per due volte di seguito, dalla violenza del tempo o forse dalla sbadataggine - registrò i nomi di una sparuta schiera di appassionati, alla ricerca di quanto la cima e i dintorni donano a piene mani: il silenzio.

15 ott 2016

Sulla "Via delle Guide", classica salita delle Cinque Torri

Certamente a molti di coloro che vanno in roccia interesserà ben poco sapere perché quella si chiami Cima Ovest (della Torre Grande d'Averau), chi erano (Piero) Dallamano e (Renato) Ghirardini che per primi ne salirono la parete ovest e sui monti di Cortina aprirono anche altre vie, e perché quella sulla Torre Grande è nota come “Via delle Guide”. 
Non ha mai interessato più di tanto neppure a me, fino ad una certa epoca. Si dice che spesso, quando un alpinista scende dalle montagne, inizia a scrivere (e a farsi domande): per me è stata proprio così. Ho salito per l'ultima volta la Via delle Guide ormai tanto tempo fa, e soprattutto dai primi anni 2000 mi è venuta voglia di approfondire gli aspetti, anche minimi, della storia di tante vette e vie sulle quali a suo tempo mi divertii con gli amici. 
Classico scorcio della Torre Grande d'Averau:
dalla sommità del trangolo verde inizia la "Via delle Guide"
(foto E.M., 27.VI.2009)
Questa in particolare, scelta spesso dalle guide con i clienti perché comoda e soleggiata, sale sulla Cima Ovest per la parete fronteggiata dal Rifugio Scoiattoli. Essa fu aperta dai giovani mantovani Dallamano e Ghirardini il 15.VII.1930: essi non erano comunque i primi a calcare la sommità della minore delle tre cime di cui è composta la Torre Grande. 
Giusto un anno prima, il 15.VII.1929, Enrico Lacedelli - giovane guida e maestro di sci - aveva infatti superato con i paesani Olga e Rinaldo Zardini il diedro nord-ovest, un centinaio di metri di roccia liscia e difficile, su cui rimane il nome della sportivissima Olga. 
Piero e Renato non immaginavano certo che la loro salita di quasi novant'anni fa sarebbe divenuta una delle più apprezzate delle Cinque Torri. Poco lunga e di difficoltà limitata, d'accesso e rientro comodi soprattutto da quando il rifugio e la seggiovia le sono praticamente davanti, la Via delle Guide gode sempre di un buon credito, e non passa giorno d'estate in cui non vi si scorga una cordata impegnata su un bel 3° grado dolomitico. 
La ricordo con piacere, e siccome dall'ultima volta che la visitai sono volate via ormai diverse stagioni, quei ricordi mi hanno portato a indagarne “il perché e il come”.

11 ott 2016

Traversando Forcella Valun Gran con una capra

Oltre trent'anni fa, durante una gita con gli amici, godemmo di una  compagnia singolare, quella di una ... capretta. Di quel 20 giugno 1981 ho ritrovato da poco la sola fotografia che possiedo, in cui mi rivedo accanto alla bestiola, sotto il nevischio incipiente.
La gita che avevamo ideato consistette nella salita da Ra Stua a Fodara Vedla, e nella prosecuzione sulle tracce che rimontano il Valun Gran fino all'omonima forcella. Dopo un'opportuna sosta, dal valico scollinammo verso la meno alta, ma altrettanto aspra Forcella Camìn, dalla quale per le Ruoibes de Inze scendemmo al Cason de Antruiles per ritornare infine al parcheggio di Ra Stua. Si trattò di un inedito anello, ripreso molti anni dopo da una rivista del settore, in un ambito che oggi si trova a cavallo di due Parchi ed è rimasto solitario e ambientalmente prezioso.
Forcella Valun Gran, 20.6.1981, con Cinzia, Enrico L.,
Federico, Michele (raccolta E. Majoni)
La nota originale fu la capra marrone e bianca che, sottrattasi al controllo del pastore, ci seguì da Fodara fino a Ra Stua, per quasi tutto il giro. Ricordo che il ghiaione del Valun Gran era ancora in parte innevato. Il caprino se la cavò comunque con onore, ma scendendo per il canale che dà su Forcella Camìn, le pietre gli procurarono qualche ferita alle zampe: fu commovente veder trottare la nostra compagna di gita, lasciando - un passo sì e uno no - gocce di sangue nei detriti!
Non fu comunque l'unica mia camminata in compagnia di animali: già alle Medie ne avevo fatte con Nigritella, il cagnolino dei miei cugini, e nel 1974 salii anche una ferrata con un gatto. Quel 20 giugno, la capretta ci offrì la sua presenza per l'intera giornata, si lasciò coccolare e fotografare senza problemi e, una volta risaliti a Ra Stua, sparì di colpo tornando alla sua vita in quota.
Non dubitammo che l’istinto le avesse fatto ritrovare subito la via di casa: oggi ricordo con piacere quella gita così originale, in cui non fummo certamente in grado di dialogare con la nostra partner, ma capimmo cosa significa “arrampicarsi come le capre” sulle instabili ghiaie del Valun Gran dove noi, cinque ragazzi sui vent'anni, faticammo di sicuro più della bestiola...

10 ott 2016

Forcella Sonforcia de Col Jarinei, uno dei luoghi più suggestivi d'Ampezzo.

L'insellatura denominata, quasi tautologicamente, Forcella Sonforcia (de Col Jarinéi, per non confonderla con l'omonima situata nel gruppo del Cristallo) si trova nel gruppo della Croda da Lago, a est del Becco di Mezzodì, e raggiunge quota 2069 m. 
Di proprietà della Regola Alta di Anbrizòla, è un largo valico di verde pascolo, sul crinale che dalla Rocchetta di Prendera si allunga verso nord. 
La forcella funge da passaggio, quasi più frequentato dal bestiame in transito dalla Monte de Federa che da esseri umani, fra la testata della Val Federa - ossia il pascolo della Monte de Col Jarinei - e la Val d'Ortié. 
Poco distante dalla forcella, qualche anno fa il coetaneo Carlo, già scalatore e poi appassionato cacciatore, ha ricostruito, su un antico sedime, un piccolo capanno di legno, per sostarvi soprattutto durante le battute di caccia nella zona. 
Dalla forcella verso l'Antelao e la Rocchetta di Cianpolongo
(C. Bortot, 5.9.04)
Il luogo è così rilassante che, salitovi in una bella domenica d'ottobre (non certamente quella di ieri, in cui la neve è scesa ben più in basso della forcella), mi fu naturale stendermi sul prato e godermi a lungo il panorama verso le Rocchette, che chiudono lo sfondo da un lato, e poi rigirarmi dall'altro, per ammirare una visione inusuale della conca ampezzana. 
Per la forcella passa un sentiero segnalato e abbastanza poco noto, che non patisce certo di affollamento; se per caso folla ci fosse, sarà composta in prevalenza di appassionati locali. 
In tanti anni vi sono arrivato una quindicina di volte, perlopiù in salita e discesa dalla soprastante Rocchetta de Cianpolongo, e giudico senz'altro la Forcella Sonforcia de Col Jarinei uno dei luoghi più suggestivi della valle d'Ampezzo.

02 ott 2016

La Cima Falzarego, una meta per l'autunno

Dieci anni fa, la prima domenica di ottobre del 2006, in virtù di un suggerimento trovato nel web, aggiungevo con soddisfazione al mio "carnet" una delle - oso dire - ormai pochissime crode ampezzane accessibili agli escursionisti che ancora mancava: la Cima Falzarego. 
Situata nel gruppo di Fanes a sud-est di Forcella Travenanzes, la Cima porta un nome di derivazione alpinistica, datole probabilmente dopo l'ascensione della parete ovest, che guarda la Strada delle Dolomiti e sulla quale, all'inizio di agosto del 1909, si misurarono Guido e Max Mayer con le guide Angelo Dibona e Luigi Rizzi (a proposito: ci sarà qualcuno, fra chi legge, che abbia ripercorso questa via semi-sconosciuta del grande quartetto?).  
Sul versante nord, affacciato sulla Val Travenanzes, il monte si configura come un dosso arrotondato di rocce e detriti multicolori, e dalla forcella citata si sale in breve e senza problemi. Sugli altri versanti cade con pareti di discreta altezza, solcate da vie mai divenute di moda. 
Verso ovest, dalla Cima si diramano le due Torri Falzarego, rinomate per le vie di salita su salda dolomia, lungo le quali si sono cimentate, e ancora si cimentano, migliaia di appassionati di scalate nelle Dolomiti. 
Cima e Torri Falzarego,
in una cartolina d'epoca (raccolta E.M.)
Teatro di combattimenti durante la 1^ Guerra Mondiale, sulla sommità e sui fianchi della Cima Falzarego non mancano resti di gallerie, postazioni e trincee. Conoscendola vagamente, fino a quella domenica d'ottobre pensavo che essa fosse poco considerata da chi cammina. Invece in quel frangente, sulla vetta, che allunga verso la Strada delle Dolomiti un comodo plateau di rocce e magro pascolo, pieno di dossi e avvallamenti sforacchiati dalle esplosioni e ornato di varie croci, a goderci il pallido sole eravamo una quindicina.

28 set 2016

Il Taé, una grande montagna

Giungendo a Cortina dal Cadore e volgendo lo sguardo verso nord, non passa inosservata una muraglia verticale dai riflessi rossastri: è la parete sud del Taé, cima del gruppo della Croda Rossa d'Ampezzo, nel piccolo sottogruppo del Col Bechéi.
La sua silhouette arrotondata pare quasi reggersi in bilico sulla Val de Fanes;  la parete, che gli antichi accostarono ad un gigantesco tagliere segnato da lame di coltello, si eleva per un migliaio di metri sopra le cascate del Ru de Fanes, affluente del Boite. Caratteristico per stratificazioni a ventaglio che si allungano da sinistra verso l’alto, formando cenge e tetti affrontati da rocciatori solo sessant'anni fa, il Taé è una grande montagna, una delle più affascinanti e complete del Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo.
Originale scorcio tardo-autunnale del Taé,
dalla Val de Fanes (foto Roberto Vecellio, g.c.)
Praticato fin dall'alba dei tempi da cacciatori e pastori, fu salito per la prima volta con motivazioni alpinistiche nel 1906 da tre austriaci, Doménigg, Geith e Thiel. Oggi sono note le sue vie estreme, raggruppate sul lato che guarda Fanes, più che l'approccio normale, una robusta escursione - rinomata come scialpinistica - che inizia da Antruiles con la risalita della valle delle Ruoibes de Fora e transita per il Ciadin del Taé, scenografica conca di pascolo e rocce chiusa a ovest dal Taé stesso e ad est dai ghiaioni del Col Bechéi. 
La conca è bagnata da un ruscello, che nasce tra i massi ma presto sparisce per ricomparire a valle. Osservando la sommità da qui, ci si porta sul lato orientale del Ciadin, si risale su tracce una fascia di rocce un po' instabili e lungo la cresta, con un giro ad arco, si giunge alla minuscola croce della cima.
Da lassù, dove resistono alcuni ruderi di un posto di guardia della Grande Guerra, si spalanca un panorama a 360°: Col Bechéi, Lavinòres, Valon Bianco, Taburlo, Col Rosà, Tofana, Pomagagnon... In vetta, non è consueto dividere lo spazio con qualcuno, e lungo la salita, massimamente dopo il Ciadin, di rado s'incontrano altri candidati alla conquista. 
Dal bivio col sentiero, segnato da una trentina d'anni, che porta sul Col Bechéi, cessano i bolli e inizia la Montagna che abbiamo sempre cercato e prediletto: non strapiombi ma sentieri e tracce spesso solitarie e aspre, che implicano impegno e attenzione, ma ripagano in abbondanza la mente e il cuore.

26 set 2016

Sulla cima delle Lavinòres, per il mio 30° compleanno

La cima delle Lavinòres (Lainòres per gli ampezzani, Sas dai Lavinùres per i marebbani, Sasso della Para per la tavoletta dell'IGM), rientra per poco nel territorio comunale di Cortina, poiché i 16,5 chilometri del confine con Marebbe rasentano proprio la cresta sommitale. 
Il nome ampezzano di questa cima detritica ed erbosa, di buon interesse escursionistico e salita con gli sci fin dagli inizi del '900, deriva dalla sottostante particella forestale e si rifà ai termini “la(v)ìna”, “slavina, valanga”, o meglio “la(v)inà”, “solco, canalone di discesa delle valanghe, plaga boschiva ingombra di piante atterrate dalle valanghe”. 
La croce di vetta, verso Cortina 
(da kronplatz-resort.com)
I marebbani, invece, presero come punto di riferimento la “para” (pala, ripido pendio) di magra vegetazione che dalla cima cala sul versante della Val de Mez, a Cortina detta Ruoibes de Inze, e si distingue agevolmente dalla Statale 51 d'Alemagna, nei pressi del tornante di Sant'Hubertus. 
In ogni modo, quale che sia l'origine del nome, le Lavinòres è una di quelle cime sulle quali è sicuramente iniziato l'alpinismo dolomitico, poiché fu raggiunta fin da antichi tempi da pastori e cacciatori di entrambe le vallate confinanti, alla ricerca di pecore e capre sbrancate o di ungulati. 
Al sottoscritto, "ra Lainòres" evocano memorie quasi d'infanzia. Ho già scritto altrove che la mia prima ascensione su quel culmine coincise con il giorno in cui gli americani sbarcarono sulla Luna: era quindi il 20 luglio 1969.
Avevo undici anni, e molto di quello che mi fu mostrato e spiegato in quell'escursione mi è rimasto impresso, ivi compresa la coppia di pernici che, disturbata dai nostri passi, prese il volo proprio davanti a noi che risalivamo la cresta. 
Negli anni successivi ho toccato la cima altre volte (ne ricordo bene quattro, ma sono state molte di più), tra le quali una in particolare, in cui lassù ricordai con alcuni amici il mio trentesimo compleanno.
Nella fresca giornata del 23 ottobre 1988, lungo la via di salita e sulla cima della Lainòres non incontrammo anima viva: e non si poteva desiderare di più.

22 set 2016

I quattro cirmoli di Sennes: leggenda o storia?

Una leggenda ladina narra che in un tempo lontano, fra i pascoli ampezzani di Cianpo de Crosc oltre Ra Stua e quelli marebbani di Sennes, il confine non era definito; fu così che la zona intermedia, rivendicata dai rispettivi pastori, divenne motivo di continui litigi. 
Un giorno in cui erano presenti lassù alcuni rappresentanti di entrambe le parti, quasi dal nulla comparve un losco figuro, che disse: “Io saprei come risolvere la questione. Vedete quell'enorme masso in mezzo al pascolo, che sembra quasi un confine provvisorio? Provate ad alzarlo e spostarlo a vostro favore; nel punto in cui lo lascerete cadere, là fisserete il confine.
La piana di Cianpo de Crosc, fra Ra Stua e Sennes
(immagine tratta da it.wikipedia.org)
Quattro forzuti marebbani si incaricarono di spostare il macigno in direzione di Ra Stua, ma non riuscirono a sollevarlo di un centimetro. Intervennero quindi quattro ampezzani; due per lato, sollevarono il masso senza difficoltà e davanti ai presenti, raggelati dallo stupore, lo spinsero verso nord. La pastora di Sennes, vedendo gli energumeni ormai vicini alla casera, gridò terrorizzata: “Jesú Maria, ai se tol döta la munt!” (“Gesù Maria, ci prendono tutto il pascolo!”) 
In quel momento il masso ricadde a terra e travolse i quattro ampezzani, che avevano fatto un patto col diavolo. Era lui, infatti, che lo aveva spinto, ma all'invocazione dei santi nomi era precipitosamente fuggito. Ai margini del pietrone, dove erano rimasti i quattro cadaveri, nacquero altrettanti cirmoli, alberi che ricrescono anche tagliandoli poiché in essi sono imprigionate le anime dei dannati. 
Giuseppe Richebuono, dopo Vittur, Heyl ed Erlacher, ha ripreso la leggenda in alcune sue pubblicazioni, e scrive che i cirmoli impersonano gli incaricati che, in base agli antichi documenti, stabilirono nel 1471 il confine definitivo fra le due comunità. I marebbani, convinti che la linea tracciata fosse per loro svantaggiosa, pensavano di avere ricevuto emissari del demonio. 
Con un po' di fantasia, nella penombra e con la nebbia, le sagome tremolanti delle conifere potrebbero evocare quattro figure che trascinano il macigno.

19 set 2016

Escursioni in Dolomiti: dov'è la Val Monticello?

Il volume I della famosa, e per certi versi insuperata, guida "Dolomiti Orientali" del medico-alpinista Antonio Berti (nota tra i fruitori come “il Berti”), è suddiviso in due tomi: il primo descrive - in 579 pagine - le crode, le forcelle e le valli che fanno capo ad Ampezzo, Badia, Braies e al Cadore Centrale fra Pieve ed Auronzo. 
La quarta e ultima edizione del volume risale a 45 anni fa, ma la pubblicazione è ancora reperibile, in veste rinnovata con una copertina plastificata che ha rivoluzionato, fra qualche mugugno dei puristi, la “Guida dei Monti d’Italia” rilegata in tela grigia. 
Purtroppo l'opera di Berti è in buona parte obsoleta, alla luce delle novità intercorse sui monti dolomitici negli ultimi decenni e le diverse forme di fruizione estiva e invernale della montagna (identificate quasi solo da termini inglesi), introdotte fra le cime descritte da Berti fin da quando apparve lo scialpinismo, nel 1908. 
Per un’eventuale (utopica, e nel remoto caso preferibilmente monografica) riedizione del “Berti” e per la cartografia che dovrebbe corredarla (in parte, comunque, già conformata), troverei rispettoso consolidare tutti i toponimi originari, non soltanto quelli sudtirolesi ma anche quelli ladini, ampezzani e cadorini. 
Si eviterebbero così etimologie sbagliate e tramandate da decenni, dovute alle carte militari, alla semplificazione "veneta" di toponimi difficili da pronunciare e alla difficoltà di instillare in "forestieri" la conoscenza e l’uso della toponomastica dialettale dei nostri paesi. 
Un esempio? A quasi novant'anni dalla prima uscita del “Berti”, si è ormai cristallizzato il qui pro quo sul significato del toponimo "Val Montejèla" nel Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo, nota perché da lì nel 1865 mossero Paul Grohmann, Angelo Dimai Déo ed Angelo Dimai Pizo, per attaccare la cima della Croda Rossa. 
La Val Montejèla, alle pendici
della Croda Rossa Piccola (da www.youtube.com)
Nella guida, e anche in altre fonti che da essa hanno preso, il nome del luogo è registrato come “Val Monticello”; ma, derivando dalla voce “monte" (ampezzano e cadorino) "munt” (badiotto), “Montejèla” viene a significare “pascolo di ridotta estensione” e non “piccola montagna, monticello” come riporta la guida. 
Il ragionamento vale anche per tre cime del gruppo della Croda Rossa d'Ampezzo, dove il badiotto "Muntejèla", (ampezzano "Montejèla"), è diventato "Monte Sella": la nota Muntejèla de Senes e le solitarie M. de Fanes e M. d’Al Plan. 
Tradotti come Monte Sella di Sennes, di Fanes e di San Vigilio, i toponimi sono ormai entrati a far parte del patrimonio toponomastico italiano comune, e così se ne sono persi l’origine e il vero significato.

Croda Rotta, montagna da evitare?

E’ un rilievo, invero non molto ardito, che chiude a ovest lo sperone della Punta Nera verso Faloria: già il suo nome, Croda Rotta, funge d...