01 dic 2015

Cesta, Zesta o La Cedel: tre nomi per una cima poco nota

Corposa, poco slanciata elevazione della cosiddetta Diramazione ampezzana del gruppo del Sorapis, inferiore per quota solo alla vicina e più nota Punta Nera, la Cesta, o Zesta (in passato denominata anche La Cedel), non rientra fra le cime dolomitiche più battute: Paolo Salvini riferiva che in tutta la calda estate 2003 fu salita appena sette volte. Eppure, già nel 1898 la Zesta comparve all'ottavo posto nella lista delle gite proposte dalle guide ampezzane; per salirla si prevedevano dodici ore di cammino, compresa la traversata alla  Pfalzgauhutte al Lago del Sorapis, al prezzo di dodici Kr.
La Zesta dal Col Siro, luglio 2012 (foto E.M.)
Nonostante il limitato appeal della cima, che domina il pascolo di Tardeiba e il sentiero da Forcella Faloria al Lago del Sorapis con una larga parete "a canne d'organo", e pur se la roccia è scadente, la Zesta potrebbe forse godere di un minimo di attenzione in più, per alcuni motivi: una via normale non banale (in un tratto, gli incerti faranno bene ad assicurarsi ad una corda), ma divertente e di soddisfazione; un pregevole colpo d'occhio, soprattutto verso la Punta di Sorapis; un senso della Montagna molto elevato.
Raggiunta forse da topografi, in epoca ignota, da Forcella del Ciadin per la cresta nord, nell'agosto 1929 fu scalata da Berti, Casara e compagni per il versante sud-est - roccioso e detritico, alpinisticamente poco attraente - che declina verso il Lago del Sorapis e, richiamando un grande cesto capovolto, ha conferito il nome alla cima.
La storia della Zesta, che personalmente ho salito quattro volte, traversando due volte da nord a sud-est, è quantomai striminzita, ma non priva di qualche sussulto. Dopo una via dell'austriaco Hubert Peterka in solitaria (luglio 1930), il 7 febbraio 1942 tre triestini appassionati di alpinismo esplorativo (Giorgio Brunner, Massimina Cernuschi e Mauro Botteri) effettuarono la prima invernale della vetta, raccontata da Brunner nel suo libro, oggi raro, "Un uomo va sui monti" (1957). 
Nella guida Berti la notizia dell'invernale è inesatta, così come lo schizzo della Zesta, sul quale la via normale è stata scambiata con la via di Berti.
Nel 1994 gli amici Mara e Ivano salirono sulla Zesta e vi collocarono un contenitore con il primo libro di vetta; il libro è certamente utile, ma le sue pagine faranno sicuramente un po' di fatica a riempirsi nel corso degli anni.
Salito da solo a fine luglio del 1995, scoprii con piacere il nuovo libro ed ebbi un'ulteriore notizia: il 5 gennaio di quell'anno, la neo-guida Ario Sciolari aveva realizzato sulla Zesta la probabile prima invernale solitaria.
Di certo l'episodio non fece scalpore né ebbe spazio sui media, ma ha aggiunto comunque un capitolo alle scarne vicende di quella cima abbandonata.

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