30 dic 2015

Montagne, luoghi e personaggi ampezzani

Non credo proprio che la domanda se la pongano in molti, ma una risposta ce l'ho. 
Quanti antroponimi, cioè nomi di luogo della nostra Cortina ricordano o si collegano in qualche maniera a persone locali o forestiere che hanno caratterizzato la storia della valle? 
Da un  approfondimento personale, risulta che gli antroponimi in questione sono un gran numero, e si riferiscono a strutture esistenti o scomparse, bizzarrie naturali, luoghi di caccia, fienagione e pastorizia impalliditi nel ricordo, infrastrutture turistiche e altro. Restano fuori, per il momento, i nomi - spesso abbastanza recenti - affidati a cime, guglie, torrioni, vie alpinistiche, che sono anch'essi decine e presuppongono una catalogazione a parte.
Quale Danel diede il nome a questo prato isolato
ai piedi del Sorapis? (foto E.M., 28/9/2013)
Molti luoghi si conoscono soltanto per iscritto e non per averli identificati sul terreno (anzi, per qualcuno la cosa è diventata difficile), ma questo potrebbe anche essere l’input per andare a cercare tra i boschi e sulle cime. 
Gli antroponimi recuperati ricordano Mèto, Santo, il Mardochèo, il Curto e Andol, l’albergatore Frasto, tale Bartoia, il Capon, le sorelle cuoche Mescores. 
E ancora le ostesse Pioaneles, Saeries e Sceches, un antico Conte e il Moisar che fuggiva gli uomini; un lontano Bartoldo è ricordato due volte, c’è l'inglese Ester e gli sfortunati Grisc e Macaron. 
E poi, prima che insorga il mal di testa, nei luoghi ampezzani troviamo memoria di Catina de Agnesc, del Jaibar e di un Pilato, di Mia del Gheto, Dea, un Mouta e un ‘Sacheo, di Lia e di un antenato (forse anche mio) Danel, ed infine ci sono le Baraches e il Mocio.
Ci resta ancora il ricordo di due morti senza nome, di un ‘Sandeaco, dell’intraprendente Menighel e del solitario Zorzi, di Stefin e del magro Rana, del Miceli, del Ris-cia e dei tre Tònes, di un Pelèle e del Jandarmo marebbano che lavorava a Cortina, di tutti i Chenope medioevali, del Vecia, del Touta... 
Sono tanti personaggi, reali o leggendari, dispersi nei meandri della storia e per la maggior parte di essi è improbabile riuscire a identificarli con certezza in carne ed ossa. 
E' certo però che tutti loro, valligiani e non, certamente persone semplici e senza velleità di protagonismo, per un motivo o per l’altro lasciato hanno una traccia concreta nella toponomastica d’Ampezzo, e la cosa merita un po' d'attenzione e d'interesse non solo da parte degli studiosi.

25 dic 2015

Walter, un amico del Cai Cortina (1932-2015)

Giovedì 18 dicembre è mancato a Kempten, in Germania, un amico: Walter Knischek, referente della Sektion Reichenberg del Oesterreichischer Alpenverein. Molti soci del Cai Cortina lo conoscevano dal 2001, quando il sodalizio della sua città natale - che, trovandosi nella regione dei Sudeti, fece parte fino al 1945 della Germania e fu poi annessa alla Cecoslovacchia col nome di Liberec - si gemellò con quello ampezzano, in nome dell'antica proprietà del Rifugio Croda da Lago, proprietà del Club Alpino Tedesco-Austriaco dal 1905 al primo dopoguerra.
Glorerhutte, 26/8/07: Walter con Federico Majoni,
all'epoca Presidente del Cai Cortina (foto E.M.)
Come consigliere e segretario del Cai Cortina, ho conosciuto bene Walter, con il quale ci siamo ritrovati in diverse occasioni: nel 2001, per il centenario del "nostro" Rifugio; nel 2002, in un fine settimana al loro rifugio, la Neue Reichenbergerhutte, dal quale raggiungemmo insieme la Rosenspitze; nel 2004 a Sankt Jakob in Defereggen, da cui ci portò sul Gross Leppleskofl; nel 2007 a Kals am Grossglockner, per salire al Glorerhutte; nel 2011 di nuovo nel grazioso paese di Sankt Jakob, dove i soci della Sektion Reichenberg si ritrovano annualmente in un soggiorno di una settimana (Bergsteigertreffen).
Voglio ricordare Walter Knischek come una cara persona, un vero appassionato della montagna, un amico ddella Sezione del Cai di Cortina, unita a quella di Reichenberg - che la Seconda Guerra Mondiale disperse in varie città e nazioni - dal rifugio sulle sponde del Lago di Fedèra, sul quale dal 1901 al 1918 sventolò il vessillo tirolese.
Spero che dalle montagne del cielo Walter ci guardi sempre, e gli porgo un caro "Berg Heil"!

20 dic 2015

L'invernale del Becco Muraglia

Un bel giorno di febbraio, in cui la neve latitava anche in quota e l'aria era ormai primaverile, con un paio di amici giungemmo sulla sommità del Bèco de ra Marògna (Becco Muraglia), il piccolo corno roccioso ai piedi della Gusela del Nuvolau che si intravede già salendo da Pocol al Passo Giau. 
Più che per l’alpinismo e l'escursionismo, il Bèco è importante per la storia di Cortina e di San Vito, giacché per quattro secoli fece da confine di stato, e oggi segna ancora il limite fra i pascoli sanvitesi di Giau e quelli delle Regole ampezzane. 
In antico il picco, quotato 2271 m, non aveva un toponimo specifico. Becco Muraglia, o Bèco de ra Marògna, è vecchio soltanto di un secolo, risale alla Prima Guerra Mondiale e deriva dal fatto che  la Marògna (muraglia) di Giau, costruita nel 1753, trova uno dei punti d’inizio proprio ai suoi piedi. 
Salendo verso il Bèco de ra Marògna 
(foto C. Bortot, settembre 2009) 

Non si sa chi sia salito per primo sull'esile punta, dove la guida Franz Dallago, oltre quarant'anni fa, riuscì a scoprire una breve via di difficoltà classiche, tornando un quarto di secolo dopo a ripeterla con una variante. 
L'itinerario "normale" per raggiungere la vetta si concentra in una paretina inclinata, alta forse cinquanta metri, di roccia mediocre e un po' fastidiosa per il ghiaino e con difficoltà valutabili di 1° grado superiore. L'ho percorsa tre-quattro volte, a coronamento dell'escursione in uno dei più suggestivi angoli della zona, il sottostante bosco del Foràme. 
La salita di febbraio fu un'invernale in piena regola: non saremo stati certamente i primi della storia, ma l’inverno asciutto e la voglia di godere aria frizzante ci spinsero a cercare una meta diversa e calcare quella cima. Vi siamo poi tornati ancora, per la comodità dell'accesso e le peculiarità storiche e panoramiche, ma soprattutto perché la vetta tranquilla e il bosco circostante costituiscono una bella via di fuga dal mondo sottostante. 
In questi giorni, finché persiste la stagione asciutta e avara di precipitazioni, l'invernale del Becco Muraglia forse non sarebbe tanto problematica!

17 dic 2015

Ho arrampicato con Angelo Dibona (Casara racconta la prima scalata del "Pilato")

Angelo Dibona Pilato, icona delle guide ampezzane, morì a settantasette anni nel 1956. In mezzo secolo di attività alpinistica frequentò l'intero arco alpino dalla Francia alla Slovenia e le scogliere inglesi, e aprì circa 70 vie nuove, sfiorando i limiti del possibile per l'epoca e affermandosi per coraggio e disinvoltura sia su roccia che su ghiaccio.
Forse a pochi è noto come il Pilato avrebbe conosciuto la montagna. Prendo il racconto, misto di realtà e leggenda, dagli scritti di Severino Casara, compagno di Dibona nell'ultima via nuova, aperta nel'estate 1944 sulla Punta Michele (Popena) con Walter Cavallini, Otto Menardi e Luis Trenker.
Come tanti montanari, in gioventù Dibona badava anch'egli al bestiame. Era circa il 1891: con suo cugino Damiano, lui pure divenuto una buona guida, faceva il "vida" (garzone pastore) sull'alpe di Fosses, da secoli pascolo di pecore. 
Un giorno, in un momento di libertà, i ragazzi si diressero verso la grotta che spicca sul risalto che domina il lago e il Cason de Fosses, il Castel de Fosses. La grotta veniva chiamata “el busc de l oro” e si mormorava che ospitasse un tesoro, che però nessuno aveva mai visto.
Il Castel de Fosses con il Cason e il "busc de l oro" : 
sullo sfondo la Piccola Croda Rossa ( raccolta E. Maioni) 
Angelo volle andare a curiosare; salutò Damiano e salì per le rocce, giungendo ben presto alla grotta. Nell'antro non trovò tesori, ma solo ghiaia, acqua colante e guano: deluso, provò a scendere, trovandosi subito in difficoltà.
Il cugino, che seguiva la salita dalla base, gli urlò di provare a destra. Angelo, tremante, traversò su una cengetta marcia, trovando solo pochi appigli per le mani, e dopo interminabili minuti riuscì a posare un piede su una minuscola lista erbosa, da cui pian piano giunse alle ghiaie. Era la sua prima scalata: aveva dodici anni.
Qualche anno più tardi, dopo aver lavorato da un orefice, lasciò il chiuso della bottega per scalare le montagne. Richiamato dall'esercito austriaco, stette tre anni in divisa; al rientro fu accolto come portatore a Pratopiazza, e si spinse sulle cime ampezzane e pusteresi sotto la guida dell'esperto Giovanni Cesare Siorpaes, "Jan de Santo". 
Dopo un corso a Villach, a ventott'anni fu promosso guida e iniziò ad aprire nuove vie, vincendo fin dall'inizio alte difficoltà. Passando qualche volta a Fosses, avrà sicuramente lanciato uno sguardo al Castel, dove aveva iniziato una lunga e luminosa carriera, che lo portò a conoscere tutte le cime d'Europa. 
Il 21 aprile 2016 saranno sessant'anni dalla sua morte: si potrebbe rivalutare il ricordo del simbolo delle guide ampezzane, magari con una piccola targa proprio sulle rocce del Castel de Fosses.

14 dic 2015

Le rocce selvagge della Bujèla de Padeon

Venticinque anni fa, una montagna ampezzana su cui salivo per la prima volta dopo aver spulciato a fondo la guida Berti alla ricerca di nuove idee, mi diede emozioni più intense del solito: la Bujèla (cioè l'ago) de Padeon, sulla dorsale del Pomagagnon. 
La Bujèla un torrione singolare, isolato e poco appariscente, che s'impone allo sguardo guardando verso la Val Padeon dalla Statale d'Alemagna nei pressi di Ospitale. Fino al 28 luglio 1985 vantava soltanto una via normale pressoché sconosciuta e disertata, e fra gli scalatori godeva di una considerazione nulla.
Quella domenica, gli Scoiattoli Paolo Bellodis e Massimo Da Pozzo inventarono - sulla placca grigio-gialla e compatta che guarda i Prade del Pomagagnon, resto di un'antica frana - la via "Gipsy": 180 metri di stampo moderno con difficoltà di quinto e sesto, in seguito frequentata spesso. Così la cima guadagnò, se non la notorietà, qualche citazione in più sulla stampa specializzata.
La Bujèla  in lontananza, salendo sulla Punta Erbing 
(foto E.M., agosto 2009) 
Sulla Bujèla erano saliti per primi con intenzioni alpinistiche i carinziani Viktor Wolf von Glanvell e Karl Günther von Saar, che ottantacinque anni prima degli Scoiattoli, il 28 luglio 1900, seguirono la cengia a spirale che avvolge il torrione con regolarità. Due giorni dopo, il loro compagno Karl Doménigg salì invece per un camino alto e liscio, che incrocia la via Glanvell con qualche difficoltà in più (per la verità, durante un'esplorazione, non capimmo dove fosse...). 
La via originaria, poco battuta anche se Visentini, nel suo libro "Gruppo del Cristallo" (1996), lo giudicava una delle normali più godibili della dorsale del Pomagagnon, presenta difficoltà di 1° grado superiore. Non è una semplice gita, ma nemmeno una scalata: la corda - salvo che nel tratto iniziale, se qualcuno non si sentisse sicuro - serve poco. 
Salendo ci si destreggia fra alberi, ghiaie, mughi, roccette, e poco sotto la vetta su una solida e ripida paretina. Fatti i conti, per guadagnare la sommità, quasi piatta e molto comoda perché erbosa, ci vuole un po' di impegno. 
Dopo la salita del 1991, tornai sulla Bujèla nella frizzante mattina del 14 novembre 1992, scoprendo la via in parte gelata e sgradevole, e poi ancora una terza volta nel settembre 1995. Questa concluse la serie delle mie visite ad una vetta così singolare. 
La Bujèla de Padeon, che oggi possiede anche un piccolo libro di vetta, è un angolo di mondo al quale, prima che cedimenti e frane invadano la cengia e rovinino un accesso ancora avventuroso, seppure non troppo difficile, agli amanti delle rocce selvagge consiglio di dare un'occhiata.

11 dic 2015

Salire sul Cristallo in pieno inverno

Un fatto della storia dolomitica che merita di essere ricordato è l'ascensione invernale del Cristallo, prima cima della valle d'Ampezzo vinta d'inverno, in risposta alle importanti salite realizzate nello stesso periodo appena di là dal confine grazie alle forti guide di San Vito: Croda Marcora (novembre 1881), Antelao e Pelmo (gennaio-febbraio 1882).
Tentato dall'anglo-tedesco Moritz Holzmann col pioniere Santo Siorpaes, ma fallito per la troppa neve, il Cristallo d'inverno cedette a due valligiani: Bortolo Alverà de Pol e la guida Pietro Dimai Deo. 
Pietro Dimai, Giovanni Siorpaes e Antonio Dimai
a Ospitale, 1895 (raccolta E.M.)
Bortolo, apparso e scomparso dalle cronache poiché non era un alpinista, ma l’I.R. Maestro Stradale (il cantoniere, responsabile della strada che sale a Misurina), e fu poi Presidente e Direttore della prima e unica banca con sede a Cortina, la Cassa di Depositi e Prestiti per Ampezzo costituita nel 1894, salì sul Cristallo con "Piero de Jènzio" il 22 novembre (secondo alcuni il 22 febbraio) 1882. 
La guida aveva ventisette anni ed era patentata già da otto; il suo compaesano di anni ne aveva trentatré, e non è noto perché si fosse unito alla guida per un'impresa del genere. 
Di certo la cordata incontrò un grosso ostacolo nelle temperature, dato che la via normale del Cristallo si svolge fra i 2800 e i 3200 m di quota, e oltre un secolo fa gli inverni erano veramente inverni. 
D'estate, la cima è alla portata di alpinisti con piede fermo e avvezzi all'esposizione, ma si sa che d'inverno le pareti inclinate sono le peggiori, prova ne sia che la salita con la neve non ha avuto ripetizioni a iosa: una recente è quella di Mario Dibona Moro, Scoiattolo e guida che - alla fine degli anni '90 - in sei giorni traversò da solo in senso orario tutte le cime che attorniano la conca d'Ampezzo. 
Non si sa come Piero e Bortolo videro dalla vetta la conca di Cortina, i villaggi, i boschi, i campi e i prati ammantati di bianco e immersi nel silenzio: un quadro degno di un presepe, che purtroppo nessuno raccontò per iscritto e oggi possiamo solo immaginare. 
Fu l'inizio dell'alpinismo invernale nella valle, replicato nove anni dopo dallo stesso Piero col giovane cugino Antonio e l'intrepida olandese Jeanine Immink sulla più impegnativa, anche se meno elevata, vetta della Croda da Lago.

09 dic 2015

Con Sandro sulla cima, tra storia e fantasia

... Mi sarebbe piaciuto essere accanto a lui in quel giorno d’estate del 1876, quando Alessandro Lacedelli (conosciuto come Sandro da Melères), quarantenne orologiaio, armaiolo, cacciatore e guida che aveva già scalato tante cime e molte altre ne avrebbe salito fino a fine secolo, toccò da solo il culmine della Punta Nera, tra le crode del Sorapis. 
Sarebbe stato bello partire insieme da Melères, risalire le boscose pendici del Mondeciaşadió (odierno Monte Faloria), scavalcare le nude Crepedeles (Tondi di Faloria) e sostare sull'erba a Forcella Faloria per uno spuntino e due tirate di pipa, non ancora certi sul da farsi. 
Mi sarebbe piaciuto, in quel momento, scorgere col cannocchiale un branco di camosci che risaliva correndo all’impazzata il vallone detritico che dalla base della Punta Nera cala ripido verso la Val Orita, e decidere di braccarlo. 
Alessandro aveva un fucile a tracolla: andava sui monti non soltanto per fare dell'alpinismo, e un buon pezzo di carne gli avrebbe fatto comodo. A casa aveva famiglia, e qualche braciola avrebbe potuto ampliare la magra dieta contadina, basata sui prodotti dei campi, dei pascoli e del bosco. 
Mi sarebbe piaciuto accodarmi a lui e risalire l'instabile colata di ghiaie e grossi  massi fino a quel piccolo intaglio sulla cresta, che decenni dopo sarebbe stato battezzato Sella di Punta Nera, ma allora era noto soltanto ai cacciatori. 
Da lì, appostandoci dietro gli ultimi blocchi, mirare ad un bel maschio che saltava e poi, seguendo le tracce di sangue sulle rocce, affrontare l'erta cresta della Punta. Per essa, di balzo in balzo lungo cenge e canali friabili, avremmo toccato la stretta sommità, godendo forse per primi un'incomparabile vista sulla tirolese valle d’Ampezzo e sull'italiana vallata del Cadore. 
La Punta Nera. dai pressi di Forcella Faloria
(foto E.M., 26 luglio 2012)
La nostra sarebbe stata la prima salita alpinistica della Punta Nera, una cima che rimase lunga e faticosa da raggiungere fino al 1939, quando l'ardita teleferica “Principe di Piemonte”, che issava gerarchi e signore con i tacchi al moderno rifugio intitolato a Edda Ciano Mussolini, ridusse di molto l’avvicinamento alla Sella, limitandolo a un paio d'ore circa, o poco di più dal Passo Tre Croci. 
Anche se oggi la Punta Nera dal Rifugio Faloria è una gita relativamente comoda, sulla cima solitaria non arrivano comunque in molti (nel libro di vetta, in un'intera estate, ho contato solo 22 firme). 
Eppure, quanto valore ha per la storia d'Ampezzo e quanti pregi per l'alpinista, la salita di Sandro da Melères dell'estate 1876!

05 dic 2015

Mesto ritorno da un Campanile

La passione per la montagna mi ha offerto - in numerose giornate di discreta levatura, appassionanti e gratificanti - di scoprire tante cime e vie, sognarne altre, fare progetti, conseguire soddisfazioni e qualche sconfitta. 
Anche queste fanno comunque parte dell’esperienza dell'alpinista e si ricordano con piacere e magari un velo di nostalgia, salvo che non siano state dolorose. 
Solo per parlare di vie alpinistiche, rientrammo con le pive nel sacco dalla Mazzorana sulla parete della Cima del Laudo franata poco tempo fa (II grado, roccia paurosa), dalla Von Glanvell su una delle Cime Campestrin (I-II grado, stesso problema e forse un errore di itinerario), dalla Von Glanvell sulla prima Cima Campale (I-II grado, scariche incessanti di pietre), e poi dalle più difficili Lacedelli sulla Torre Grande d’Averau, Dibona sulla Torre Grande di Falzarego, Dimai sul Campanile Dimai del Pomagagnon... 
Specialmente quest’ultima prometteva di essere una grande salita e il ritiro mi dispiacque. Eravamo giovani e abbastanza ben allenati; il ripiegamento non si dovette, comunque, a incapacità della cordata, ma soltanto a un temporale, che ci prese a metà via e ci costrinse a ripiegare in fretta. 
Avevamo già salito varie lunghezze (le 
Punta Fiames, Punta della Croce e Campanile Dimai,
dai prati sotto Mietres, (foto E.M., novembre 2003)
due più difficili erano ancora sopra di noi), quando si scatenò il diluvio. A scanso di guai, mediante fortunate cenge baranciose riuscimmo a traversare in quota verso la Punta della Croce e raggiungere il grande e impraticabile canale che separa quest'ultima dalla Punta Fiames, sulla verticale dello spigolo Jori. 
Sul tratto di cengia che attraversa la Punta della Croce, proprio ai piedi della via Pott, c'era una lattina vuota di Coca Cola, abbandonata da poco. Quindi, qualcuno passava anche in quei luoghi dimenticati! Giunti sul bordo del canalone, mentre studiavamo una discesa che non pareva scontata, intravedemmo due chiodi rugginosi. 
Con due calate mettemmo quindi felicemente piede nel canalone, poco sopra il sentiero del Calvario. Lungo l'impluvio c’era di tutto, cordini putridi, chiodi spezzati, moschettoni e persino i frantumi di un casco: roba sfuggita a salitori dello spigolo, che sperammo se la fossero ugualmente cavata (ossa, grazie a Dio, non ce n'erano)... 
Il ritorno da quel Campanile fu particolarmente mesto, ma eravamo comunque soddisfatti: tempo dopo, l'amico risalì e completò la via sudando le proverbiali sette camicie, perché - grazie all'intuito e alla bravura del vecchio Tone Dimai, che l'aveva salita nell'agosto del 1905 con Tino Verzi e le indomabili sorelle ungheresi Eotvos - essa si era rivelata assai meno semplice di quello che avevamo immaginato.

01 dic 2015

Cesta, Zesta o La Cedel: tre nomi per una cima poco nota

Corposa, poco slanciata elevazione della cosiddetta Diramazione ampezzana del gruppo del Sorapis, inferiore per quota solo alla vicina e più nota Punta Nera, la Cesta, o Zesta (in passato denominata anche La Cedel), non rientra fra le cime dolomitiche più battute: Paolo Salvini riferiva che in tutta la calda estate 2003 fu salita appena sette volte. Eppure, già nel 1898 la Zesta comparve all'ottavo posto nella lista delle gite proposte dalle guide ampezzane; per salirla si prevedevano dodici ore di cammino, compresa la traversata alla  Pfalzgauhutte al Lago del Sorapis, al prezzo di dodici Kr.
La Zesta dal Col Siro, luglio 2012 (foto E.M.)
Nonostante il limitato appeal della cima, che domina il pascolo di Tardeiba e il sentiero da Forcella Faloria al Lago del Sorapis con una larga parete "a canne d'organo", e pur se la roccia è scadente, la Zesta potrebbe forse godere di un minimo di attenzione in più, per alcuni motivi: una via normale non banale (in un tratto, gli incerti faranno bene ad assicurarsi ad una corda), ma divertente e di soddisfazione; un pregevole colpo d'occhio, soprattutto verso la Punta di Sorapis; un senso della Montagna molto elevato.
Raggiunta forse da topografi, in epoca ignota, da Forcella del Ciadin per la cresta nord, nell'agosto 1929 fu scalata da Berti, Casara e compagni per il versante sud-est - roccioso e detritico, alpinisticamente poco attraente - che declina verso il Lago del Sorapis e, richiamando un grande cesto capovolto, ha conferito il nome alla cima.
La storia della Zesta, che personalmente ho salito quattro volte, traversando due volte da nord a sud-est, è quantomai striminzita, ma non priva di qualche sussulto. Dopo una via dell'austriaco Hubert Peterka in solitaria (luglio 1930), il 7 febbraio 1942 tre triestini appassionati di alpinismo esplorativo (Giorgio Brunner, Massimina Cernuschi e Mauro Botteri) effettuarono la prima invernale della vetta, raccontata da Brunner nel suo libro, oggi raro, "Un uomo va sui monti" (1957). 
Nella guida Berti la notizia dell'invernale è inesatta, così come lo schizzo della Zesta, sul quale la via normale è stata scambiata con la via di Berti.
Nel 1994 gli amici Mara e Ivano salirono sulla Zesta e vi collocarono un contenitore con il primo libro di vetta; il libro è certamente utile, ma le sue pagine faranno sicuramente un po' di fatica a riempirsi nel corso degli anni.
Salito da solo a fine luglio del 1995, scoprii con piacere il nuovo libro ed ebbi un'ulteriore notizia: il 5 gennaio di quell'anno, la neo-guida Ario Sciolari aveva realizzato sulla Zesta la probabile prima invernale solitaria.
Di certo l'episodio non fece scalpore né ebbe spazio sui media, ma ha aggiunto comunque un capitolo alle scarne vicende di quella cima abbandonata.

Argìa e il rifugio Monte Piana

Il 22 luglio scorso si è spenta novantenne nella Casa di Riposo di Pieve di Cadore Severina Mazzorana: chi ha buona memoria, la ricorderà ...