27 nov 2015

Topazia, Fosco e i Cadini: ricordi di un lungo week end

Il 23 novembre si è spenta a Roma, a 102 anni, Topazia Alliata. Prima moglie dell'alpinista, scrittore, fotografo, esperto del Giappone Fosco Maraini (1912-2004) e madre della scrittrice Dacia, la Alliata - di nobili origini siciliane - può essere ricordata per diverse ragioni. Pittrice e gallerista, ha dedicato all'arte un tratto fondamentale della lunga vita. Ma è stata anche altro: una donna anticonformista, una scrittrice, un'intellettuale cosmopolita, un personaggio ricercato nel mondo della cultura, un'imprenditrice del settore vinicolo.

Come non poteva non venire in mente a chi, fin dall'adolescenza, consulta meticolosamente le guide dei Monti d'Italia del Cai-Tci, al fine di trarne spunti per gite e salite o anche solo per curiosità, che Topazia Alliata fu anche alpinista?
Topazia e Fosco (photo courtesy by reporternuovo.it)

Nella guida delle Dolomiti Orientali di Antonio Berti (1973), infatti, il suo nome ricorre per due volte. il 7 settembre 1935, durante un lungo week end sui Cadini di Misurina (in cui forse fecero base in tenda, poiché il Rifugio Fonda Savio era ancora lontano dall'essere ideato), Topazia salì col fidanzato, forse già marito Fosco - scalatore cresciuto alla scuola di Comici e Piaz - il Castello Incantato per il camino tra la II e la III torre, battezzando così la cima che guarda il Passo dei Tocci. 
Il giorno prima Fosco aveva salito con Hans Kraus (un americano trentenne che arrampicò con Soldà, Quinz e col nostro Marino Bianchi e fu il medico personale di J.F. Kennedy) il torrione dei Tocci, all'estremità nord del Castello Incantato. Nel 1964 il torrione fu dedicato ad Alvise Canal, ragazzo veneziano caduto dalle sue rocce; una nostra avventura di tanto tempo fa sul Torrione Alvise, la racconterò magari la prossima volta ... 
Il 9 settembre, la coppia Maraini-Alliata superò lo spigolo nord della Cima Cadin di San Lucano, la più alta dei Cadini, tracciando un itinerario di 4° e 5° che dovette avere i suoi estimatori, se poco dopo lo ripeté, correggendolo con due varianti, nientemeno che il grande Emilio Comici. 
Nel 1936, Topazia ebbe la prima figlia Dacia, cui seguirono altre due bimbe; si trasferì in Giappone col marito, negli anni '40 passò alcune traversie politiche e alla fine rientrò in Italia, continuando la sua vita fino a oltrepassare il secolo. Chissà se dimenticò mai quel lungo fine settimana di ottant'anni orsono sui Cadini di Misurina, che la fece apparire nel "Libro d'oro delle Dolomiti"?

23 nov 2015

In montagna con quattro cari amici

Cinque anni fa, proprio in questi giorni, se ne andava immaturamente l'amico Mario Crespan, alpinista, artista e scrittore di talento. Voglio ricordare il mesto anniversario in poche righe, rievocando alcuni flash di una delle giornate che trascorsi in montagna con lui. 
Sabato 26 luglio 2008: Adriano Cason, Mirco Gasparetto, Mario e la moglie Paola vennero su appositamente da Treviso per salire in compagnia la via normale della Punta Nera, la quota più elevata del ramo "ampezzano" del Sorapis che domina parte della sky line guardando da Cortina verso sud, e alla quale ho dedicato varie volte spazio anche in questo blog.
L'obiettivo della nostra gita era la sostituzione del libro di vetta: una proposta di Mario che avevo accolto con molto piacere, poiché presupponeva un'ulteriore visita a una delle vette che ritengo più meritevoli e meno “consumate” d'Ampezzo.
Il nuovo libro ha preso egregiamente il posto del precedente, portato lassù - previo mio suggerimento - il 9 settembre 2000 dall'allora ottantenne amico Giulio ma, dopo sole otto stagioni di onorato servizio, rovinato dalle intemperie, o dalla distrazione o menefreghismo di qualche firmatario, che dimenticò di riporlo nell'apposito contenitore impermeabile.
Mario, in piedi, con Ernesto sulla Punta Nera
(photo by M. Gasparetto)
La nostra ascensione della Punta Nera (che, secondo la storia alpinistica, è stata la prima tra le cime "minori" d'Ampezzo a essere conquistata, ad opera del pioniere Alessandro Lacedelli "Sandro da Melères", giunto lassù nel 1876 ad inseguire un camoscio ferito), fu purtroppo insidiata dal maltempo.
Durante la salita il cielo si era mantenuto abbastanza pulito ma al ritorno, mentre ci calavamo lungo la delicata paretina con cui inizia la via normale, si scatenò uno dei tanti rovesci di quella strana estate. Dopo una provvidenziale sosta nel grande “landro” che si apre lungo l'aspro sentiero proveniente da Forcella Faloria, riuscimmo comunque a raggiungere la funivia senza bagnarci a dismisura e a tranquillizzare Iside che, osservando da casa la Punta, ci attendeva un po' preoccupata. 
Scalare con Mario e compagni la Punta Nera, sulla quale quel giorno misi piede per la settima volta in un ventennio, mi diede una bella emozione, accresciuta dal piacere di aver condiviso una giornata fra le rocce con cari amici, che in gran parte non vi erano mai saliti. 
Ed è attraverso i fotogrammi di quella giornata che desidero ricordare Mario, con il quale mi ritrovai ancora solo per salire il Corno d'Angolo, poco più di un mese dopo la Punta Nera: chissà quante altre gite e chiacchierate di alpinismo avremmo potuto fare! 

16 nov 2015

Note di storia ampezzana: il Torrione TV in Tofana

Alla base della Tofana Prima, tra gli antichi alpeggi di Rozes e Sotecordes, oggi deserti, a circa 2000 m di altitudine si cela una guglia dolomitica, visibile e raggiungibile in tempo abbastanza breve dalla SR48 delle Dolomiti che sale verso il Falzarego. Il suo valore alpinistico è pressoché nullo, ma anch'esso possiede una sua via di salita. 
L’itinerario fu realizzato il 21 agosto 1958 da alcuni Scoiattoli di Cortina, dei quali non si conoscono i nomi, soltanto a scopo di ripresa televisiva. 
Il Cason de Sotecordes
(foto www. regole.it)
In quel momento quasi pionieristico della televisione, infatti, era giunta a Cortina una troupe della Rai, guidata dal regista trentino Gian Maria Tabarelli (1926-2004). Essa salì a Rozes e Sotecordes con il compito di seguire in diretta la salita del torrione, al quale naturalmente, nell’occasione fu dato il nome di “Torrione TV”. 
Dell'ascensione, citata sotto l'anno 1958 da Gandini e Alverà nel volume che rivisitava “40 anni di prime salite e ripetizioni degli Scoiattoli di Cortina” (edito dalla Cassa Rurale ed Artigiana nel 1979 e che, 36 anni dopo, si potrebbe utilmente aggiornare e rimettere a disposizione di cultori e curiosi), purtroppo non vi sono altri dati. 
Sarebbe interessante almeno conoscere i nomi dei membri della, o delle, cordate che salirono la via, qualche dettaglio di questa (secondo Gandini e Alverà presentò difficoltà di sesto grado, e non comparve nell'edizione 1971 della guida "Dolomiti Orientali Volume I-Parte 1^" di Antonio Berti), se sia stata ripetuta, se il Torrione, che non raggiunge molte decine di metri d’altezza, potrebbe avere rilievo anche oggi, magari come falesia in quota. 
Non ultimo: sarebbe opportuno che qualcuno che conosce i canali giusti, riuscisse a ripescare dagli archivi della Rai e mostrare di nuovo, almeno in Ampezzo, il documentario che cinquantasette anni fa, ai primordi della TV di Stato, diffuse in diretta in tutto lo stivale i volti e la bravura di alcuni Scoiattoli e la bellezza dei monti di Cortina.

12 nov 2015

Forcella Colfreddo, valico senza (molto) valore

Nonostante salti subito all’occhio guardandola dalla SS51 di Alemagna, tra la sella di Cimabanche e Carbonin, la Forcella Colfreddo (Colfiédo), aperta fra il corpo principale della Croda Rossa d’Ampezzo e il Colfiédo, la maggiore elevazione della dorsale di Ra Sciares, è sicuramente tra i recessi meno usurati delle Dolomiti d'Ampezzo. 
Parlo dal punto di vista estivo, poiché d’inverno la Forcella (teatro della disgrazia accaduta trent'anni fa, a San Silvestro del 1985, che costò la vita ai compaesani Orazio Apollonio e Giorgio Piccoliori) è nota da molto tempo agli scialpinisti per la discesa che offre, ma solo in condizioni di neve sicure. 
L'alto valico è uno dei pochi nelle Dolomiti non ancora, e spero mai, raggiunto da sentieri, tanto meno segnati e tabellati. Vi si accede da Forcella Lerosa, addentrandosi nel grande circo delle Valbònes, aggirando a destra il favoloso Castel de ra Valbònes e risalendo l'imponente ghiaione per settecento metri di dislivello; oppure - soluzione più logica in discesa - si può salire dal Passo Cimabanche, rimontando il lungo vallone che scende da questo versante, in basso sconvolto da storiche frane. 
Ad un certo momento ci si deve spostare sul versante destro orografico, su deboli tracce di cacciatori, per schivare un franamento più vasto degli altri, visibile già da lontano; da ultimo si rimonta il ripido canale ghiaioso che lambisce le rocce della rossa parete salita per la prima volta da Ignazio Dibona e Piero Apollonio nel 1934. Da questo lato i metri di dislivello salgono a milleduecento, e sicuramente piuttosto faticosi. 
Forcella Colfreddo dalla Valfonda,
nel tardo autunno 2011 (foto E.M.)
Come valico, direi che Forcella Colfreddo non ha (molto) valore; per collegare l'alpeggio di Ra Stua a Gotres e Cimabanche c'è la sottostante, agevole Forcella Lerosa, frequentata sicuramente fin dal Medioevo e anche prima. Potrebbe averlo però come gita a sé, trovandosi in un ambiente grandioso, proprio alle pendici della Croda Rossa d’Ampezzo, ma la scarsezza delle tracce e la pendenza dei ghiaioni dissuadono gli escursionisti. 
Lassù, a pochi metri dallo scollinamento, due cose attendono il visitatore curioso: la cengia della parete SE della Croda Rossa (traversata per la prima volta partendo dalla Quaira del Pin da M. Dall'Oglio e P. Consiglio nel 1951), che presenta qualche passo di arrampicata, e la cresta-spigolo S, percorsa da una misteriosa, vecchia via di F. Terschak e H. Kees, dove l'amico Dall'Oglio diceva che dal 1913 nessuno aveva più osato avventurarsi...

10 nov 2015

Il "Calvario", sentiero antico e misterioso

L'alpinista che conosce la Punta Fiames, cima che risalta nel profilo della valle d'Ampezzo verso N, quasi certamente conoscerà anche il "Calvario". Nota agli scalatori perché utile solo a loro, è la traccia - oggi definita, ma ancora un po' misteriosa - che unisce le pendici del Pomagagnon, cosparse di mughi e dette “Cojinàtes”, con l'inizio delle vie sulla parete S della Punta: le classiche Dimai e Jori, le disertate Centrale e Castiglioni, la moderna Paolo Rodèla.
Per capire il perché del nome di Calvario, che il sentiero ha ricevuto non si sa quando né da chi, è sufficiente percorrerlo in un giorno di sole; dato l'implacabile orientamento a meridione, il più delle volte risulterà molto caldo e faticoso. Si aggiunga la carenza di acqua lungo tutto l'accesso, che dall'Istituto Elioterapico Putti - storica base di partenza per la parete - richiede oltre un'ora (se non si sbaglia sentiero), e il quadro è completo.
Estate '85. All'inizio della Dimai-Verzi
alla Punta Fiames, dopo aver superato 

ancora una volta il Calvario
Il Calvario, non banale e in ogni caso privo di logicità per gli escursionisti, poiché ad un certo punto la traccia è sbarrata da un camino di 20 metri, di roccia salda ma verticale e sprotetto, fu scoperto dalle guide Antonio Dimai (Tòne Déo) e Agostino Verzi (Tino Scèco) all'inizio del secolo, nel perlustrare la parete alla ricerca della via, sulla quale poi il 7 luglio 1901 portarono l'inglese J.L. Heath.
Desta senz'altro ammirazione l'intuito degli ampezzani, che fin oltre la Grande Guerra formarono una forte e celebre cordata, nell'infilarsi fra detriti, mughi e rocce per giungere alla terrazza pendente che risalta sullo zoccolo e dalla quale iniziano le vie di quel versante.
Il Calvario comincia ai piedi della Punta della Croce (nomen est omen...), un po' spostato dalla verticale della Fiames; sale tra vegetazione, terra e detriti, piega verso la Fiames, supera il profondo colatoio che la divide dalla Punta della Croce e zigzaga infine sullo zoccolo fino alla macchia di ghiaie, che spicca già da Cortina. 
Non è ben descritto nelle guide alpinistiche, e quindi spesso chi lo percorre lo fa sulla scorta di indicazioni orali o del proprio intuito. 
Il primo tratto del percorso, che si stacca dal sentiero Cai di Forcella Pomagagnon alla base della grande Graa e per un po' traversa quasi in piano, superando impluvi ghiaiosi che cambiano ogni anno forma e aspetto, è comunque agevolato da qualche bollo rosso, che rassicura chi non è esperto della zona.
Il 16 dicembre 1984, in una mattinata tiepida e sorprendentemente tardo-estiva, salii il Calvario con Roberto, che voleva conoscerlo. Alla fine, mentre facevamo merenda sulle ghiaie, gli mostrai l'andamento della soprastante Dimai, che avevo già percorso ben otto volte; dopo un bagno di sole, soddisfatti prendemmo la via di casa e per pranzo eravamo a tavola.
Ricordo di avere gustato molto quella sia pur "illogica" divagazione; se fossimo stati attrezzati, non avrei esitato a proseguire per la Dimai, una via che - per chi dà ancora valore a certe cose - oltre ad un interesse alpinistico, ha anche un'importanza storica. 
Dopo molti anni e tante altre avventure, la ricordo sempre con affetto.



06 nov 2015

Eugenio e Simone Ghedina, fratelli e guide alpine

Nel nono decennio dell'800, due fratelli ampezzani si avviarono quasi insieme alla professione di guida alpina. Si chiamavano Eugenio e Simone Ghedina, e appartenevano al ceppo Fraio, non più presente a Cortina. Eugenio, il più grande, nacque nel 1857: poté svolgere il mestiere di guida per pochissimo tempo, perché soccombette ad una malattia ad appena ventotto anni. 
Simone invece, nato nel 1859 e soprannominato Scimonuco, visse fino al 1931. Guardaboschi, coltivò anche una ricercata passione per il giardinaggio. Fu autorizzato a guidare clienti dal 1882 e iscritto nel ruolo delle guide alpine d'Ampezzo per venti anni, cessando la professione all'alba del nuovo secolo. Nella Tariffa per le guide di montagna del Distretto Giudiziario di Ampezzo del 1898, però, fra i nomi delle guide autorizzate il suo non c'è.
Come al fratello, neppure a Simone la storia attribuisce imprese di livello; probabilmente si dedicò a incarichi di portatore e "guida per montagne basse" e si prestò raramente a maggiori impegni: comunque il 5 giugno 1883, con la guida Angelo Menardi Malto, l'aspirante Luigi Piccolruaz Nichelo e Giuseppe Girardi, secondo le fonti fu il terzo salitore della Torre Grande delle 5 Torri d'Averau.
2/11/1901. Le guide alpine di Cortina:
Simone Ghedina è il 3° al tavolo, da sinistra
Scimonuco passò alla storia come un uomo gioviale, scanzonato, sempre propenso alla battuta. Si dice che, trovandosi di fronte alle liscie e scivolose rocce del Cristallo (sul quale gli alpinisti salivano fin dal 1865 e, a fine '800, era una delle mete di Cortina più ambite soprattutto dagli stranieri), commentò sornione che, per scalarle, sarebbe stato utile avere i peli anche sul palmo delle mani. Una delle elevazioni di cresta della Croda da Lago, tra la cima principale e la Cima Bassa, porta il nome di Punta Fraio. Non risultando che la guglia abbia alcuna via di accesso, è da pensare che non sia stata mai salita ed è oscuro il motivo per cui le fu dato proprio quel nome; piace pensare che sia stato fatto in omaggio a Eugenio o a Simone Ghedina, o anche a tutti e due.

02 nov 2015

La pace di Posporcora

Nel tardo pomeriggio di un giorno di giugno, ci trovammo in beata solitudine al Passo (o Forcella) Posporcora, valico boscoso che separa le pendici dei Tonde de Cianderou dal Col Rosà, pilastro angolare del gruppo della Tofana.
Il Passo, quotato 1711 m e dal toponimo arcano, dovrebbe essere il passaggio meno elevato tra i monti d’Ampezzo, e agevola la comunicazione fra la Valle del Boite e la Val Travenanzes. 
Prima di diventare strategico nella Grande Guerra per il trasferimento delle truppe italiane verso il fronte, fu per secoli al centro del transito più breve per condurre il bestiame da Cortina ai pascoli di Travenanzes, e per questioni di alpeggio fu spesso teatro di dispute fra i regolieri. 
Citato da Grohmann come belvedere sulla valle e le montagne di Cortina, oggi Posporcora si è piuttosto rinselvatichito, e fra le piante si fa quasi fatica a distinguere le vette delle Pezories e del Pomagagnon, che lo fronteggiano, di là dalla valle. 
Pur essendo di comodo e facile accesso, risulta però che il Passo sia frequentato - in proporzione - quasi meno da camminatori che da bikers,  i quali (non so esattamente perché) da anni adorano fare lo slalom lungo la Val Fiorenza.
A Posporcora si sale comodamente da Pian de ra Spines, oltre Fiames, per le regolari e strette serpentine (numerate col 409, per l'esattezza) tracciate dagli italiani durante la Grande Guerra, 
Ruderi italiani della Grande Guerra
sotto il Passo Posporcora (foto E.M., 2004)
  che rimontano l'impluvio densamente boscato dal romantico nome di Val Fiorenza. 
In un punto della valle, qua e là sconvolta da qualche frana, si troverebbe il Souto del Ris-cia, risalto dove, in un remoto inverno - un ampezzano della famiglia Hirschstein, avvallando legna con la slitta, uscì di strada distruggendo la slitta e disperdendo il carico. Pur avendolo cercato, però, non l'ho mai esattamente localizzato.
Per chiudere queste divagazioni su un bell'angolo del mondo: sul far della sera di un giorno di giugno, in cui era comparsa anche la pioggia, lassù a Posporcora - meta di tante escursioni, prima e dopo di quella - oltre a neppure un alito di vento, non trovammo un'anima. 
Riuscimmo così a goderci appieno alcuni attimi irrinunciabili, di pace e di tranquillità nella natura.

Punta Fraio, una cima senza vie?

Tra le cime che abbracciano Cortina, non tutte conosciute e frequentate allo stesso modo, ne risalta una, che secondo la guida delle Dolomi...