27 ago 2015

... "barance del banco" o "de Santo"? Dubbi toponomastici dolomitici

La Punta della Croce è la sommità centrale delle tre che sorgono a ovest di Forzela del Pomagagnon nel gruppo omonimo, e prende il nome da una grande croce - scomparsa da decenni - piantata sulla sommità, si dice, dalla guida Giuseppe Ghedina Tomasc (1842-1883). 
Il primo ad avventurarsi sulla parete sud della Punta, che guarda Cortina, fu l'austriaco Felix Pott con le giovani guide Giovanni Cesare Siorpaes Salvadór (Jan de Santo) e Agostino Verzi Sceco. Era il 24 agosto 1900.
Diede notizia della salita anche la Guida della Valle d'Ampezzo e dei suoi dintorni di Bruno Apollonio, Giuseppe Lacedelli e Angelo Majoni, pubblicata a Vienna nel 1905, a pagina 107: “... La punta a sinistra che presenta suppergiù le stesse attrattive e le stesse difficoltà (di “quella a destra della frana ghiaiosa”, cioè la Costa del Bartoldo) fu salita per la prima volta il 25 (sic) agosto 1900 dal Signor Felice Pott di Vienna colla guida Agostino Verzi (sic) e denominata “Via Pott”. ...
Sullo zoccolo della parete appare netta una macchia di vegetazione tra le rocce, cui la guida "Dolomiti Orientali" di Antonio Berti riservava un breve inciso già nell'edizione 1928. Il ballatoio coperto di mughi posto sotto la muraglia, a più di un centinaio di metri dalla base della Punta, ebbe un momento di gloria ai primi del secolo XX, quando le guide presero l'abitudine di sostare con i clienti e i portatori per cambiare le scarpe, prima di iniziare l'arrampicata vera e propria.
In centro, la Punta della Croce coi "barance del banco" 
o "de Santo" (foto: www.ilravanatore.wordpress.com)

Antonio Berti chiama il luogo, di cui oggi i visitatori sono certamente rari, “i barance del banco”. Di quale banco si trattasse non si riesce a capire, e nemmeno sono chiare l'origine e la valenza del toponimo, per quanto ormai dimenticate. 
Orazio De Falkner, il fiorentino che con Miss Grace Filder e la guida Antonio Dimai Deo salì per quarto la Via Pott il 10 ottobre 1900, solo un mese e mezzo dopo l'apertura, sul Bollettino del Cai del 1901 scrisse invece che la sua guida chiamava il sito "i barance de Santo”. Non so il perché …”, commentò laconico; pensandoci, possiamo supporre che quel Santo, nome non diffusissimo in Ampezzo, potesse essere il pioniere dolomitico Siorpaes Salvadór, padre di Giovanni Cesare, primo salitore della parete e scomparso il 12 dicembre 1900.
Forse Santo, provetto cacciatore, era già arrivato lassù in anni lontani, più alla ricerca di ungulati che come alpinista interessato a salire una parete, tutto sommato, complessa. Che qualcuno, magari uno dei figli guide, fosse stato con lui e gli avesse intitolato il luogo per qualche arcana ragione? 
Nella vicenda alpinistica del Pomagagnon si annida anche questo piccolo dubbio toponomastico: diamo credito al Barone De Falkner all'inizio del '900 o ad Antonio Berti, trent'anni dopo? 
Per avere qualche certezza, forse basterebbe capire se Siorpaes, molto prima che fosse salita la parete della Punta, ebbe effettivamente a che fare con quell'angolo di verde, dove oggi transitano i pochi camosci che popolano il Pomagagnon, o almeno che cosa fosse il "banco" che ad un angolo delle Dolomiti Ampezzane lasciò un oronimo ormai caduto nell'oblio.



25 ago 2015

Appunti di storia: la Sachsendankhutte sul Nuvolau, primo rifugio d'Ampezzo

Iniziava il penultimo decennio dell'800, quando il colonnello Richard von Meerheimb (1825-96), uscito da una malattia alle gambe che dalla nativa Großenhain presso Dresda lo aveva spinto a Cortina per curarsi, volle mostrare la sua riconoscenza alla valle che lo aveva accolto e la cui aria benefica aveva respirato a lungo. 
Versò quindi alla neonata Sezione Ampezzo del Club Alpino Tedesco-Austriaco una somma di denaro, da destinare alla costruzione di un ricovero alpino. Sorse così il primo vero e proprio rifugio ampezzano, secondo nelle Dolomiti Orientali dopo la Dreizinnenhütte sulla Forcella di Toblin (attuale Rifugio Antonio Locatelli-Sepp Innerkofler, aperto nel 1882). 
Foto E. Terschak, raccolta D. Colli
La costruzione trovò posto in cima al Nuvolau, facile cupola rocciosa che all'epoca distava quattro ore a piedi dal fondovalle, nota per l'ampio panorama e suggerita dal pioniere Paul Grohmann nella sua guida escursionistica delle Dolomiti, "Wanderungen in den Dolomiten" (1877). 
Per ricordare il lodevole gesto del militare, la Sezione Ampezzo battezzò la costruzione Sachsendankhütte, rifugio in ringraziamento da un sassone. La festa d'apertura, l’11 agosto 1883, fu purtroppo funestata dalla morte della giovane guida alpina Giuseppe Ghedina Tomasc, che precipitò per ragioni mai chiarite dalla soglia del nuovo rifugio verso il Masarè de l'Avoi. 
Ingrandita nel 1895 e nel 1902, durante la Grande Guerra - trovandosi addossata alla linea del fronte - la costruzione fu trasformata in osservatorio dal Comando Militare italiano e semidistrutta dai colpi dell'artiglieria austriaca. 
Nel primo dopoguerra la Sezione del Cai di Cortina, rifondata nel 1920, ne fu confermata proprietaria, e la ricostruì nel 1928-29, inaugurando nel luglio 1930 un rifugio più grande e accogliente dell'originario, che ribattezzò Rifugio Nuvolau. 
Dopo il II conflitto mondiale, la gestione fu rilevata dai coniugi Guido e Gilma de Zanna, che nel 1973 la passarono agli attuali conduttori Mansueto e Giovanna Siorpaes. Essi, coadiuvati dai figli, custodiscono ancora con passione il "loro" rifugio, che il 14 settembre 2008 festeggiò il 125° dall'apertura con una partecipata cerimonia, resa più "rustica" da una precoce nevicata. 
Seppure assediato da altri rifugi, impianti di risalita e piste di sci, il Nuvolau - dotato soltanto dal 2015 di acqua corrente, dopo 132 anni - resta uno dei ricoveri alpini più prestigiosi delle Dolomiti. 
Vi si sale unicamente a piedi, non costituisce la base per grandi ascensioni o vie ferrate, ma l'indimenticabile colpo d’occhio che si schiude dalla cima, soprattutto in occasione della levata del sole, rende sempre commovente l’arrivo lassù.

23 ago 2015

Silenzi e misteri sulla Piccola Croda Rossa

Piccola Croda Rossa e Croda Rossa d'Ampezzo
da Sennes (foto E.M., febbraio 2007)
Ho salito la Piccola Croda Rossa, la cima che fronteggia la più nota Croda Rossa, tra Cortina e Braies, una decina di volte. Nota forse agli antichi cacciatori, la cima fu toccata per la prima volta con intenti esplorativi il 4 luglio 1894, per la cresta NE da Viktor Wolf Von Glanvell con la guida Josef Appenbichler di Braies, e raggiunta con gli sci da tale Trojanek già prima della Grande Guerra. 
Personalmente, sono sempre salito per quella che chiamo la "via ampezzana” alla vetta: dal piccolo lago ormai quasi prosciugato di Remeda Rosses, su per erti gradoni di pascolo e rocce senza tracce fino in cresta, sbucando sulla cupola della Remeda Rossa e qui riallacciandosi alla via solita, che sale dal Rifugio Biella. 
In discesa invece, ho sempre scelto la dorsale, rocciosa in alto, ghiaiosa e pascoliva più in basso, di "Ra Jeralbes" (citata anche da Berti nella guida "Dolomiti Orientali" e segnalata da un unico ometto a metà circa), che consente di chiudere l'anello alla Crosc del Grisc, sul sentiero di partenza. Quindici anni fa, il 22 agosto 2000, la proposi con mutua soddisfazione anche a mia moglie, che ricorda ancora la discesa per le Jeralbes con una certa emozione. 
Per salire sulla Piccola Croda Rossa ci sarebbero ancora due varianti, non provate direttamente. La prima segue un aperto canale tra la Remeda Rossa e la Croda, che s’imbocca dal citato laghetto. Noto ai cacciatori, il canale non sembrerebbe troppo impegnativo; in alto va percorso sulla sinistra orografica e consente di uscire alla Sella della Remeda. 
La seconda possibilità, che so utilizzata da taluni in discesa, si diparte dalla parte bassa delle Jeralbes e per uno dei canali che calano verso la Val Montejela, consente di raggiungere l'ex Bivacco Dall’Oglio. 
Le opzioni, note a pochi e richiedenti un minimo d'impegno in più, unitamente alla discesa per le Jeralbes, vivacizzano una salita suggestiva per ambiente e panorama, ma un po’ noiosa, vista l’enorme distesa di pietrame e detriti da attraversare per toccare la quota più alta, dove il libro di vetta ricorda l'amico Claudio Alberti, caduto in montagna nel 1995. 
Anni fa, da qualunque lato si affrontassero, sui declivi della Piccola Croda Rossa era usuale imbattersi in molto camosci e stambecchi, che lassù hanno uno degli habitat preferiti e si potevano fotografare abbastanza facilmente. 
Ora forse è un po' meno facile: gli animali non sono più tanti, ma gli esseri umani che frequentano la cima sono sempre pochi, e sulle pendici della Piccola Croda Rossa non è raro quel silenzio che sui monti ho sempre cercato.

20 ago 2015

"Piero Longo" e la Torre Trephor

Nell'inverno di quarant'anni fa si spegneva Pietro Apollonio, più noto come "Piero Longo". Nato nella frazione di Alverà nel 1904, fratello minore della guida alpina Luigi (1899-1978), verso i trent'anni iniziò anch'egli a fare la guida, restando attivo (secondo quanto si ricava da Terschak) fino ai primi anni '60. 
Sulle cime ampezzane c'erano quattro vie nuove legate a Piero, che fu anche un valente maestro di sci. In due si legò in cordata con Ignazio Dibona (1911-42), lo sfortunato primogenito di Angelo, travolto da una valanga sui monti dell'Abruzzo: la parete N della Torre del Barancio, salita il 7/9/34 con Ferdinando "Dino" Stefani e tuttora molto ripetuta, e la Direttissima sulla parete SE della Croda Rossa d'Ampezzo, un 6° grado oggi dimenticato, realizzato in diciassette ore il 28 e 29/9/34 con l'uso di cinquanta chiodi, e salito per la seconda volta da M. Dall'Oglio e P. Consiglio nel 1951. 
Poco prima della II Guerra Mondiale, con il collega Luigi Franceschi Mescol  Piero salì la parete O della Torre Quarta e poi in solitaria la Torre Trephor ("Cenerentola" delle torri d'Averau), dove comunque erano saliti nel settembre 1927 Verzi, Dibona e suo fratello Luigi, traversando sulla corda tesa da una guglia adiacente. Come si sa, nel maggio 2004 la Torre Trephor è crollata per ragioni del tutto imponderabili, e così le vie di Piero Apollonio sono rimaste in tre.
Pietro Apollonio Longo (1904-75)
Foto tratta da: Fini-Gandini, Le guide di Cortina d'Ampezzo,
 1983 (rielaborata)
Data l'età (quando scomparve, non avevo ancora salito montagne con corda e moschettoni), non ricordo il Longo di persona. L'ho conosciuto invece dopo, in via indiretta, scalando più volte la "Nord del Barancio" - sui cui piccoli appigli ci intirizzimmo spesso le mani - e tre volte la Trephor, sulle cui rocce nessuno potrà più appendere le staffe, come si faceva usualmente negli anni '70. 
Piero è stato, infine, uno dei protagonisti della mia novella in ampezzano, italiano e tedesco “Ra tore che r'à vorù morì – Storia de na croda”, data alle stampe nel 2007 per ricordare la “scomparsa” della Trephor, piccolo angolo di Dolomiti nel quale convennero illustri nomi dell'alpinismo e di cui oggi rimane solo la memoria.

17 ago 2015

Uno dei luoghi a me più cari: il Bèco d'Aial

Un enorme dente di roccia scura e di forma piramidale che emerge, insieme ad altre strane guglie, da un mare di conifere sulla destra orografica della Val Costeana, a nord della Monte de Formin e a circa metà della salita da Cortina al lago de Fedèra. 
Sul ripiano sommitale, dal quale si apre una visuale quasi circolare sulla vallata ampezzana, durante la Prima Guerra Mondiale l'Esercito Italiano costruì una postazione per la difesa antiaerea, accessibile con un sentiero completamente artefatto. Dell'apprestamento rimangono robusti muri e, a pochi passi dalla cima, una caverna utilizzata come deposito di materiali o come alloggio per i soldati. 
Chi conosce le nostre montagne, avrà capito che sto volando ancora una volta con la memoria su uno dei tanti luoghi a me più cari: il Bèco d'Aial. Lassù, in circa un quarto di secolo, mi sono arrampicato molte volte, l'ultima in una bella giornata di luglio di pochi anni fa. 
Sul Bèco, esclusi i numerosi giovani convenuti a far festa nel 1986 e nel 1987 quando - con la regia dello scomparso amico Luciano - fra i muri del riparo si accendeva il tradizionale falò nella notte del 14 agosto (usanza oggi purtroppo abbandonata), non mi è mai accaduto d'imbattermi in altre persone.
Gusela, Nuvolau, Averau e 5 Torri 
dalla cima del Bèco (foto E.M., luglio 2008)
In effetti, il panorama da quell'aguzza piramide dolomitica non è proprio per tutti. Il sentiero, nel tratto verso la cima, nonostante il ripristino effettuato dal Cai Cortina dopo una disgrazia occorsa nel 2005, rimane sempre un po' delicato, esposto e sporco di ghiaino e richiede attenzione.
Questo non mi ha comunque impedito di tornare spesso, con amici e nell'estate del '96 anche con i miei genitori, su una delle vette meno elevate (il Bèco si ferma, infatti, a quota 1846) e tutto sommato meno alla moda della conca d'Ampezzo, ma non per questo meno preziose.

12 ago 2015

Punta Erbing, luogo di grandi silenzi

Antonio Dimai, famosa guida alpina di Cortina, amava il Pomagagnon e dal 1899 al 1905 vi aprì cinque vie. Nell’ultima, salì la parete sud del culmine più a oriente del gruppo; erano con lui il collega e amico Agostino Verzi e il cliente G. Erbing, il cui cognome identifica oggi la cima. 
Dimai si era lasciato “sfuggire” la parete della vicina Croda dei Zestelis, sulla quale Zaccaria Pompanin e Angelo Zangiacomi avevano guidato Robert Grauer; due estati dopo, però, la guida si rifece battezzando una vetta fino ad allora senza nome.
73 anni fa come oggi, alla via Dimai se ne aggiunse un'altra - un po' più difficile - di Iji e Toni, ragazzi di Cortina, salita per la prima volta d'inverno da alcuni alpinisti di Venezia nel 1953. Oggi di quelle vie non parla e non scrive più nessuno.
La Erbing è comunque un'ottima opportunità per una bella escursione. La si può salire concatenandola col sentiero attrezzato III Cengia del Pomagagnon (consigliato a persone preparate e attrezzate), o per la via di rientro da esso, che inizia a Forcella Zumeles, è segnalata fino in cresta, è mediamente impegnativa e ha un buon sapore d’antico.
Per toccare la Punta, meta senza dubbio un po' inusuale nelle Dolomiti Ampezzane, va prima raggiunta, secondo le diverse soluzioni previste da guide e cartine, la citata Forcella Zumeles. Si traversa poi piacevolmente l'alberato versante nord dei Crepe de Zumeles, finché la traccia inizia a salire sotto la parete. Ad un'erta e franosa rampa seguono due movimenti su roccette, che adducono al selvaggio lato nord della Erbing, Quassù non è improbabile incontrare qualche camoscio solitario.
Ometto e croce di vetta, 
com'erano nel 2009 (foto E.M.)

Il sentiero, sempre segnalato, continua a zig-zag su detriti fino a un intaglio della cresta che si affaccia sulla conca d'Ampezzo, dove finisce la III Cengia. In una decina di minuti, con un minimo di cautela, si tocca l'ormai visibile puntina, belvedere sulla sottostante Cortina.
Chi scrive ha salito la Erbing almeno sei volte con gli amici, con la moglie, da solo, e da entrambi i versanti. Mi piaceva condividere la fascia boscosa dei Crepe dei Zumeles, la ripida rampa fra i baranci, che ogni anno scivola un po' più a valle; le roccette della faticosa dorsale che guarda il Cristallo; la crestina finale. 
Ma l'emozione la trovavo nel fazzoletto di detriti della cima, dove un ometto e una croce di rami informano che si è su un culmine poco noto, un balcone panoramico di notevole bellezza, ma soprattutto un luogo di grandi silenzi.

10 ago 2015

Il Camino Barbaria, una via dimenticata

Pur se ha dimensioni contenute e la roccia non è ovunque solidissima, sul Becco di Mezzodì (detto anticamente Sasso di Mezzodì, "ra Zieta"), che fu la meridiana dei valligiani antichi, in pratica sono stati scalati ogni camino, diedro, fessura, parete o spigolo. 
Dal 1872, quando Santo Siorpaes Salvadór scoprì la chiave per la cima accompagnandovi il cliente W.E. Utterson Kelso, fino al 2009, quando Carlo Alverà e Federico Svaluto hanno superato il grande tetto che sporge sul lato NO, sono almeno una ventina le vie e le varianti tracciate sulla vetta, che fa da confine fra Cortina e il Cadore, un tempo era una meta "à la page" e oggi non patisce certo di eccessiva congestione. 
Una delle sue vie, però, ha avuto una certa notorietà ai primi del Novecento: il Camino Barbaria. Fino al 1908, infatti, l’offerta del Becco si limitava soltanto alla via originaria; il 19 agosto di quell'anno raddoppiò, con la salita del camino nord-ovest. Il camino, di difficoltà piuttosto sostenute per l’epoca, fu percorso dalle guide Bortolo Barbaria Zuchin (che amava salire i camini delle Dolomiti, e ha lasciato il suo nome almeno a tre) e Giuseppe Menardi Berto, uno degli oltre centotrenta ampezzani deceduti in tempo di guerra, con i clienti veneziani Francesco Berti e Lodovico Miari. 
Becco di Mezzodì. Il Camino Barbaria sale
fra il sole e l'ombra (foto I.D.F., 2014)

Correggendo un errore ripetuto per decenni, che posizionava la prima salita al 2 settembre 1908, ho scoperto sul libro di vetta che quel giorno invece sul Becco i primi salitori del camino non c'erano, essendo passati due settimane prima. La seconda salita del Barbaria si deve alle guide Antonio Dimai Deo e Agostino Verzi Sceco con le sorelle Ilona e Rolanda von Eötvös, il 31 luglio 1909; il 7 agosto 1910, infine, il ventenne Federico Terschak e A. Mayer compirono la prima salita senza guide, e due settimane dopo la giovane guida fassana Francesco Jori effettuò la prima ascensione solitaria.
Il camino, che fino al settembre 1914 contava circa venticinque ripetizioni, manca in tutte le raccolte di scalate dolomitiche di livello classico. Chi sale oggi sul Becco, credo lo faccia quasi soltanto per l'antica via di Siorpaes e Kelso, che riassume in sè e chiude la storia ultra centenaria di una montagna bella e dimenticata.

06 ago 2015

La "Crosc del Pomagagnon" ha 65 anni

Le cime delle nostre montagne sono costellate di croci, grandi e piccole, umili o monumentali. Tutte sono un segno della fede che animava chi è venuto prima di noi e che c'è da sperare sia ancora presente in tanta gente di oggi. Del resto capita ancora che, specialmente gli amanti della montagna, passando davanti a una cappelletta o a un crocifisso, non manchino di rivolgere un pensiero riconoscente al Creatore di ogni cosa. 
Per le considerazioni svolte, io dico di sì alle croci sulle vette, purché non siano fatte di cemento, abbiano un'altezza congrua e una fattura tradizionale, come molte, anche sulle Dolomiti. 
Le prese di posizione, che ogni tanto animano un sonnacchioso tran tran stagionale, sull'opportunità di erigere croci sulle montagne, a me sembrano sempre un po' pretestuose.
Aldilà del credo di ognuno, la croce sulla vetta è una meta sicura per gli alpinisti; concede una pausa  di meditazione e ringraziamento per la cima raggiunta; s'integra con la dolomia ed è spesso accolta nella toponomastica. 
Una testimonianza significativa in questo senso è data dalla “Crósc del Pomagagnon” sulla Costa del Bartoldo, la vetta più nota, anche se non la più alta della catena che va da Ospitale al Passo Tre Croci. 
Ritorno sul tema, che ho trattato più volte, perché in questi giorni Valerio (classe 1939, uno dei "ragazzi del '50") mi ha ricordato che la “Crósc” ha compiuto sessantacinque anni. 
Era, infatti, l'Anno Santo 1950 quando, il 6 luglio, quaranta ragazzi guidati dai cappellani Don Giuseppe Richebuono e Don Alberto Palla innalzarono una croce di legno e lamiera sulla Costa, dando così alla cima (fino ad allora nota agli scalatori per alcune vie, tra cui la "Dimai-Phillimore") un motivo in più per la visita. 
Rovinata da una bufera, nel luglio 2000 - a mezzo secolo dalla prima posa - la croce fu sostituita a cura del  Cai locale e benedetta con una cerimonia in Val Padeon, cui erano presenti molti ragazzi del 1950 e anche l'ex cappellano Giuseppe Richebuono. Nuovamente danneggiata dalle grandi nevicate del 2013-2014, è stata rimessa a posto giusto un anno fa da quattro volontari del Cai, del Parco d'Ampezzo e del Cnsas di Cortina. 
La Crosc del Pomagagnon, 
appena risistemata, 6.8.14 (foto Cai Cortina)
La “Crósc del Pomagagnon” “è” la Costa del Bartoldo; obiettivo ambito di una escursione non banale, che la luce favorevole consente di scorgere fin da Cortina. Parecchi dei ragazzi di 65 anni fa sono "andati avanti", ma in quelli rimasti, non è svanita la memoria degli entusiasmi, delle fatiche, delle paure, delle gioie provate nell'alzare lassù un simbolo della propria fede. 
Dal libretto di vetta (collocato da chi scrive nel 1996 e rinnovato nel 2014), pare che le visite alla croce siano costanti, quasi tutte di escursionisti che salgono da N, seguendo l'itinerario disceso per la prima volta da Von Glanvell e compagni nel luglio 1900, ma forse già praticato da cacciatori.
La frequentazione e la storia riducono comunque ogni polemica sul senso e l'opportunità di una croce discreta, vissuta e amata da tante persone, non solo in Ampezzo.

04 ago 2015

La Guglia Edmondo De Amicis, officina del diabolico Piaz

Oggi non penso che soffra di eccessivo affollamento, anche perché l'approccio alla base è più lungo della salita in sé; ma di certo nella prima metà del '900 fu un obiettivo famoso, non semplice e ambito da alpinisti d'ogni dove. 
E' la Guglia Edmondo De Amicis, torrione che si alza dal bosco ai piedi delle Pale di Misurina e al cospetto del lago omonimo, dal quale è però malamente distinguibile. 
Alta come un condominio di una quindicina di piani, la De Amicis evoca nella forma il fungo dei nostri boschi che si chiama spugnola, e vanta una storia lunga e movimentata.
La conquistarono, infatti, nel luglio 1906 la vulcanica guida fassana Tita Piaz e l'amico Ugo De Amicis, figlio dell’autore del libro “Cuore”, che volle dedicarla al padre. 
Giudicandola un osso piccolo ma duro, per toccare la vetta la guida studiò un trucco degno della sua fama di "Diavolo delle Dolomiti": una lunghissima corda fissata a una palla di piombo, lanciata dalla cima del modesto rilievo che la fronteggia (detto Campanile Misurina) e arrotolata sui mughi della cima con un gomitolo di cordini
Scivolando per diciotto metri sulla corda tesa a sessanta metri dalla base, gli attori della funambolica impresa giunsero in vetta dopo varie ore di lavoro. La salita fece un po' di scalpore, ma - al pari di altre  simili nei Cadini di Misurina e sugli Spalti di Toro - non fu reputata alpinismo autentico.
L'ascensione diretta della Guglia attese altri sette anni: nell'agosto 1913 Hans Dűlfer, von Bernuth, la guida Zelger e Frau Kasnakoff riuscirono a salire dal basso, incontrando  difficoltà piuttosto alte per l'epoca, poi facilitate da qualche chiodo. 
Classica cartolina della Guglia De Amicis da N
Nel corso del '900 la traversata lungo la corda e la via Dűlfer  divennero celebri e molto ripetute, spesso come set fotografico; nel '52 la Guglia fu anche protagonista di un film di Severino Casara.
La De Amicis è poi stata salita praticamente da ogni lato: nel '40 lo spigolo a destra della via originaria fu percorso da Mazzorana, Pagani e Falconi; sul versante est, dove si scende in doppia, si arrampicarono nel '61 Menegus, Bonafede e Nessi; nel '67, infine, Molin e Pandolfo in oltre sei ore piantarono 30 chiodi sullo spigolo a destra della Mazzorana. E non è detto che la vicenda finisca qui!
La punta della guglia è così stretta da riuscire a ospitare solo un ciuffo di mughi e gli spit di sosta; niente campane, croci, libri di vetta. Il 13 maggio del '79, una fresca domenica di primavera, anche chi scrive ebbe la grande fortuna di arrivare lassù con Enrico, il Lace e Spidi; per quell'unica salita, la Guglia Edmondo De Amicis è entrata di diritto nell'album dei ricordi più intensi.

01 ago 2015

20 volte sullo spigolo del Sas de Stria

Da modesto dilettante, penso di essere stato un "habitué" del
Sas de Stria da Falzarego: a sinistra,
il profilo dello spigolo SE (foto E.M., 07.2012)
 Sas de Stria, o meglio dell'itinerario che sale per lo spigolo SE della cima incombente sul Passo Falzarego, snella ed elegante soprattutto dalla Strada delle Dolomiti, che unisce Cortina all'Agordino. 
Aperta il 1° agosto 1939, anno povero di novità alpinistiche, da Andrea Colbertaldo e Lorenzo Pezzotti di Vicenza, la via segue fedelmente lo spigolo meridionale della rocca, e in alto evita un grande strapiombo biancastro piegando a destra e infilandosi in una singolare galleria, che conduce ad una cengia poco sotto la sommità. 
Lo spigolo Colbertaldo, salito in prima invernale da Marino Dall'Oglio e amici nel marzo 1953, è apprezzato - oltreché da chi ama ancora l'alpinismo gradato di III-IV - da guide e scuole di roccia per aprire o chiudere la stagione. La via può occupare mezza giornata, poiché inizia a trenta minuti dalla strada tra i passi Falzarego e Valparola e la discesa - un sentiero storico che s'insinua in varie trincee di guerra - termina a poca distanza dalla strada.
Dal 23 ottobre 1977, quando salii la Colbertaldo con Enrico, facendomi un regalo per i miei 19 anni (ma forse ero già salito l'anno prima) fino alla primavera 1993, penso di aver percorso tra i 3 e i 4 km di spigolo (cioè, di averlo salito una ventina di volte), tornandovi spesso perché è un tracciato vario e divertente, mai scontato e inquadrato in una cornice dolomitica di alto rango.
Nell'ultima salita, ricordo ancora lo sdegno dell'amico avvocato, il quale in cima mugugnava che, per lui, aver dovuto arrampicare su una croda “facile”, dove arrivano anche i bambini, c'è sempre qualcuno che starnazza facendo merenda e spesso lascia solo cartacce, lo aveva soddisfatto ben poco.
Chiudo con un flash di una giornata storica, il 7 luglio 1982. La ricordo perché tornavo in montagna dopo sei mesi esatti dall’incidente in cui mi si era strappato un legamento della gamba destra; fui operato e dovetti girare col gesso per 78 giorni. 
"Tirava" Federico, e io salii quasi issandomi di braccia, perché la gamba era ancora fiacca e il ginocchio non piegava bene; ma la soddisfazione di toccare ancora la cima dopo quell'incidente fu smisurata, e ne ebbi la prova incontrovertibile che a vent’anni potevo ancora fare quello ed altro.

Croda Rotta, montagna da evitare?

E’ un rilievo, invero non molto ardito, che chiude a ovest lo sperone della Punta Nera verso Faloria: già il suo nome, Croda Rotta, funge d...