25 feb 2015

Pubblicata la biografia di Paul Grohmann, lo scopritore delle Dolomiti

La casa editrice bolzanina Athesia ha pubblicato un libro di notevole spessore e interesse per gli amanti della montagna: si tratta di “Paul Grohmann. Erschließer der Dolomiten und Mitbegründer des Alpenvereins”. 
Il libro, realizzato a più mani, propone un'esauriente ritratto di Paul Grohmann (1838-1908), scopritore delle Dolomiti e cofondatore del Club Alpino Austriaco, molto legato a Cortina, Auronzo e all'alta Pusteria, valli in cui tra il 1863 e il 1875 raggiunse per primo le vette più rilevanti. 
L'opera arriva, tra l'altro, anche a ricordare due dei 150mi alpinistici del 2015, che interessano specificamente Cortina: la conquista della Tofana Terza (27 agosto 1865, guida Angelo Dimai) e quella del Cristallo (14 settembre 1865, guide Angelo Dimai e Santo Siorpaes).
"Paul Grohmann", curato dal ricercatore di Dobbiaco Wolfgang Strobl, è un libro che dovrebbe varcare l'ambito germanofono ma, essendo redatto in tedesco, purtroppo rimarrà accessibile solo ad una fascia ristretta di lettori. In ogni modo, esso si divide in diversi capitoli. All'autobiografia, che l'alpinista viennese compilò nel 1899, succede il racconto, dello stesso salitore, della conquista della Cima Grande di Lavaredo, portata a termine da Grohmann il 20 agosto 1869 con le guide Peter Salcher di Luggau e Franz Innerkofler di Sesto. Hubert Kerner presenta poi una ricerca sulla genealogia della famiglia di Grohmann; Hans-Günter Richardi inquadra l'uomo che, nel 7°-8° decennio dell'Ottocento, esplorò con un puntiglio tutto tedesco i monti ampezzani, cadorini e pusteresi; Florian Trojer analizza il rapporto di Grohmann con il Club Alpino austriaco, che il giovane fondò nel 1862 insieme al Barone von Sommaruga e al geologo von Mojsisovics. 
La gardenese Ingrid Runggaldier delinea quindi l'attività di Grohmann come scrittore di montagna, mentre Egon Kühebacher affronta il tema della toponomastica, allora incerta e destinata a subire varie modifiche, che il viennese raccolse durante le sue gite dolomitiche e nel 1875 usò nella “Karte der Dolomit Alpen”. Da ultimo, Wolfgang Strobl scrive del rapporto privilegiato di Grohmann con il paese di Dobbiaco durante le sue visite nelle Dolomiti.
L'appendice contiene gli elenchi delle maggiori ascensioni di Grohmann e dei suoi saggi di montagna, nonché della letteratura che lo riguarda. Il volume dovrebbe essere la prima biografia completa del precursore dell'alpinismo dolomitico, ricordato a Cortina (che lo nominò cittadino onorario nel 1873 e gli intitolò una via cittadina nel 1933), a Dobbiaco (che nell'autunno scorso gli ha dedicato la lunga, un po' noiosa strada ex militare della Val di Specie, da Carbonin a Pratopiazza), a Ortisei (dove c'è un monumento in suo onore), e a Vienna (in cui una via della città porta il suo nome). 
Esso documenta in maniera precisa la vita di un uomo, di uno studioso e di un alpinista, che ha avviato e illuminato l'esplorazione delle nostre montagne.
Wolfgang Strobl (a cura di), Paul Grohmann. Erschließer der Dolomiten und Mitbegründer des Alpenvereins, pagine 256 con immagini in bianco e nero e a colori, Athesia – Bozen 2014, € 24,90

20 feb 2015

"Anche il mio Luigino era una buona guida ..."

Luigi Apollonio, del ceppo dei “Lònghe”, nato nella borgata di Alverà nel luglio 1899, fu l'ultima guida alpina d'Ampezzo a vedere la luce nell'800. Di professione carpentiere, arruolato giovanissimo col Genio nella Prima Guerra Mondiale, nel 1925 fu autorizzato dal Cai di Cortina a svolgere il mestiere di guida alpina, e fu in attività almeno fino al 1965.
Spesso compagno di Angelo Dibona, nel 1926 fu insignito di una medaglia d'argento al valor civile, per una complessa operazione di soccorso alpino. Nella sua carriera, Apollonio partecipò ad almeno quattro prime salite, a partire dal luglio 1927, quando con il cliente Edward de Trafford salì per primo la Cima Sud-Ovest di Marcuoira (Gruppo del Sorapis). Nel settembre dello stesso anno, con Dibona e Angelo Verzi, toccò la vetta della Trephor, la più piccola delle Torri d'Averau, traversando lungo la corda da una guglia adiacente.
Nel luglio 1930, con Angelo Dibona e i fratelli Olga e Rinaldo Zardini, si aggiudicò la parete ovest della Cima Cason de Formin, sulla dorsale della Croda da Lago; in settembre, ancora con Dibona e lo statunitense Paul Leroy Edwards, salì lo spigolo sud-sud-ovest della Tofana de Rozes; nel settembre 1933, infine, con Ignazio Dibona - figlio di Angelo - e Giovanni Barbaria, fu primo sullo spigolo sud-est della Croda Marcora, che domina San Vito. Apollonio, che negli anni '30 aveva fatto da guida, tra gli altri, anche allo scrittore Dino Buzzati, morì a Cortina nel 1978.
Luigi Apollonio a destra, con Angelo Dibona,
intorno al 1930 (raccolta E.M.)
Di “Ijuco Longo”, che abitava giusto di fronte alla Chiesa della B.V. della Difesa, mi permetto di rievocare un ricordo personale, collocabile nel 1976. Per i primi programmi in ampezzano che l'amico Cesare e io tenevamo a Radiocortina, mi era venuto in mente di sentire una vecchia guida, e per questo avevo pensato a Celso Degasper, con il quale avevo un po' di confidenza, perché frequentava spesso casa mia per la sua attività. Una sera di novembre, registrammo l'intervista in casa del verboso Celso: soltanto le prime due domande occuparono tre quarti d'ora, esaurendo la cassetta e lasciando inutilizzate le altre dieci che avevo predisposto.
Qualche giorno dopo incontrai i coniugi Apollonio. La consorte di Luigi, “Adelina Spazacamina”, un po' seccata ci tenne a farmi sapere che “Anche el mè Ijuco l ea na bona guida ...”. Come dire “Perché non hai voluto intervistare (anche) lui?” Preso alla sprovvista, non seppi come motivare la mia scelta, e diventai rosso come un peperone.


16 feb 2015

Il Sas Scendù, un luogo singolare

Lungo la strada che sale dal "Tornichè" per la valle di Rudo sino a Ra Stua, presso lo slargo a 1547 m di quota, dal quale una carrareccia scende all'Aga de Cianpo de Crosc, supera anche il rio delle Ruoibes de Inze e giunge al pascolo di Antruiles, c'è un luogo singolare. 
Nulla di eccezionale, a dire il vero: un remoto evento geologico, che ha lasciato in eredità il toponimo di Sas Scendù, ovvero "sasso scisso, tagliato in due parti nel senso della lunghezza". 
Si tratta di un ciclopico macigno, rotolato in epoca antica dal soprastante costone dei Ciadìs e sdoppiatosi in due parti, affondate nella vegetazione come enormi denti.  Non conosco storie o leggende particolari, né aneddoti di vita agrosilvopastorale o venatoria legati al Sas, ma esso è lì, alla vista di tutti, e il passante attento non può non notarlo.
Tempo fa, mi addentrai a curiosare nella fessura che separa le parti del macigno, e notai piccoli residui di opere in cemento. Pensai subito che - vista la posizione della valle di Rudo, sul fronte della Grande Guerra - il Sas potesse essere servito al Regio Esercito da apprestamento di difesa, osservatorio o chissà quale altra funzione.
Non passo lassù da tempo, non ho più curiosato tra i due macigni e  non saprei se i residui di cemento siano ancora leggibili: credo però che, più che di emergenza archeologica, per essi si possa senz'altro parlare di testimonianza storica plurisecolare. 
Il Sas Scendù, sotto la neve 
(foto Ernesto Majoni)
Il Sas Scendù è un luogo originale e merita uno sguardo, se vi si passa accanto magari in inverno quando sulla strada di Ra Stua si circola solo a piedi o con gli sci. Quanti altri sasc scendude ci saranno nel territorio di Cortina? Molti, forse, ma soltanto due con un toponimo antico e consolidato: un masso quasi omonimo si trova nel bosco retrostante la borgata di Ronco, e lo conoscevamo come il Sas de ra scendedures (Sasso delle fessure) o anche de ra sète scendedures.
Ovviamente, la genesi del toponimo sarà la stessa per entrambi i macigni. Concludo pensando che sarebbe un peccato che, svanendo la lingua d'Ampezzo, la ricca toponomastica che le è collegata andasse irrimediabilmente a sparire.

11 feb 2015

Giuseppe Apollonio, portatore e guida per montagne basse

Continua la storia delle vecchie guide alpine ampezzane, con alcune cose su Giuseppe Apollonio.
Della famiglia “de Bèpe de Agostino”, Giuseppe nacque a Majon centocinquant'anni fa, nel 1865. Il suo mestiere principale fu quello di guardia boschiva. Dai primi del '900, però, sfruttando la sua conoscenza del territorio di Cortina e dei dintorni, nonché la buona resistenza fisica, ebbe anche il permesso di esercitare l'attività di “portatore e guida per montagne basse”, che fino al 1919 dipese dalla Sektion Ampezzo del Club Alpino Tedesco-Austriaco e poi dalla Sezione di Cortina del Club Alpino Italiano.
Logicamente, fra i portatori elencati nella “Tariffa per le guide di montagna del Distretto Giudiziario di Ampezzo” del 1898, Apollonio non c'é. Il suo nome ricorre, invece, varie volte nella “Guida di Cortina d'Ampezzo” di Federico Terschak, edita nel 1929 e aggiornata, in una quindicina di edizioni in italiano e in tedesco, per circa quarant'anni. 
È singolare notare come, nella guida pubblicata nel 1938, Apollonio risultasse ancora disponibile ad offrire i propri servigi ai clienti, nonostante l'età ormai avanzata: settantatré anni! 
Il portatore spicca poi, tra i più giovani Arcangelo Colli “Dantogna” e Simone Lacedelli “Juscia”, nell'ultima immagine che ritrae un gruppo di guide ampezzane prima della Grande Guerra (1913): il nostro è il secondo in piedi in alto, partendo da sinistra. 
Guide di montagna di Cortina d'Ampezzo, 1913
Purtroppo anche di Giuseppe Apollonio, come di tanti portatori e guide per montagne basse attivi nel momento pionieristico dell'alpinismo, si ricava poco o nulla dai documenti relativi alla evoluzione dell'andar per Dolomiti, e di lui si è quasi persa la memoria. 
Piace pensare che “Bèpe”, spentosi ottantenne nel 1946, abbia svolto comunque una lunga, apprezzabile, per quanto oscura attività, seguendo guide e alpinisti alla base delle vie più alla moda, per poi accollarsi le scarpe e i bagagli affidatigli, salire per le vie consuete sulle vette, e lassù attendere i clienti per il ritorno a fondovalle.

03 feb 2015

Il Calvario: geografia di un sito misterioso


Lo scalatore che conosca la Punta Fiames, una delle cime che fanno da sfondo verso N alla conca di Cortina, forse avrà sentito parlare anche del "misterioso" Calvario. 
Nota a chi arrampica perché è utile solo a loro, è la traccia che unisce l'ampia pendice ghiaiosa sotto il Pomagagnon, in parte coperta di mughi e detta Cujinàtes, con l'attacco delle vie sulla parete S della Punta: le classiche e battute Dimai e Spigolo Jori, l'abbandonata Centrale, la moderna Paolo Rodèla.
Per capire il motivo dell'appellativo di Calvario, dato alla traccia in anni e da persone ignote, basterà percorrerla in una giornata d'estate; data l'implacabile esposizione a sud, essa risulterà sicuramente torrida e piuttosto faticosa. Si aggiunga poi la carenza d'acqua sul tragitto, che dall'Istituto Elioterapico Putti (punto di partenza per molti scalatori), richiede oltre un'ora - senza sbagliare strada - e il quadro è completo.
Non facile, e in ogni caso illogico per gli escursionisti, poiché lungo il percorso oppone un lungo camino, di roccia solida, verticale e non attrezzato (III-, secondo una recente guida), il Calvario fu scoperto da Antonio Dimai e Agostino Verzi ai primi del '900, mentre perlustravano la parete in vista dell'apertura della via, sulla quale poi condussero l'inglese J.L. Heath il 7/7/1901
Non può non suscitare ammirazione l'acume dimostrato dalle due guide nel destreggiarsi fra i mughi e le rocce mirando alla macchia ghiaiosa, alta sullo zoccolo, dalla quale iniziano le vie. 
Il Calvario prende avvio ai piedi della Punta della Croce, a destra rispetto alla verticale della Fiames; sale tortuoso tra vegetazione, ghiaie e rocce terrose piegando sotto la Punta della Croce, scavalca il canalone che la separa dalla Fiames e prosegue sullo zoccolo di quest'ultima per detriti e rocce fino alla bianca chiazza ghiaiosa, che spicca già da Cortina. 
In basso a sinistra, sulla parete S della Fiames,
si vede la "chiazza ghiaiosa" (foto E.M.)

Il primo tratto del percorso, che devia dal sentiero Cai 202 ai piedi del ghiaione di Forcella Pomagagnon e traversa prima quasi in piano, superando alcuni canali detritici, è agevolato da bolli rossi che placano l'indecisione di chi non conosce la zona. 
Il 16/12/1984, in una giornata tiepida e quasi autunnale, con l'amico Roberto che mi aveva chiesto di conoscerlo, salimmo il Calvario fino alla chiazza di ghiaia. Lassù gli indicai il tracciato della parete S, che quattro mesi prima avevo salito due volte di fila; mangiammo qualcosa e per il primissimo pomeriggio eravamo di nuovo a casa. 
La digressione soddisfece entrambi; forse, se fossimo stati attrezzati, avremmo continuato volentieri per la Dimai, una salita d'interesse storico, alpinistico e panoramico che per me è sempre stata un piacere.

"Pala di Marco" sul Mondeciasadió: una probabile prima sci-alpinistica?

Una foto, scattata dal salotto in questi ultimi giorni d'autunno prima dell'arrivo della neve, al crestone di Mondeciasadió - risal...