28 nov 2014

Stranezze d'Ampezzo: le "sorgenti del Boite"

Il torrente Boite, che nasce nell'angolo settentrionale della conca ampezzana, percorre la valle cui dà il nome e, dopo 42 chilometri, confluisce nel Piave a Perarolo. A differenza di quanto si può comunemente pensare, però, non possiede sorgenti vere e proprie. 
Esso sgorga, infatti, da una serie di risorgive nella parte più alta del verde pianoro di Cianpo de Crosc, un paio di chilometri oltre Ra Stua allo sbocco della Val Salata, ma nel primo tratto - dominato da placide e scenografiche anse – porta il nome di Aga de Cianpo de Crosc. 
L'Aga de Cianpo de Crosc scende lungo la valle fino a Pian de Loa; poco a monte di questo raccoglie le acque del Ru de Fanes, nato in Fanes Granda, in territorio marebbano, e disceso per la valle omonima alimentando il Lago e le cascate Sbarco e Souto de Fanes. 
Poco prima di Pian de Loa, nel Ru de Fanes si getta anche il Ru de Travenanzes, le cui sorgenti si trovano presso Forcella Col dei Bos e che bagna la valle dietro la Tofana. Il torrente raccoglie infine le acque del Ru Felizon, che sgorga dalla Fontana omonima, ai piedi del Cristallo; solo allora, allo sbocco della forra di Podestagno, può dirsi divenuto definitivamente Boite. 
Il Boite  neonato, Pian de Loa
(foto N. Munaro, 23.11.2014)
Eppure anche nella cartografia più diffusa, tra cui quella dell'Istituto Geografico Militare, e tra studiosi di livello pare che l'idrografia ampezzana sia stata un po' confusa, attribuendo le sorgenti e l'intero corso dell'Aga de Cianpo de Crosc al Boite e fuorviando anche qualche visitatore del Parco Naturale delle Dolomiti d'Ampezzo, che salito a Ra Stua, con una breve passeggiata, pensava di ammirare “le sorgenti del Boite”. 
Nel 1983, col loro manuale toponomastico “Monti boschi e pascoli ampezzani nei nomi originali”, de Zanna e Berti avevano fatto un po' di ordine nella questione; a chi scrive piace comunque immaginare che il Boite nasca sotto i Pòntes de Pian de Loa, allo sbocco del franoso canale che scende dalle pendici del Col Rosà.
Lassù, dove le acque provenienti dalla destra e dalla sinistra idrografica si fondono, in particolari condizioni meteorologiche mi è capitato di trovarle di due colori diversi.  

26 nov 2014

Curiosità di Cortina: la Bella Dormiente

Guardando dal fondovalle, il profilo combinato della Rochéta de Prendèra (il toponimo è alpinistico) e dell'adiacente Rochéta de la Ruoibes (El Zoco, per gli ampezzani), osservato da destra verso sinistra rammenta il profilo di una giovane distesa e immersa nel sonno. 
Becco di Mezzodì e "Bella Dormiente" 
al primo sole, novembre 2014 (foto I.D.F.)
Per questo motivo, alcuni romantici denominano la visione "la Bella Dormiente". Con un pizzico di fantasia, infatti, si riesce a distinguere lungo la cresta fronte, naso, bocca, mento e petto della fanciulla che riposa sotto un'enorme trapunta di dolomia, nell'attesa di un principe che la baci per risvegliarla.
Dieci anni fa, quasi convinto di aver setacciato a sufficienza i miei monti, inseguivo un'idea: sfiorare almeno per un tratto il profilo della "Bella Dormiente". Decidemmo così di metter piede sulla Rochéta de Prendèra, una cima minore ma con un belvedere a 360 gradi su montagne e paesi. 
Di solito sulla Rochéta, dove dall'autunno 2009 vigila discreta una croce di legno posta dagli amici del Cai di San Vito, salgono più sci-alpinisti che escursionisti; dal lato di Cortina ci si arriva in meno di due ore dal Rifugio Croda da Lago, per ampi dossi detritici e erbosi con scarse tracce. 
Da San Vito, invece, - il “versante italiano” del Tenente Paoletti, quello della prima invernale dell’Antelao, che il 17.10.1881 compì con la guida Giobatta Zanucco anche la probabile prima invernale (?) della Rochéta - si sale a Forcella Col Duro, fra Malga Prendera e Forcella Ambrizzola. Da lì, per detriti e ghiaie con qualche traccia, stando a destra del Becco di Mezzodì, si giunge in cresta e, assecondando il profilo della "Bella Dormiente", sul punto più alto, a 2496 m. 
Noi salimmo dal versante di San Vito e poi, riempitici gli occhi di un panorama che non teme confronti (Pelmo, Becco di Mezzodì, Croda da Lago, Sorapis, Antelao, Cortina, San Vito, Borca e Vodo), obliquammo sotto il Becco in direzione di Federa, traversando Gròto, uno degli angoli più selvaggi d’Ampezzo, molto interessante dal lato geologico e naturalistico. 
Dopo un andirivieni alquanto penoso che ci depositò sulla familiare carrareccia di Forcella Ambrizzola, un “radler grande” a “Croda” non ce lo levò davvero nessuno! Dimenticavo: sulla Rochéta incontrammo due-persone-due, che avevano scelto come noi di salire lassù il 15 agosto, scampando all'affollamento "vippaiolo" di Cortina!

20 nov 2014

Segreti ampezzani: la Porta del Dio Silvano

Salendo da Fraina verso Mandres per il sentiero che lambisce la base del Mondeciasadió (Monte Casa di Dio, antichissimo, immaginifico nome dell’attuale Monte Faloria), oltre la spianata di Ranpogniéi l'occhio è attratto da un'enorme nicchia rocciosa a foggia di portone, il cui architrave è formato da uno strato di dolomia rossastra.
E’ la Porta del Dio Silvano, dedicata alla divinità venerata ai tempi del paganesimo che proteggeva boschi, campi, armenti e obiettivo turistico di buon interesse fino a fine ’800 (quando ancora "le vecchierelle, passandovi dappresso, si facevano il segno della croce ..."), ma oggi condannata a un triste deperimento. 
La Porta si raggiunge, con buon impegno a causa del terreno scosceso e sempre più in movimento, abbandonando a destra il sentiero 220 all'altezza di un grosso  blocco cubico, che vien da pensare sia stato la tavola per i banchetti degli dei antichi. 
Avvicinandosi alla frattura della dolomia, emerge ancora qua e là qualche segnavia blu-rosso, lasciato dall'Azienda di Cura in tempi lontani. La traccia si fa sempre più labile, e toccare la Porta - ai piedi della quale, una cengetta con persistente odore di camosci lascia almeno tirare il fiato - sta diventando un’impresa da alpinisti. 
La Porta del Dio Silvano
foto E. Maioni, da www.guidedolomiti.com
Peccato, per tre ragioni: la prima perché, nel momento aureo della scoperta dei nostri monti, i clienti desiderosi di provare un’avventura breve ed economica, venivano volentieri indirizzati lassù dalle vecchie guide, che "facevano giornata" senza grande sforzo; la seconda perché la Porta è un luogo strano, centro di miti e leggende che varrebbe la pena studiare; la terza perché la zona - non molto lontana  dal centro di Cortina e comoda da raggiungere - sprigiona, soprattutto in autunno, un magnetismo che, a mio giudizio, l’incuria ha solo contribuito ad accentuare. 
Un sabato di un bellissimo novembre, con mia moglie andai a cercare di riassaporare quelle sensazioni che la Porta mi aveva dato fin dalla prima salita, nei primi anni Settanta. Lassù trascorremmo un paio d'ore di malinconico silenzio; solo due camosci, spaventati dal nostro pesticciare, lo ruppero per un attimo sparendo subito tra gli alberi. 
Anni dopo suggerii a chi di dovere che non sarebbe stato male pensare a un adeguamento, almeno minimo, della traccia che mena alla Porta: rimase solo un progetto, ma un giorno o l’altro qualcosa si dovrà fare. Se non si vuole che, visto il rapido disgregamento della parte rocciosa, fra qualche anno la porta di cui il Dio Silvano si serviva per accedere al suo regno rischi di non aprirsi più.

17 nov 2014

Luoghi misteriosi d'Ampezzo: il "Souto del Ris-cia"

Nel censuario d'Ampezzo sono abbastanza frequenti gli "antroponimi", cioè i nomi di luogo legati, per i motivi più vari, a persone fisiche. 
Nonostante tutto quello che ho scarpinato sui miei monti, ammetto che molti antroponimi non saprei esattamente dove si trovino, e non mi sono ancora preso la briga di andarli a cercare. In ogni modo, frequentando spesso gli atlanti, le carte, i libri di toponomastica di cui Cortina dispone, ho a disposizione una fonte inesauribile di spunti per ricerche, e i progetti non mancano.
Un luogo con un antroponimo originale che meriterebbe di essere localizzato sul terreno, anche perché la zona mi è abbastanza nota, è - ad esempio - il “Souto del Ris-cia”, ossia il “Salto dell'Hirschstein”. Si tratta di un dirupo roccioso, forse oggi sommerso dai detriti o inghiottito dal bosco (che, in quella zona, avanzano entrambi veloci), nel settore più a nord del gruppo della Tofana. 
Esattamente, il luogo si trova sulla destra orografica della Val Fiorenza, la valle boscosa che scende dal Passo Posporcora verso Fiames, fra l'estremità settentrionale dei Tonde de Cianderou e il Col Rosà, ed è percorsa dal sentiero che serve, tra l'altro, per l'avvicinamento alla ferrata "Bovero". 
Due particelle forestali hanno quel nome, ma dove sia esattamente il Souto non lo sapeva neppure l'amica Lorenza Russo, se nella sua tesi di laurea sui toponimi ampezzani scrisse che il dirupo si trova "... nel tratto mediano della valle, in un luogo imprecisato."
Salendo lungo la Val Fiorenza
(foto E.M.)
Ris-cia (che significa "scheggia di legno") è l'appellativo del ceppo Hirschstein, ancora fiorente a Cortina. Un membro di quella  famiglia, in un giorno d'inverno coperto dalla polvere del tempo (comunque non anteriore al 1780, quando un Carlo Hirnstein, o Hirschstein, arrivò dalla Germania come impiegato daziale a Cortina, dove si accasò e mise su famiglia), uscì di strada mentre stava scendendo per la Val Fiorenza con un carico di legna. Hirschstein volò con la slitta a mano sopra il salto, che da allora prese il nome della famiglia. 
Nessuno sa come sia andata a finire: certo è che dev'essere stato davvero un bel volo, se quel luogo misterioso porta ancora il nome del nostro antenato. 

14 nov 2014

Donne in montagna: Leni Riefenstahl a Cortina

Leni (Helene Bertha Amalia) Riefenstahl, nata a Berlino nel 1902 e scomparsa a Poecking nel 2003, è stata una regista, attrice e fotografa celebre per film e documentari che celebravano il regime nazista, e le assicurarono un ruolo di primo piano nella cinematografia tedesca del Novecento. 
La Riefenstahl aveva aderito al nazionalsocialismo, ma senza chiedere la tessera del partito, instaurando un legame di amicizia e stima reciproca con Hitler e condividendo l’estetica nazista, che contribuì a sviluppare dandole espressione visiva. 
La sua opera più nota è “Olympia” (1938), il film nel quale descrisse, in tre ore e mezza, i Giochi Olimpici tenuti a Berlino nell'agosto 1936. Per questo film, la regista si sobbarcò un lavoro enorme: dedicò infatti quasi un biennio a selezionare le scene e montare il film, visionando oltre quattrocento chilometri di pellicola. Dopo la guerra, nonostante tutto, riuscì a riaccostarsi al cinema, dedicandosi a lavori sulle culture tradizionali dell'Africa e sulla biologia marina. 
Mi interessa scriverne in questa sede, poiché ho scoperto che la Riefenstahl fece anche dell'alpinismo. Qualche anno fa, mentre consultavo uno dei libri del Rifugio Gianni Palmieri alla Croda da Lago per una ricerca, scoprii che il 29 luglio 1950 la regista – quasi cinquantenne e ancora alle prese, sia personalmente che dal punto di vista lavorativo, con la compromissione col regime crollato pochi anni prima - era a Cortina, dove aveva conosciuto Federico Terschak, il fotografo Giuseppe Ghedina e altri. 
Insolita prospettiva del Becco di Mezzodì da Cortina
(photo courtesy Bortolo De Vido +)
Salita al Rifugio, aveva compiuto con Hias Rebitsch di Innsbruck, uno dei migliori scalatori austriaci a cavallo della 2^ Guerra Mondiale e considerato pioniere del "free climbing", una delle, probabilmente rare, ripetizioni della via aperta l'11 agosto 1929  sulla parete sud del Becco di Mezzodì dal Walter Stősser e Friedrich Schutt (protagonisti l'8 agosto, con Ludwig Hall, della prima direttissima di 6° grado sulla parete sud della Tofana di Rozes).
Fu curioso, e anche un po' emozionante, trovare la firma di Leni Riefenstahl - un personaggio di rilievo, nel panorama europeo delle arti visive - sul registro delle presenze di un rifugio ampezzano, e associarla alle cronache alpinistiche del Becco di Mezzodì. Ciò conferma l'enorme richiamo che, da oltre un secolo e mezzo, le Dolomiti sanno esercitare dovunque.

12 nov 2014

Alpinismo dimenticato: la via Inglese in Tofana di Mezzo

Quasi sessant'anni fa, il 30 gennaio 1955, gli Scoiattoli Albino Michielli e Guido Lorenzi salirono per primi d'inverno la via Inglese, sulla parete sud-ovest della Tofana di Mezzo. 
La via, una delle tante “vie inglesi” delle Dolomiti, era stata aperta l'11 agosto 1897 da John Phillimore e Arthur Raynor con Antonio Dimai e Giuseppe Colli, e riscosse un certo favore nell'epoca d'oro dell’alpinismo, tanto che un esposto traverso e la successiva fessura, su calcare liscio e senza spaccature, furono facilitati con l'aggiunta di un cavo metallico.
Quest'autunno la guida alpina Franco Gaspari, con i colleghi di Cortina, ha eseguito alcuni lavori sulla ferrata della Tofana. Avendo notato il grosso cavo sotto la cresta, pensa che i primi salitori non possano aver superato direttamente il traverso e la fessura, troppo difficili per l'epoca, ma che le guide si siano calate dall'alto, fissandolo con fittoni piombati per farvi passare i clienti, che diedero poi il nome alla "prima" salita.
La "Guida della valle di Ampezzo e de' suoi dintorni" (che cita come seconda guida della cordata Giovanni Siorpaes, non Colli), invece, dice testualmente che "... per agevolare la salita e renderla meno pericolosa, la Sezione Ampezzo fece applicare nel punto più difficoltoso circa 20 metri di corda di ferro"; da un'ulteriore fonte pare che il lavoro sia stato eseguito nel 1898, quindi dopo la salita degli inglesi: a chi la ragione?
In ogni modo, il tariffario delle guide ampezzane nel 1898 includeva anche l'Inglese: la salita richiedeva un giorno e mezzo e costava 50 corone. Nel tariffario del 1962 la salita era ancora inclusa, e per effettuarla venivano richieste 20.000 lire. 
Penalizzata da un approccio e da una discesa piuttosto lunghi, nonostante l’apertura della ferrata sulla cresta sud-est della Tofana ('57) e della funivia “Freccia nel Cielo” ('71), negli anni la via Inglese è stata proprio disertata. "Toio" Dapoz, per un quarantennio gestore del Rifugio Giussani, diceva di non aver mai avuto in rifugio, almeno fino al '94, qualcuno intenzionato a salirla.
Incuriosito dal destino dell’itinerario, ho provato a contare le ripetizioni nel libretto posto in vetta alla Tofana nell'agosto 1938. Alcune pagine si leggono con difficoltà, ma ne ho dedotto comunque che in due decenni superarono la via solo 147 persone. L’anno di maggior afflusso fu il 1955: in un solo giorno la ripeterono tredici belgi, in sette cordate e con altrettante guide. Rare le guide con clienti (la prima appare nel 1942); pochi gli stranieri e un unico solitario, Luigi Menardi, nel 1950. Nel 1938, '44, '52, '54, '56, '57, '58, sull’Inglese non si vide nessuno.
Di recente, poi, l'amico Roberto mi ha passato, e ho visto con un po' di emozione, la fotografia della pagina del libretto di vetta datata 28 luglio 1940, in cui annotò  la ripetizione anche mio padre, salito con il collega Valentino Vecellio (padre di Roberto), G. Serafini e M. Corradini. Così, ho ripescato un pezzo che scrissi tempo fa per "Le Dolomiti Bellunesi", ampliandolo e aggiornandolo con gli ultimi dati dei quali sono venuto a conoscenza, e lo propongo, auspicando che interessi i frequentatori di questo blog.
7-8 salitori in media ogni anno erano davvero pochi, per una via non certo estrema (4° grado), che ai primi del '900 fu tra le più rinomate d’Ampezzo. Come detto, essa ha pagato la lunghezza dell’accesso e del rientro, la quota cui si svolge e il generale abbandono di percorsi lontani, scomodi, con roccia forse sporca e protezioni scarse. Comunque, nel periodo esaminato, la parete sud-ovest della Tofana di Mezzo non ha mai patito la confusione, ed il suo calcare non è certamente consumato. Chissà se qualcuno si prenderà più la briga di ripercorrerla!

08 nov 2014

Sul Taé, una delle cime più belle d’Ampezzo

Conosco abbastanza bene il Taé, cima del crinale del Col Bechei che svetta nel recesso più meridionale del gruppo della Croda Rossa e fa capolino - tra altre vette - già da Cortina. 
La sua sagoma arrotondata pare quasi in bilico sulla sottostante Val de Fanes, e la parete sud, levigata come un enorme tagliere, si erge imponente sopra le cascate del Rio omonimo. Caratterizzato da strati che si diramano a ventaglio da sinistra verso l’alto, formando cenge e tetti strapiombanti affrontati dai rocciatori solo nel 1953, il Taé è, a mio modesto giudizio, una delle vette più belle da salire nel Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo. 
Già noto anticamente ai cacciatori, fu raggiunto a scopo esplorativo dai carinziani Domenigg, Geith e Thiel nel 1906; oggi è sicuramente più conosciuto per le vie estreme, che si concentrano sul versante della Val de Fanes, che non per la via normale, rivalutata di recente da tanti escursionisti. Essa inizia dietro il Cason de Antruiles con il sentiero, segnato dal Cai nel 1989, che risale le Ruoibes de Fora e passa per il Ciadin del Taé, una conca erbosa e sassosa racchiusa tra il Taé stesso e il Col Bechei. 
Iside sulla cima, undici anni fa 
(foto E.M.)
Il luogo merita una sosta, allietata da un rivolo d’acqua che ha qui le sorgenti ma subito s’inabissa, per ricomparire più a valle. Volgendo lo sguardo alla cima, si hanno due modi per continuare: sul lato est della conca, superando una fascia franosa e proseguendo poi per la cresta, con un lungo, ma comodo giro. Più veloce, ma alpinistico, è traversare la distesa di blocchi che si allunga verso l’antistante Taburlo, superare una singolare formazione geologica a "trincea", e portarsi ad una rampa, sul bordo di una grande placca. Si risale con attenzione la rampa (1° grado), si doppia un'anticima e per un canalino friabile (1° grado) si riprende la via normale poco sotto la cima. Lungo il percorso ricordo un unico ometto, per cui forse è meglio ricorrere a qualcuno pratico dell’itinerario, intuitivo ma non scontato. 
Per il rientro, oltre alla via di salita, nel 2003 trovammo un'alternativa. Tornati alla cresta toccata all'andata, proseguimmo alti sopra gli Spalti di Col Bechei lungo pascoli cosparsi di rocce. Risalito un breve diedro e scesa una paretina esposta che interrompono la continuità dei pascoli, ci abbassammo facilmente per ghiaie nel Ciadin del Taé e in breve riprendemmo il sentiero del Bechei. 
Ernesto sulla cima, dieci anni fa 
(foto F.C.)
Il Taé, la cui vetta ospita pochi ruderi di un avamposto della 1^ Guerra Mondiale, riserva una visuale a 360° sul Col Bechei, Lainores, Val di Fanes, Valon Bianco, Taburlo, Col Rosà, Tofana e Pomagagnon. Noi non abbiamo mai diviso lo spazio della vetta con alcuno, e lungo il sentiero di avvicinamento, in questi anni, abbiamo raramente incontrato persone. Oltre il bivio con la traccia che va sul Col Bechei, i bolli rossi cessano. Là inizia la montagna che abbiamo sempre cercato e amato: non difficile, ma neppure esente da insidie, che richiede fatica e attenzione, ma offre una grande gratificazione.

05 nov 2014

Antrùiles e il canale del Tabùrlo: esperimenti di gioventù

Il casón ampezzano (detto anche baita, ciasota, tablé, taulà, toulà) è una capanna in legno o muratura, articolata in uno o più locali e che un tempo serviva per ricoverare boscaioli, contadini e pastori. 
A Cortina oggi ne abbiamo ancora una quarantina; 4-5 sono di proprietà di singoli cittadini, il resto delle Regole d'Ampezzo. Le strutture vengono concesse in locazione per periodi limitati, estraendo ogni anno a sorte fra i richiedenti, ai Regolieri che ne facciano domanda. 
Credo di conoscere quasi tutti i casói: uno che prediligo, per la storia che emana e la zona in cui è inserito, è quello in muratura di Antrùiles, di proprietà della Regola Alta di Larieto e edificato sul bordo superiore della Mónte (pascolo) de Antrùiles, dove ad inizio stagione pascolano ancora le pecore che saliranno in Fòsses. 
Il Casón sorge vicino alla confluenza dei rii che scendono dalle Ruóibes de Inze e de Fora e confluiscono nell'Aga de Ciànpo de Crósc, prima che questa prenda il nome di Boite. Presso la costruzione, di solito chiusa come tutte le consorelle, un crocifisso e una fontana accolgono i passanti. Dal Casón, che si raggiunge con una breve camminata dalla strada che sale a Ra Stua, parte inoltre il sentiero che rimonta le Ruóibes de Fora e conduce verso il Tabùrlo, il Taé e il Col Bechéi. 
Già da piccolo i miei genitori mi portavano in Antrùiles, nel vicino Boscàto e sulla Costa dei Sié; ma il primo ricordo "attivo" che ho della zona, si lega ad una giornata del giugno '74, quando con Carlo e Sandro vi arrivammo in bicicletta
Il canale del Taburlo, dalla strada di Malga Ra Stua,
gennaio 2009 (foto E.M.)
Era nostro proposito salire sul Tabùrlo per l'orrido canale roccioso che lo separa dal Taé, calando da una parte verso la Val de Fanes e dall'altra verso le Ruoibes de Fora. Sandro sosteneva che il suo futuro cognato c'era appena stato con la morosa, e così noi legammo le bici agli alberi e, senza sapere esattamente dove andare, li imitammo! 
Il canale lo salimmo tutto, rischiando grosso. E lo scendemmo tutto, rischiando ancora più grosso. Ho un flash di Sandro che frignava: scivolato sui detriti duri come il cemento, dopo aver battuto di schiena, aveva rotto il flacone d'alcool del suo prezioso "pronto soccorso", che gli aveva inondato lo zaino... 
Allora volevo persino stendere la relazione del nostro percorso e inviarla a Camillo Berti: mi sarebbe piaciuto veder citata, in qualche rivista o nell'ipotetica riedizione della guida delle Dolomiti Orientali, la via Majoni-Menardi del 1974...
Quel giorno, però, sul Tabùrlo non ci arrivammo. Toccai invece la cima per la prima volta nell'estate '90, scoprendo che la via giusta non passava dal canale, utilizzato forse in guerra ma oggi in pratica intransitabile. 
In seguito, ho raggiunto ancora (in modo un po' meno rischioso, anche se non semplice) l'isolata forcella senza nome da cui origina il canale, lungo la via normale del Tabùrlo che ha inizio nel Ciadin dal Taé. 
Rabbrividendo al solo pensiero, mi sono chiesto ogni volta: come cavolo facemmo, a quindici anni, a salire e scendere quella gola senza farci un graffio?

01 nov 2014

Bizzarrie dolomitiche: il "Busc de ra Costa del Pin"

A quota 2450 m circa, non lontano dalle labili tracce che permettono di accedere alla Punta del Pin - poco noto e ancor meno avvicinato rilievo, che fronteggia la parete E della Croda Rossa d'Ampezzo sul confine fra Cortina e Dobbiaco e attrae per l´ambiente remoto e l'apertura su monti e valli - si staglia una singolare finestra rocciosa, che ritengo alta non meno di una decina di metri. 
Il "Busc de ra Costa del Pin" da Pratopiazza
ottobre 2014 (foto I.D.F.)
Non possedendo questa bizzarria dolomitica un toponimo specifico, in occasione della salita che vi compii nell'estate 1998 mi presi la libertà di dargliene uno, che rimane comunque non ufficiale, e la chiamai "Busc de ra Costa del Pin". 
Dai pressi della finestra, infatti, scende verso Cimabanche un costone, ricoperto in basso di conifere e mughi, che limita sulla destra orografica la nota Val dei Canopi. 
Il costone, ostico da percorrere a causa della vegetazione intricata, porta il nome di "Costa del Pin", perché vi prosperano i pini silvestri. Sul filo di esso, i topografi imperiali incisero nel 1789 alcuni dei segni confinari fra le comunità d'Ampezzo e Toblach, ritrovati e descritti nel 1955 dal compianto geometra delle Regole Fiorenzo Filippi.
Credo che il "Busc de ra Costa del Pin", visibile dalla strada che collega i due rifugi della prospiciente Alpe di Pratopiazza, non possa essere una meta rinomata, considerato l'impervio terreno su cui si trova e la mancanza di un accesso definito. Costituisce però una delle tante peculiarità ambientali che rendono ricchi i due parchi naturali che proprio su quel confine comunale, provinciale e regionale si affiancano: il nostro delle Dolomiti d'Ampezzo e quello di Fanes-Sennes-Braies. 
Ho ben presente la prima volta in cui, con un paio di amici, giunsi ai piedi di quella bizzarria geologica. Mi aveva indirizzato lassù il colloquio con un conoscitore delle Dolomiti come l'avvocato Camillo Berti, ancora vivente e attivo, il quale mi disse di aver salito la soprastante Punta del Pin da ragazzo con il padre, lo studioso e scrittore Antonio, "papà degli alpinisti veneti". 
Non fosse stato per Camillo e, prima ancora, per le quattro righe dedicate dal padre alla Punta del Pin nella guida delle Dolomiti Orientali, di quel "Busc" ora non potrei raccontare.

Il mistero della Punta Fraio

Sulle mai del tutto note cime rocciose che abbracciano Cortina, ne suscita interesse una di una certa individualità, che secondo la guida d...