28 mag 2014

Il Lago de Ciou de ra Maza: piccolo, isolato, silenzioso

“Lago di capo del bastone”: tradotto in italiano, il nome stride un po', e forse non ha corrispondenze in nessun altro luogo. L'amica Lorenza suggeriva che il significato letterale è sì poco chiaro, ma la vicina presenza della Muraglia di Giau potrebbe alludere ai contrastati rapporti che intercorsero nei secoli fra gli ampezzani e i sanvitesi per questioni di pascolo. 
Il "Lago de Ciou de ra Maza" è il piccolo, isolato, silenzioso specchio d'acqua affondato a 1891 m di quota nella fitta selva che copre le pendici dei Lastoi del Formin. La maggior parte dell'area denominata "Ciou de ra Maza" appartiene alle Regole di San Vito di Cadore, e sotto il laghetto si snoda una strada forestale poco battuta, che sale da Rocurto e si interrompe sul limite confinario sancito nel 1753 con la Muraglia di Giau. 
Se non è un'antica espressione, un'interiezione usata dai pastori, il nome si potrebbe leggere come “l'inizio/la fine del bastone”, cioè del territorio ampezzano; oppure, più semplicemente, come “il bandolo della matassa/il motivo del contendere”, visto che il lago fornisce le prime acque al modesto ruscello che  in basso si rinforza, diventando il torrente Costeana, col quale gli ampezzani “ostacolavano” i vicini sanvitesi nella marcia verso i pascoli di Giau. 
Ciou de ra Maza in versione tardo-autunnale,
21/10/2012 (foto I.D.F.)

Se il toponimo di questo luogo di confine dalla parte di Cortina suscita insicure interpretazioni, quello cadorino forse è un po' più evidente: nell'Atlante toponomastico del territorio sanvitese pubblicato di recente, si legge che i  vicini chiamano la zona “Laghete de Iou/Giou de la Maza”, riferendosi all'antico letto di un torrente che probabilmente bagnava la zona, o forse proprio al letto di quello che oggi si denomina Ra Costeana. 
Il circondario è davvero suggestivo: a Ciou de ra Maza - dominato da arcane propaggini dei Lastoi del Formin che forse non hanno ancora attirato le brame degli scalatori - le stagioni passano senza vedere tanta gente. 
La plaga che lo avvolge è abbastanza intricata e aspra, e sfiorando il Lago in una tiepida giornata d'autunno, sulla neve che già ne imbiancava la riva ombrosa ci parve di aver notato le impronte delle anguane dai pie' di capra, che escono dalle loro dimore per risciacquare i panni, ma fuggono non appena le si disturba.

23 mag 2014

Lerosa, ovvero i "pascoli del dio Manitù"

A metà degli anni '60, mio padre ricoprì il tradizionale incarico di "Marigo" della Regola Alta di Lareto. Per questo, durante la stagione estiva, doveva recarsi di frequente in Lerosa, per informarsi con il pastore che al tempo sorvegliava il pascolo, sulla situazione del bestiame alpeggiato e su eventuali problemi e necessità da risolvere. 
Nell'estate 1965 (forse anche in quella seguente), ci portò dunque in Lerosa quasi tutte le domeniche: io avevo sette anni, ma mi pare di rivivere la sensazione che avevo: che la valle d'Ampezzo fosse tutta lì, racchiusa tra Ra Stua, Lerosa e Gotres! 
Nel Cason che domina i pascoli conoscemmo il pastore Francesco, di Arina di Lamon (con quale stupore, ma senza capire bene perché, scoprii che non poteva consumare lo zucchero, e aveva sempre in tasca una scatolina di saccarina!), e i suoi familiari. 
C'era la consorte, che non ho presente come si chiamasse, ma ricordo che era “bianca e rossa come un pomo” e che qualche volta scendeva a Cortina a portare i panetti di burro con i fiorellini, e poi i figli: Teofilo, Gianna, Antonio e Luciano. 
Vivevano in sei nel piccolo Cason a 2039 m di quota per tutta l'estate,  quotidianamente a contatto con la natura e gli animali. Un pochino li ho invidiati davvero! 
Il Cason  sui pascoli  di Lerosa
(photo  G. Mendicino, courtesy "Le Dolomiti Bellunesi")
Piccoli flash di quelle domeniche: mi sovviene quando scesi con Teofilo - che avrà avuto 11-12 anni, ma era ormai un vice-pastore esperto - per la Val de Gotres a riprendere un capo allontanatosi dal pascolo; rivedo le bottiglie con un goccio di latte usate dai ragazzi per catturare le vipere, che decapitate e portate in Municipio a Cortina fruttavano 500 lire l'una (!); ricordo la disinvoltura con cui Antonio e Luciano, non tanto più grandi di me, attiravano a sé le mucche, infilando le dita nelle grandi narici...; mi pare di risentire le chiacchiere degli adulti, riflesso di un'epoca più semplice, ormai tramontata. 
Mi pare che poi la famiglia si fosse trasferita intorno a Valdobbiadene per gestire un minigolf o qualcosa di simile, e che uno dei figli più giovani fosse scomparso, ancora ragazzo, in un incidente d'auto. 
Chissà se gli altri familiari sono ancora in vita, dove si trovano, se ricordano il periodo passato nel Cason della Regola Alta di Lareto, lavorando e scorrazzando sui “pascoli del dio Manitù”, come l'amico giornalista Mario Caldara definì una volta la Monte de Lerosa ...

18 mag 2014

Chi entra (o esce) ancora per la Porta del Cristallo?

La Porta del Cristallo è un caratteristico crepaccio naturale delle Dolomiti Ampezzane, nel quale scende il rio alimentato dalle nevi che riempiono il grande colatoio tra la Cima principale e quella di Mezzo del Cristallo. 
I primi a traversarla, per studiare la parete SO della montagna soprastante, furono Leone Sinigaglia con le guide Pietro Dimai de Jènzio e Zaccaria Pompanin de Radéschi, ai primi di settembre 1893. Dopo centoventi anni, oggi il luogo è sicuramente visitato molto di rado; vi regnano i camosci e dal punto di vista esplorativo ha un che di arcano. 
Nel 1980 e poi nel 1981, con gli amici di allora "uscii" per due volte dalla Porta. Saliti sul Col da Varda per il sentiero 221 che porta al Passo del Cristallo, si traversava per pascolo e detriti alla scomoda cengia a volta che introduce nel catino sopra il crepaccio, entrambe le volte innevato, essendo primavera. Ci si calava poi in fila indiana nella spaccatura, superando due strettoie: non ho ricordi di difficoltà insuperabili, se non la neve e il ghiaccio, e ricordo l'arrivo - tutti bagnati, ma senza problemi - sulla pista di sci che scende a Rio Gere. 
Il Cristallo e, tra due alberi, la Porta
da Faloria, 3/8/2003 (foto Ernesto Majoni)

Nel 1994 tornai lassù per la terza volta. Da poco avevo letto su una rivista che, con la ablazione delle rocce da parte dell’acqua di fusione, scavalcare la Porta comportava ora difficoltà fino al IV, ma non mi sembrava possibile che - dopo solo una dozzina d'anni - quei 20 metri fossero diventati all'improvviso così scabrosi.
Scesi dunque sul bordo della spaccatura, tentando di uscire a destra e a sinistra, ma presto dovetti desistere: disarrampicare su quelle placche ripide e lisce senza avere corda e chiodi era un po' troppo impegnativo. Forse era veramente un quarto grado!
Non riconoscendo il varco dove io ero sceso la prima volta a ventun anni, in condizioni quasi invernali, senza attrezzi e calzando le mitiche scarpe Clarks, rinunciammo alla Porta e per tracce di camosci traversammo i pendii che circondano il selvaggio catino, scendendo poi al Rifugio Sonforca. 
Fu un'escursione originale, che non ho più ripetuto; mi lasciò però l'amaro in bocca la constatazione che il “difficile passo d’appoggio”, citato nella relazione originale della Via Sinigaglia, in pochi anni pareva essere aumentato di un grado, o forse anche di due!

13 mag 2014

Il crocifisso del Porteléto a Ra Stua e tanti ricordi

Un simbolo devozionale sicuramente notato da chi passa per la strada che sale da Podestagno a Ra Stua, ma al quale non tutti fanno caso, è la cosiddetta "Crosc del Porteléto" (de Ra Stua).
Questo crocifisso sorge circa 1,5 km oltre il Tornichè di Podestagno, alla fine del primo tratto della salita, nel punto in cui - durante la 1^ Guerra Mondiale - parte della strada fu scavata in roccia. Siamo a 1470 m di quota, su un esposto risalto roccioso coperto di vegetazione, all'inizio del tratto mediano della carreggiabile della Val de Rudo, da qui e per un buon tratto (detto "i Pianes de ra Stua") quasi pianeggiante.
Il crocifisso, collocato lassù dalle Regole Ampezzane in epoca imprecisata, sorge in una superba posizione panoramica: da qui, infatti, si possono scorgere le cime del Pomagagnon, della Tofana, di Fanes e parte di quelle del Gruppo della Croda Rossa.
Il crocifisso del Porteléto de Ra Stua, 
all'inizio dell'inverno (foto E.M., 2003)
Ho tanti ricordi della croce del Porteléto, perché già da piccoli, passando da quelle parti (all'epoca sempre a piedi), non si mancava mai di raggiungerla.
Per la cronaca, fino al 1972 la strada che sale a Ra Stua era sterrata e polverosa, priva di traffico d'estate e mai battuta d'inverno, così come era mestamente chiuso il Brite al suo termine...
Nei pressi della croce un tempo si trovava un cancello di legno ("Porteléto"), che impediva al bestiame monticato in Antruiles di allontanarsi dal pascolo; un altro cancello con analogo scopo si trovava più avanti, alle porte dell'alpe di Ra Stua. Rifatto in metallo negli anni Sessanta, poco tempo fa è stato demolito, perché intralciava una situazione che ammorba il millenario alpeggio, soprattutto in bassa stagione, ma non solo: il crescente, caotico viavai di mezzi motorizzati.
Sull'onda dei ricordi, desidero ora ripensare a coloro che ho conosciuto frequentando Ra Stua e le vicine Lerosa, Sennes e Fodara Vedla in anni che si vanno via via allontanando: penso, fra i tanti, ad Alfredo “Lète”, per decenni ieratico pastore di Ra Stua; al buon Vigilio di Sennes; a Francesco Gaio da Arina di Lamon, che d'estate abitava il Brite de Lerosa con moglie e figli; a Mariano "Baldo" che - avrò avuto cinque-sei anni - mi tirò fuori, fradicio e incosciente del rischio, dalle anse dell'Aga de Cianpo de Crosc, in cui ero scivolato; ad Ambrogio Cazzetta, che quasi ogni domenica era lassù, con la sua fisarmonica e tanta allegria.
Piccoli frammenti di storia e di vita, che meriterebbero tutti un post a sé stante, e che custodisco volentieri nel cuore.

07 mag 2014

Il ponticello senza nome

Alle falde del Col Rosà (nel Gruppo della Tofana), a circa 1350 m di quota si trova un ponte pedonale di legno, sconosciuto ai più, che scavalca il neonato torrente Boite e non mi risulta abbia un nome specifico: per questo motivo, mi sono permesso di battezzarlo “Ponte sote el Col Rosà”. 
Il manufatto, del quale non trovo notizie in alcuna fonte recente, unisce le due sponde del Boite partendo dalla strada, oggi asfaltata e chiusa al traffico, che dall'Ufficio Informazioni del Parco Naturale delle Dolomiti d'Ampezzo presso il Ponte Felizon porta a Pian de Loa e sale poi lungo la Val de Fanes.
Fu ricostruito qualche anno fa dal Parco, sfruttando il rudere di una vecchia passerella già utilizzata dai cacciatori per accedere al boscoso e impervio fianco del Col Rosà che lambisce il Boite. 
Questo stretto ponte non ha valenza escursionistica, anche perché di là da esso le tracce non proseguono a lungo, ma unicamente storica. 
Il ponte sotto il Col Rosà
(foto E.M., 5.5.2012)
Al riguardo, ho notato che – secondo una pubblicistica ormai obsoleta – chi aspirava al Col Rosà un tempo non disponeva solo del sentiero, oggi numerato col 447 e ben ristrutturato dalle maestranze del Parco, che sale dal Pian de ra Spines e verso la fine dell'800 era stato fatto sistemare dalle nobili Anna Power Potts e Emily Howards Bury (proprietarie della lussuosa Villa Sant'Ubertus, sul Tornichè di Podestagno), per poter salire in vetta anche a cavallo (!). 
Pare che esistessero, infatti, altri due accessi al Colle, uno dei quali prendeva forse le mosse proprio dal ponte o dalle immediate adiacenze, dopo aver necessariamente oltrepassato il Boite, qui spesso tumultuoso. 
Pur avendolo salito circa dieci volte, non ho mai esplorato - se non sulle cartine - le varianti di salita diretta da Pian de Loa al Col Rosà, una cima che oggi i camminatori ignorano: mi piacerebbe farlo, per riscontrare sul terreno un frammento di storia andato ormai perduto.

05 mag 2014

Alessandro Zardini, una guida sfortunata

Nella storia dell'alpinismo ampezzano, due guide morirono tragicamente durante la stagione invernale. La prima in ordine di tempo fu Alessandro Cassiano Zardini (Nòce, da Staulin), nato il 24/4/1887 e seppellito con altri trecento compagni d'arme dalla colossale valanga caduta in località Gran Poz (Marmolada) il 13/12/1916. 
Zardini era stato promosso guida a venticinque anni, insieme col coetaneo Simone Lacedelli Juscia. Non aveva ancora all'attivo grandi cose: solo la seconda salita, nell'agosto 1916 col Tenente Norbert Gatti, della via aperta due anni prima da F. Laufenbichler e G. Langes sulla parete N della Roda del Mulon, una cima poco nota che sorge a fianco del Gran Vernèl (800 m, da III a V: la terza salita fu compiuta dalla guida  di Canazei Luigi Micheluzzi coi triestini Leo Krauss e Piero Slocovich, nell'agosto 1929). 
E' facile credere, visti gli eventi successivi, che la salita sia stata dovuta a motivi più tattici e strategici che schiettamente alpinistici; infatti, da quest'ultimo punto di vista, essa passò inosservata. 
Zardini lasciò sola a Staulin la consorte Maria e tre bambini; Stefania, la figlia minore, è scomparsa per ultima, nel gennaio 2001. Il nome della guida alpina è stato riportato - in maniera incompleta - nella cappella, e di recente sulla lapide esterna al cimitero, che ricordano entrambe i centotrentaquattro caduti ampezzani durante la Prima Guerra Mondiale. 
Purtroppo, oltre a un biglietto trovato negli anni '50 del Novecento sulla Roda del Mulon (raggiunta per la prima volta il 13/8/1909 dalle guide Angelo Dibona Pilato e Luigi Rizzi con Guido e Max Mayer), non so se esistano altri documenti sulla breve attività alpinistica del Nòce.
Alessandro Cassiano Zardini Nòce
("memoria" diffusa a Cortina dopo la morte"

Sarebbe interessante reperirne qualcuno, e aggiungere un altro frammento a un tragico fatto storico. Ad un pezzo sulla guida sta attualmente lavorando l'amico dottor Mario Ferruccio Belli: per parte mia, ho scritto di Alessandro Zardini già in due occasioni, nell'estate 1996 sulla rivista Cortina e qualche anno dopo sul Notiziario di Cortina.
Sarebbe sempre utile e doveroso rischiarare, se e per quanto possibile, l'esistenza di personaggi come questo: un uomo appena avviato alla vita personale e alpinistica e rimasto vittima di assurde strategie superiori, culminate nella collocazione di un accampamento in uno degli angoli più rischiosi del fronte della Marmolada.

01 mag 2014

Il 1° maggio, sulle Ciadénes

Quante volte avrò raggiunto il solitario culmine delle Ciadénes, la cupola boscosa che appartiene alla dorsale dei Zuoghe e domina la Chiesa di San Nicolò, San Biagio e Sant'Antonio, a Ospitale d'Ampezzo?
Decine, fin dal 1° maggio 1972, quando mi ci condussero per la prima volta i miei genitori e - lieto della nuova scoperta - all'interno della casamatta più alta lasciai un’iscrizione, che però trent'anni dopo non ritrovai più. 
Eppure, anche ritenendomi abbastanza pratico di quel luogo (peraltro modificato, stagione dopo stagione, da frane e valanghe), vi sono sempre tornato con emozione, talora anche due o tre volte l’anno. 
Lassù mi piaceva ritrovare, come vecchi amici salutati da poco, il sentiero militare - oggi ancora evidente, anche se a tratti malridotto - che risale la ripida costa alberata, le casematte sul culmine, tutto quello che in quel silenzioso angolo di mondo si può ammirare e respirare. 
Il luogo, a mio giudizio, è ammaliante: me lo ha confermato anche un sanvitese che non lo conosceva e vi è salito, seguendo un mio articolo uscito qualche tempo fa sul semestrale “Le Dolomiti Bellunesi”. 
I “foresti” che battono le Ciadénes sono pochi, e si tratta sempre di veri appassionati: uno lo trovammo lassù una dozzina di anni fa, veniva da Treviso ed era stato ispirato anche lui da un mio pezzo pubblicato su un altro semestrale di montagna, “Le Alpi Venete”, nel 1991. Un'altra ancora, che conosceva tutti i toponimi della zona ma non la cima, la portai su io nel 2004, e penso che ricordi ancora la gita con una certa soddisfazione. 
Un momento caratteristico della salita,
1° maggio 2005
Pur amandoli in modo particolare, non sono mai stato geloso di quei luoghi, tutt’altro: soltanto, mi dispiacerebbe che, visti i tempi e gli anniversari, anche le Ciadénes diventassero una palestra di sfogo, più che per gli escursionisti, per i “ricercatori” che setacciano le montagne col cercametalli e il piccone, alla caccia frenetica di reperti bellici, spesso di scarso valore! 
Per quanto riguarda me, 42 anni dopo la prima visita alle Ciadénes, conservo tanti ricordi di quella salita, che ho compiuto in ogni stagione, in compagnia ma qualche volta anche in solitudine.
Spero che l’aria che inonda quei boschi e quelle rocce, insanguinate in guerra ma oggi pervase da una pace infinita, resti inalterata come l’ho conosciuta e apprezzata, per sempre.

Punta Fraio, una cima senza vie?

Tra le cime che abbracciano Cortina, non tutte conosciute e frequentate allo stesso modo, ne risalta una, che secondo la guida delle Dolomi...