27 gen 2014

Jora: prima il dovere, poi il (grande) piacere!

Prima che questo robusto inverno porti altra neve (ma solo al di qua del Passo Cimabanche, visto che in Val Badia, Val Gardena e in Pusteria finora i fiocchi non sono abbondati), siamo tornati in un rifugio scoperto solo l'anno scorso, dove il fine è senz'altro l'escursione a piedi, ma essa non può essere disunita dalla tentazione di proposte gastronomiche di lusso, quanto a qualità e presentazione.
Circa a metà fra la strada San Candido-Sesto e il Rifugio Gigante Baranci, al quale ogni inverno indirizziamo un paio di visite ma che di recente abbiamo un po' "tradito", c'è un altro rifugio, o forse un elegante ristorantino d'alta quota, che un impianto unisce al soprastante Rifugio Gigante Baranci, facendone un luogo  frequentato perlopiù con gli sci ai piedi, ma aperto anche ai pedoni: lo Jora, quotato "soltanto" 1317 m. 
Per raggiungerlo d'inverno senza sci o ciaspe, bisogna seguire l'accesso al Rifugio Gigante Baranci, che passa dagli inquietanti Bagni di San Candido e dalla cappella di San Salvatore ai Bagni, oggi ripristinata e suggestiva per il suo isolamento in mezzo ai boschi. 
Poco oltre la cappella, dove la strada forestale s'impenna verso i Prati della Ferrara, un bivio a destra immette in un'altra forestale, che passa per un ampio recinto con le sorgenti d'acqua del Comune di San Candido, piega nel bosco a destra e con un lungo traverso quasi in piano, dopo un'oretta dalla partenza, termina presso il rifugio.
Durante l'avvicinamento, purtroppo, il panorama è molto scarso, ma la strada sulla quale si procede è piacevole, anche se domenica - per i nostri canoni - era alquanto affollata. Al Rifugio, visibile fin dalla piazza centrale di San Candido, d'estate si salirebbe più brevemente dal paese per un'altra ripida sterrata. 
Rifugio Jora, 15/12/2013
(photo: courtesy of idieffe)

Giuntì lassù, al "dovere" della camminata, subentra poi il "piacere", ormai noto, del pranzo: una lista di pietanze con proposte degne di autentici gourmet. E, con questo, non ce ne vogliano gli altri rifugi e malghe della zona dove siamo stati, e dove torneremo. 
Lo Jora, più ristorante che rifugio alpino ma che in ogni caso richiede almeno 60 minuti per essere raggiunto a piedi, è una meta deliziosa. Se poi, oltre al canonico tè caldo, ci si lascia coinvolgere da qualche sfiziosa proposta dello chef Markus, l'escursione è davvero completa: e ... Trip Advisor ringrazia!

23 gen 2014

Casera Campestrin, oltre trent'anni fa

Lasciatemi indulgere per l'ennesima volta (ma ramecrodes si alimenta anche di questo), a un piacevole ricordo, che voglio condividere con voi.
Di recente l'amico Roberto mi ha donato due diapositive passate in digitale, di una giornata in montagna di cui ricordo ancora un flash, ma che è ormai impallidita nel tempo: la traversata dal Passo Cibiana a Ospitale di Cadore attraverso il gruppo del Bosconero (Forcella Bella dei Sfornioi, Bivacco Casera Campestrin, Casera Valbona).  Due considerazioni: 
- mentre a Forcella Bella dei Sfornioi e a Casera Valbona sono passato altre volte, anche in anni non lontani, al Bivacco Casera Campestrin, di cui nel 2013 ricorreva il 50° dall'apertura, non ho avuto altre occasioni di salire, quindi la diapositiva è un "unicum"; 
- nell'immagine, datata 11 ottobre 1981 (son già trentadue anni ..., eravamo in gita sociale con altri soci del Cai di Cortina, del quale ero consigliere da pochi mesi) rivedo me, mio fratello, amici e conoscenti. Alcuni di loro sono scomparsi, in Montagna e non, altri non li ho più rivisti e non ne ricordo neppure il nome, altri ancora sono rimasti a Cortina e ci si ritrova, anche abbastanza spesso. 
E io dov'ero? Davanti, a sinistra:  giovane studente di Giurisprudenza, allampanato, con addosso cinquanta libbre in meno, capelli lunghi, un maglione grigio non certo di marca, e l'aria beata di chi sa che, il giorno prima, ha salito per la prima volta una bella via, il diedro Mazzorana sul Popena Basso. 
Ah, che tempi!

20 gen 2014

Un'ascensione lunga cinque minuti: il Col Jarinei

Un sabato d'ottobre ormai lontano passavamo da quelle parti, quando la curiosità ci spinse a deviare dal sentiero Cai 457 per avvicinarci a un luogo che non conoscevamo, e trovammo delizioso: la massima elevazione della cresta del Col Jarinei, che inizia a Forcella Sonforcia (più esattamente "Forcella Sonforcia de Col Jarinei" per distinguerla dall'omonima sul Cristallo) e si sviluppa verso N, dominando i pascoli che scendono verso Federa. 
La “cima” (null'altro che alcuni affioramenti rocciosi coperti di vegetazione) ha la sua quota altimetrica 2102 m, e si raggiunge in cinque minuti, superando la bellezza di 33 m di dislivello dalla citata forcella, sul crinale proteso dalla Rocheta de Prendera a N, fra la testata della Val Federa e quella della Val d’Ortié. 
A due passi dalla cima
photo: courtesy of idieffe
Una buona traccia di passaggio, certamente ascrivibile al bestiame che pascola a Federa, convalidata da un grande bollo di vernice rossa su un masso, accompagna sul culmine della cresta, che sarebbe curioso seguire in discesa, finché si esaurisce sui pascoli più bassi. 
La zona, usata da tempi antichi per l'alpeggio e la caccia, è ideale per una camminata in solitudine (quel giorno noi incrociammo ben due persone, che con noi tre "facevano le dita di una mano"): complice anche l'autunno, vi ricordo un’atmosfera malinconica e molto rilassante. 
Non riuscimmo a scorgere  le famose “jarines” (pernici di monte) che hanno dato il nome alla cresta, e fu un peccato: in compenso Iside, Lorenza e io assaporammo la tranquillità di un angolo fra i meno consumati della valle d’Ampezzo, che si spera possa restare così com'è, ancora a lungo.

15 gen 2014

Lainòres, montagna verde

L'ampia cupola pascoliva e striata da barre rocciose delle Lainòres sovrasta a S i grandi alpeggi di Fodara Vedla (in ampezzano Rudo de Sote) e Sennes (Rudo de Sora), cuore degli Altipiani Ampezzani nel gruppo della Croda Rossa. 
La cima, su cui giunge un sentiero che si diparte dalla carrareccia militare tra Ra Stua e Fodara, offre un panorama meritoriamente rinomato sugli Altipiani e sul crinale che li delimita, dalla Croda del Béco alla Croda Rossa d'Ampezzo, che qui espone i suoi valloni occidentali. 
Per l'ascensione, praticabile da più versanti e da parte di ogni buon camminatore, la naturalità della vetta e delle sue pendici e l'ampiezza degli orizzonti, le Lainòres sono apprezzate come meta escursionistica e scialpinistica; d'inverno furono salite dal pioniere Federico Terschak già nel 1910 .
Autunno verso le Lainòres
(photo: courtesy of idieffe)
Il nome, caratteristico perché declinato al plurale, significa “piccole slavine” e si riferisce ai valangosi pendii a S: in Marebbe, invece, la cima viene chiamata “Sas dla Para”, in relazione alle ripide pale erbose che la distinguono. 
Come la maggior parte delle cime del sottogruppo ampezzano della Croda Rossa, anche quella delle Lainòres mi è nota e cara.
Dal 20 luglio 1969, giorno in cui l'uomo metteva piede sulla Luna e io, poco meno che undicenne, giungevo con papà e mamma lassù - alzando con stupore un paio di pernici bianche -, vi sono tornato almeno dieci volte, fino ad un'estate non lontana.
Scelsi proprio quella cupola silenziosa per festeggiare in anticipo con gli amici Claudio, Mauro e Sisto il mio trentesimo compleanno, nella limpida giornata del 23 ottobre 1988. 
Non avrei potuto solennizzare in modo migliore l'anniversario, se non su una delle crode “facili” più interessanti delle Dolomiti Ampezzane.

13 gen 2014

Kradorfer, malga autentica

Penso che ognuno di noi custodisca un personale "luogo del cuore", montano o marino, estivo o invernale, noto o sconosciuto, italiano o estero che sia.
Per la mia signora e per me, che amiamo andare a piedi anche d'inverno, uno di questi luoghi è senza dubbio la Kradorferalm, malga con ristoro che sorge a 1704 m di quota su uno degli alpeggi che animano il solco vallivo del rio Pidig, tra S. Maddalena in Casies e la Forcella di Casies, al confine con l'austriaca Defereggental.
La malga, che abbiamo visitato ieri per la settima volta in pochi anni, è "malga" autentica, anche d'inverno: rustica quanto basta, senza fronzoli, con una lista di cibi e bevande non troppo pretenziosa né cara, senza motoslitte che sfrecciano ma semmai con una slitta a cavalli che sale e scende lenta, portando turisti affascinati dai boschi e dai monti innevati che fanno corona alla valle.
Attorno alla malga, che si raggiunge dal paese con un percorso non molto lungo né faticoso, i bambini slittano o giocano a scivolare sui pendii innevati, si respira allegria e si godono bei colpi d'occhio verso monte e verso valle; alto sopra S. Martino s'impone l'Hochstein (Sassalto), meta di una memorabile e impegnativa escursione con Iside, Franca e Giacomo nell'agosto 2008. 
La Kradorfer, insomma, è una meta tranquilla e riposante, affacciata sulla sottostante vallata di Casies che è il regno di fondisti, di escursionisti e di un turismo ancora privo di "vasche", pellicce e  VIP.
Sul "Sentiero Scoiattolo", verso il Deferegger Pfannhorn,
12.01.14
Ieri siamo tornati, per la seconda volta quest'inverno, nella ormai familiare valle del Pidigbach, e dopo una ottima "Brettlmarende" nella malga, al ritorno abbiamo imboccato - come al solito - il "Sentiero Scoiattolo", un facile itinerario di un'ora scarsa che si snoda tra pascoli, boschi e acque sulla sinistra orografica del rio; ci piace soprattutto in discesa e d'inverno, perché solitamente è ben pistato, panoramico e soleggiato.
Non pretendiamo chissà cosa, soprattutto dalle brevi domeniche invernali, e la Kradorferalm pare offrirci quello che ci soddisfa di più!

06 gen 2014

Il Pomagagnon e il Medioevo

La conoscenza del massiccio del Pomagagnon, a NE di Cortina, rimonta ad un'epoca certamente piuttosto antica. Punta Fiames (chiamata un tempo Croda di Fiammes), Punta della Croce (così battezzata circa centotrent'anni fa), Campanile Dimai (detto Teston del Pomagagnon fino al 1905, poi dedicato ad Antonio Dimai), scendendo a N con pendii detritici e sassosi mediamente ripidi, furono indubbiamente battute da cacciatori e dai pastori, che per secoli alpeggiarono le greggi sui Prati del Pomagagnon. 
Forse alcune cime erano state raggiunte già nel Medioevo da chi – tentando di eludere le tasse imposte a persone e cose dal Castellano di Podestagno – passava da Ampezzo a Ospitale scavalcando l'alta forcella che incide la dorsale, dalla quale - al posto dell’attuale fiumana detritica - scendevano pendii erbosi con tracce di sentiero. 
Nel romanzo “Sete di libertà e d’amore”, ambientato nel 1500, Giuseppe Richebuono suppone che una delle prime vette salite in Ampezzo sia stato proprio “il Pomagagnon”. 
Secondo l’autore, il giovane Biagio di Col, per sfuggire ai nemici che lo inseguivano, avrebbe raggiunto una delle vette del crinale, soccombendo al termine dell’impresa per il freddo e la fatica. 
Il dato potrebbe anche essere verosimile, poiché dell’alpinismo pre-pionieristico troppo poco si sa. Ci piace supporre che una delle prime montagne violate in Ampezzo appartenga al Pomagagnon, e magari sia la Costa del Bartoldo, la più nota, anche se non la più alta del massiccio. 
Il Pomagagnon da N,
photo: courtesy Roberto Vecellio
La prima testimonianza scritta della salita di una vetta del gruppo la fornì Paul Grohmann, nel 1877. Sembra, infatti, che il pioniere abbia raggiunto almeno una elevazione della dorsale, che chiamò dapprima Pomagagnon e in seguito Punta della Croce e quotò 2290 m, dichiarando d’averla raggiunta “in dieci minuti di ripida salita” da Forcella Pomagagnon.

03 gen 2014

Tofana Terza, invernale sulla parete E

Una delle discese scialpinistiche più impegnative e note in Ampezzo è senza dubbio la parete E della Tofana Terza, che incombe sull'altopiano di Ra Vàles. 
Alta circa seicento metri e non proprio verticale, la parete conta due vie alpinistiche, aperte entrambe nell’estate 1941: una dal giovane Scoiattolo Luigi Menardi detto ”Igi” con Camillo Crico e l’altra, un mese dopo, dallo stesso Crico con Müller. 
La prima discesa documentata della parete con gli sci ai piedi, invece, risulta essere quella del fassano Tone Valeruz, nel febbraio 1977. Il temerario cappellano di Cortina d’allora Don Claudio Sacco Sonador, travolto da una valanga sul Pore nel dicembre 2009, aveva compiuto anch'egli la discesa in quel periodo ma, evidentemente, la sua non fece notizia. 
La parete è composta di roccia non eccezionale, quindi la salita (suppongo molto poco ripetuta dal 1941 in qua) si potrebbe effettuare meglio d’inverno, quando il gelo blocca le pietre instabili e si può avanzare più veloci e sicuri. 
courtesy miacortina.it

Al riguardo, segnalo una notizia utile per aggiornare la guida "Dolomiti Orientali" di Antonio Berti. Più o meno dove scesero con gli sci Valeruz e Don Sacco, esiste una terza via di salita, aperta il 15/2/1981 da quattro amici di Cortina: Mario Lacedelli, Enrico Maioni, Rolando Menardi (figlio di “Igi”) e Mario Siorpaes. 
L’itinerario, di cui trovai la notizia su uno dei libri di vetta della Tofana Terza, era stato scherzosamente battezzato “Via Sgamàla Hàla”. Non so quanto sia stato impegnativo per i quattro coetanei, allora ventunenni;  forse non tutti se lo ricordano. 
Anzi, a dire la verità, l'amico Enrico non lo ha dimenticato, e tempo addietro mi raccontava che si era trattato soltanto di una bella e non troppo difficile sgambata sulla neve.
A me pare che il fatto meriti di non essere dimenticato, e per questo lo ripesco dalle cronache di oltre trent’anni fa e lo propongo su questa pagina.

Fodàra Védla: un rifugio, una cappella, una storia

Il nome Fodàra Védla, presente in forme simili anche a Cortina (Fedèra, Fedaròla), Auronzo (Fedèra Vècia), Colle S. Lucia (Fedàre) e altrov...