22 dic 2014

Al Rifugio Jora, in un inverno che ancora non c'è

In attesa della neve, il giorno del solstizio d'inverno siamo tornati in un luogo scoperto due stagioni fa, dove il fine è senza dubbio una piacevole camminata, che viene però arricchita da proposte gastronomiche tentatrici, di ottimo livello quanto a qualità e presentazione. 
Circa a metà fra il piccolo posteggio sulla SS52 che da San Candido sale a Sesto e il Rifugio Gigante Baranci (meta di molte visite negli anni scorsi, poi un po' "tradito"), c'è un piccolo ristorante d'alta quota, collegato da uno skilift al soprastante Gigante Baranci: è il Rifugio Jora, quotato 1317 m. 
Si tratta di un luogo noto, quindi, in prevalenza agli sciatori, ma ovviamente aperto anche agli escursionisti privi di specifiche attrezzature. Per salirvi, usiamo il consueto accesso al Gigante Baranci, che passa dai diroccati e di anno in anno più inquietanti Bagni di San Candido e dalla chiesa di San Salvatore, suggestiva per la sua posizione solitaria in mezzo al bosco. 
Gli inquietanti Bagni di San Candido,
simbolo della Belle Epoque (foto I.D.F.)
Sopra la chiesa, la stradina forestale continua verso i Prati della Ferrara; un bivio a destra immette invece in un'altra stradina, che scende al vasto recinto delle prese dell'acquedotto comunale di San Candido, e dopo un lungo traverso quasi in piano nel bosco termina, a circa un'ora dalla partenza, presso il Rifugio. 
Durante la salita, purtroppo, la visuale è assai scarsa, ma la forestale su cui si procede è piacevole e spesso, come ieri, deserta. Giunti al Rifugio Jora, già visibile dal centro di San Candido, al "dovere" della camminata subentra il piacere del ristoro: soprattutto in alta stagione, la lista presenta proposte culinarie così allettanti che quasi imbarazzano l'escursionista, il quale aspirerebbe anche solo a un tè e a una minestra fumanti.
Presso il Rifugio Jora, il primo giorno d'inverno
(foto I.D.F.)
Anche per questa ragione - senza voler deprezzare altre strutture ricettive del circondario, dove siamo stati e torneremo ancora - lo Jora (che forse non sarà il prototipo del rifugio alpino, ma richiede comunque un'ora a piedi per essere guadagnato) si propone come un'accattivante meta dell'alta Pusteria. 
Ieri la strada che lo raggiunge era desolatamente priva di neve e piuttosto gelata. Intorno al Rifugio, dove qualche coraggioso già sciava, i cannoni sparavano, con una temperatura poco più che autunnale; davanti ad uno di essi era riuscita a arrivare persino una macchina e di fronte i prati della costa sinistra orografica di San Candido splendevano al sole.

17 dic 2014

Sulla Punta Erbing, un giorno rubato all'inverno

Il 17 dicembre di venti anni fa, a Cortina non era ancora caduta la neve. Il campanile batteva mezzogiorno quando, usciti dalla 3a Cengia del Pomagagnon, giungemmo sulla Punta Erbing, meta di un giorno rubato all'inverno in arrivo. 
A titolo informativo, la Erbing è il “canto del cigno” della dorsale del Pomagagnon, prima che essa vada a morire sul valico di Sonforcia. Quotata 2301 m, cade verso Cortina con una parete di discreto rilievo, mentre dall'altro lato un ampio costone di mughi e rocce consente di salire con impegno poco più che escursionistico. 
Probabilmente già nota prima dell'esplorazione dolomitica come terreno di caccia e anche pastorale, visto che alla sua base settentrionale si estende la Monte de Padeon, alpeggiata fino a qualche decennio fa, la Punta ha avuto il nome da G. Erbing, una meteora dell'alpinismo nelle Dolomiti. 
Punta Erbing, dal sentiero d'accesso
(foto Ernesto Majoni, 20.8.2009)
Costui, non so se fosse tedesco o anglosassone, salì nel 1905 la parete sud della Punta con le guide più ricercate del momento, Antonio Dimai e Agostino Verzi, ma ne risultò una via di importanza marginale. Nell'agosto 1942 due ragazzi, Luigi - Iji - Menardi e Antonio - Toni - Zanettin, tornarono sulla parete per una via più difficile, chiudendo dopo meno di un quarantennio la brevissima storia della Erbing. 
Per giungere sulla cima, più che dall'uscita della 3a Cengia, raccomanderei il sentiero segnalato (e ritracciato recentemente nella parte bassa), che da Forzèla Śumèles sale attraverso un bellissimo bosco e poi per detriti e alcuni facili gradoni rocciosi. 
Suppongo che la cima non rientri fra le "Top Ten" d'Ampezzo: forse, ma proprio forse, si potrà incontrarvi qualcuno dei percorritori del sentiero attrezzato della 3a Cengia, che termina a quattro passi dalla vetta. Lassù, oltre ad un gran panorama su tutta la valle, c'è solo una misera croce di rami; null'altro, neppure un quadernetto per le firme, che avevo intenzione di portare lassù io stesso, qualche tempo fa. 
La Punta Erbing è un pezzo di mondo selvaggio e indisturbato, come gran parte del versante nord del Pomagagnon. Per questa ragione, dopo quel 17 dicembre 1994 vi sono salito ancora due o tre volte in compagnia, e una anche da solo, per godermi la romantica emozione celata da un angolo poco noto, anche se alla vista di tutti.

15 dic 2014

Perle di storia d'Ampezzo: la casa di Tiziano

"Titianus Cadorinus aut Ampitiensis?
Al giorno d'oggi, la questione se le origini di Tiziano Vecellio fossero cadorine o per metà anche ampezzane ha perso il suo valore; fino ai primi del XX secolo, però, i partigiani dell'"ampezzanità" del sommo pittore erano ancora diffusi. 
Secondo la storia (riprendo da Don Pietro Alverà de Pol, che nella sua "Cronaca di Ampezzo nel Tirolo dagli antichi tempi al secolo XX" dedicò al pittore un paio di pagine, scusandomi con chi ne ha scritto dopo, magari trovando qualcosa di nuovo), Tiziano - uno dei quattro figli di Gregorio, consigliere e capitano delle milizie appartenente all'eminente e ricca famiglia Vecellio, e di una certa Lucia - sarebbe nato a Pieve di Cadore fra il 1476 e il 1485, se non addirittura nel 1490. 
In Ampezzo era opinione diffusa, invece, che Tiziano avesse visto la luce a Cianpo de Sote, in una delle poche case sulla riva sinistra del torrente Costeàna, da Maria Pompanin, una ragazza assunta come domestica a Pieve dal ricco Gregorio, e poi rimandata in Ampezzo per il parto. 
Rimasto orfano della madre ad appena sette anni, Tiziano sarebbe stato condotto a Pieve, per poi scendere a studiare a Venezia; su un muro della casa materna avrebbe però lasciato un affresco con la Vergine, il Bambino in braccio e ai suoi piedi un ragazzo proteso verso la Madre.
Comunque sia, il 24 dicembre 1916 un incendio, quasi sicuramente appiccato "manu militari", bruciò due delle case della piccola borgata. 
La presunta casa di Tiziano a Cianpo de Sote, 
in un'immagine di inizio '900 (foto raccolta E.M.)
Una di queste apparteneva a Maria e Colomba Pompanin, e su di essa si leggeva la grande scritta "Casa nativa di Tiziano 1477", poiché la tradizione affermava che proprio lì, oltre quattro secoli prima, Maria Pompanin avesse dato alla luce il futuro grande artista. 
Giacché l'incendio aveva danneggiato anche l'affresco, secondo Don Pietro Alverà il Comando italiano, per evitare problemi, avrebbe fatto radere al suolo l'edificio, che nel 1905 la "Guida della valle d'Ampezzo e de' suoi dintorni" consigliava ancora come obiettivo di una passeggiata di interesse storico.  
Infine, tra la fine dell'800 e i primi del '900, nei pressi della vecchia casa Pompanin, la guida alpina Angelo Maioni Bociastòrta edificò un ristorante, ampliato in Hotel alla fine degli anni '20, e - memore del dubbio storico - lo dedicò a Tiziano.
E oggi? Della presunta casa natale del sommo pittore a Cianpo de Sote, resta solo un paio di fotografie.

11 dic 2014

Nuovo libro su Cortina: "Rùşin", di Franco Laner

Franco Laner, nato a Cortina nel 1941, è professore ordinario di Tecnologia dell'architettura all'IUAV di Venezia. Ha al suo attivo oltre 30 pubblicazioni sui prodotti e componenti di laterizio, calcestruzzo, legno e legno lamellare, e sui monumenti della Sardegna preistorica.
Non aveva mai scritto del suo rapporto con Cortina, cui lo lega la discendenza materna, essendo nipote della guida alpina Angelo Dibona. Laner viene poco a Cortina. Sostiene di non averne particolare bisogno; anzi, ha scelto per anni di lasciare in sospeso domande, sentimenti, spiegazioni che forse il rientro avrebbe fatto tornare a galla e lo avrebbero scosso. Per lui, Cortina evoca sentimenti contrastanti: ma tempo fa ha sentito la necessità di ristabilire, fra gli opposti, un'accettabile armonia.
Ecco quindi questi “appunti ampezzani autobiografici”, dal titolo secco ed efficace di ”Rùşin” (Agorà Nuragica, Isili 2014, € 18,50): ruggine con qualcuno, ruggine che ricopre qualcosa, ruggine con la conca che lo ha visto nascere e crescere fino all'adolescenza sentendosi sempre un po' “forèsto”, per poi andare a studiare a Venezia e là fondare la sua esistenza.
Il libro, arricchito da belle immagini del fotografo Stefano Zardini, si divide in due parti: la prima contiene i risultati di un'esercitazione mnemonica, pur nei limiti dell'autoreferenzialità biografica, ed è a sua volta articolata in otto capitoli, in cui l'ampezzano si intercala, senza sovrapporsi, con l'italiano, per esemplificare e rendere più incisivi concetti, emozioni e sensazioni spesso smarrite: “Rùşin e coslupe”, “Ci sosto?”, “Parlà e scrie”, “Mè nono”, in cui Laner ricorda l'uomo Angelo Dibona; “El cianpanin”, col profilo di un ampezzano ingegnoso e risoluto ma forse valutato sempre con sufficienza: Silvestro Franceschi “Tète Dane”, progettista del Campanile; “Mè mare”, “Doi de marzo 1985”, “Schize”.
La seconda parte, invece, contiene alcuni suggerimenti tecnici, frutto del tentativo di Laner di ricreare il paesaggio ampezzano come un palinsesto capace di interferenze innovative, non solo culturali ma, se si può, anche economiche. Essa è divisa in cinque capitoli: “Paroi nos?” “In arboribus robur”, “Ra Scora Industriale”, “El laresc”, “Brascioi, brites e Regoles”.
“Rùşin” è un libro originale, sospeso fra l'autobiografia e il trattato tecnico, pieno d'amore verso Cortina, i suoi boschi, la gioventù dell'autore e di molti paesani mai dimenticati. 
“Rùşin. Appunti ampezzani autobiografici”, patrocinato dall'Istituto Ladin de la Dolomites, sarà presentato in Sala Cultura a Cortina sabato 13 dicembre p.v., con la partecipazione di alcuni ampezzani cui Franco deve riconoscenza, a vario titolo, per la nascita del volume: Eugenio Bernardi, Andrea Franceschi, Ernesto Majoni, Mario Manaigo e Stefano Zardini.

09 dic 2014

Appunti sulla Cortina che non c'è più: il "Museo Elisabettino"

Nel corso del tempo, com'è naturale, anche a Cortina sono andate perse - per i motivi più diversi - strutture importanti per l'aggregazione, la cultura, il turismo. 
E' stato così anche per il “Museo Elisabettino”, la prima realtà museale ampezzana, che purtroppo ebbe vita breve. Fondato nel 1906 come “Museo d’Antichità Ampezzana” su interessamento di alcuni appassionati d’arte e cultura locale, disciplinato da uno Statuto nel 1908, fu dedicato a Sissi, l'Imperatrice Elisabetta d’Austria. Inizialmente la raccolta fu ospitata a Ronco. in casa di Agostino Colle "Tino Codèš", uno dei benemeriti soci fondatori; in seguito, su suggerimento del medico Angelo Majoni, fu trasferita nel Municipio e arricchita con dipinti e altri pezzi d'antiquariato già depositati nel palazzo civico. 
Photo courtesy: "Storia d'Ampezzo"
di G. Richebuono, Mursia - Milano 1974
Lo scrittore, critico d'arte e giornalista Ugo Ojetti, Tenente volontario nella Grande Guerra, fu incaricato di compilare un inventario delle "cose notevoli" del Museo. Fra di esse emersero un Cristo ligneo del 1500, dipinti a olio di soggetto sacro del 1600-700, paliotti decorati, cassapanche intagliate, strumenti musicali, un olio del pittore inglese Edward Theodore Compton (il miglior paesaggista dolomitico), alcune tele dei fratelli pittori Giuseppe, Angelo e Luigi Ghedina "Tomàš", quarantadue fucili, armi antiche, vestiti tradizionali ecc. 
Ci lusinga pensare che ci fosse anche qualcosa inerente all'alpinismo: biglietti di scalatori recuperati da qualche cima, libretti delle prime guide, libri dei primi rifugi d'Ampezzo, qualche attrezzo alpinistico come alpenstock, ramponi o altro...
Durante il conflitto, una granata sconvolse il Museo, e la raccolta andò in gran parte dispersa. Nel 1929, non trovando più spazi espositivi adatti, la società del Museo fu dichiarata sciolta. 
Quel che rimane della collezione è conservato oggi presso il Museo Etnografico delle Regole d'Ampezzo: di quello dedicato a Sissi resta il ricordo attraverso preziose immagini, e l'ammirazione per chi lo volle costituire, pensando già oltre un secolo fa a salvaguardare le cose passate.

07 dic 2014

Incontri d'inverno in Dolomiti: Mauro Corona

Quel giorno, come tanti altri, lo ricordo esattamente: era il 16 febbraio 1981, e con Enrico stavamo completando le corde doppie per scendere verso la terrazza mediana della Torre Grande delle Cinque Torri. Avevamo appena salito la "Via delle Guide", la Dallamano-Ghirardini sulla Cima O, un itinerario che frequentammo diverse volte. 
La Via delle Guide sulla Cima O
(photo courtesy www.summitpost.org)

Non pensavamo certamente che, in una domenica di pieno inverno, sulle pareti della Torre Grande si potessero aggirare altre persone. E invece, poco prima di iniziare la seconda parte della discesa, ci superarono quasi furtivamente due uomini, usciti dalla "Via Miriam" prima della lunghezza della “schéna de mùsc”, che parlavano in uno strano dialetto. per noi quasi incomprensibile. 
Quello che scendeva in testa si fermò un attimo a salutare e ci indicò il compagno silenzioso, che portava pantaloni di lana grigia, un berretto di lana blu alla Lucio Dalla calato sulla faccia barbuta e non pareva un rocciatore. Aggiunse poi quasi sottovoce: “Vedi quello là? È giovane, e farà grandi cose.” 
L'uomo che disse queste parole era Italo Filippin, alpinista e cacciatore divenuto in seguito responsabile del Parco Naturale delle Dolomiti Friulane; l'altro era Mauro Corona, scultore, alpinista e oggi conosciutissimo scrittore.

03 dic 2014

Col de Giatei, l'"ultima" scoperta

L'affezione che ho maturato per le montagne - concretizzata in più di quarantacinque anni di escursioni e salite di vario livello, e rientrata nell'ultimo triennio nei binari di un alpinismo pacifico, spesso in uscita dai limiti vallivi e teso, se possibile, a luoghi appartati e salvi dalla banalizzazione che purtroppo infesta sempre più la Montagna "turistica" - è congenita. 
Ne do il principale merito ai miei genitori, con i quali respirai l'"aria sottile" fin da giovanissimo, sperimentando già in 4a elementare il brivido della ferrata sulla "Strobel" della Punta Fiames, e l'emozione della notte in rifugio in Sennes e al Lavarella.
Sul Col de Giatei verso i Lastoi del Formin,
5 ottobre 2014 (foto IDF)
Vennero poi gli amici dell'adolescenza, fra i primi Enrico, Sandro e Carlo, con i quali imbastimmo esperimenti di roccia sorretti da tanto entusiasmo e da un po' di incoscienza; e poi ancora la compagnia dei trent'anni, con Alessandro, Denis, Federico, Mauro, Sisto, Tomaso, Roberto (lo "zoccolo duro") e molti altri e altre, con i quali ci spingemmo su tante cime dolomitiche e carniche e  su alcune nevose e ghiacciate nelle Alpi Aurine, sull'Ortles-Cevedale e in Austria. 
Da una quindicina di anni circa, la ricerca "pedibus calcantibus" non è più impetuosa; oggi divido con Iside la scoperta e riscoperta di cose piccole ma spesso nuove: cimette, itinerari dimenticati, laghi, malghe e rifugi sconosciuti, perché al centro di gite troppo brevi o troppo facili, perché un tempo non esisteva la "cultura delle malghe" e perché nei rifugi ci fermavamo poco, specie d'estate. 
Un percorso normale, sempre vivificato dalla passione e dalla voglia di sapere e di capire il perché e il come delle cose, rilassandosi su una vetta, nel bosco, davanti a un "cason", in riva a un lago. 
Le ultime vette scoperte o riscoperte? Golzentipp, Pausa Alta-Hochrast e Cocusso-Kokos nel 2011; Col Pionbin e Piz Ciampei nel 2012; Vedetta di Moccò nel 2013; Col de Giatei solo due mesi fa.
Il nostro è un itinerario di conoscenza permanente che non si è ancora esaurito né, spero, si esaurirà, fin quando sarà possibile.

01 dic 2014

Il sentiero misterioso: "Troi dei milezinche"

Percorrendo la Strada Statale 51 tra Cortina e Dobbiaco, giunto nei pressi di Carbonin, al cartello che segnala l'altitudine "1500 m" mi viene molto spesso automatico controllare se c'è qualche automobile nel piccolo spiazzo sul lato della strada. 
Se ce ne sono, di solito gli occupanti sono partiti per un sentiero che non si trova né sulle carte né nei libri, ma è comunque noto a cacciatori e a pochi camminatori. 
E' quello che a Cortina vien detto “troi dei milezinche” (“sentiero dei 1500”) o “troi de Mariano”, o ancora (l'ho sentito da poco) "sentiero blu", Anzitutto, l’origine dei tre nomi: il primo e il più diffuso, si deve al fatto che il sentiero inizia giusto a quella quota altimetrica. Il secondo si lega a Mariano Gaspari "Baldo", un ampezzano amante della montagna che amava molto percorrerlo e lo fece conoscere a tanti amici; il terzo deriva dal fatto che la traccia è segnata con rari bolli di vernice blu.
Dimenticavo di dire dove si trova e a cosa serve il “troi dei milezinche”: consente di salire da Carbonin a Pratopiazza lungo le pendici del Col Rotondo dei Canopi-Knollkopf, circa a metà della fascia boscosa sulla sinistra orografica della SS51, ed è meno lungo e senz’altro più divertente della strada ex militare che dall’Hotel Ploner sale al Rifugio Vallandro e traversa poi lungo l’altopiano. 
Le pendici del Col Rotondo dei Canopi, dal Rif. Vallandro
(photo courtesy IDF, 19.10.2014)
Il sentiero inizia sul margine della Statale, sale ripido per un tratto, quindi segue una cengia boscosa alta sul Rio di Specie-Platzerbach e, valicata una antica recinzione del confine pascolivo fra Dobbiaco e Braies, a circa 1900 m d'altezza - in una zona di risorgive - si unisce alla lunga strada che sale da Carbonin lungo la Val di Specie. 
Facile da smarrire in un paio di punti, era stato segnato con qualche bollo di vernice, poi raschiato, probabilmente da cacciatori della zona, per difendere la privacy venatoria. A Cortina e Auronzo, a quanto mi consta, è noto a diversi escursionisti: noi l’abbiamo percorso varie volte, tra le quali ricordiamo la suggestiva discesa del 21 gennaio 2007, in cui trovammo neve "in condizioni tardo primaverili" ... 
E’ quantomeno singolare che una traccia comoda e non difficile come quella, non sia mai apparsa su carte e guide, e sia nota solo ai pochi che la scelgono come alternativa alla strada sterrata, inoltrandosi per una buona ora in un bosco solitario percorso certamente più da animali che da esseri umani.

28 nov 2014

Stranezze d'Ampezzo: le "sorgenti del Boite"

Il torrente Boite, che nasce nell'angolo settentrionale della conca ampezzana, percorre la valle cui dà il nome e, dopo 42 chilometri, confluisce nel Piave a Perarolo. A differenza di quanto si può comunemente pensare, però, non possiede sorgenti vere e proprie. 
Esso sgorga, infatti, da una serie di risorgive nella parte più alta del verde pianoro di Cianpo de Crosc, un paio di chilometri oltre Ra Stua allo sbocco della Val Salata, ma nel primo tratto - dominato da placide e scenografiche anse – porta il nome di Aga de Cianpo de Crosc. 
L'Aga de Cianpo de Crosc scende lungo la valle fino a Pian de Loa; poco a monte di questo raccoglie le acque del Ru de Fanes, nato in Fanes Granda, in territorio marebbano, e disceso per la valle omonima alimentando il Lago e le cascate Sbarco e Souto de Fanes. 
Poco prima di Pian de Loa, nel Ru de Fanes si getta anche il Ru de Travenanzes, le cui sorgenti si trovano presso Forcella Col dei Bos e che bagna la valle dietro la Tofana. Il torrente raccoglie infine le acque del Ru Felizon, che sgorga dalla Fontana omonima, ai piedi del Cristallo; solo allora, allo sbocco della forra di Podestagno, può dirsi divenuto definitivamente Boite. 
Il Boite  neonato, Pian de Loa
(foto N. Munaro, 23.11.2014)
Eppure anche nella cartografia più diffusa, tra cui quella dell'Istituto Geografico Militare, e tra studiosi di livello pare che l'idrografia ampezzana sia stata un po' confusa, attribuendo le sorgenti e l'intero corso dell'Aga de Cianpo de Crosc al Boite e fuorviando anche qualche visitatore del Parco Naturale delle Dolomiti d'Ampezzo, che salito a Ra Stua, con una breve passeggiata, pensava di ammirare “le sorgenti del Boite”. 
Nel 1983, col loro manuale toponomastico “Monti boschi e pascoli ampezzani nei nomi originali”, de Zanna e Berti avevano fatto un po' di ordine nella questione; a chi scrive piace comunque immaginare che il Boite nasca sotto i Pòntes de Pian de Loa, allo sbocco del franoso canale che scende dalle pendici del Col Rosà.
Lassù, dove le acque provenienti dalla destra e dalla sinistra idrografica si fondono, in particolari condizioni meteorologiche mi è capitato di trovarle di due colori diversi.  

26 nov 2014

Curiosità di Cortina: la Bella Dormiente

Guardando dal fondovalle, il profilo combinato della Rochéta de Prendèra (il toponimo è alpinistico) e dell'adiacente Rochéta de la Ruoibes (El Zoco, per gli ampezzani), osservato da destra verso sinistra rammenta il profilo di una giovane distesa e immersa nel sonno. 
Becco di Mezzodì e "Bella Dormiente" 
al primo sole, novembre 2014 (foto I.D.F.)
Per questo motivo, alcuni romantici denominano la visione "la Bella Dormiente". Con un pizzico di fantasia, infatti, si riesce a distinguere lungo la cresta fronte, naso, bocca, mento e petto della fanciulla che riposa sotto un'enorme trapunta di dolomia, nell'attesa di un principe che la baci per risvegliarla.
Dieci anni fa, quasi convinto di aver setacciato a sufficienza i miei monti, inseguivo un'idea: sfiorare almeno per un tratto il profilo della "Bella Dormiente". Decidemmo così di metter piede sulla Rochéta de Prendèra, una cima minore ma con un belvedere a 360 gradi su montagne e paesi. 
Di solito sulla Rochéta, dove dall'autunno 2009 vigila discreta una croce di legno posta dagli amici del Cai di San Vito, salgono più sci-alpinisti che escursionisti; dal lato di Cortina ci si arriva in meno di due ore dal Rifugio Croda da Lago, per ampi dossi detritici e erbosi con scarse tracce. 
Da San Vito, invece, - il “versante italiano” del Tenente Paoletti, quello della prima invernale dell’Antelao, che il 17.10.1881 compì con la guida Giobatta Zanucco anche la probabile prima invernale (?) della Rochéta - si sale a Forcella Col Duro, fra Malga Prendera e Forcella Ambrizzola. Da lì, per detriti e ghiaie con qualche traccia, stando a destra del Becco di Mezzodì, si giunge in cresta e, assecondando il profilo della "Bella Dormiente", sul punto più alto, a 2496 m. 
Noi salimmo dal versante di San Vito e poi, riempitici gli occhi di un panorama che non teme confronti (Pelmo, Becco di Mezzodì, Croda da Lago, Sorapis, Antelao, Cortina, San Vito, Borca e Vodo), obliquammo sotto il Becco in direzione di Federa, traversando Gròto, uno degli angoli più selvaggi d’Ampezzo, molto interessante dal lato geologico e naturalistico. 
Dopo un andirivieni alquanto penoso che ci depositò sulla familiare carrareccia di Forcella Ambrizzola, un “radler grande” a “Croda” non ce lo levò davvero nessuno! Dimenticavo: sulla Rochéta incontrammo due-persone-due, che avevano scelto come noi di salire lassù il 15 agosto, scampando all'affollamento "vippaiolo" di Cortina!

20 nov 2014

Segreti ampezzani: la Porta del Dio Silvano

Salendo da Fraina verso Mandres per il sentiero che lambisce la base del Mondeciasadió (Monte Casa di Dio, antichissimo, immaginifico nome dell’attuale Monte Faloria), oltre la spianata di Ranpogniéi l'occhio è attratto da un'enorme nicchia rocciosa a foggia di portone, il cui architrave è formato da uno strato di dolomia rossastra.
E’ la Porta del Dio Silvano, dedicata alla divinità venerata ai tempi del paganesimo che proteggeva boschi, campi, armenti e obiettivo turistico di buon interesse fino a fine ’800 (quando ancora "le vecchierelle, passandovi dappresso, si facevano il segno della croce ..."), ma oggi condannata a un triste deperimento. 
La Porta si raggiunge, con buon impegno a causa del terreno scosceso e sempre più in movimento, abbandonando a destra il sentiero 220 all'altezza di un grosso  blocco cubico, che vien da pensare sia stato la tavola per i banchetti degli dei antichi. 
Avvicinandosi alla frattura della dolomia, emerge ancora qua e là qualche segnavia blu-rosso, lasciato dall'Azienda di Cura in tempi lontani. La traccia si fa sempre più labile, e toccare la Porta - ai piedi della quale, una cengetta con persistente odore di camosci lascia almeno tirare il fiato - sta diventando un’impresa da alpinisti. 
La Porta del Dio Silvano
foto E. Maioni, da www.guidedolomiti.com
Peccato, per tre ragioni: la prima perché, nel momento aureo della scoperta dei nostri monti, i clienti desiderosi di provare un’avventura breve ed economica, venivano volentieri indirizzati lassù dalle vecchie guide, che "facevano giornata" senza grande sforzo; la seconda perché la Porta è un luogo strano, centro di miti e leggende che varrebbe la pena studiare; la terza perché la zona - non molto lontana  dal centro di Cortina e comoda da raggiungere - sprigiona, soprattutto in autunno, un magnetismo che, a mio giudizio, l’incuria ha solo contribuito ad accentuare. 
Un sabato di un bellissimo novembre, con mia moglie andai a cercare di riassaporare quelle sensazioni che la Porta mi aveva dato fin dalla prima salita, nei primi anni Settanta. Lassù trascorremmo un paio d'ore di malinconico silenzio; solo due camosci, spaventati dal nostro pesticciare, lo ruppero per un attimo sparendo subito tra gli alberi. 
Anni dopo suggerii a chi di dovere che non sarebbe stato male pensare a un adeguamento, almeno minimo, della traccia che mena alla Porta: rimase solo un progetto, ma un giorno o l’altro qualcosa si dovrà fare. Se non si vuole che, visto il rapido disgregamento della parte rocciosa, fra qualche anno la porta di cui il Dio Silvano si serviva per accedere al suo regno rischi di non aprirsi più.

17 nov 2014

Luoghi misteriosi d'Ampezzo: il "Souto del Ris-cia"

Nel censuario d'Ampezzo sono abbastanza frequenti gli "antroponimi", cioè i nomi di luogo legati, per i motivi più vari, a persone fisiche. 
Nonostante tutto quello che ho scarpinato sui miei monti, ammetto che molti antroponimi non saprei esattamente dove si trovino, e non mi sono ancora preso la briga di andarli a cercare. In ogni modo, frequentando spesso gli atlanti, le carte, i libri di toponomastica di cui Cortina dispone, ho a disposizione una fonte inesauribile di spunti per ricerche, e i progetti non mancano.
Un luogo con un antroponimo originale che meriterebbe di essere localizzato sul terreno, anche perché la zona mi è abbastanza nota, è - ad esempio - il “Souto del Ris-cia”, ossia il “Salto dell'Hirschstein”. Si tratta di un dirupo roccioso, forse oggi sommerso dai detriti o inghiottito dal bosco (che, in quella zona, avanzano entrambi veloci), nel settore più a nord del gruppo della Tofana. 
Esattamente, il luogo si trova sulla destra orografica della Val Fiorenza, la valle boscosa che scende dal Passo Posporcora verso Fiames, fra l'estremità settentrionale dei Tonde de Cianderou e il Col Rosà, ed è percorsa dal sentiero che serve, tra l'altro, per l'avvicinamento alla ferrata "Bovero". 
Due particelle forestali hanno quel nome, ma dove sia esattamente il Souto non lo sapeva neppure l'amica Lorenza Russo, se nella sua tesi di laurea sui toponimi ampezzani scrisse che il dirupo si trova "... nel tratto mediano della valle, in un luogo imprecisato."
Salendo lungo la Val Fiorenza
(foto E.M.)
Ris-cia (che significa "scheggia di legno") è l'appellativo del ceppo Hirschstein, ancora fiorente a Cortina. Un membro di quella  famiglia, in un giorno d'inverno coperto dalla polvere del tempo (comunque non anteriore al 1780, quando un Carlo Hirnstein, o Hirschstein, arrivò dalla Germania come impiegato daziale a Cortina, dove si accasò e mise su famiglia), uscì di strada mentre stava scendendo per la Val Fiorenza con un carico di legna. Hirschstein volò con la slitta a mano sopra il salto, che da allora prese il nome della famiglia. 
Nessuno sa come sia andata a finire: certo è che dev'essere stato davvero un bel volo, se quel luogo misterioso porta ancora il nome del nostro antenato. 

14 nov 2014

Donne in montagna: Leni Riefenstahl a Cortina

Leni (Helene Bertha Amalia) Riefenstahl, nata a Berlino nel 1902 e scomparsa a Poecking nel 2003, è stata una regista, attrice e fotografa celebre per film e documentari che celebravano il regime nazista, e le assicurarono un ruolo di primo piano nella cinematografia tedesca del Novecento. 
La Riefenstahl aveva aderito al nazionalsocialismo, ma senza chiedere la tessera del partito, instaurando un legame di amicizia e stima reciproca con Hitler e condividendo l’estetica nazista, che contribuì a sviluppare dandole espressione visiva. 
La sua opera più nota è “Olympia” (1938), il film nel quale descrisse, in tre ore e mezza, i Giochi Olimpici tenuti a Berlino nell'agosto 1936. Per questo film, la regista si sobbarcò un lavoro enorme: dedicò infatti quasi un biennio a selezionare le scene e montare il film, visionando oltre quattrocento chilometri di pellicola. Dopo la guerra, nonostante tutto, riuscì a riaccostarsi al cinema, dedicandosi a lavori sulle culture tradizionali dell'Africa e sulla biologia marina. 
Mi interessa scriverne in questa sede, poiché ho scoperto che la Riefenstahl fece anche dell'alpinismo. Qualche anno fa, mentre consultavo uno dei libri del Rifugio Gianni Palmieri alla Croda da Lago per una ricerca, scoprii che il 29 luglio 1950 la regista – quasi cinquantenne e ancora alle prese, sia personalmente che dal punto di vista lavorativo, con la compromissione col regime crollato pochi anni prima - era a Cortina, dove aveva conosciuto Federico Terschak, il fotografo Giuseppe Ghedina e altri. 
Insolita prospettiva del Becco di Mezzodì da Cortina
(photo courtesy Bortolo De Vido +)
Salita al Rifugio, aveva compiuto con Hias Rebitsch di Innsbruck, uno dei migliori scalatori austriaci a cavallo della 2^ Guerra Mondiale e considerato pioniere del "free climbing", una delle, probabilmente rare, ripetizioni della via aperta l'11 agosto 1929  sulla parete sud del Becco di Mezzodì dal Walter Stősser e Friedrich Schutt (protagonisti l'8 agosto, con Ludwig Hall, della prima direttissima di 6° grado sulla parete sud della Tofana di Rozes).
Fu curioso, e anche un po' emozionante, trovare la firma di Leni Riefenstahl - un personaggio di rilievo, nel panorama europeo delle arti visive - sul registro delle presenze di un rifugio ampezzano, e associarla alle cronache alpinistiche del Becco di Mezzodì. Ciò conferma l'enorme richiamo che, da oltre un secolo e mezzo, le Dolomiti sanno esercitare dovunque.

12 nov 2014

Alpinismo dimenticato: la via Inglese in Tofana di Mezzo

Quasi sessant'anni fa, il 30 gennaio 1955, gli Scoiattoli Albino Michielli e Guido Lorenzi salirono per primi d'inverno la via Inglese, sulla parete sud-ovest della Tofana di Mezzo. 
La via, una delle tante “vie inglesi” delle Dolomiti, era stata aperta l'11 agosto 1897 da John Phillimore e Arthur Raynor con Antonio Dimai e Giuseppe Colli, e riscosse un certo favore nell'epoca d'oro dell’alpinismo, tanto che un esposto traverso e la successiva fessura, su calcare liscio e senza spaccature, furono facilitati con l'aggiunta di un cavo metallico.
Quest'autunno la guida alpina Franco Gaspari, con i colleghi di Cortina, ha eseguito alcuni lavori sulla ferrata della Tofana. Avendo notato il grosso cavo sotto la cresta, pensa che i primi salitori non possano aver superato direttamente il traverso e la fessura, troppo difficili per l'epoca, ma che le guide si siano calate dall'alto, fissandolo con fittoni piombati per farvi passare i clienti, che diedero poi il nome alla "prima" salita.
La "Guida della valle di Ampezzo e de' suoi dintorni" (che cita come seconda guida della cordata Giovanni Siorpaes, non Colli), invece, dice testualmente che "... per agevolare la salita e renderla meno pericolosa, la Sezione Ampezzo fece applicare nel punto più difficoltoso circa 20 metri di corda di ferro"; da un'ulteriore fonte pare che il lavoro sia stato eseguito nel 1898, quindi dopo la salita degli inglesi: a chi la ragione?
In ogni modo, il tariffario delle guide ampezzane nel 1898 includeva anche l'Inglese: la salita richiedeva un giorno e mezzo e costava 50 corone. Nel tariffario del 1962 la salita era ancora inclusa, e per effettuarla venivano richieste 20.000 lire. 
Penalizzata da un approccio e da una discesa piuttosto lunghi, nonostante l’apertura della ferrata sulla cresta sud-est della Tofana ('57) e della funivia “Freccia nel Cielo” ('71), negli anni la via Inglese è stata proprio disertata. "Toio" Dapoz, per un quarantennio gestore del Rifugio Giussani, diceva di non aver mai avuto in rifugio, almeno fino al '94, qualcuno intenzionato a salirla.
Incuriosito dal destino dell’itinerario, ho provato a contare le ripetizioni nel libretto posto in vetta alla Tofana nell'agosto 1938. Alcune pagine si leggono con difficoltà, ma ne ho dedotto comunque che in due decenni superarono la via solo 147 persone. L’anno di maggior afflusso fu il 1955: in un solo giorno la ripeterono tredici belgi, in sette cordate e con altrettante guide. Rare le guide con clienti (la prima appare nel 1942); pochi gli stranieri e un unico solitario, Luigi Menardi, nel 1950. Nel 1938, '44, '52, '54, '56, '57, '58, sull’Inglese non si vide nessuno.
Di recente, poi, l'amico Roberto mi ha passato, e ho visto con un po' di emozione, la fotografia della pagina del libretto di vetta datata 28 luglio 1940, in cui annotò  la ripetizione anche mio padre, salito con il collega Valentino Vecellio (padre di Roberto), G. Serafini e M. Corradini. Così, ho ripescato un pezzo che scrissi tempo fa per "Le Dolomiti Bellunesi", ampliandolo e aggiornandolo con gli ultimi dati dei quali sono venuto a conoscenza, e lo propongo, auspicando che interessi i frequentatori di questo blog.
7-8 salitori in media ogni anno erano davvero pochi, per una via non certo estrema (4° grado), che ai primi del '900 fu tra le più rinomate d’Ampezzo. Come detto, essa ha pagato la lunghezza dell’accesso e del rientro, la quota cui si svolge e il generale abbandono di percorsi lontani, scomodi, con roccia forse sporca e protezioni scarse. Comunque, nel periodo esaminato, la parete sud-ovest della Tofana di Mezzo non ha mai patito la confusione, ed il suo calcare non è certamente consumato. Chissà se qualcuno si prenderà più la briga di ripercorrerla!

08 nov 2014

Sul Taé, una delle cime più belle d’Ampezzo

Conosco abbastanza bene il Taé, cima del crinale del Col Bechei che svetta nel recesso più meridionale del gruppo della Croda Rossa e fa capolino - tra altre vette - già da Cortina. 
La sua sagoma arrotondata pare quasi in bilico sulla sottostante Val de Fanes, e la parete sud, levigata come un enorme tagliere, si erge imponente sopra le cascate del Rio omonimo. Caratterizzato da strati che si diramano a ventaglio da sinistra verso l’alto, formando cenge e tetti strapiombanti affrontati dai rocciatori solo nel 1953, il Taé è, a mio modesto giudizio, una delle vette più belle da salire nel Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo. 
Già noto anticamente ai cacciatori, fu raggiunto a scopo esplorativo dai carinziani Domenigg, Geith e Thiel nel 1906; oggi è sicuramente più conosciuto per le vie estreme, che si concentrano sul versante della Val de Fanes, che non per la via normale, rivalutata di recente da tanti escursionisti. Essa inizia dietro il Cason de Antruiles con il sentiero, segnato dal Cai nel 1989, che risale le Ruoibes de Fora e passa per il Ciadin del Taé, una conca erbosa e sassosa racchiusa tra il Taé stesso e il Col Bechei. 
Iside sulla cima, undici anni fa 
(foto E.M.)
Il luogo merita una sosta, allietata da un rivolo d’acqua che ha qui le sorgenti ma subito s’inabissa, per ricomparire più a valle. Volgendo lo sguardo alla cima, si hanno due modi per continuare: sul lato est della conca, superando una fascia franosa e proseguendo poi per la cresta, con un lungo, ma comodo giro. Più veloce, ma alpinistico, è traversare la distesa di blocchi che si allunga verso l’antistante Taburlo, superare una singolare formazione geologica a "trincea", e portarsi ad una rampa, sul bordo di una grande placca. Si risale con attenzione la rampa (1° grado), si doppia un'anticima e per un canalino friabile (1° grado) si riprende la via normale poco sotto la cima. Lungo il percorso ricordo un unico ometto, per cui forse è meglio ricorrere a qualcuno pratico dell’itinerario, intuitivo ma non scontato. 
Per il rientro, oltre alla via di salita, nel 2003 trovammo un'alternativa. Tornati alla cresta toccata all'andata, proseguimmo alti sopra gli Spalti di Col Bechei lungo pascoli cosparsi di rocce. Risalito un breve diedro e scesa una paretina esposta che interrompono la continuità dei pascoli, ci abbassammo facilmente per ghiaie nel Ciadin del Taé e in breve riprendemmo il sentiero del Bechei. 
Ernesto sulla cima, dieci anni fa 
(foto F.C.)
Il Taé, la cui vetta ospita pochi ruderi di un avamposto della 1^ Guerra Mondiale, riserva una visuale a 360° sul Col Bechei, Lainores, Val di Fanes, Valon Bianco, Taburlo, Col Rosà, Tofana e Pomagagnon. Noi non abbiamo mai diviso lo spazio della vetta con alcuno, e lungo il sentiero di avvicinamento, in questi anni, abbiamo raramente incontrato persone. Oltre il bivio con la traccia che va sul Col Bechei, i bolli rossi cessano. Là inizia la montagna che abbiamo sempre cercato e amato: non difficile, ma neppure esente da insidie, che richiede fatica e attenzione, ma offre una grande gratificazione.

05 nov 2014

Antrùiles e il canale del Tabùrlo: esperimenti di gioventù

Il casón ampezzano (detto anche baita, ciasota, tablé, taulà, toulà) è una capanna in legno o muratura, articolata in uno o più locali e che un tempo serviva per ricoverare boscaioli, contadini e pastori. 
A Cortina oggi ne abbiamo ancora una quarantina; 4-5 sono di proprietà di singoli cittadini, il resto delle Regole d'Ampezzo. Le strutture vengono concesse in locazione per periodi limitati, estraendo ogni anno a sorte fra i richiedenti, ai Regolieri che ne facciano domanda. 
Credo di conoscere quasi tutti i casói: uno che prediligo, per la storia che emana e la zona in cui è inserito, è quello in muratura di Antrùiles, di proprietà della Regola Alta di Larieto e edificato sul bordo superiore della Mónte (pascolo) de Antrùiles, dove ad inizio stagione pascolano ancora le pecore che saliranno in Fòsses. 
Il Casón sorge vicino alla confluenza dei rii che scendono dalle Ruóibes de Inze e de Fora e confluiscono nell'Aga de Ciànpo de Crósc, prima che questa prenda il nome di Boite. Presso la costruzione, di solito chiusa come tutte le consorelle, un crocifisso e una fontana accolgono i passanti. Dal Casón, che si raggiunge con una breve camminata dalla strada che sale a Ra Stua, parte inoltre il sentiero che rimonta le Ruóibes de Fora e conduce verso il Tabùrlo, il Taé e il Col Bechéi. 
Già da piccolo i miei genitori mi portavano in Antrùiles, nel vicino Boscàto e sulla Costa dei Sié; ma il primo ricordo "attivo" che ho della zona, si lega ad una giornata del giugno '74, quando con Carlo e Sandro vi arrivammo in bicicletta
Il canale del Taburlo, dalla strada di Malga Ra Stua,
gennaio 2009 (foto E.M.)
Era nostro proposito salire sul Tabùrlo per l'orrido canale roccioso che lo separa dal Taé, calando da una parte verso la Val de Fanes e dall'altra verso le Ruoibes de Fora. Sandro sosteneva che il suo futuro cognato c'era appena stato con la morosa, e così noi legammo le bici agli alberi e, senza sapere esattamente dove andare, li imitammo! 
Il canale lo salimmo tutto, rischiando grosso. E lo scendemmo tutto, rischiando ancora più grosso. Ho un flash di Sandro che frignava: scivolato sui detriti duri come il cemento, dopo aver battuto di schiena, aveva rotto il flacone d'alcool del suo prezioso "pronto soccorso", che gli aveva inondato lo zaino... 
Allora volevo persino stendere la relazione del nostro percorso e inviarla a Camillo Berti: mi sarebbe piaciuto veder citata, in qualche rivista o nell'ipotetica riedizione della guida delle Dolomiti Orientali, la via Majoni-Menardi del 1974...
Quel giorno, però, sul Tabùrlo non ci arrivammo. Toccai invece la cima per la prima volta nell'estate '90, scoprendo che la via giusta non passava dal canale, utilizzato forse in guerra ma oggi in pratica intransitabile. 
In seguito, ho raggiunto ancora (in modo un po' meno rischioso, anche se non semplice) l'isolata forcella senza nome da cui origina il canale, lungo la via normale del Tabùrlo che ha inizio nel Ciadin dal Taé. 
Rabbrividendo al solo pensiero, mi sono chiesto ogni volta: come cavolo facemmo, a quindici anni, a salire e scendere quella gola senza farci un graffio?

01 nov 2014

Bizzarrie dolomitiche: il "Busc de ra Costa del Pin"

A quota 2450 m circa, non lontano dalle labili tracce che permettono di accedere alla Punta del Pin - poco noto e ancor meno avvicinato rilievo, che fronteggia la parete E della Croda Rossa d'Ampezzo sul confine fra Cortina e Dobbiaco e attrae per l´ambiente remoto e l'apertura su monti e valli - si staglia una singolare finestra rocciosa, che ritengo alta non meno di una decina di metri. 
Il "Busc de ra Costa del Pin" da Pratopiazza
ottobre 2014 (foto I.D.F.)
Non possedendo questa bizzarria dolomitica un toponimo specifico, in occasione della salita che vi compii nell'estate 1998 mi presi la libertà di dargliene uno, che rimane comunque non ufficiale, e la chiamai "Busc de ra Costa del Pin". 
Dai pressi della finestra, infatti, scende verso Cimabanche un costone, ricoperto in basso di conifere e mughi, che limita sulla destra orografica la nota Val dei Canopi. 
Il costone, ostico da percorrere a causa della vegetazione intricata, porta il nome di "Costa del Pin", perché vi prosperano i pini silvestri. Sul filo di esso, i topografi imperiali incisero nel 1789 alcuni dei segni confinari fra le comunità d'Ampezzo e Toblach, ritrovati e descritti nel 1955 dal compianto geometra delle Regole Fiorenzo Filippi.
Credo che il "Busc de ra Costa del Pin", visibile dalla strada che collega i due rifugi della prospiciente Alpe di Pratopiazza, non possa essere una meta rinomata, considerato l'impervio terreno su cui si trova e la mancanza di un accesso definito. Costituisce però una delle tante peculiarità ambientali che rendono ricchi i due parchi naturali che proprio su quel confine comunale, provinciale e regionale si affiancano: il nostro delle Dolomiti d'Ampezzo e quello di Fanes-Sennes-Braies. 
Ho ben presente la prima volta in cui, con un paio di amici, giunsi ai piedi di quella bizzarria geologica. Mi aveva indirizzato lassù il colloquio con un conoscitore delle Dolomiti come l'avvocato Camillo Berti, ancora vivente e attivo, il quale mi disse di aver salito la soprastante Punta del Pin da ragazzo con il padre, lo studioso e scrittore Antonio, "papà degli alpinisti veneti". 
Non fosse stato per Camillo e, prima ancora, per le quattro righe dedicate dal padre alla Punta del Pin nella guida delle Dolomiti Orientali, di quel "Busc" ora non potrei raccontare.

27 ott 2014

Oh, com'era bello! Sulla Torre Quarta d'Averau, 1979

Le caratteristiche di questa salita fanno sicuramente sorridere i climbers di oggi, ormai abituati a valutare le loro performances con cocktail di cifre e lettere e non più con i secchi numeri dall'1 al 6+ che un tempo non troppo lontano marchiavano senza possibilità d’errore le difficoltà dell’andar per cime. 
Un centinaio di metri di III e poco più, su una bella parete esposta di solida dolomia,  in un contesto oggi divenuto sempre  più di falesia; per me è sempre stata una salita emozionante, per motivi sia personali sia storici. Ne ricordo in particolare due.
1) Avevo vent’anni quando - un giorno d'ottobre - salii sulla sghemba Torre Quarta d’Averau con la corda nello zaino, per dominare arcani timori che da qualche tempo mi accompagnavano; 2) la chiave di salita sulla penultima delle Cinque Torri era stata trovata, settant'anni prima, nientemeno che dalla guida Angelo Dibona Pilato, che ci portò l’amico Amedeo Girardi de Amadio nel settembre 1911: quindi una salita sì breve, ma blasonata! 
Torre Quarta Alta e Bassa, trent'anni dopo
(foto E.M., giugno 2009)
Avevo già salito la Quarta Alta alcune volte, e qualche altra la salii in seguito. Certo è che, in quella grigia e nebbiosa mattina d’inizio autunno, riuscii a guadagnare in totale autonomia la cima, dove ricordo di avere sfogliato un libro di vetta umidiccio, costellato da qualche firma illustre, tra cui riconobbi quella di mio zio Lino Lacedelli. 
Goduta la conquista, tre rapide calate a corda doppia, ed eccomi di nuovo sotto l’ampio tetto giallastro ai piedi della Torre, dove le ragazze stavano preparando polenta e salsicce per ristorare la compagnia.

20 ott 2014

Un pensiero per Ferdl del Vallandro (1932-2014)

Ieri, entrando al Rifugio Vallandro-Dűrrensteinhűtte a Pratopiazza inondato di sole, un avviso funebre in tedesco ha subito catturato la mia attenzione. 
Venerdì 17 è deceduto, a 82 anni, Ferdinand Mair. A molti, il nome non dirà un granché; ma a chi conosce il Vallandro fin dagli anni dell'apertura, forse farà venire in mente Ferdl, che dal 1972 divise, d'estate come d'inverno, la gestione del rifugio con la consorte Maria (Midl), vulcanica e sempre pronta al saluto e alla battuta con tutti i frequentatori della "sua" casa.
Nel rifugio, posto sul confine tra i comuni di Dobbiaco, Braies e Cortina, i coniugi Mair trascorsero molti anni. Sono scesi a valle nel 2008, lasciando il fabbricato che avevano acquistato nel 1987, ma ieri mi è parso di scorgere ancora Ferdl in cucina, mentre affettava i cappucci da servire a tavola.
Mair fu anche maestro di sci e guida alpina e per un periodo custodì d'inverno il Rifugio Auronzo a Forcella Longeres. Nell'agosto 1959 ripeté per secondo, con due paesani, la via Elsler sulla torre omonima, una guglia dalla forma "quasi" imbarazzante che emerge per un centinaio di metri dalla cresta del Picco di Vallandro, e si scorge bene dall'altopiano di Pratopiazza.
L'Elslerturm
(foto Iside)
In questi anni la gestione del rifugio è cambiata, e anche il pubblico; al Vallandro, meta facilmente accessibile anche ai pigri e tra i rari rifugi dolomitici ancora aperti (quest'anno chiude lunedì 3 novembre), la splendida domenica d'autunno ha portato una notevole gazzarra, ma ho intravisto ben poche persone conosciute. 
L'avviso funebre è passato inosservato alla maggioranza dei presenti. Ma chi ha conosciuto, seppur di striscio, Ferdl Mair frequentando il Vallandro fin da quando giunse lassù con i compagni della 2a D della Scuola Media e l'indimenticato paleontologo Rinaldo Zardini, per cercare qualche piccolo fossile sull'Alpe di Specie, non poteva fare a meno di rivolgergli un pensiero: Aufwiedersehen und Danke!

14 ott 2014

Ricordo di Marino Dall'Oglio (1924-2013), pioniere delle Dolomiti

Curiosando in Internet, solo ieri (!) ho scoperto in un sito inglese che l'ingegner Marino Dall'Oglio, del quale non avevo più notizie da qualche tempo, “... passed away peacefully on Thursday, 21st November 2013." 
Della scomparsa dell'amico Marino, Accademico del Cai e del Gism, massimo conoscitore della Croda Rossa d'Ampezzo, autore di decine di salite nel gruppo omonimo (e non solo), finanziatore del bivacco fisso dedicato alla prima moglie Pia Helbig, collocato nel 1965 sulla soglia della Val Montejela ai piedi della Croda Rossa e demolito nel 2013, non si era saputo alcunché dal Gruppo Italiano Scrittori di Montagna, al quale pure Dall'Oglio apparteneva, e il Club Alpino Accademico Italiano ne ha fatto menzione soltanto nella sua riunione di sabato 11 ottobre. 
E. Majoni, M, Dall'Oglio, F. Majoni (Presidente Cai Cortina)
a Ra Stua, durante la cena per il 40° del Bivacco, 31.8.2005

Dall'Oglio meriterà di certo, almeno da parte mia, più di queste quattro righe stese in fretta e furia. Molte piccole cose mi legarono all'amico ingegnere, e ne ho già scritto più volte. 
Per ora voglio ricordarlo sommessamente, come forse lui stesso avrebbe gradito, ripensando alle chiacchierate che facemmo, alle cene all'Hotel Menardi a Cortina, in cui discutevamo di tante montagne, all'escursione del settembre 2004 verso la Punta Nera, cima cui teneva ma che non si sentì di salire, alla sua proposta di nominarmi Accademico del Gism, che si concretizzò nello stesso autunno.
Qualcuno forse dovrebbe prendersi il tempo e il modo di parlare di lui in maniera adeguata: se non ci penserà Cortina, che di sicuro gli deve qualcosa in ambito alpinistico e turistico, lo farò io stesso nelle sedi opportune. 
Ciao, caro Marino: che la tua amata Croda Rossa vegli sempre su di te.

06 ott 2014

Sulle orme di Paul Grohmann: il Col de Giatei

"Le due forcelle sono divise dalla verde cupola del Col di Giatei, che è pure un buon punto panoramico..." Se lo scriveva Paul Grohmann nel suo "Wanderungen in den Dolomiten", già nel 1877, c'è sicuramente da credergli. 
Così, archiviata nei cassetti della memoria, quella montagnola senza pregi alpinistici del sottogruppo del Cernera, punto culminante della cresta che divide la Val di Zonia dalla Val Codalonga e accompagna lo sguardo scendendo dal Passo Giau verso Colle S. Lucia e Selva, è rimasta lì attendendo l'occasione propizia. 
La prima domenica d'ottobre, complice il tempo comunque discreto, il cassetto si è aperto e la proposta è scivolata fuori. Lasciata l'automobile in corrispondenza del Rifugio Piezza, abbiamo iniziato una facile e divertente cresta erbosa. 
Confine di Stato fino al 1918, essa sormonta tre elevazioni che scoscendono sulla Val di Zonia, citata spesso negli scritti del linguista Vito Pallabazzer. Al termine della cresta, la vetta del Col de Giatei, già calpestata da Grohmann, si è rivelata una facile e breve conquista. 
Sulla sommità di quello che da Fedare pare un picco dolomitico, incombendo molto ripido sui tornanti della Sp 638, c'è un ampio pianoro erboso, sul quale troneggia uno strumento di misurazione meteorologica dell'Arpa Veneto, affiancato dai resti di un altro apparecchio, dismesso e lasciato lì a marcire. 
Sulla cima del Col de Giatei, col Pore sullo sfondo
(foto E.M., 5.10.2014)
Il panorama dal Col de Giatei, che raggiunge i 2184 m, abbraccia un orizzonte molto vasto: Averau, Cernera, Civetta, Col di Lana, Lastoi del Formin, Marmolada, Nuvolau, Pore, Sas de Stria, Sasso Bianco, Sella, Settsas e altri monti ancora, tutti davanti a noi, in una quiete scalfita solo da decine e decine di motociclette che sfrecciano sui tornanti della strada di Giau, rinomata palestra per mezzi di quel genere. 
Il ritorno, senza dover necessariamente ricavalcare la cresta, è stato semplice, rapido e coronato da una sosta a Fedare, dove la stagione ha permesso ancora il pranzo all'aperto. E la considerazione finale di entrambi, dopo un pensiero al pioniere dolomitico che ci ha dato quest'interessante spunto, è stata: "Con tutto quello che abbiamo esplorato nelle nostre Dolomiti, aprendo i cassetti della memoria, qualcosa di nuovo da fare si trova sempre!"

29 set 2014

Pala de ra Fedes: ... le rocce della Croda Rossa, bagnate, sono ancor più "sanguigne"...

La Pala de ra Fédes, alle pendici della Croda Rossa d’Ampezzo, non è una cima "normale". Si tratta di un risalto, il primo e il più marcato, della tormentata cresta O della Croda stessa, che inizia dalla conca di Ra Valbones e sale all'anticima della montagna.
Sulla Pala, a 2733 m, c'è un terrazzino detritico, con pochi e stentati fili d'erba. Anni fa ci trovai anche due ometti, eretti forse da cacciatori o da visitatori ricchi di fantasia; mi dicono che sono ancora lì, ma non mi pare siano quelli che ricordo io.
Avevo raccolto l'idea di salire la Pala dalla guida Berti. Secondo la relazione della cresta O della Croda Rossa (percorsa in guerra dal "Papa del Kaiser", Franz Nieberl di Kufstein, 1875-1968) la cima è “facilmente raggiungibile per erbe e ghiaieda Lerosa. Bastarono quelle sei parole: coinvolti i soliti amici, con una salita non proprio facile toccammo la Pala dalla selletta tra Ra Valbones e i Tremonti, popolata da un'inquietante mugheta bruciata dai fulmini. 
Per salti inclinati e abbastanza solidi, quindi per rocce più erte e detriti instabili, in tre ore abbondanti dal diruto deposito di Rufiedo ci trovammo in cima, immersi in un angolo davvero aspro e isolato. Sulla Pala tornai poi un'altra volta, partendo da Ra Stua per cambiare strada e risparmiare un po' di dislivello e di tempo. 
Per scendere ci affidammo a evidenti orme di camosci, che lassù dominano indisturbati. Sul lato opposto a quello di salita, per gradoni e un canale friabile ed esposto, nevoso anche in agosto, toccammo con prudenza, ma senza intoppi, la sassosa testata della Val Montejela e l'ex Bivacco Dall’Oglio.
Dal punto di vista ambientale la traversata fu seducente ma, data la zona impervia, la mancanza di segni, l'instabilità delle rocce, in coscienza non mi sento di descriverla più di così. Dominare Lerosa, Valbones, la Croda d‘Ancona, le Lainores, Ra Stua e Cianpo de Crosc, questi ultimi  due adagiati mille metri più sotto, non fu comunque una cosa che lasciava indifferenti.
I due ometti della cima
(photo by Paolo Colombera, 22.9.2014)
Sulla poco spaziosa vetta regnavano, ovviamente, silenzio e solitudine: la Croda Rossa vegliò materna sui nostri passi, e oggi ricordo ben poche gite così intense. Me l'ha fatta tornare in mente pochi giorni fa il fotografo Paolo Colombera, che così mi scriveva: "... Ci sono stato lunedì scorso (22 settembre, N.d.A.), non ho fatto la traversata perché sono andato su in cima per il tramonto e sono sceso subito dopo per la stesso itinerario, arrivando alla forcella dei mughi bruciati (versante Valbones) quando ormai era buio. C'erano molte nuvole e lassù nevicava leggermente, comunque è stata un'esperienza davvero emozionante, le rocce, uniche, della Croda Rossa, bagnate, sono ancor più "sanguigne" ..." Penso di fargli piacere utilizzando in questo post una delle due splendide immagini che Paolo ha allegato alla sua mail, di cui lo ringrazio ancora, lieto che la Pala abbia colpito la mente e il cuore di qualcun altro.

Monti di Casies, grande Sinfonia delle Alpi

Quell'estate, almeno fino a Ferragosto, non avevo salito alcuna cima nel territorio d'Ampezzo.  Era una scelta dovuta al fatto, q...