09 dic 2013

Sei volte su una cima interessante e "diversa"

Nella nostra continua ricerca di angoli montani poco battuti e il meno affollati possibile, abbiamo diretto per sei volte i nostri passi verso lo Scoglio di San Marco (2005 m) nel gruppo del Monte Piana, una zona di cui fino all'estate del 2006 non sapevamo alcunché, pur trovandosi abbastanza vicina alla conca d’Ampezzo. 
Il sentiero d’accesso a questa cima, d'interesse puramente storico e escursionistico, fu tracciato dai fanti della Brigata Marche durante la 1^ Guerra Mondiale e poi abbandonato. Per novant'anni, fino al 2005, non fu quasi più rintracciabile sul terreno. Fu rimesso in sesto, ripulito e segnalato con lodevole misura da alcuni amici del Cai di Auronzo tra i quali Paola e Giovanni, che  poi lo dedicarono a Silvano De Romedi  di Treviso, un ingegnere appassionato di escursioni in luoghi impervi, scomparso in giovane età. 
Leone di San Marco, murato nella postazione
al termine della galleria (foto: E. Majoni, 25/5/2008)
Lo Scoglio è una cupola fittamente coperta di baranci e solcata da un lungo camminamento che si esaurisce in una galleria e una postazione a strapiombo sulla Val Rinbon, e fa da contrafforte alla Croda de l’Arghena, alle pendici della Cima Ovest di Lavaredo. Ha interesse storico perché – e ciò traspare chiaramente dal nome – per secoli fu l’avamposto più a nord della Repubblica Serenissima verso il Tirolo, e oggi segna il limite confinario fra la terra ladina cadorina e quella tedesca sudtirolese. 
La soluzione più comoda per salirvi prevede di lasciare il proprio mezzo all'agriturismo di Malga Rinbianco, e richiede un'oretta e mezza di cammino per circa 300 m di dislivello, senza  difficoltà alpinistiche.
Adatto per un'escursione di poco più di mezza giornata, il “rinato” Scoglio di San Marco merita attenzione per più di una ragione. In primo luogo, per il corso della storia che lo coinvolse tra il 16° secolo e il 1915-1918; poi per la zona aspra e solitaria nella quale s’inquadra; infine per il panorama e per il silenzio delle sue pendici, che si allungano fino all'incombente Croda de l’Arghena lasciando scoprire un utile collegamento, ripristinato anch'esso e da noi percorso un paio di volte, con soddisfazione.

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