04 mar 2013

Per sei volte sulla Ponta del Pin

Incuriosito dalla brevissima relazione che compare nella guida "Dolomiti Orientali" di Antonio Berti, nell’agosto 1990 mi avventurai coi soliti amici sulla Ponta del Pin.
E’ questa la massiccia cima tondeggiante, quotata 2682 m, che fronteggia la parete E della Croda Rossa d’Ampezzo, ti viene quasi incontro dall'altopiano di Pratopiazza e demarca il confine fra Cortina e Dobbiaco.
La salita, non molto impegnativa ma neppure banale, mi era stata testimoniata da Camillo Berti, figlio di Antonio, che mi disse di averla fatta con il padre già negli anni Trenta del '900.
La Ponta del Pin con a sinistra il foro della cresta,
dal Col Rotondo dei Canopi, 16/10/2011
Questa montagna isolata e impervia, fatta di placche instabili, detriti faticosi e rocce aguzze, battuta dai camosci, regala un grandioso panorama, in primis sulla Croda Rossa e sulle Cime Campale che le stanno di fianco. Non credo goda della frequenza di molti, anche perché la prima descrizione dettagliata su come arrivarci è stata pubblicata ad opera di chi scrive, soltanto un anno fa.
La via normale, che oscilla fra l'escursionismo e il facile alpinismo, si può arricchire dando un'occhiata anche al grosso foro che buca la cresta, già visibile da Pratopiazza. Dalla cima si dominano numerose altre cime e la Strada d’Alemagna che, 1200 metri più in basso, pare lontanissima con i suoi rumori!
La Ponta mi piacque a tal punto che, nel corso di nove stagioni, la rifeci per sei volte, l'ultima anche con mia moglie. Interessato da un mio scritto, nel 1999 l'accademico Dall’Oglio (a proposito, ciao Marino!) ripeté la salita e poi, con le guide Obojes e Tschurtschenthaler, aprì sullo sperone opposto alla via normale (a 75 anni di età!) una delle sue ultime vie nuove, su buona roccia.
In più, due anni prima tre sudtirolesi avevano scalato la parete compatta e strapiombante che guarda il Cadin di Croda Rossa, lungo un itinerario estremo. Quindi qualche cosa di alpinisticamente prelibato c'è anche lassù.
Per giungere in cima non si chiedono equilibrismi e attrezzature, ma attenzione e fatica, dato il tipo di terreno; la salita però compensa senz'altro chi desideri spingersi per qualche ora fuori da passi già troppe volte percorsi.
Non so se e quando rivisiterò la Ponta del Pin, una cima misconosciuta e disertata della conca ampezzana: certo è che l’ho salita, l'ho sempre apprezzata e ne sono soddisfatto.

Ritorno al Salzla, o Monte di Tesido

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