29 lug 2013

Torre Toblin, ripetizione del camino Casara

Sono trascorsi quasi trentacinque anni da quel 14  agosto del '77, giorno in cui, elettrizzati dall'idea offertaci dall’alpinista Severino Casara, salimmo la via Casara-Baldi-Rosenberg lungo il camino N della Torre Toblin, alle spalle del Rifugio Locatelli-Innerkofler alle Tre Cime di Lavaredo.
Avevamo trentasei anni in due; alla fine di quello stesso mese una guida di Cortina ci avrebbe regalato la via Miriam alla Torre Grande d’Averau (che per ambedue fu il “battesimo del fuoco”), e la Torre Toblin ci sembrò un bell’allenamento.
Ripensandoci, mi chiedo però che cosa pensavamo di trovare in quella “cloaca di corvi”, come la definì Goedeke nel suo bel libro sulle Dolomiti di Sesto del 1983.
Io ricordo un cunicolo stretto e buio, di roccia friabile e umida, dove lo zaino passava a stento e il gusto della salita fu in gran parte sopraffatto dal tormento di uscire senza danni da quel putridume.
photo courtesy of panoramio.com
Forse la cordata di giovani vicentini che l’aveva salito più di mezzo secolo prima, l’avrà giudicato attraente: il fatto è che a noi piacque assai di più la discesa, tutta a corda doppia su chiodoni residuati dalla guerra, nei camini dove due estati dopo sarebbe stata inaugurata la via ferrata che - sfruttando le memorie della 1^ guerra mondiale - ha reso nota la Torre.
Ho ancora negli occhi le fotografie che ci scattammo e mandammo a Vicenza a Casara: in una mi rivedo carico di ferri su una vetta marginale, come fossi reduce da chissà quale impresa.
Oggi, in tempi che rifiutano quel genere di salite, non proporrei ad alcuno di ricalcare le nostre orme: la ferratina sul lato opposto della Torre è molto più luminosa, sicura e panoramica.
Se qualcuno però salisse il Camino Casara, mi piacerebbe sapere se sia ancora al suo posto il primo dei due-tre chiodi che piantai nella mia carriera, per sostare in equilibrio lungo quel tunnel ghiaioso senza luce né grandi qualità!

24 lug 2013

Per Matteo

Non ho parole per descrivere l'incredulità, lo sgomento, lo strazio per la scomparsa di Matteo Menardi Diornista, appassionato frequentatore delle sue montagne.
Il 23 luglio al tramonto la Croda d'Antruiles, il "mons horribilis" del quale ho scritto più volte, l'ha voluto con sè.
Non ha accolto, non ha premiato la sua voglia di salire in alto: in 113 anni dalla prima scalata, credo non siano più di 5-6 le cordate che sono riuscite a toccare quella vetta fotogenica, ma friabile e infida, del Gruppo della Croda Rossa, che comunque fino ad oggi non aveva mai fatto vittime.
Croda d'Antruiles dalla strada di Ra Stua, inverno 2012-2013

Davanti all'ennesimo incidente che colpisce dolorosamente famiglie, parenti, amici, la comunità degli appassionati di montagna, tutta Cortina, ora non so davvero trovare una parola, una frase che serva a mitigare il dolore per questo giovane di appena 34 anni.
Chissà ... Forse è proprio vero che il nostro destino è già scritto ... Ci rimane tanta tristezza, e il fatto che la Croda d'Antruiles ricorderà per sempre Matteo.
Un abbraccio forte forte alla mamma, al papà, ad Angela e a tutti coloro che gli hanno voluto bene.

19 lug 2013

Becco di Mezzodì, briciole di storia


Il 5/7/1872 Santo Siorpaes Salvador, guida di Cortina quarantenne e dinamica, portò William Emerson Utterson Kelso, militare scozzese quarantatreenne interessato alle Dolomiti, su una vetta di dimensioni ridotte, ma pur sempre grintosa: il Becco di Mezzodì, antichissima “meridiana” dei valligiani ampezzani.
Prima dell'ascensione, Santo aveva sicuramente circuito il Becco, il cui unico versante accessibile con difficoltà ridotte non è quello verso Cortina, ma quello opposto, quindi all'epoca di Santo verso l'Italia.
La breve salita non fu facile: i due dovettero superare con le scarpe chiodate, un aspro camino alto quasi venti metri, le cui difficoltà sono valutate ancora oggi di terzo grado inferiore.
Nel camino centrale, 14/7/2005
Secondo turista a giungere sul Becco fu Gottfried Merzbacher, nell’estate 1878. Lo accompagnava ancora Siorpaes, colui che aveva trovato la chiave d'accesso alla cima. La storia afferma che il germanico si trovò un po' a mal partito nel superare il camino centrale, dove oggi un chiodo non è proprio del tutto superfluo.
Prima a violare il Becco d’inverno fu l'olandese Jeanne Immink con la guida Antonio Dimai, nel dicembre 1891. Primo a salire invece la cima d'inverno e da solo fu Giuseppe “Bepi” Degregorio, che il 13/1/1925 festeggiò lassù il suo trentaseiesimo compleanno. Centotrè anni e nove giorni dopo Santo Siorpaes e Utterson Kelso, un giovanissimo Majoni poneva a sua volta piede sulla cima, che ha ospitato il suo esordio e, per ora, il suo "canto del cigno" nell'arrampicata dolomitica.

17 lug 2013

La “Croš de Šiora Ester”, rinata per merito di alcuni ampezzani

Oreste Lacedelli, uno dei cittadini di Cortina autori del recente rifacimento del sacello della Madonna sulla SP638, che da Pocol sale al Passo Giau, informa con il giusto orgoglio di avere sistemato anche un altro dei segni devozionali che qualificano il territorio ampezzano e possono essere meta di brevi escursioni tra natura e storia: la cosiddetta “Croš de Ester” (o “de Šiora Ester”, secondo Oreste ed altri). 
Il Pomagagnon, salendo da Lacedel a Pocol
(photo: courtesy of panoramio.com)

Il recupero del manufatto è stato eseguito qualche tempo fa, e la notizia è uscita solo su un paio di periodici locali, con tanto di fotografie.
Oreste, il figlio Michele e i vicini Ilario e Andrea Zardini Lacedelli, dopo aver radunato alcune note storiche ed aver recuperato dalla sig.ra Paola Majoni il "santino" cartaceo che ricorda la defunta, hanno deciso di ridare nuova vita alla croce, prima che il tempo la cancellasse.
Posta sulla strada bianca che sale a Pocol da Lacedel, a pochi minuti dalle case di questì'ultima frazione, la croce ricorda Ester Victoria Sprood, consorte inglese di Antonio Constantini calzolaio, che in quel luogo si accasciò all'improvviso (colpita da un fulmine o da un infarto, non si sa bene) l'8 agosto del 1889, a settantatré anni.
A lungo trascurata, la croce è stata ricostruita, protetta con un piccolo tetto di lamiera verniciata e vi è stata aggiunta una targa in ricordo della “Šiora” arrivata da Bristol fin sotto la Tofana e morta all'ombra dei massi di Crepa, a pochi passi da casa. 
Con l'operazione si è ridato vita ad una pubblica testimonianza della riverenza verso i segni della storia che Cortina ancora possiede: è importante constatare che dopo 124 anni la Croš de (Šiora) Ester continua a vivere in quel luogo tranquillo alla periferia di Cortina, dando lustro ad una piccola memoria paesana che altrimenti correva il rischio di scomparire.

04 lug 2013

Forcella Zumeles, balcone privilegiato


Forcella Zumeles, incisa nella dorsale dei Crepe omonimi nel gruppo del Pomagagnon, consente di passare da Cortina alla Val Padeon ed è un prezioso balcone sulla conca ampezzana.
Vi giunge dalla sella di Sonforcia, alla testata della valle, la carrareccia ex militare n. 205 che sottende quasi senza dislivelli, in un bosco silenzioso e magico, i Crepe de Zumeles.
Dal lato di Cortina vi sale invece il sentiero 204, rimasto per anni in cattive condizioni e rimesso a nuovo nel 1998 dalla Sezione del Cai locale con notevole dispendio finanziario.
Il sentiero si dirama dalla strada forestale che da Larieto porta a Mietres, e rimonta i ripidi pendii prativi, ricchi di toponimi e un tempo tutti falciati, delle Pale di Perosego.

Dopo il maltempo dell’autunno 1997, che diede il colpo di grazia ad un tracciato già penalizzato dalla natura del terreno su cui scorre, il sentiero venne rinforzato con traversine e passerelle e oggi offre un percorso abbastanza comodo, ma non banale soprattutto se affrontato in discesa e con pioggia o neve.
Vicino alla Forcella, accessibili dal sentiero 204 per un’angusta galleria, sempre più bassa perché va riempiendosi di ghiaia, si trovano i miseri resti di una postazione della 1a Guerra Mondiale affacciata su Cortina, dove anni fa, la sera del 14 agosto, brillava uno dei tanti falò in onore della Madonna.
Dalla Forcella, per una buona traccia segnata, si può raggiungere la Punta Erbing, ultimo rilievo del Pomagagnon, oppure scendere al Brite de Padeon, nel cuore della valle omonima.
Meta delle nostre gite fin da piccoli, quando si aveva poco tempo a disposizione, il valico merita anche solo una visita a sè, magari in autunno, quando le conifere che ammantano il versante N dei Crepe de Perosego si tingono di tonalità magnifiche.
Ricordo che tempo fa si vociferava di un impianto seggioviario che avrebbe dovuto sormontare la forcella partendo da Mietres, per allacciare questa zona al comprensorio del Cristallo.
Non mi competono giudizi di carattere tecnico od economico; penso soltanto che, naturalisticamente parlando, sarebbe una follia seppellire sotto ferro e cemento il lembo di natura selvaggia che attornia Zumeles e Perosego!

Sullo Spalto di Col Bechéi, una cima senza cima

Il nome "Spalto" (più diffuso al plurale, "Spalti") di Col Bechéi, che identifica una zona famosa per le vie di scalata...