30 giu 2013

Due passi al Rifugio Fondovalle

Per arrivarci basta poco, 35 minuti di strada pianeggiante e 90 m di dislivello ai piedi del pilastro della Cima Una dalla quale il 12/10/2007 si staccarono 60.000 mc. di roccia, che rovinarono a valle coprendo boschi, prati, case di cinque cm di polvere, senza causare danni a persone; ma vale sempre la pena di fare un salto alla Talschlusshütte - Rifugio Fondovalle, graziosa capanna di legno posta a 1548 m in Comune di Sesto Pusteria.
Vale la pena non solo per la posizione del rifugio: nel soleggiato piano che chiude la Val Fiscalina ci si trova, infatti, all'ingresso del Parco Naturale delle Dolomiti di Sesto e si può godere di un bel panorama. Intorno al rifugio si ergono vette sulle quali sono state scritte grandi pagine di storia dolomitica: dalla Croda Rossa di Sesto alla Cima Una, dalla Croda dei Toni all'imponente e turrita Punta dei Tre Scarperi.

Il rifugio è una meta piacevole per grandi e piccoli: c'è un parco giochi, d'estate e d'inverno lo si suò raggiungere con una slitta a cavalli, con la neve si scia lungo la pista di fondo che parte da Moso e sale in uno scenario ammantato di bianco.
La capanna è accogliente ed offre una grande Stube e alcune stanze foderate di legno che ricordano Heidi: a pranzo propone i piatti più golosi della cucina locale, fra i quali possiamo consigliare la minestra d'orzo, quella di gulasch, lo strudel, la Linzertorte. 
In poche parole, alla Talschlusshütte, rinomata e sempre affollata, si può trovare tutto ciò che rende l’ambiente della montagna piacevole e allettante, proposto in un modo unico.
Nonostante l'accesso richieda un'ora buona di automobile da Cortina e spesso il Piano Fiscalino sia affollato come un parcheggio di una grande città, se non si ha tempo né voglia di camminare l'escursione merita proprio un pensiero, che oggi abbiamo rifatto.
In Val Fiscalina non ci sarà di certo la sempre vagheggiata solitudine alpina, ma dieci minuti oltre la capanna iniziano comunque i sentieri per i rifugi Zsigmondy-Comici, Locatelli-Innerkofler, Prati di Croda Rossa e quelli che salgono più in alto, verso le crode ...

27 giu 2013

Tentativo fallito a Punta Mosca


Galvanizzato dai suggerimenti dati da Luca Visentini nel suo libro "Gruppo del Cristallo", nell'estate del '96 con l'amico Prini mi recavo in Val Popena Alta per tentare di salire la Punta Mosca (2701 m), massiccio quanto arcano satellite del Cristallino di Misurina.
Visentini ci prometteva un'ascensione di difficoltà contenute, per quanto di grande lunghezza e buon dislivello dal fondovalle. Non so dire dove ci confondemmo, ma so che arrivammo  molto in alto, su un'esposta cresta ghiaiosa dove stava infisso un misterioso bastone, e lì ci fermammo , per l’ora tarda e la delusione di non essere riusciti a interpretare la via.
Le Tre Cime di Lavaredo da S
(photo: courtesy of M. Tonello)
Credo che non tornerò più a curiosare sulle punte del Cristallino (Clementina, Elfie, Mosca e Ilde),  che come soldatini sorvegliano sull'orizzonte i passanti fin dal Lago di Dobbiaco. Mi è rimasta però la curiosità, alla quale presto l'amico Mirco risponderà con una delle sue magistrali ricerche storiche, di sapere qualcosa di più sulla guida di Auronzo il cui nome rimane scolpito su quella cima dolomitica: Giovanni Frigo Mosca.
Leggendo nella bacheca delle guide nel centro auronzano, qualche anno fa appresi che Frigo era nato nel 1856, fu guida dalla fine dell’800 e visse a lungo a Casera Mosca in Val Popena Bassa, a  quattro passi dal confine col Tirolo. Aprì una  via - che mi è stato detto non semplice - sulla parete S della Cima Grande di Lavaredo (“Camino Mosca”, con E. Stűbler, 1903), scalò da solo la Punta in questione, forse nel 1913, e durante la guerra fu internato in Sicilia perché - abitando sul confine - era stato sospettato di chissà quali connivenze con gli Austriaci.
Laggiù, tra i limoni e i fichi d’India, splendidi ma troppo diversi dalle creste e dalle guglie del Cristallino che conosceva a menadito, il povero Giovanni uscì di senno; tornato in patria visse male gli ultimi anni, morendo nel 1924. Una dozzina di anni fa, le guide auronzane più anziane ebbero la felice idea di ricordare con un cippo nel prato davanti a Casera Mosca il suo solitario abitante, un italiano che lavorava perlopiù in Tirolo ma veniva osteggiato da ambo le parti.
Se fossi riuscito a giungere in vetta alla Punta Mosca, oggi avrei nel carnet una montagna molto interessante e forse avrei fatto qualche ricerca in più sul suo conquistatore: adesso aspetto quella di Mirco!

24 giu 2013

Erbing 1905-2013


Tone Déo (Antonio Dimai), celebre e rinomata guida d’Ampezzo, conosceva bene la dorsale del Pomagagnon, dove aprì cinque vie nuove: due nel 1899, una nel 1901 e due nel 1905.
L’ultima fu la parete S della cima più orientale della dorsale, con il collega Tino Scèco (Agostino Verzi) e un tale G. Erbing, forse tedesco, il cui nome appare come una meteora nella storia dolomitica, ma da oltre un secolo identifica la punta.
In cima con Giorgio e Giacomo, 20/8/2009
Nel 1903, Tone aveva lasciato la vergine parete S della prospiciente Croda Zestelis ai colleghi più anziani Zacar de Radeschi (Zaccaria Pompanin) e Pizenin Zacheo, (Angelo Zangiacomi), che salirono col cliente Robert Grauer, ma due stagioni più tardi, in un giorno imprecisato d'estate di 108 anni fa, si rifece, battezzando una punta non ancora considerata da alcuno.
Nel 1942 Luigi Menardi e Toni Zanettin aggiunsero alla via del Dèo un altro percorso più difficile, ripetuto d'inverno da quattro veneti nel 1953: da molti anni però, entrambe le ascensioni sono disertate.
La Punta si accosta abbastanza tranquillamente a piedi, sia deviando dal sentiero attrezzato della III Cengia del Pomagagnon, sia seguendo a ritroso l’itinerario di rientro da quella, che fa capo a Forcella Zumeles, è segnalato, poco difficile ed ha un certo, buon sapore d’antico.
Sono salito diverse volte sulla Erbing, in compagnia e da solo; mi ha sempre dato soddisfazione inerpicarmi sulla rampa terrosa che frana ogni anno di più, superare le successive roccette, seguire l’esposta cresta finale fino ai due rami incrociati che segnalano il vertice di una montagna magari di scarsa importanza, ma pregevole per il panorama e la pace che vi si godono.

03 giu 2013

Renzo e lo spigolo

Sabato scorso parlavo di questa avventura con una delle figlie del co-protagonista, e ho pensato di riportarla anche sul blog, ricordando che - salvo errori - oggi l'amico Renzo avrebbe 80 anni. 
Ne parlo per sottolineare, in barba a chi non tollera le croci sulle crode, quanto invece conti per qualcuno raggiungere, vedere, toccare quei simboli che caratterizzano i nostri monti. 
Il 1° settembre di qualche anno fa, con Sandro a capo della cordata, salimmo lo Spigolo Dibona della Cima Grande di Lavaredo. Una via famosa, che ricordo lunga ma non estremamente impegnativa, magari un po' adrenalica per le scariche di sassi che può smuovere chi sale, ma storicamente importante anche per il nome che tramanda:  quello di Angelo Dibona.
Giunti sulla cengia anulare sotto la cima, il tempo cambiò, ma Renzo (che aveva passato la cinquantina e avrebbe potuto essere nostro padre) insistette per salire ai 2999 m della croce. Gli interessava sì il panorama che si gode dalla vetta, ma contava soprattutto sul fatto che forse lassù non sarebbe mai più salito e gli avrebbe fatto piacere “conquistare” la cima, che oggi tanti alpinisti giudicano superflua.
Noi obbedimmo. Giunti alla croce Sandro e io firmammo sul libro: lui non volle farlo, timoroso che qualcuno potesse riconoscere il suo nome e raccontare poi la salita alla consorte, poco propensa alle sue fughe.
Mangiammo qualcosa e, visti i nuvoloni, ci sbrigammo a scendere. Lungo la parete però ci colse un furibondo temporale, che ci bagnò fino alle ossa, trasformò le rocce in un scivoloso torrente, rese difficili le manovre di corda e ... tutto quello che ne consegue.
Cima Grande e Cima Piccola di Lavaredo
(photo Marco Colleselli,
courtesy of Istituto Ladin de la Dolomites)
Giurammo che, una volta a terra, avremmo festeggiato come si deve lo scampato pericolo, e così fu. Da Molin a Misurina ci buttammo prima sul tè con rum, cui seguì il vino, poi ancora  la grappa, cosicché la discesa a Cortina fu molto più "alpinistica" della salita.
Quando incontravo Renzo, pur a distanza di anni, quasi sempre il discorso cadeva sullo spigolo, sulla croce di vetta che lui non rivide più, sul temporale, sulla "bàla" che portammo a casa tutti e tre.
Undici anni dopo tornai un'altra volta sulla Grande, non per lo Spigolo Dibona: ma per me, e specialmente per l'amico, la Cima rimane senza dubbio legata a quel ricordo.

"Argia", del rifugio Angelo Bosi sul Monte Piana

Il  22 luglio è deceduta a Pieve di Cadore Severina Mazzorana, classe 1927: chi ha buona memoria, la ricorderà come "Argia", dagl...