24 feb 2013

Salendo la Croda de Pousa Marza


Propongo un ricordo della salita per la via normale sulla Croda de Pousa Marza (2504 m), piccola cima del gruppo del Cristallo, di rilevanza limitata ma calcata da alpinisti illustri.
La Croda de Pousa Marza,
dalla via normale del Corno d'Angolo
(foto E.M., 31/8/2008)
Dopo la conquista da parte della guida pusterese Michl Innerkofler con la giovane Mitzl Eckerth, avvenuta il 29/7/1884, la salirono anche personaggi famosi: da Severino Casara a Dino Buzzati con la guida Giuseppe Quinz, dagli Scoiattoli Raniero Valleferro e Alberto Dallago per una via nuova nell'aprile 1976 all'amico bellunese scomparso Claudio Cima, fino a Luca Visentini, che nella sua guida "Gruppo del Cristallo" ne propose una relazione completa ed esauriente.
Già due anni prima che uscisse il volume di Visentini, però, dopo averla osservata a sufficienza dalla dirimpettaia, più semplice ma altrettanto poco nota cima del Corno d’Angolo,  m'ero inventato di salire sulla Croda, e lo feci il 9/7/1994 con Roberto, sfruttando la descrizione, laconica ma soddisfacente, che trovai nella guida Berti.
Salimmo così una lunga parete di roccia buona fra il II e il III grado di difficoltà, senza trovare chiodi né alcun'altra traccia umana; ritenemmo la via interessante, perché ci schiuse l’accesso ad una montagna abbastanza massiccia e dalle belle forme, ma misconosciuta dagli alpinisti.
La seconda salita della Via Innerkofler dovette attendere sei anni esatti dalla prima, e fu appannaggio del germanico Emil Artmann, non si sa se in solitaria o con altri, il 29/7/1890. Lo testimonia il terzo volume di ”Die Erschliessungen der Ostalpen” (1894).
In sé la notizia dirà molto poco, ma dimostra che un secolo fa e più le cronache annotavano tutte le prime salite e le prime ripetizioni anche delle cime dolomitiche meno appariscenti, qual è proprio la Croda de Pousa Marza, che né Roberto né io abbiamo dimenticato e additiamo all'altrui curiosità..

18 feb 2013

Una visita alla "Malga del sacrestano"


Con gli amici veronesi, davanti alla Messneralm
17/2/13 (photo by courtesy of idieffe)

Forse negli anni in cui miravamo "sempre più in alto", non la degnammo neppure di uno sguardo; o forse semplicemente non c'era ancora, la malga che abbiamo scoperto ieri in Casies, la valle dove andiamo sempre più spesso a camminare, d'inverno come d'estate.
Si tratta della "Malga del sacrestano", in tedesco Messneralm, un bel fabbricato di legno con tanto di parco giochi per bambini che sorge a 1659 m di quota sul lato destro orografico del rio Pidig, una decina di minuti più in basso della Kradorferalm, che visitiamo almeno una volta l'anno, se non due.
La Messneralm ha l'aspetto nuovo e fresco di un piccolo ristorante, dista un'ora di salita e 200 m di dislivello dal centro di Santa Maddalena ed è costruita su un ripiano al limitare del bosco.
Messneralm, dalla strada della Kradorferalm 1/1/2012
(photo by courtesy of idieffe)
Da qui il panorama si apre un po' verso nord e un po' verso sud, in direzione della vetta che Iside ed io ricordiamo spesso con soddisfazione: l'Hochstein, salito con Franca e Giacomo intorno a Ferragosto del 2008.
Ieri, in una domenica livida e abbastanza fredda che, al ritorno verso Cortina, ci ha regalato anche una breve bufera di neve, abbiamo aggiunto un altro tassello alla frequentazione della Valle di Casies; è stata una scoperta piacevole, arricchita dalla conoscenza di due coppie di veronesi attratti, al pari di noi, da luoghi alpini come questo: un po' fuori mano ma non troppo, un po' rustici, dove si mangia bene a prezzi umani e dove si può trascorrere una giornata nella natura, senza impegnarsi in imprese.
Ovviamente, la Messneralm è entrata nel nostro carnet di malghe pusteresi, per l'inverno e non solo; penso che non mancheremo di rifarle una visita, magari d'estate con la nostra nipotina Elisabetta!

15 feb 2013

La cengetta del Beco d'Aial

Un incidente accaduto alla fine di giugno 2005 costò la vita a una turista fiorentina che saliva da sola verso la vetta, ammantando così di un alone un po’ “sinistro” il Beco d’Aial, caratteristica piramide scura che si staglia ai piedi della Croda da Lago spuntando dai boschi di Federa come un enorme dente canino.
Il Beco d'Aial, dal sentiero 445 - Ciou del Conte
(foto E.M., 24/7/2008)
Tratto peculiare e allora incriminato della salita è una cengia stretta ed esposta, franata pochi anni prima ma subito rimessa in sesto dai volontari del CAI Cortina, cui segue un tratto un po’ friabile che porta in vetta.
La cengia è l’unico passaggio delicato dell’altrimenti semplice e breve via normale del Beco. Si sviluppa per una quindicina di metri ed è delicata soprattutto al ritorno, giacché il versante a sinistra di chi scende, seppur non verticale, degrada con rocce e erbe fino al bosco per almeno un centinaio di metri.
Nel 1986, in preparazione del raduno in vetta per i rituali fuochi di Ferragosto, con lo scomparso Luciano attrezzammo una artigianale ed estemporanea ferratina, munendo la cengia di tre chiodi ai quali assicurammo una vecchia corda da roccia. Forse però la cengia era meno scivolosa di oggi, o almeno così pareva a noi, che avevamo meno di trent'anni...
Le nostre finanze c’imposero, qualche giorno dopo, di andare a recuperare l’attrezzatura, ma forse un simile ausilio sarebbe tornato ancora utile per la visita – poco nota e praticata – al Beco. Il Bèco è apparso nelle guide alpinistiche per la prima volta nel 2012, una piacevole diversione dal ripido sentiero numero 431 e una fonte di originali vedute su Cortina e le sue crode.
Mi dispiacque che lassù si fosse consumato quel gravissimo, imponderabile incidente; comunque oggi la “via normale” può essere ancora percorsa con piede fermo e attenzione, per godere del silenzio, della tranquillità e della visuale offerta da una cima minore, ma non per questo irrilevante, delle Dolomiti.

11 feb 2013

Girovagando sulle cime delle Pezories (questo è il 300° post di ramecrodes!)


Avrei un suggerimento per chi ama inoltrarsi nei cantoni dolomitici meno battuti e ancora prodighi di spunti esplorativi.
Proporrei ai volonterosi di dare un'occhiata alle Pale delle Pezories, la dorsale con sei rilievi autonomi che a S si affaccia sulla Valle del Boite con scoscendimenti alti fino a 600 m, mentre a N, verso Val Granda e Val Pomagagnon, si adagia con ampie balze rocciose coperte di mughi.
Iniziando da N, troviamo dapprima il misterioso Pezovico (due quote, 1933 e 2014), raramente salito nonostante balzi in primo piano dalla piana di Fiames.
Subito dopo, distinguibile a fatica da lontano, segue il Torrione Scoiattoli, che per essere avvicinato richiede manovre alpinistiche non facili. Vengono quindi le Pale delle Pezories: la I, più elevata e relativamente più nota, la II e la III, di rilievo minore.
Pezovico e Pezories da N, dalla strada di Malga Ra Stua
(photo: courtesy of idieffe, 27/1/2013)
Le Pezories vennero fortificate dai militari italiani durante la I Guerra Mondiale, e sulle loro pendici restano ancora alcune testimonianze del conflitto.
La più facile da salire è la III Pala, collegata ai Prati del Pomagagnon dai resti di un' interessante mulattiera militare. Anni addietro, quando la visitai, trovai in vetta solo una rudimentale croce di rami, e null’altro.
La cima è un diversivo, per chi, scendendo dalla Punta Fiames, dalla Punta della Croce o dal Campanile Dimai (o da tutti e tre), volesse collezionare ancora una vetta con poco sforzo.
Alpinisticamente, oltre a tre difficili vie sul Torrione Scoiattoli, ce n’é una sul versante N del Pezovico, provata da Casara negli anni ’40 e dagli Scoiattoli negli anni '80, e conclusa da Alfredo Pozza nell'inverno 1992.
Sulla I Pala c’è una via di Dall’Oglio del 1950 ed un itinerario più facile del 1967, che inizia a Forcella Alta e dovrebbe intersecare un percorso italiano di guerra.
Insomma, chi cercasse qualche cosa di originale, sulle Pezories avrà sicuramente di che sbizzarrirsi e divertirsi.

08 feb 2013

Siamo quasi a pagina 20.000

Cari lettori,
leggete, leggete sempre i post di questo blog! 
Al momento attuale mancano soltanto 29 pagine per raggiungere la fatidica quota 20.000. 
Sul Campanile di Val Montanaia, qualche anno fa
 (foto Enrico Lacedelli)
Non sarà un risultato stratosferico, ma per ramecrodes 2 è sicuramente un traguardo di prestigio. 
Non prometto gadget o riconoscimenti a chi raggiungerà la 20.000^ pagina; lo ringrazio, come ringrazio tutti gli internauti per l'affetto, la curiosità e l'interesse verso questo blog. 
Più che un diario di azione e di record, ramecrodes 2 è e vuol rimanere un contenitore di immagini, di pensieri e di ricordi, venato da un pizzico di nostalgia verso la Montagna e soprattutto verso certi monti, sui quali ho scritto la mia storia personale, di "modesto escursionista" come mi definì un ingrato paesano. Grazie a tutti!
Aggiornamento del 12 febbraio: siamo ben oltre quota 20.000,adesso miriamo al 30.000. Critiche, osservazioni, suggerimenti sono sempre ben accetti.

07 feb 2013

Soddisfazione inversamente proporzionale alla quota raggiunta

La montagna su cui Iside e io pensiamo di aver provato una soddisfazione inversamente proporzionale alla quota raggiunta, è forse il Monte Falcone, cocuzzolo quotato 686 m nel quale culmina l’isola di Marettimo nelle Egadi, la più lontana dalla costa trapanese.
Ad esser sinceri, negli anni abbiamo salito cime anche più basse: il Cocusso (667 m) sul Carso triestino; il Poggio della Pagana (496 m) nell’isola del Giglio; Vulcano nell'omonima isola eoliana (391 m); il Monte della Guardia, vertice dell’isola di Ponza (280 m), e nel 2009 anche il Colle dell'Eremita, "top" di San Domino nelle Isole Tremiti (appena 116 m). 
Devo però affermare che il Falcone, lasciato come “chicca” alla fine di una lunga vacanza ricca di splendide e faticose camminate, è stato un’altra cosa.

Salendo sul Monte Falcone
Photo: courtesy of gulliver.it

Marettimo era, e spero sia rimasta, un'isola selvaggia, più adatta agli scarponi che agli ombrelloni. La sua cima più alta è un luogo di un certo fascino che non pare soffrire di grande affollamento: ci sono una croce e un altare, voluti da un gruppo di bolognesi e – almeno quando la salimmo - in vetta ci vollero vestiti caldi, perché spirava un vento che aveva poco da invidiare a quello della Marmolada.
La salita inizia a quota 0, e i quasi 700 m di dislivello furono più duri di quanto pensassimo: per fare un confronto coi nostri monti, da Malga Ra Stua alla Croda de r’Ancona il dislivello è lo stesso, ma l’impegno globale della gita sembra molto minore!
Comunque, il Falcone non ha difficoltà, giacché il sentiero che sale - non segnalato, ma ben tracciato come i nostri – si svolge nel bosco, nella macchia e infine lungo una cresta affacciata da entrambi i lati sul mare. La zona è priva di strade, rifugi, motori, gitanti fracassoni, bolli di vernice; la solitudine e il panorama che godemmo dalla sommità furono quanto di meglio poteva offrire un luogo scelto per una indimenticabile vacanza.
Guadagnare quel pregevole “686” al largo della costa siciliana, sul quale scarponi e giacca a vento non furono di certo un optional, fu un’esperienza che ci fece sentire “a casa”.

04 feb 2013

Invernale sul Becco Muraglia



Un lontano 4 di febbraio, con un paio d’amici salii sul Becco Muraglia,  piccolo dente roccioso del gruppo del Nuvolau ben visibile dalle ultime curve della strada che sale da Pocol verso il Passo Giau.
Più che per l’alpinismo, il Becco ha una certa rilevanza per la storia locale; per oltre quattro secoli, infatti, fu un confine di stato, ed oggi fa ancora da pacifico limite fra i pascoli sanvitesi di Giau e il territorio regoliero d’Ampezzo.
Anteriormente alla Prima Guerra Mondiale il dente, che tocca i 2271 m, non aveva un nome. Fu denominato Becco Muraglia-Bèco de la/ra Marogna in epoca moderna, poiché proprio ai suoi piedi inizia, o finisce a seconda dei punti di vista, la celebre Muraglia di Giau.
Il Becco Muraglia dal bosco del Forame
(foto E.M., settembre 2003)
Non si sa chi abbia scalato per primo la puntina, sulla quale nel 1972 Franz Dallago aprì una breve via, ritornando un quarto di secolo dopo per apportarvi una variante. La via "normale" del Becco si concentra in una parete inclinata di roccia ghiaiosa, con difficoltà di 1° su circa cinquanta metri di lunghezza; seppur non troppo difficile, la salita richiede comunque un minimo di disinvoltura.
Da quel giorno d'inverno l'ho ripetuta ancora un paio di volte, coronando sempre con l'ascensione la visita ad uno dei più selvaggi boschi della conca, il sottostante bosco del Forame. 
Il 4 di febbraio di non so quando (stranamente non l'ho annotato e non lo ricordo), seppure la parete fosse in buone condizioni, facemmo una vera e propria invernale: non saremo certamente stati i primi, ma l’inverno secco e asciutto e la voglia di qualcosa di diverso ci portarono a calcare la cima innevata, traendone una bella soddisfazione e tornandovi ancora:  il luogo silente e l'ampia visuale dalla vetta restano un ricordo prezioso.

01 feb 2013

Sul Montasio in pieno inverno

Da studenti, con Federico ed Enrico si andava abbastanza spesso in Val Rosandra e sulla Strada Napoleonica, suggestivi ambienti alla periferia di Trieste, per metter le mani sul magnifico calcare della zona.
1° febbraio 1981: con Enrico, in una giornata tiepida come sanno esserlo alcune giornate invernali in Carso (mentre quassù mancano ancora mesi alla primavera), saliamo il Montasio, piccola e slanciata guglia posta a sentinella della Val Rosandra, che per la forma ricorda l'omonima cima delle Alpi Giulie tanto cara a Julius Kugy.
Di quella breve, secca, bella salita ho un'immagine sfuocata, tornatami comunque in mente lo scorso 30 dicembre, passeggiando con Iside lungo la Napoleonica da Opicina a Prosecco, che non percorrevo da decenni.
Il 1° febbraio di 32 anni fa Enrico e io eravamo sul Montasio in pieno inverno; soddisfatto, il giorno dopo mi rimisi sui libri per l'esame di Diritto delle Comunità Europee, che superai brillantemente undici giorni più tardi.
Montagna e studio: che vita spensierata (o quasi)!

Punta Fraio, una cima senza vie?

Tra le cime che abbracciano Cortina, non tutte conosciute e frequentate allo stesso modo, ne risalta una, che secondo la guida delle Dolomi...