28 gen 2013

L’ometto più singolare che ricordo

Ometto sotto la vetta del Corno d'Angolo
(foto E.M., 9/8/2004)
L’ometto di vetta più singolare che ricordi? Quello trovato con Enrico L. sulla Torre Lagazuoi, pinnacolo abbastanza ardito che si eleva a NO di Forcella Travenanzes, evidente e staccato dalle cime retrostanti, che fanno parte del piccolo nodo di Lagazuoi. 
Eravamo saliti sulla torre per la via degli Scoiattoli sulla parete S, aperta l’8/9/1946 dal "Vecio", "Bibi" e "Suplein" con Mario Astaldi: un itinerario abbastanza breve ma non proprio banale, con un tratto iniziale infido per la roccia un po' sporca.
A proposito: a pag. 219 del “Berti”, la notizia della via ha una data errata. Essa non può essere stata salita l’8/9/1944, perché - guarda caso - quel giorno (vedi pag. 105) "Vecio" era impegnato con "Bòcia" sulla parete SE della Croda da Lago; fonti successive indicano, infatti, il 1946, che ritengo più plausibile. 
Nel minuscolo spazio che la cima contendeva al cielo, trovammo una piccola piramide di sassi immobili, verdastri e coperti di licheni, che pareva nessuno avesse mai sfiorato: eppure dal passaggio dei primi salitori erano passati "soltanto" 35 anni!
Quell’ometto mi comunicò la stessa emozione che mi avrebbe dato uno di Santo Siorpaes, Michele Innerkofler, Angelo Dibona, Paul Preuss o altri grandi. Esso rappresentava (oggi non più, visto che sulla cima sono stati aggiunti segni di vernice rossa e un chiodo cementato per la discesa) l’unica traccia umana: nulla incrinava quel ripiano espostissimo dove sostammo a lungo per il dovuto riposo fisico e mentale.
Lassù ebbi quasi una illuminazione: non eravamo in una zona proprio remota, era una bella giornata di luglio, ma  su quel terrazzino sassoso a 200 metri da terra, dove sicuramente non avevano ancora messo i piedi in molti e solo un cumulo di pietre intaccava l'immobilità della dolomia, per un attimo mi vidi sospeso ...
Fu quasi un fastidio smuovere qualche sasso per passare: calandoci poi in doppia sul lato E per alcuni camini inaspettatamente agevoli, sentii che ci eravamo volutamente mossi in punta di piedi per non infastidire la Torre, regina nella sua pace. E forse di questo essa sommessamente ci ringraziò.

24 gen 2013

Pioggia sui monti


Camminando in piazza sotto il diluvio in un pomeriggio della scorsa estate, riflettevo su quante volte ci capita di imbatterci, sopportare, uscire in concreto  indenne da un temporale di grossa portata, mentre ci troviamo sulle montagne.
Sotto il temporale, scendendo dalla normale
del Becco di Mezzodì (luglio 1980)
Ora a me non succede quasi più, e se prendiamo un po’ d'acqua,  capita di solito in situazioni abbastanza sicure, perché non salgo più pareti impegnative e, prima di partire, ci affidiamo alle previsioni. In gioventù, però, ho ricordi di diversi momenti abbastanza impegnativi.
Ne scelgo quattro, paradigmatici.
Due temporali di discreto calibro colsero me e gli amici, guarda caso, entrambe le volte in discesa dalla Cima Grande di Lavaredo.
Nel 1985, lungo la via normale levigata da oltre cent'anni di scarponi, eravamo in tanti, tutti sorpresi dal maltempo scatenatosi violento: scendemmo lenti, le corde si attorcigliavano, eravamo poco vestiti, faceva freddo, il nervosismo lievitava e una volta giù … liberatoria fu una memorabile bevuta.
Undici anni dopo eravamo in tre, con le corde smuovemmo un sacco di pietre ma senza ferire nessuno, arrivammo a Misurina con due millimetri di pelle asciutta e per consolarci dello scampato pericolo ci dovemmo far bastare un tè in un bar poco ospitale: giurai allora che, per la prossima salita della Grande, avrei aspettato un lungo periodo di siccità!
Per non parlare della complicata discesa dal Gran Campanile del Murfreid in Val Gardena, dove alla pioggia seguì una fitta nevicata (era il 10 di agosto!), facemmo un po' di casino con le corde, ci disorientammo al buio su terreno sconosciuto e alla fine dovettero venire su a prenderci!
E infine la meno antica, roba del '96: un lungo diluvio sulla "via dei cacciatori" della Cima Piatta Alta in Pusteria; fu un calvario rifare in discesa  3/4 dell'itinerario e divallare a rotta di collo al Rifugio Tre Scarperi, dove maternamente ci "prestarono" la caldaia per asciugare noi e i vestiti. Anche qui, un tè bollente concluse una bella avventura.
Ci sono state comunque tante altre occasioni in cui, dall'abbraccio con pareti o sentieri, siamo usciti fradici, tremebondi, scossi, anche un po’ nauseati, ma pronti a ripartire al primo balenare di un raggio di sole!

22 gen 2013

Quattro amici, due cordate


Giusto trent'anni fa, domenica 23 gennaio 1983: una giornata eccezionalmente asciutta, piuttosto scarsa di neve, con temperature autunnali e sole.

Ernesto, Enrico, Federico, Mauro
in cima alla Fiames - 23/1/1983
Quattro amici in due cordate (per la statistica: 88 anni in totale, dal  sottoscritto (24) a Mauro, 20), si avventuravano sulla via Dimai-Heath-Verzi della parete S della Punta Fiames, classico e noto banco di prova offerto da oltre un secolo a generazioni di amanti della roccia, e portavano a termine senza problemi l'invernale dell'itinerario, aggiungendovi la spensieratezza propria dell'età. 
La via di discesa non fu proprio il massimo dell'allegria, visto che il ripido canalone di Forcella Pomagagnon era parecchio gelato; la giornata si chiudeva comunque nel  modo migliore, lasciando un ricordo che, soprattutto in chi scrive, rimane ancora vivo e presente.

14 gen 2013

Sul vulcano di Vulcano

Spesso durante le vacanze abbiamo perlustrato isole, e tante di queste in Italia. Siccome neppure a "quota 0" riusciamo a stare senza qualche cima, abbiamo spesso cercato (e trovato) isole con elevazioni di altezza, se non considerevole, almeno accettabile.
Con questo sistema abbiamo visitato diverse sommità: nell'Isola del Giglio, Lipari, Marettimo, Ponza, San Domino, in Sicilia, Stromboli, Vulcano; e non è detto che la lista sia conclusa!
Il cratere
(photo : courtesy of quasarsail.it)
Dopo lo Stromboli, salito due volte, compiendo anche la traversata notturna con discesa per la Sciara Vecchia, un indimenticabile pendio di cenere sottile come borotalco, ricordiamo con particolare piacere il vulcano dell'isola omonima, nelle Eolie.
La cima raggiunge la quota di 391 m,  per salirla dal paese (quota 0) occorre un'oretta abbondante camminando di passo lesto, e più che un vulcano vero e proprio si tratta di un enorme avvallamento sassoso, rigato da  venature gialle di zolfo e sempre invaso da vapori maleodoranti.
Quella salita per noi ebbe un che "d’alpino" particolarmente gradevole. Dopo una comoda traccia tra la bassa vegetazione mediterranea, dalla quale spuntavano un po' dovunque conigli selvatici, seguimmo il cammino diagonale che incide la  tenera fascia di tufo sotto il cono sommitale. Giunti sul bordo del cratere, un sentiero sconnesso che ricorda ambienti più alti ci consentì di attorniare la voragine e toccare il segnale trigonometrico.
Viste le temperature di giugno, quel giorno eravamo partiti dal paese a piedi intorno alle 17.00. In vetta, dove incontrammo poche persone, il tempo però stava cambiando: faceva piuttosto fresco, le nuvole si addensavano  intorno al cratere e il tanfo di uova marce era pestilenziale, tanto  da non poterci trattenere con la dovuta calma.
Vulcano, una delle cime isolane salite in quel decennio, ci ha lasciato una certa soddisfazione e un bel ricordo, e vorremmo consigliare di cuore la salita a chi si trovasse a passare da quelle parti.

10 gen 2013

L'ascensione della "Tetta" di Fosses


Trascorrendo un fine settimana di luglio al Rifugio Biella alla Croda del Béco per i festeggiamenti del centenario dalla costruzione, con Iside e Paola mi è capitato di salire  una cima che non conoscevo, ai margini del territorio d'Ampezzo .
La presenza di questa cima s’impone spesso nelle immagini e cartoline del rifugio (si nota già in quelle di epoca austro-ungarica); essa, salvo smentite, non ha un oronimo suo e offre come unico "piccolo-grande" pregio, un panorama esteso  fino alla valle d'Ampezzo ed ai suoi nuclei abitati più settentrionali.
Forse  per questo molti degli escursionisti, in gran parte stranieri, che d'estate salgono numerosi da quelle parti  perlopiù dal Lago di Braies lungo la tappa iniziale dell'Alta Via n. 1, mentre sostano al Biella per corroborarsi in attesa di riprendere la marcia, visitano volentieri la “Tetta”.
La "Tetta" vista dal Rifugio Biella,
22/7/07 (photo: courtesy idieffe)
E’ questo il materno ed evocativo oronimo, affibbiato chissà quando e da chi ad una cupola di rocce e magro pascolo, non quotata né indicata nelle fonti che ho consultato. La cupola emerge dal lunare acrocoro della Monte de Fòsses proprio in vista del rifugio, e da esso si raggiunge con  una mezz’oretta di traversata, dislivello e difficoltà minimi.
Sulla sommità, almeno al tempo della nostra salita, emergeva unicamente un solitario "cairn", il classico ometto di pietre, e nessun altro orpello: noi eravamo in tre e per un po' di tempo da lassù  godemmo in pace il silenzio e i vasti orizzonti sui monti del gruppo della Croda Rossa d'Ampezzo e su altri più lontani.
Di sicuro la “Tetta” fu raggiunta fin dall'epoca pre-alpinistica dai cacciatori che battevano quelle lande alla ricerca di ungulati, un tempo più numerosi ma oggi riapparsi con fatica dopo la recente epidemia, o più facilmente vi erano saliti i pastori, che in Fosses alpeggiavano gli ovini già nel Medioevo.
Senza alcun rilievo alpinistico, ma utile per impiegare un po' di tempo in relax a chi passi dal Rifugio Biella, quella cima fu una delle tante che iscrissi nel mio consistente carnet, e la breve salita in compagnia fu davvero piacevole.

05 gen 2013

105 anni fa moriva Piero de Jenzio, pioniere dell'alpinismo



Guide ampezzane, 1897; il 1° seduto a sin.
in prima fila é Piero de Jènzio (racc. E. Majoni)
 Oggi cade il 105° anniversario della morte di un interessante esponente della storia alpinistica d’Ampezzo a cavallo dei secoli XVIII e XIX: Pietro Antonio Dimai, figlio di Fulgenzio "Deo" e Maria Francesca Apollonio e più noto come "Piero de Jènzio".
Questi appunti intendono ricordare una figura di professionista della montagna cui è attribuita una dozzina di nuove salite, due prime invernali e importanti ripetizioni sulle cime d’Ampezzo, del Cadore e della Pusteria.
Piero viene alla luce a Chiave l’8.9.1855, in una famiglia che in un secolo affiderà alla storia sette guide alpine. Il padre e lo zio Angelo, infatti, consacrati da Paul Grohmann, rappresentarono nel modo migliore l’era della scoperta dolomitica: erano col viennese il 28.9.1864, in occasione della conquista della Marmolada, la vetta più alta delle Dolomiti. Nella famiglia divennero poi guide Arcangelo, suo fratello Antonio e due figli di questi, Angelo e Giuseppe. Pietro riceve l’autorizzazione ad esercitare la professione di guida a diciannove anni non ancora compiuti, nel 1874. In Ampezzo, sarà uno dei più giovani a conseguire il traguardo.
Con il padre, lo zio, il cugino Arcangelo, Santo Siorpaes Salvador, Alessandro Lacedelli da Meleres, Giuseppe Ghedina Tomasc, Angelo Menardi Malto e Angelo Zangiacomi ‘Sacheo – manca Giovanni Barbaria Zuchin, patentato nel 1875 -, Dimai è una delle prime nove guide autorizzate a Cortina, secondo l’elenco pubblicato in calce al tariffario delle gite e ascensioni del marzo 1876.
Grohmann aveva già inquadrato i due Dimai come alpinisti degni di attenzione: “Devo ricordare i figli di Angelo e di Fulgenzio Dimai e cioè Arcangelo e Pietro Dimai, due bravi giovani. Penso che soprattutto il primo potrà diventare una guida eccellente.” Parole profetiche, che poi si avverarono! Piero Dimai muore giovane, il 5.1.1908, a causa di una polmonite. Solo tre mesi prima, il 21.9.1907, aveva accompagnato in montagna l'ultimo cliente.

03 gen 2013

Cenge e passaggi semisconosciuti

Lainores da S con uno degli itinerari qui descritti
(foto E.M., ottobre 2003)
Il passaggio ai piedi del Taburlo, che unisce le Ruoibes de Fora con Progoito; la cengia che percorre le pendici di Ra Sciares sulla Croda Rossa, unendo i circhi che fanno capo a Forcella Colfreddo; il tracciato militare sul versante S di Ra Zestes sotto la Tofana III; l’attraversamento - battuto dagli ungulati - dalla via normale del Col Rosà al sentiero del Passo Posporcora; la cengia sull’avancorpo delle Lainòres che, stando sotto roccia, collega in modo originale la via normale della cima con il Cason de Antruiles.
Sono soltanto alcune possibilità, parte delle quali chi scrive non ha verificato sul terreno, "sentieri selvaggi" dei monti ampezzani che uniscono peculiarità naturalistiche, storiche ed alpinistiche.
A loro potrei aggiungere la cengia naturale e la Cengia “Polin” sulla parete SO della Tofana de Rozes; un paio di percorsi sugli Orte de Tofana; gli accessi diretti dalla Val di Fanes al Col Rosà e al Monte Valon Bianco (con traversata in Val Travenanzes per altro percorso militare); la cengia che collega i bivacchi Slataper e Comici traversando dietro le Tre Sorelle.
Mi fermo, giacché capisco che per conoscere più che profondamente le crode ampezzane anche a me (per fortuna) difetta qualche tassello.
D’altronde, mi ritengo più che fortunato, per avere raggiunto tante altre mete, sovente scomode e aspre, ma originali: la citata cengia sull’avancorpo delle Lainores, la Ponta del Pin, la Pala de ra Fedes, il Taburlo, vari sentieri su Ra Ciadenes, il Pezovico ecc.
Nel mio “libro dei sogni” ci sono ovviamente molte pagine bianche: non so se potrò riempirle né tantomeno se riuscirò a leggerle tutte. Se lo faranno altri, gli appunti per un utilissimo aggiornamento della guida delle “Dolomiti Orientali”, al quale tanti appassionati sarebbero in grado di dare una mano, potranno essere redatti ugualmente.

Pala Perósego, dove non è difficile trovarsi soli

Settembre 2000: parto da solo dal Passo Tre Croci per andare a vedere come sia la Pala Perósego, cima di scarso rilievo che sorge al termin...