05 lug 2012

La Torre che volle morire (per la caduta della Torre Trephor, 2004).

La torre era ormai allo stremo delle forze: il suo grande corpo si era incurvato, la sua voce era sempre più flebile, respirava a fatica, tremava spesso di freddo e si sentiva addosso tutto il male di vivere.
Da lungo tempo soffriva d’ipocondria e di un invincibile complesso d’inferiorità nei confronti delle sue dieci sorelle, tutte più alte, robuste e frequentate di lei.
Incastonata nel verde catino che fronteggia la tricuspidale Torre Seconda, sopportava sempre più a stento il vociare degli escursionisti che le lambivano i piedi senza degnarla di uno sguardo, e degli scalatori che l’aggiravano dirigendosi con baldanza verso mete più rinomate e alla moda (perlopiù le acrobatiche vie sportive, dove da anni numerosi anelli lucenti avevano incatenato pareti, diedri e spigoli e rimbalzavano i raggi del sole).
Si sentiva ormai vecchia e malconcia, la povera torre: il suo atto di nascita ufficiale, infatti, risaliva ad ottant’anni prima.
Un lontano giorno di settembre, Angelo gran (simbolo delle guide locali, allora quasi cinquantenne, che dopo i trionfi degli anni d’oro continuava a mietere successi sulle Alpi intere), Ijuco (aitante e baffuto ragazzo del ’99 che portava clienti in montagna da tre stagioni e si trovava a proprio agio con Angelo gran), e Angelo pizo, ventiseienne che aveva ricevuto in eredità dal padre Agostino la passione per le crode, la guardarono per la prima volta con un certo interesse.
Una sera, tornando a casa da una scalata d’allenamento, le guide si erano attardate sui prati d’Averau per scrutare ogni ruga rocciosa, nel tentativo di scoprire una possibilità di guadagnare la cima, ornata da un ciuffo di mughi non ancora sfiorato dall’uomo.
Dopo diversi tentativi, i tre convennero di riservare al pizo il compito di tentare l’ascesa della torre, dovunque strapiombante e all’apparenza inaccessibile, a meno di non ricorrere a qualche artifizio.
Con un macchinoso lancio di corda da una guglia adiacente, organizzarono, infatti, una traballante teleferica che consentì al più leggero del terzetto di portarsi agevolmente sull’aerea sommità del campanile.
Angelo provvide ad aiutare i compagni che, sorretti dalle sue robuste mani, s’inerpicarono sulla corda agili come gatti, e – mentre il sole saliva allo zenit - sfiorarono delicatamente i mughi che non avevano mai ricevuto carezze.
Dopo un breve consulto, le guide decisero d’intitolare la torre – storpiandone incomprensibilmente il nome – a Edward, affezionato cliente di Angelo gran e di Ijuco, che ogni anno soggiornava per lunghi mesi in paese scalando le cime più belle della conca, e poco tempo prima era stato guidato da Ijuco lungo una parete nascosta, prossima ad un lago ceruleo.
Da allora, trascorsero molti anni prima che qualcuno s’interessasse ancora alla torre, l’ultima ad essere conquistata nel magico giardino roccioso che guarda le Tofane.
Neppure il Deo, Celso, Bepe, Cassiano, Rico, Fausto, Giovanni, Ignazio, il Mescol – che sulle torri erano di casa, vi portavano spesso i clienti e v’intuirono mezza dozzina d’itinerari divenuti presto famosi – rivolsero più un serio pensiero alla torre, che pure avrebbe potuto mettere a dura prova i loro bicipiti, il loro equilibrio e le loro capacità.
Poco prima della guerra, Piero, consigliato dal fratello Ijuco - che ricordava bene l’acrobatica traversata di quel lontano settembre, ma non aveva più avuto occasione di provare la torre – riuscì a violarla dal basso con qualche chiodo, tracciando da solo una vietta, che si rivelò la soluzione più indovinata per sottomettere la scorbutica guglia.
Trascorsero estati torride e gelidi inverni: poca gente rivolgeva uno sguardo interessato a quel nanetto sovrastato, quasi schiacciato da giganti di dolomia più snelli e famosi, dove i turisti facevano la fila per salire.
Di rado, qualcuno toccava l’aerea cima: Angelo gran, che aveva i capelli bianchi ma l’entusiasmo di un adolescente, vi salì col figlio, poco prima di perderlo sotto una valanga su monti lontani; in un attimo di riposo dal lavoro ci provò anche Ugo con Piero suo cognato, e Attilio, principe dolomitico salito in Potor con Mariola, ebbe un brivido di paura notando che uno dei chiodi di Piero era pericolosamente inclinato e non avrebbe retto a lungo il peso di un uomo.
Vent’anni dopo la conquista, in una tiepida giornata autunnale Marino, guida quarantenne divenuto da poco papà, s’inerpicò da solo sulla cima dal versante più ombroso, senza lasciare traccia dell’itinerario seguito, divenuto quasi leggendario.
Finalmente, una mattina di fine agosto, il giovanissimo Paolo – che conosceva già molti segreti delle crode, ma dopo la morte del fratello in montagna, aveva ripreso a scalare da poco - attaccò con un amico il versante più ostico della guglia: una parete gialla alta trenta metri, rotta a metà da una nicchia che pareva scavata da un’aquila a colpi di becco, priva d’appigli e strapiombante.
Dopo cinque ore di lotta, i giovanotti ebbero ragione della lavagna rocciosa, non senza averla ferita con diciotto chiodi: per un ventennio la via rimase la più difficile della torre e altri due ragazzi come loro, attratti dalla possibilità di giungere per primi in vetta d’inverno, non ebbero fortuna e dovettero battere in ritirata di fronte a trenta perfidi metri di roccia.
Passarono altri quattro lustri: dalla città vennero Bruno e Stefano, per salire in verticale dal basso la parete che Piero aveva scalato in diagonale, e decorarono la parete coi primi anelli lucenti, che già invadevano tante montagne.
La guglia era una delle cime meno significative delle Alpi, ma nel suo piccolo poteva vantare una storia movimentata e non priva d’interesse. Come la Torre del Diavolo, la Guglia de Amicis, il Campanile Paola, anche lei era stata salita a prezzo di sforzi funambolici, con manovre che i puri avevano criticato severamente come semplici giochi d’equilibrio, degni di ginnasti e non di amanti della montagna.
Un fresco giorno d’autunno di tanti anni fa, per solennizzare il suo ventesimo compleanno, anche un appassionato alpinista e futuro scrittore di montagna ebbe la ventura di salire la torre con il valente cugino, e sperimentare l’acrobatica discesa dalla parete sud, a corda doppia nel vuoto.
Era la prima di tre salite: seppur breve e non alla moda, al nostro scrittore parve sempre una grande impresa, di cui serba un affettuoso ricordo.
A dispetto degli acciacchi, la torre superò indenne la fine del secolo e l’inizio del terzo millennio: ogni tanto però, soprattutto in primavera, le giunture cigolavano e le facevano male le ossa, bagnate da tante piogge, da ghiaccio e dalla neve, che lassù resisteva copiosa fino a stagione inoltrata.
Lei si difendeva, soffriva senza mai lamentarsi con le sorelle più fortunate, e sperava sempre in un domani luminoso, in una riscossa delle cime dimenticate, delle pareti passate di moda, in un ritorno degli scalatori antichi, che parlavano alle montagne come romantici cavalieri medievali.
Le sarebbe piaciuto rivedere ancora una volta e riabbracciare insieme Angelo gran, Angelo pizo, Ijuco, Piero, Marino, Paolo e Zanier, coloro che sulle sue rocce avevano scritto brevi ma felici pagine di storia e l’avevano corteggiata ed espugnata con garbo e coraggio.
Avrebbe voluto scrollarsi di dosso quegli anelli luccicanti fissati con resine spietate, che non si scioglievano né con le bufere né con il solleone e richiamavano folle vocianti di scalatori in tuta variopinta e scarpette senza stringhe, con le radioline accese e il telefonino che squillava senza sosta.
Avrebbe voluto sparire dai libri e dalle riviste, da chi le faceva pubblicità pensando magari di farle del bene e disturbando invece il suo triste sonnecchiare, il suo languido declino di vecchia dama solitaria e fuori moda, la sua vita legata al filo di ricordi che non sarebbero più tornati.
Avrebbe voluto …
Un caldo giorno di inizio estate, mentre la natura si approntava ad esplodere, le ultime chiazze di neve si struggevano fra i massi sotto le carezze del primo sole e intorno alle torri vagabondavano turisti mattinieri, la guglia fu vinta da un attacco più forte degli altri.
Era la nostalgia per l’epoca aurea dell’alpinismo, per la signorilità degli scalatori antichi, per i silenzi che avvolgevano le montagne fuori stagione, per i tramonti dorati, per i volti amici delle vecchie guide, ormai tutte salite sulle cime del cielo.
La Torre morta
Volse un ultimo sguardo al sole e si lasciò andare con dolcezza, ripiegandosi su stessa con un fragore discreto, quasi un soffio e lasciando un gran vuoto fra le sue sorelle e nel ricordo di chi la conosceva e le voleva bene.
Al suo capezzale accorsero immediatamente frotte di geologi, impiantisti, guide alpine, curiosi ed esperti d’ogni genere; il silenzio fu infranto dal viavai degli elicotteri, i giornalisti riempirono colonne d’inchiostro, interrogandosi sul perché di una morte così repentina e tragica e paventando che quella scomparsa potesse scatenare chissà quale epidemia.
Non restava più nulla da fare: al posto della piccola torre che per secoli aveva sfidato il sole e il vento, la neve e la pioggia e aveva accolto pochi rocciatori desiderosi di conoscerla, rimaneva soltanto un grigiastro cumulo di macerie, coperte di polvere ed inutili.
In mezzo ad esse, campeggiavano i chiodi di Piero, Marino e Paolo e alcuni anelli lucenti, ormai raggiungibili senza fatica.

Sullo Spalto di Col Bechéi, una cima senza cima

Il nome "Spalto" (più diffuso al plurale, "Spalti") di Col Bechéi, che identifica una zona famosa per le vie di scalata...