15 apr 2012

Piccola e abbastanza cattiva ...

Avevo ventitré anni, quando scoprii una "via normale" dolomitica non proprio semplice e storicamente importante: quella della Cima Piccola di Lavaredo. A Mario, che  mi seguiva quell’anno, non sembrò gran cosa: a me invece piacque discretamente, tanto che poi la rifeci tre volte.
Tre Cime e  una nuvola
(foto Enrico Maioni)
La via, è pregevole se non dal punto di vista della scalata, almeno da quello della storia: fu scoperta da Michel (il quale solo pochi anni prima pensava che per salire su quella cima ci volessero le ali) e Hans Innerkofler il 25/7/1881 e poi rettificata dai fratelli Zsigmondy.
Alcuni passaggi della via si attestano sul III, mentre il camino finale, ormai lisciato da migliaia di suole, rasenta il IV: quindi la via, pur essendo una “normale”, non è una soluzione banale per salire la Piccola, che comunque accessi più facili non ne ha.
Al tempo usavamo salire e scendere slegati il primo tratto della via, l’avancorpo che si nota dalla strada fra il Rifugio Auronzo e il Lavaredo, per non perdere tempo con le laboriose corde doppie che depositano comunque poco lontano dall'attacco.
Il resto della salita, utilizzata soprattutto da chi scende da altre vie, presenta comunque passaggi interessanti: la “traversata” immortalata dal Wundt con Jeanne Immink e i suoi guanti di camoscio, il diedro, il camino finale.
Poi l’arrivo sull’esile vetta, tre blocchi orizzontali in fila che sembrano quasi piallati a mano... La sensazione che ricordo stando appollaiato lassù a 2857 m su quel terrazzino, era emozionante, quasi da capogiro.
Sommando salita e discesa a corda doppia (lunga e complessa, disponendo di un’unica corda), anche per noi la Piccola di Lavaredo non fu un’esperienza da prendere sottogamba.
Lassù ci divertimmo sempre molto e ci sentimmo immersi appieno nell'universo dolomitico.

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