11 feb 2012

Solo

Una delle poche ma godute avventure in cui sperimentai la vera e beata solitudine, risale al 1995, anno in cui si svolse una delle fasi più impegnate del mio vagare per i monti. 
A quel tempo, gli amici mi avevano assegnato l’iperbolica qualifica di “Re del marzo” (ossia della roccia friabile). 
Non so come, ma nelle uscite tendevo spesso a proporre obiettivi di difficoltà limitate,  però spesso con roccia infida e non immuni da rischi oggettivi che, peraltro, la buona sorte ci consentì sempre di evitare. 
A fine luglio ero in ferie: il 25 feci con un'amica  la normale della Costa del Bartoldo e il giorno dopo, essendo feriale, progettai di godermi da solo una traversata “marza”, che avevo già effettuato qualche tempo prima in compagnia. 
Partito da Tre Croci, salii sulla Zesta per la  via normale e scesi per la via Casara da SO al Rifugio Vandelli, tornando poi a Tre Croci. 
Pur lunghetta, non si trattò invero di una prestazione d’impegno esorbitante. La  normale della Zesta da N è valutata di 1°, anche se - a mio modesto parere - almeno l’aggiramento del gendarme nel tratto basale della cresta, esposto e instabile, presenta difficoltà di 2°. 
La via Casara sul lato opposto fu anch’essa giudicata di 1°, e può starci, perché il camino finale (unico passaggio delicato, una decina di m di 2°) si può aggirare, ed il resto è poco più di un pendio molto erto di rocce sgretolate con ghiaie ed erba. 
L’ambiente in cui si svolge la traversata, nonché la natura della dolomia palesemente scadente in tutta l’area, la rendono comunque  non banale soprattutto per un solitario, per quanto preparato, attrezzato e veloce possa essere. 
La Zesta dalla Punta Nera, luglio 2008; a destra sull'erba 
passa la Via Casara
Quel giorno mi sentivo in forma, ma mi trovai davvero solo, soprattutto scendendo verso i Tondi di Sorapis, dove indovinai il varco per toccare il fondo dell'anfiteatro solo grazie alle peste di alcuni camosci che avevo intravisto da lontano. 
In seguito tornai sulla Zesta nel settembre 1997. Ero in dolce compagnia, e per questo giudicai più prudente tornare a Forcella del Ciadin per la normale, eludendo il primo tratto della cresta N con una rapida variante, della quale fino allora mi era ignota l’esistenza. 
La traversata del 1995 si dimostrò una gita  fra le più appaganti della mia carriera; ma non so se la ripeterei ancora, tanto più in solitaria ...

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