5 gen 2012

A 7-8 metri dalla cima

Dalla bassa Val di Fanes,
primavera 2010

Un gradino roccioso di 7 od 8 metri sul quale, durante la Grande Guerra, forse era appoggiata una scala, difende l'accesso a una cima interessante: il Taburlo.
Quotata 2268 m, compressa fra il retrostante e imponente Taé e il prospiciente, poco interessante da questo versante, Col Rosà, la cima dal misterioso oronimo si affaccia sulla Val di Fanes con una parete rossastra e verticale, salita nel 1963 da Dibona e Bonafede e chissà se ripetuta.
Un libro di vetta, collocato lassù nei primi anni '90 da alcuni ampezzani - due dei quali, Claudio "de ra Scia" e Alfonso "Surio", non sono più fra noi da tanto tempo - testimonia la ridotta frequentazione di una montagna tutto sommato un po' malagevole, riservata a chi sceglie ambienti impervi e solitari.
La cima, dal sentiero d'accesso
(foto L.S.)
Salito per la prima volta da tre austriaci nel 1906, il Taburlo è una croda “all’antica” ma gratificante, che può accontentare le brame di alpinisti scaltriti e impazienti di uscire dal recinto, sempre più ristretto, delle mete dolomitiche famose, agevoli, "à la page".
Salendo si ha a che fare con alcuni passi non banali e di un certo impegno; avendo calcato la cima 5 volte, di cui una in solitudine, debbo dire che mi sono sempre sentito sollevato nel guadagnare l’inaspettata sommità rotondeggiante, coperta di detriti e mughi e difesa su ogni lato da canaloni, pareti, strapiombi.
Ricordo bene ciò che provai mentre attendevo – standomene in fila – che i miei compagni superassero l’ultimo ostacolo che consente di uscire sulla cima, un lungo passaggio sprotetto che io ritengo almeno di II-.
Mi trovai a pensare che la montagna sulla quale mi stavo inerpicando, mai disturbata da folte presenze, aspra e nel contempo dolce, poteva essere una delle mie mete ideali.
Arrivando sul Taburlo, la cosa migliore è immergersi subito nell’atmosfera che avvolge la cima e la conserva così com’è. Non roviniamola, dunque!

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