31 ott 2012

Punta della Croce, cima disertata ma tranquilla


La Punta della Croce, sommità mediana delle tre che formano il segmento occidentale del sottogruppo del Pomagagnon, pur essendo sicuramente stata salita in epoca precedente,  fino al penultimo decennio del XIX secolo non aveva un nome preciso. 
Il nome le venne da una croce di legno collocata in vetta dalla guida alpina Giuseppe Ghedina Tomasc, che sarebbe poi caduto in circostanze oscure dalla sommità del Nuvolau il giorno dell'inaugurazione del rifugio omonimo (11/8/1883). 
Non si sa esattamente quando e perché Ghedina abbia portato una croce su quel poco rilevante rialzo della cresta. Poco rilevante, però, qualora lo si osservi dal lato settentrionale, dove si adagia con uno schienale di rocce e detriti sparsi di zolle erbose sui  suggestivi Prati del Pomagagnon. 
Punta Fiames, Punta della Croce, Campanile Dimai
dai prati di Brite, 2/11/2003
Sul versante opposto, verso Cortina, infatti, la Punta dispiega una parete spaccata a metà da una caratteristica fessura, che – per quanto non sia tutta verticale – raggiunge la notevole altezza di 600 m. 
Pur essendo stata salita fin dal 1900, la Punta non ha mai raggiunto la rinomanza delle sue vicine, la Punta Fiames e il Campanile Dimai. Nemmeno la via più semplice per la vetta, che richiede una mezz'oretta da Forcella Pomagagnon e presenta lievi difficoltà, credo incontri eccessivi entusiasmi negli alpinisti, anche se ancora negli anni '70 l'ascensione della Punta rientrava nei programmi estivi delle guide alpine di Cortina. 
Domenica 31/10/1999, in una giornata di sole e cielo azzurro che pareva rubata all'estate, con gli amici Claudia e Alessandro giungevo di nuovo in vetta a quella montagna. 
Perché mi piaceva la Punta, e la salii alcune volte fino a quella domenica d'autunno, dopo la quale mi è sempre sfuggita un'altra occasione di tornarci? 
Soprattutto perché una volta in vetta, dove da decenni la croce è scomparsa e ad accoglierci si presenta solo un ometto di pietre, basta guardare la prospiciente Punta Fiames, popolata di ferratisti e scalatori dalla primavera all'autunno, per rendersi conto del fatto che la Punta della Croce è sì una montagna disertata, ma tranquilla.

30 ott 2012

Becco Muraglia, chi ti conosce?


In un pomeriggio foriero di pioggia (scatenatasi puntualmente poco prima di riprendere la macchina al piazzale presso l'ex Capanna Ravà), ho raggiunto per la quinta volta  una cima che ritengo abbastanza interessante: il Becco Muraglia (m 2271, nel gruppo dolomitico Nuvolau-Cinque Torri). 
Salendo verso il lago di Ciou de ra Maza ... spunta il Becco 
(photo: courtesy idieffe)
Il “Bèco de ra Marògna” per gli ampezzani, ai quali però prima della Grande Guerra il nome era ignoto, è una piramide d'importanza alpinistica marginale, che si nota bene dalla strada del Passo Giau in vicinanza dell'omonima casera, e costituisce uno dei due capisaldi della famosa Muraglia di Giau, il muro confinario fra le comunità di Ampezzo e di San Vito del quale nel 2003 sono ricorsi i duecentocinquant'anni dall'edificazione. 
Salire sul Becco non è cosa lunga né tutto sommato  difficile, anche se - data la qualità un po' scadente della roccia - ritengo questa gita adatta ad escursionisti appena un po’ smaliziati. 
Seguendo le tracce degli animali che punteggiano lo splendido bosco del Forame e s’internano fra i baranci e le rocce sovrastanti la strada del Giau, dopo aver sorpreso una famigliola di caprioli, in tre quarti d’ora dal parcheggio abbiamo guadagnato un comodo e panoramico colletto erboso, posto proprio ai piedi della parete terminale del Becco. 
Da qui alla cima manca una cinquantina di metri; la salita, valutabile di I grado, si svolge su roccia gradinata ma friabile e  ghiaiosa, un po' delicata in discesa. In vetta, tra un mucchio di blocchi che sembra frutto di qualche fulmine, dopo un quarto di secolo dalla prima visita, ho ritrovato praticamente intatta (!) la singolare croce, un palo di legno con due piccole tabelle, il cui significato non mi è chiaro. 
Il Becco Muraglia ha senz'altro un interesse escursionistico e alpinistico di dettaglio, ma può  attrarre soprattutto chi ama la nostra storia. 
La salita,  descritta con tanto di immagini nella recente guida  "111 cime attorno a Cortina" di Majoni-Caldini-Ciri, che ha regalato all'elevazione un pizzico di visibilità in più, può avere un valore per chi cerchi una meta un po' fuori dal comune, e si accosti ad un angolo dolomitico che - pur abbastanza prossimo ad una strada e facilmente accessibile - sconta ancora una solitudine rara e apprezzabile.

27 ott 2012

Nel silenzio dei Brentoni


Cresta di Val d’Inferno: un gruppo di guglie aguzze e spuntoni minori dal nome un po’ truce, che separa la Carnia dal Cadore e appartiene alla giogaia dei Brentoni-Castellati. 
Cime non sempre comode e spesso friabili, con accessi talvolta lunghi e faticosi, angoli solitari dove resta sempre qualcosa da scoprire: questo offre la cresta, un luogo genuino e romantico. Dai pinnacoli della cresta che guardano l'altopiano di Razzo, emerge il secondo Torrione (2311 m), dalle linee eleganti se non ardite, alto sui pascoli di  Camporosso e sui boschi che scendono in Val Frison. 
I Brentoni, dalla strada di Casera Doana
27 giugno 2010
Lungo lo spigolo S sale una via, ritenuta una delle più interessanti del gruppo, che anni addietro percorsi due volte. 
L'avevano tracciata nel 1938 due grandi alpinisti dolomitici,  Castiglioni e Detassis, durante la minuziosa esplorazione delle Alpi Carniche per la stesura dell’omonima guida, uscita nel 1954. 
La via, anche se non particolarmente succulenta (sono 220 m di media difficoltà, su roccia non sempre eccellente), presenta alcuni pregi che la rendono apprezzabile da chi predilige un certo alpinismo, oggi in via d’estinzione. 
Per me fu già bello salire in un fresco mattino di fine ottobre verso lo spigolo, verso Forcella Losco e Camporosso e poi seguendo il sentiero di Forcella Valgrande, che presto si lascia per un pendio di erba e ghiaia dominato dal Torrione. 
Per noi, abituati alle famose crode di casa, il panorama era insolito: Carniche, Giulie e Dolomiti si proponevano agli occhi in un avvicendarsi di piani diversi, che avrebbe colpito anche l’osservatore più distratto. 
Nessun rumore turbava quegli spazi aperti, quell'ambiente dorato; forse più in autunno, il periodo ottimale per aggirarsi sui Brentoni, su quelle crode la pace regna sovrana. 
Fu bello salire la via con calma, godendo i singoli passaggi, mai duri ma neppure banali: la rampa, le pareti sul filo dello spigolo, il diedro, la cresta finale, fino in vetta. 
Fu piacevole godersi il sole sul poco spazio disponibile, vagando col pensiero sulle crode che si offrivano alla vista, mai così nitide come in quella giornata. La conclusione della gita ci vide poi scendere soddisfatti per la  via normale, districandoci fra salti ghiaiosi e ripide cenge erbose solcate dai camosci. 
Fu infine dolce terminare la giornata andando pian piano incontro alle luci della valle e lasciare nella sera ormai vicina la solitudine dell’altopiano. 
Fu bello, e valse la visita, il secondo Torrione della Cresta di Val d’Inferno, nei Brentoni. Chi  lo sale, se può, lo salga in silenzio, sottovoce, per mantenere il fragile incanto che ancora resiste lassù. Ne sarà di certo gratificato.

23 ott 2012

Col Rosà, da solo

23 ottobre: era domenica, una bellissima domenica. Leggo nei miei appunti: "Venerdì scorso  ho superato l’esame di Diritto Amministrativo, e sono risalito subito a Cortina per celebrare l’avvenimento come piace a me, in montagna.

Col Rosà, da Val Fiorenza (foto F.P.)

Sette giorni fa, per esorcizzare il pensiero dell’esame che incombe, ho fatto la ferrata “Strobel” sulla Punta Fiames: oggi vorrei tornare in zona per salire  la “Bovero” del Col Rosà. In solitaria anche stavolta, un po' perchè ne ho bisogno, ma anche perché non mi dispiace. Zainetto e tuta, arrivo a Fiames, m’inoltro nel bosco e in breve - per la comoda, un po’ cupa mulattiera che risale la Val Fiorenza - spunto al Passo Posporcora. L’aria è quella fresca e vitrea  di un mattino d'ottobre avanzato: non fa freddo e il silenzio urla.
Supero l’erto pendio che porta alla ferrata, e alla base di questa incontro due ragazzi e una ragazza. Scambio due parole, ma ho premura, perché la cima mi aspetta.
Un lungo tratto in libera, e solo sulla nota “traversata” aggancio il moschettone: mi gusto la danza sul vuoto di quei pochi metri solidamente attrezzati, in breve sono fuori e continuo veloce fino ai mughi sotto la vetta. Attraverso le ghiaie, salgo rapidamente il camino con gli scalini metallici e quando  spunto in vetta le campane suonano mezzogiorno.
Non c’è nessuno: una leggera brezza, un pallido sole, un gracchio che forse  pregusta la colazione ed io.
Sto apprezzando a pieni polmoni la solitudine di una cima altrimenti molto frequentata: immagazzino a più non posso tutto quello che vedo  e metabolizzo la gioia di trovarmi in alto, essere di nuovo su quella vetta e godermela in armonia con me stesso e la natura.
Sulle pietre sommitali, esposte sul ciglio della parete che guarda Cortina, schiaccio anche un pisolino. Non sarebbe  bello restare quassù, e vivere da eremiti sul Col Rosà tra alberi, animali, sole e vento?
Proprio in quel momento di beatitudine, un soffio da nord mi ridesta da quella quiete: mi è venuto in mente che a casa mi sta aspettando il famigerato “Liebman”, il manuale di Procedura Civile!"



21 ott 2012

Le Anguane di Ciou de ra Maza


“Lago della testa del bastone”: in italiano un toponimo siffatto suona quantomeno bizzarro e non so se abbia altre occorrenze.
In ampezzano, “Lago de Ciou de ra Maza” trova invece un  riferimento puntuale, anche se di significato non proprio immediato.
Il lago è un minuscolo specchio d'acqua a q. 1891 m, nascosto nei boschi ai piedi dei Crepe del Formin; da esso prende origine il torrente Costeana, affluente del Boite.
La maggior parte della zona identificata con il toponimo “Ciou de ra Maza” appartiene alle Regole di San Vito di Cadore, ed è solcata da una pista forestale, che la raggiunge dal basso, partendo poco sopra Pezié de Parù, e va a concludersi sul limite territoriale fra Cortina e San Vito, segnato dalla Marogna de Giou.
Se il "nostro" nome di questo luogo di confine non pare chiaro, forse quello sanvitese è un po' più evidente: secondo l'atlante toponomastico del territorio di San Vito, i vicini chiamano la zona “Laghete de Iou de la Maza”, con riferimento quindi al letto asciutto di un qualche torrente.
La zona è isolata e silente: al lago, dominato dalle arcane ultime propaggini della costiera dei Lastoi del Formin, passano di sicuro più cervi che cristiani, la zona è selvaggia ed oggi, splendida domenica d'autunno in cui la neve imbiancava già le pendici delle montagne, sulle rive del piccolo specchio d'acqua per un attimo ci è parso di udire ancora il fruscio delle Anguane che lavavano il bucato.

15 ott 2012

Croda de r'Ancona, bella cima

Obiettivi proficui, a Cortina, per chi vorrebbe conoscere la montagna  e non collezionare solo quote  e gradi? Ce ne sono, eccome se ce ne sono!
Ne suggerisco uno, che risulterà certamente soddisfacente: la Croda de r’Ancona (2367 m), che incombe isolata sulla Strada d’Alemagna con un castello roccioso sostenuto da un intrigante zoccolo di rocce, mughi e boschi.
Sul lato opposto, ossia verso i pascoli di Lerosa, la Croda si mostra ancora rocciosa, ma più mansueta: il suo "tallone d’Achille" risiede nella cresta O, che scende verso Son Pouses e Ra Stua, inarcandosi a metà con un dosso dove sorge un antico segnale trigonometrico, detto Croda dei Ciadis.
Croda dei Ciadis e Croda de r'Ancona 
da Fiames, 14/10/2011 (foto idf)
Non so quante volte ho  salito la Croda: facevo le medie, quando mi ci portò per la prima volta mio padre, grande appassionato della zona, che allora come oggi (e spero ancora per molto) è estranea alle Dolomiti impacchettate da funi, scalini e scalette e pubblicizzate ai quattro venti.
Sulla Croda si va a piedi, non ci sono scalate da fare, né ferrate: o meglio, una breve ferratina artigianale, mai ufficialmente collaudata, c'è. E’ comunque solo una lunga fune rugginosa, che aiuta a scendere dalla cima al leggendario Busc de r’Ancona, sulla cresta di Ra Ciadenes, dal quale si può poi rientrare a Lerosa per labili tracce di guerra.
Il 22/8/2002 portammo sulla Croda il primo libro di vetta, sostituito con uno più solido giusto sei anni fa, il 15/10/2006. In una delle tante salite,  nell'autunno 2004, ricordo che - per la prima volta - la nebbia ci fece quasi smarrire la traccia sui Ciadis, una zona traforata da residuati bellici, quel giorno avvolta e livellata da nebbie inquietanti. 
Magari oggi questo non succederebbe, dopo che un ignoto "artista" ha decorato la via normale, in salita e in discesa, con una lunga teoria di bollini rossi, dei quali, in verità,  non si sentiva proprio gran bisogno.
Nei limiti del possibile, non mancheremo di tornare ancora su quella cima, soprattutto per mostrare a chi non la conosce un bell'angolo dolomitico, umile e meno reclamizzato ma non per questo trascurabile.

10 ott 2012

13 anni fa, sulla Cima NE di Marcoira

Una montagna dove siamo saliti spesso, per affetto ma anche per comodità, è la Cima NE di Malquoira, o di Marcoira,  posta  lungo la diramazione ampezzana del Sorapis.
Mentre a N, verso il Passo Tre Croci, la cima scende con alte pareti salite da nomi illustri per vie misconosciute, a S scivola con pale erbose assai erte ma abbordabili verso il Ciadin del Lòudo, una valletta oggi purtroppo parzialmente imbiancata dalle ghiaie, dove ai tempi dei pionieri pascolavano le pecore: un angolo romito, un gioiello solitario.
Da questa parte, la "Marcoira" si sale in breve tempo seguendo una traccia poco marcata e non segnalata, che prende avvio a Forcella Marcoira, lo stretto intaglio raggiungibile dal Passo Tre Croci per un accidentato canale detritico.
La prima volta giunsi in cima per caso, il giorno della Sagra d’Ampezzo di tot anni fa. Transitavo per il Ciadin da solo e di quella montagna sapevo solo quel poco che riportava il “Berti”. In vetta, mi stupii di trovare un ometto e due rami a mo' di croce, e cercai altro: ma nulla.
Qualche tempo dopo un conoscente, con il quale avevo fatto un paio di salite, mi disse di essere giunto più volte su quella sommità seguendo una via di Castiglioni. Cavolo, ma era proprio quella che nell'80 con mio fratello avevamo cercato, senza capire neppure l’attacco, quasi annegando nei mughi dello zoccolo!
Tornai su a metà degli anni ‘90, e tredici anni orsono, il 10/10/1999 - giorno in cui gli Alpini scorrazzavano per ogni cima dolomitica, lanciando razzi tricolori per ricordare la fine del millennio – eravamo di nuovo su.
Lasciai sotto l'ometto un barattolo con uno striminzito calepino, subito sostituito da un amico di manica più larga: da allora, grazie anche ad alcuni miei articoli, ogni estate si affacciò sulla Cima qualcuno in più.
L’ultima volta, per ora, sono tornato sulla "Marcoira" nel luglio 2005, notando che in meno di un mese erano arrivati in vetta ben 15 appassionati: alla fine, siamo sempre quelli, che sfuggono alle "autostrade dolomitiche" per rifugiarsi su crode solo in apparenza minori, dove non occorre farsi largo fra la folla vociante, la vernice, le cartacce.
Dove la solitudine alpina non è una frase fatta.

Il cinema fra le Dolomiti del Cadore e di Cortina


L'amico Emanuele D'Andrea, nativo di Pelos di Cadore, già Presidente della Magnifica Comunità di Cadore e cultore di storia patria, ha compilato la maggior parte dei “Quaderni Storici” che la Tipografia Tiziano di Pieve produce per documentare gli aspetti storico-culturali del Cadore. 
Nel suo ultimo lavoro Breve storia del cinema fra le Dolomiti del Cadore e di Cortina d'Ampezzo, settimo titolo della collana, D'Andrea sviluppa un suo pallino: il cinema legato, per ambientazione o perché prodotto da locali, al Cadore e a Cortina, al quale hanno già lavorato noti antesignani sia cadorini che ampezzani, come Bortolo De Vido, Giuseppe Ghedina, Gianni Mario, Aldo Molinari, Fiorello Zangrando.
Nel Quaderno l'autore ha sviscerato la storia del cinema sulle Dolomiti del Cadore e di Cortina iniziando oltre un secolo fa, nel 1907, quando il regista londinese Frank Ormiston-Smith venne a girare con una “Lumiere” a manovella “The tree tops of Lavaredo in the Dolomite Mountains”, prototipo del cinema di montagna. Nel film si prestarono come attori Mansueto Barbaria, Angelo Dibona e Baldassare Verzi, note guide alpine ampezzane, ma di esso si è salvata solo una fotografia, nella quale i personaggi posano con la macchina da presa sullo sfondo delle Tre Cime. 
La storia, per ora, termina con i registi Carlo ed Enrico Vanzina, che a Cortina hanno dedicato numerosi film e sceneggiati, non sempre di buon gusto ma comunque efficaci per reclamizzare la valle d'Ampezzo e le sue crode. Il volume contiene poi l'elenco di associazioni e personaggi cadorini, autori e registi, che si sono interessati e s'interessano di cinema; nella terza parte D'Andrea illustra un progetto importante: una cineteca cadorina, in cui  conservare tutti i materiali audio, cartacei e video che riguardino il Cadore e i cadorini. 
Seguono un'ampia bibliografia e gli indici di nomi, titoli e illustrazioni. Queste ultime, molte delle quali sono inedite, testimoniano la nascita e lo sviluppo di una forma culturale che interessa il Cadore, Cortina e le nostre montagne ormai da più di 100 anni. Mi fa piacere che, fra i personaggi da evidenziare in questo ambito, D'Andrea abbia dato il doveroso spazio, compresa la copertina (l'immagine, “Cine sulle cime”, fu scattata alla fine degli anni '40 sulla Grande di Lavaredo), ad un uomo che ho avuto la fortuna di conoscere e apprezzare: Severino Casara, forse il più illustre pioniere del cinema dolomitico, che amò le Dolomiti Ampezzane e Cadorine salendole, descrivendole in libri di successo e divulgandole nelle sue numerose pellicole.

Emanuele D'Andrea, “Breve storia del cinema fra le Dolomiti del Cadore e di Cortina d'Ampezzo”, 87 pp. con numerose immagini, Tipografia Tiziano – Pieve di Cadore 2012.

05 ott 2012

Ricordo di "Tesele Ris-cia" (1922-2012)

Ampezzana d’antico ceppo, scomparsa il 22 settembre a pochi giorni dal 90° compleanno, Teresa Michielli Hirschstein, nota come “Tesele Ris-cia”, si è impegnata per molti anni a sostenere le peculiarità culturali e tradizionali di Cortina con l’appoggio a numerose iniziative di promozione e difesa dell'idioma e del sapere locale: una per tutte, la  collaborazione per oltre un ventennio alla redazione dei vocabolari delle Regole, “Ampezzano” (1986) e “Taliàn-Anpezàn” (1997).
Nell'estate 2010, “Poesies e canzós de Tesele Michielli Hirschstein”, 85 pagine stampate dalla Tipografia Ghedina, le regalò un giusto riconoscimento: la divulgazione di una quarantina di poesie e canzoni, composte in un ampio arco di tempo e in parte già pubblicate e apprezzate altrove.
Con le sue parole e i suoi versi Tesele, autodidatta che creava i suoi materiali con la penna nel tepore della “stua” di Doneà, ha delineato con icastica efficacia la sua visione del mondo e della vita, trasportando i lettori dai prati in fiore ai boschi fascinosi, dal crepuscolo che s'irradia sulle sue montagne all'incanto di una notte di luna, dalla nostalgia del passato alla gioia per le piccole cose, dal calore del focolare ai ricordi lontani. Sono brevi, vividi frammenti del variopinto mondo di un’autrice che ha amato profondamente la sua valle e la sua gente e che ora, dopo la sua scomparsa, pare giusto ricordare e ringraziare.

02 ott 2012

Una delizia "alpinistica"

Rispetto all'autunno e all'inverno, in estate è poco  frequente che, nelle nostre camminate, facciamo espressamente tappa in un  rifugio per pranzarvi.
Coi rigori invernali, ovviamente, come - credo - ogni escursionista ci piace finalizzare ogni nostra passeggiata alla sosta in una malga o in un rifugio, per mandar giù qualche cosa di caldo e gustoso.
Dopo decenni di frequentazione delle strutture ricettive alpestri nel circondario ampezzano e in parte del Sudtirolo, con qualche incursione in Cadore e Comelico, non voglio assolutamente stilare  una graduatoria in base all’accoglienza, alla simpatia, alla cucina, alle tariffe favorevoli; sarebbe oltremodo antipatico e politicamente poco corretto.
Intendo solo comunicare che il metro di paragone utilizzato nelle nostre uscite, perlopiù nel Sudtirolo anche perché di qua dal Passo Cimabanche quella purtroppo è una pietanza introvabile, è il nostro “smorm”, ovvero il “Kaiserschmarren”, frittata dolce e spezzettata servita con marmellata di mirtilli rossi (“conserva de brusciéi”) o, talvolta, con frutta sciroppata: un’autentica delizia, per quanto abbastanza calorica.
E’ un piatto che, insieme alla minestra d’orzo o ai canederli, compare spesso sulle nostre tavolate, quando raggiungiamo una "Alm" o una "Huette", e in conformità a quello, generalmente misuriamo il ricordo e la predilezione per quel determinato luogo.
La classifica ha valore puramente interno, ma siccome anche in questo campo la memoria non ci manca, sono diversi i luoghi nei quali torniamo di buon grado per numerosi motivi, non ultimo quello gastronomico; siamo certi che lì, se non cambia il cuoco, dovremmo sempre trovare uno “smorm” ben cotto, abbondante e dolcemente saporito.
Che volete: penso che l'andar per malghe e rifugi d’inverno sia godibile anche, e soprattutto, per questo!

Fritz Terschak, pioniere dello sport ampezzano, nel 40° della scomparsa

Friedrich Adolf (detto Fritz, poi Federico) Terschak - credo sia risaputo da chi conosce un po' Cortina e dai navigatori di questo blog...