31 dic 2011

Addio al 2011: l'ultima gita dell'anno

Chiudiamo l'anno 2011 nel pomeriggio del 30 dicembre ... sulla pala dell'Albergo dei Peniés, ai piedi della Croda Marcora.
Giornata limpida: niente freddo fra i pini e niente neve fino alle mangiatoie. Più avanti invece, ma solo all'ombra, ce n'è qualche centimetro: impronte di animali ne troviamo molte, ma come previsto non scorgiamo nulla.
Le montagne intorno a noi splendono di luce intensa; la cascata del "Pissandul", scalata per la prima volta il 21 dicembre di un anno fa, non si è neppure formata: che sia colpa della luna? 
Mangiatoia pronta per l'inverno
Intorno al gran masso  che segna la fine della salita soffia il vento; così, dopo aver ripreso fiato, ci pare meglio tornare sui nostri passi. Alla "Baita" troviamo alcuni cacciatori, che hanno rifornito le mangiatoie e testimoniano di avere visto sei camosci.
Scambiamo qualche parola con loro (forse si chiederanno che diavolo ci facciamo in quel luogo ...) e riprendiamo la ripida trattorabile verso casa.
L'anno termina così, con la quinta visita al nostro "luogo del cuore", che ha rimpiazzato con un po' di rincrescimento l'anello di Podestagno, dopo la criticabile sarabanda in onore dell'Imperatore.
Lassù, in quel magro bosco di pini, imperatori non ne sono mai passati e cippi ricordo non ne servono: c'è soltanto il silenzio della natura, ed è bene così.
Buona fine e buon principio a tutti i lettori.

29 dic 2011

Costa del Bartoldo, una bella meta

Vedendola quasi ogni mattina, ho notato che fino ad oggi è incappucciata da ben poca neve: chissà se, con un po' di coraggio, si potrebbe salire ancora nonostante la stagione ...
Forse è più salutare guardarla dal basso, ma con questo post mi prendo almeno la soddisfazione di risalirla virtualmente ancora una volta.
Ovviamente si tratta di una montagna, ma quale?
Nell'estate '90, con alcuni amici che l'avevano già salita, giungevo sulla Costa del Bartoldo, la più nota sommità del Pomagagnon. 
La gita mi piacque molto, e quaranta giorni dopo la rifeci, tornandovi poi con regolarità, in compagnia e da solo, fino al '97.
Per otto stagioni non volli mancare all’appuntamento con una cima dove - come ha scritto un amico giornalista nel 2002 - “ci vanno in pochi, pochissimi, perché si fa fatica, non ci sono impianti a fune e neppure rifugi, non c’è proprio un sentiero e quella traccia non è segnata, niente cartelli.”
Sotto la vecchia croce, in un barattolo oggi arrugginito ma ancora adatto alla bisogna, il 28/9/96 riposi un libretto, tuttora presente e, mi dicono, utilizzato.
Dopo cinquant'anni, la croce di legno e lamiera che dal 1950 sfidava bufere e nevicate, crollò e fu sostituita con una nuova robusta e splendente; passato però l'attimo di celebrità di quell'anno, la cima è tornata di nuovo al suo silenzio.
Sono risalito ancora sulla Costa nel 2002 e nel 2005. La prima volta ero solo, avevo poca voglia di scendere, e così mi misi a sfogliare il quaderno lasciato anni prima, contandovi 164 firme: quindi fino ad allora 27 persone l'anno avevano seguito le orme di von Glanvell e compagni, gli austriaci scesi da lassù il 31/7/1900, dopo aver raggiunto la vetta traversando per cresta dalla Croda del Pomagagnon.
Testa e Costa del Bartoldo, da S
(14/10/2011, foto I.D.F.)
Per me la Costa rimane una delle più belle mete ampezzane. Dalla vetta, dove si arriva con un minimo di impegno, si ammira tutta Cortina, che si stende 1200 metri più in basso, e i monti circostanti rimandano a ricordi e progetti di salite.
Pur avendola raggiunta una decina di volte, se penso alla Costa d'estate mi vien voglia di lasciar correre altre idee e salire di nuovo: seguire il rio asciutto che s’interna fra le rocce, rimontare il declivio di ghiaie e pascolo, popolato da qualche camoscio, che guarda la meta e il grande lastrone inclinato e solcato da canali che adduce in cresta e, con gli ultimi esposti passi, alla cima.
Ne vale sempre la pena.

28 dic 2011

“Le Dolomiti Bellunesi” numero 67

È in distribuzione il fascicolo di Natale (il numero 67) di “Le Dolomiti Bellunesi”, semestrale delle Sezioni bellunesi del CAI diretto da Silvano Cavallet e Ernesto Majoni.
Una copertina in "controtendenza", sulla quale appare una delle opere esposte a Sass Muss (Sospirolo) nel contesto del progetto “Dolomiti Contemporanee”, apre il numero, che inizia con un pungente editoriale di Emanuele d’Andrea - già Presidente della Magnifica Comunità di Cadore, sull’urgenza per i Comuni cadorini di ricercare l'unità amministrativa e socio-economica.
Era poi doveroso il commovente ricordo, opera di Renato Belli, Presidente del CAI di San Vito, di Alberto Bonafede "Magico" e Aldo Giustina, i soccorritori sanvitesi investiti il 31 agosto da una frana sulla parete N del Pelmo.
Segue una documentata e stimolante relazione del sociologo Diego Cason su “Le Dolomiti Bellunesi patrimonio dell’umanità”; Gianluca D’Incà Levis presenta “Dolomiti Contemporanee”, il nuovo laboratorio di arti visive in ambiente che si impone come una importante scommessa culturale per la Provincia di Belluno.
Storia e cronaca dell’alpinismo e della speleologia s’intrecciano nei contributi di firme già note fra gli scrittori di montagna: “Quel giorno d’estate sull’Antelao” di Marcello Mason, “La rivisitazione del primo ricovero delle Dolomiti” di Giorgio Fontanive, “Alex, un vagabondo nelle Dolomiti” di Teddy Soppelsa, “Una storia nella storia” di Giovanni Di Vecchia, “Angelo Dimai Pizo e il primo tentativo alla Croda Rossa” di Ernesto Majoni, “La traversata” di Enrico D’Alberto.
Gianluca Calamelli con “Cernera, montagna trascurata” e Giuliano Dal Mas con ”Sul Taburlo, nel gruppo della Croda Rossa” offrono ai lettori proposte di escursionismo inconsueto, al margine degli itinerari dolomitici più celebrati ed affollati. 
Due collaboratori conducono i lettori in valli e cime lontane: il comelicese Mario Fait racconta la sua esperienza “A due passi dal Tibet”, mentre l'agordina Alice Prete ricorda l'“Ararat, una meravigliosa avventura”.
Seguono le rubriche “Senza barriere”, sempre ricca di interessanti bozzetti, cronache e storie di montagna, e il “Notiziario”, che ragguaglia su alcuni fatti occorsi nella stagione estiva fra le crode bellunesi. Sono molte le nuove vie di roccia riferite in questo fascicolo, segno di un‘attività esplorativa sui monti della Provincia che pare non essersi esaurita.
Alcune delle 18 Sezioni provinciali del CAI si raccontano nell’ampia rubrica loro dedicata, e il numero si chiude con le recensioni di vari libri, sia di autori bellunesi sia dedicati a temi bellunesi.
“Le Dolomiti Bellunesi” saluta così un altro anno di attività, mostrando di voler tendere a traguardi sempre più ambiziosi.

27 dic 2011

18 anni fa la prima invernale solitaria della Zesta


Massiccia, seppure poco aggraziata elevazione del cosiddetto "ramo ampezzano" del Sorapis, inferiore per quota solo alla prossima, più nota Punta Nera, la Zesta (un tempo detta anche Lacedel, 2768 m) non appartiene al Gotha alpinistico dolomitico: secondo P. Salvini, ad esempio, nella calda estate del 2003 fu salita soltanto sette volte.
Nonostante la ridotta affezione a questa elevazione, che incombe sull'Alpe di Tardeiba con una singolare parete a canne d'organo, e nonostante la dolomia friabile e poco invitante che la costituisce, la Zesta potrebbe meritare appena un po' più di considerazione per alcuni motivi, che sono poi i soliti: la via normale, non proprio elementare, è comunque divertente e di soddisfazione; la visuale dalla cima soprattutto verso il Sorapis è pregevole; il senso della montagna, dato l'isolamento della vetta, è altissimo.

Zesta e Lago del Sorapis col sottoscritto, dalla normale
della Punta Nera  (foto M.G., 26/7/2008)
Raggiunta forse da topografi in epoca imprecisata per la cresta N, che inizia a Forcella del Ciadin, nel 1929 fu visitata da Severino Casara, che trovò con alcuni amici una via (non molto difficile, ma neppure molto attraente) sul vasto declivio roccioso ed in basso erboso che guarda il Lago del Sorapis.
Zesta, dall'Alpe di Tardeiba, settembre 2003
La storia di questa cima, che ho salito 4 volte, compiendo due volte la traversata N-S con discesa per la via Casara, è modesta, ma registra qualche sussulto. Dopo una via di scarso interesse, aperta da Peterka con un compagno (1930), la prima invernale della cima spettò a tre triestini, Giorgio Brunner, Massimina Cernuschi e Mauro Botteri (7/2/1942).
52 anni dopo, gli amici Mara e Ivano, che si trovano a loro agio nelle Dolomiti meno "consumate", lasciarono in vetta un barattolo con un quaderno, che penso faccia fatica a riempirsi di firme, anche se poco tempo fa la cima fu scelta addirittura per una gita sociale da una Sezione cadorina del CAI.
Salitovi da solo a fine luglio 1995, scoprii con piacere il nuovo libro di vetta e una bella notizia. Il 5 gennaio di quell'anno, quindi poco meno di 18 anni orsono, la neo-guida Ario Sciolari aveva compiuto la probabile prima invernale solitaria della Zesta.
Di certo quel fatterello non fece e non fa notizia, ma a mio giudizio aggiunse un piccolo, bell'inciso alle scarne vicende di questa strana montagna.

24 dic 2011

"Fredi", sportivo e alpinista

Alfredo Dibona "Pilato", più noto come "Fredi", è morto ieri nella sua dimora di Ospitale, in quello che anticamente fu il ricovero dei pellegrini che dalla Germania scendevano a Roma passando per Ampezzo. 75 anni, "Fredi" era nipote di Angelo Dibona, icona delle guide ampezzane; figlio di Fausto, guida e custode nel 1946-47 del Rif. Biella alla Croda del Béco, e fratello di Ivano, guida anche lui, caduto con un cliente nel 1968 dallo spigolo E della Grande di Lavaredo, scalato dal nonno sessant'anni prima. 
La parete E della Croda Rossa Negli anni '60 Fredi
 vi ripeté col fratello Ivano la "Direttissima", aperta dallo zio
Ignazio Dibona e Piero Apollonio nel 1934
"Fredi" fu una delle glorie sportive d'Ampezzo. Ottimo fondista, entrò nel 1957 nella Nazionale. Corse alle Olimpiadi di Squaw Valley del 1960, giungendo 18° nella gara più emozionante, la 50 km. Partecipò poi a molte altre competizioni; ritiratosi dall'agonismo, gestì coi familiari prima il Rifugio Vandelli al Lago del Sorapis e poi per diversi anni il ristorante di Ospitale. Maestro di sci, fondò la Scuola sci fondo a Cortina e contribuì al lancio della Dobbiaco-Cortina, una gara ancor oggi importante per l'offerta sportiva locale, classificandosi 5° nella prima edizione (1977).
In ambito alpinistico, "Fredi" ha il merito di aver voluto ricordare il fratello Ivano, scomparso a 25 anni, riattando con una squadra di amici il lungo percorso di arroccamento dei soldati italiani sulle creste del Cristallo, da Forcella Staunies al Col dei Stonbe, inaugurato come "Sentiero attrezzato Ivano Dibona" il 6/9/1970 ed ancora oggi amato e percorso da migliaia di escursionisti di ogni nazione.

22 dic 2011

Rinaldo Zardini Foloin, scienziato e alpinista ampezzano

Ricorrono oggi 109 anni dalla nascita di Rinaldo Zardini "Foloin", modesto e straordinario paesano scomparso nel febbraio 1988 che, da collezionista di fossili e piante quasi autodidatta, divenne un autentico uomo di scienza.
Cortina lo ricorda al meglio, avendogli dedicato la Scuola Media Statale e il Museo Paleontologico delle Regole. Al sottoscritto, che conosce un po' di più la storia dell’alpinismo che quella naturale, non sfugge - e interessa far presente - che, tra i diversi interessi che animarono l'operosa esistenza di Rinaldo, rientrò anche l’arrampicata.
Cima Cason de Formin, versante ovest
19/7/2008
Non fu certamente un campione del VI grado, ma soprattutto tra gli anni '20 e '30 del secolo XX, svolse una buona attività alpinistica, spesso in cordata con l'ardita sorella Olga. Le crode di Cortina ne serbano grata memoria, testimoniando la sua passione con due vie: la “Olga”, sul diedro NW della Cima Ovest della Torre Grande d’Averau, salita il 15/7/1929 con la sorella e la giovane guida Enrico Lacedelli, e la parete W della Cima Caşon de Formin, scalata il 17/7/1930 sempre con Olga e le guide Angelo Dibona e Luigi Apollonio.
Quest’ultima via, che Berti valutava di difficoltà classiche, da uno Scoiattolo che la salì anni fa è stata stimata assai più impegnativa ma, a differenza delle "Olga", penso conti poche ripetizioni.
Oltre che nelle piante e nei fossili che raccolse, catalogò e studiò per tutta la vita, la figura di Rinaldo Zardini rimane perciò effigiata anche sulle montagne d’Ampezzo, che credo egli abbia esplorato tutte, salendole per anni e facendone conoscere i segreti al mondo intero.
Ricordo la sua signorile figura, soprattutto in occasione di un'escursione coi mei compagni delle scuole medie a Pratopiazza nel '70 o '71, durante la quale stimolava ognuno di noi a osservare e raccogliere i piccoli fossili marini che popolano l'Alpe di Specie.
Ad oltre vent'anni dalla sua scomparsa, mi piace rievocare la figura di questo studioso, che conobbi ed apprezzai personalmente già anziano, anche attraverso le vie nuove in cui si cimentò in giovane età, nelle quali la storia alpinistica ha eternato per sempre il suo nome.

21 dic 2011

Solo un'ampia, lunga, monotona scarpata?

Visto dal lato S, usualmente praticato d’estate a piedi e d'inverno con gli sci e anche con le ciaspe, non ha certamente un aspetto così regale da giustificare l'oronimo di Picco di Vallandro (Durrenstein per i pusteresi).
Anzi, è un'ampia, lunga, forse anche un po’ monotona scarpata di magro pascolo e detriti, solcata da un sentiero “da vacche” che nell'ultimo tratto si fa più interessante, s'inerpica su roccette, doppia un’anticima esposta mediante una fune metallica e termina presso la grande croce.
Visto da N, giungendo da Brunico, invece si rivela come un massiccio castello che signoreggia sull'alta Val di Braies con torrioni, canaloni, spigoli. Il Picco di Vallandro è una grande montagna, ricercata per il colpo d'occhio a giro d’orizzonte che ne fa una delle cime più ambite delle Dolomiti pusteresi.
Già nel 1877, Paul Grohmann, guidato lassù dal leggendario Michele Innerkofler, scriveva che dal Vallandro "La vista panoramica è una delle migliori delle Dolomiti ..." ed elencava una cinquantina fra cime e gruppi montuosi vicini e lontani, visibili dal punto più elevato.

Il Picco con la traccia della via normale
(Dal Col Rotondo dei Canopi, 16/10/2011)
 Grazie alla facilità dell'accesso, che richiede comunque circa 2,5 ore da Pratopiazza per coprire gli 850 m di dislivello (secondo l'infaticabile pioniere austriaco, bastava addiritttura un'ora e mezzo!), chissà quando e da chi venne salito per la prima volta.
Quanto alla sua storia, che annovera fra i protagonisti anche il citato Innerkofler, autore di una via sul versante N, conservo la notizia della prima probabile salita sciistica, realizzata il 29/4/1934 dai cortinesi Federico Terschak, Bepi Degregorio e Silvio Manassero partendo a piedi dalla strada che sale da Carbonin lungo la Val di Specie.
Stranamente, il Picco mi ha ospitato in vetta poche volte, l’ultima in tempi ormai non più vicinissimi. Di quella salita, effettuata da solo a fine giugno direttamente da Cimabanche, ricordo una spessa cornice di neve fra l’anticima e la cima, che mi dissuadeva dall’approccio alla croce sommitale.
Fin quando un deciso pusterese prese la situazione in mano e bucò la cornice, aprendo una traccia che consentì alle numerose persone riunite sull'anticima, e titubanti come me, di ammirare la grandiosa visuale dalla vetta.

19 dic 2011

Il 17 dicembre di diciassette anni fa, a Cortina non era ancora arrivata la neve

Il 17 dicembre di diciassette anni fa, a Cortina non era ancora arrivata la neve; suonava mezzogiorno quando, usciti all'asciutto dalla III Cengia del Pomagagnon, ponemmo piede sulla Punta Erbing, ambita meta di quella giornata rubata all'inverno.
Per chi non sapesse dove collocarla, la Punta è l’ultima elevazione della dorsale del Pomagagnon, prima che questa vada a concludersi sull’ampia sella di Sonforcia.
La vetta, dal sentiero d'accesso
Quotata 2301 m, cade a S con una considerevole parete alta almeno 350 m, mentre sul lato opposto un pendio roccioso coperto di mughi e ghiaie consente di giungere in vetta ripidamente, ma con impegno poco più che elementare.
Toccata quasi certamente in epoca prealpinistica a scopo venatorio o forse anche pastorale, visto che ai suoi piedi si estende il bel pascolo di Padeon, alpeggiato fino ad anni non lontani, la Punta trae il nome da un tale G. Erbing, che comparve una sola volta nelle cronache dell'alpinismo.
Costui, probabilmente germanico, nell’estate 1905, salì la parete che guarda Cortina con le due guide allora più ricercate della zona, Antonio Dimai e Agostino Verzi, per una via comunque di secondaria importanza. 
Nell'estate del 1942, Luigi Menardi del Bellevue e Toni Zanettin tracciarono una seconda via, un po' più impegnativa, sulla medesima parete, chiudendo così fino ad oggi la breve storia della Punta.
Per giungere sulla Erbing, oltre che dalla III Cengia, mi piace il sentiero segnalato che da Forcella Zumeles s'inerpica, dapprima nel bosco, poi per ghiaie con qualche gradino di roccia, fino al punto più alto.
Da questo lato non mi pare che la Punta sia frequentata a dismisura: forse, ma forse, vi giungono più spesso coloro che percorrono la citata III Cengia, che termina poco sotto la sommità.
In cima, 20 agosto 2009
Sulla vetta, che offre un bel panorama sulla valle, è posata solo una piccola croce di rami; null'altro, neppure il libretto, che avrei idea di collocare io, quando vi risalirò.
La Punta Erbing è ancora selvaggia, indisturbata, ammaliante: per questo mi piace, e nell'ultimo decennio vi sono salito, solo e con amici, per quattro volte, scoprendo sempre la romantica soddisfazione che nasconde un luogo poco noto, anche se alla vista di tutti.

16 dic 2011

Era la nostra meta preferita ...


Da Pian de ra Spines
6 novembre 2011
Qualcuno mi giudicherà esagerato, irriducibile, misoneista, "verde scuro", o chissà che altro.
Il fatto è che, fra settembre e ottobre, ritengo sia stata "rovinata" la meta preferita di una delle mie camminate, durante quasi tutto l'anno, la Rocca di Podestagno, di cui ho parlato e scritto spesso anche qui.
Ho deciso così che non mi aggirerò più nella zona, almeno fino a quando non mi sarà sbollita, o la natura avrà rimediato alle ferite subite.  
Sì perché, per ricordare i 5 secoli da quando Massimiliano I d'Austria prese Cortina (data secondo alcuni fondamentale per il nostro destino, ma che pochi, tranne gli storici di mestiere, conoscevano), quest'estate sono state attuate diverse cose, che non mi sento di condividere pienamente.
Tre cippi a ricordo (tutti e tre scritti in italiano: né ampezzano, né tedesco, quindi ...), uno in Corso Italia a Cortina, uno presso il ristorante  di Ospitale e l'ultimo sulla Rocca, già scalzato dalla sua sede, nel maldestro tentativo di eliminarlo.
Un gran parapetto intorno allo stretto spiazzo sommitale della Rocca, esposto e pericoloso, è vero, per i bambini, ma un po' meno per gli escursionisti adulti che arrivano lassù; due bandieroni svolazzanti sulla parete della Rocca per qualche settimana, poi asportati; un bel tratto di strada boschiva allargato e inghiaiato per la festa ma ... sempre, giustamente chiuso al traffico. A chi servirà, adesso? Alle mamme col passeggino, nostalgiche di Massimiliano I?
Troppe, troppe cose per una ricorrenza che a mio giudizio poteva avere toni più sfumati, e invece è stata presa di petto da due Comuni e, a Cortina, da enti e cittadini, con Messe, bande, costumi, discorsi, teatro, libri...
L'ambiente sopporta. Il sottoscritto un po' meno, e così cambierà camminata. C'è sempre e comunque, per ognuno, una montagna ...

13 dic 2011

Quattro volte quattro ...


Ho scritto più volte della mia prima salita, il Becco di Mezzodì nel luglio del 1975. Non ho invece detto tanto della seconda, che fu la prima realizzata effettivamente in cordata: la Torre Lusy, una delle frequentate Torri d’Averau.
Dopo aver scoperto che l'alpinista cui fu dedicata la Torre nel 1913, Marino Lusy (1880-1954), appassionato d'arte orientale, fu un benefattore e donò alla città di Trieste un elegante palazzo sull'angolo del centrale Corso Italia, rincorrendo uno dei miei pensieri mi sono accorto per caso  che, nella mia prima salita della Lusy, stranamente ricorse per 4 volte il numero 4. 
Torre Lusy, giugno 2009
Era il 4 di aprile, eravamo in quattro, il nostro inseparabile “Berti” classifica, forse un po’ in eccesso, la salita di 4°. Con Ivo, Luciano e Carlo, dopo essere giunti con mezzi di fortuna a Bai de Dones ed aver risalito la pista di sci ancora molto innevata (la seggiovia era già chiusa, ma comunque non avremmo avuto di che pagarla), con l’assistenza al “campo base” di Giacomino, ancora ragazzino, che si accontentò di stare a guardare, salimmo tutti insieme i 100 m della Torre, che in seguito avrei frequentato altre volte.
Finita questa, mentre Ivo e Carlo – più fegatosi di noi - affrontavano con baldanza la vicina parete N della Torre del Barancio (quella sì di 4°, e anche di più, che dovetti aspettare ancora del tempo per poter salire), Luciano e io ci cimentammo sulle meno difficili torri Quarta Bassa e Inglese.
Scesi da quest’ultima, i nostri due amici erano ancora in parete e il pomeriggio avanzava veloce: cosa fare, per evitare il buio?
Praticamente nulla! Accoccolati sui massi liberi dalla neve sotto le Torri, aspettammo nervosi finché Ivo e Carlo rimisero piede sulla terraferma e poi giù di corsa sulla neve fradicia, fino a Bai de Dones.
Là ci aspettava il padre di Luciano, che prima appioppò un sonoro manrovescio al figlio, poi ammonì noi altri e infine ci riportò a Cortina.
Il tutto succedeva quasi trentasei anni fa (che è un multiplo di quattro...)

06 dic 2011

Volarono anni corti come giorni ...

Un quarto di secolo fa, il 6 dicembre, con mio cugino Enrico (Scoiattolo e giovane guida) compimmo un piccolo, ma per noi memorabile exploit: la salita della Via Dimai sulla parete S della Punta Fiames, in 3 ore e 50 minuti complessivi. 
Lo studente imbronciato: sotto
la 2^ parete, 9/7/1985
(foto F.M.)
Partiti, infatti, dalla ex Birreria Pedavena in Corso Italia alle 10 del mattino, eravamo di nuovo lì alle 13.50. Quel giorno la “paré”, però, si era presentata in condizioni estive e così superammo la Dimai (che solitamente richiede 3 ore dall’attacco alla cima, più salita e discesa) in conserva, assicurandoci solo in due tratti.
C’è da aggiungere qualche altro particolare, che consentì una prestazione certamente risibile in altri contesti, ma della quale io menai vanto.
Quanto a Enrico, la sua capacità e abilità erano incontestabili, e ad esse aggiungo la possibilità che aveva di aprire la sbarra della strada forestale, salendo in macchina fino ai piedi del Graon del Pomagagnon.
Il dottore contento:
sul penultimo tiro, 24/5/87
(foto M.C.)
Aggiungo il mio buon allenamento stagionale e la "pratica" della via, che nel 1986 avevo salito altre due volte, il 25 maggio e il 2 novembre.
Questa della “paré” in meno di quattro ore house-to-house fu una prestazione unica, di cui conservo un bel ricordo per la soddisfazione alpinistica, per la giornata (eravamo a San Nicolò, ma le rocce erano calde come in settembre), e infine perché è già volato via un quarto di secolo, e come mi trovo ormai a ripetere spesso, "sembra ancora ieri"...

04 dic 2011

Albergo dei Peniés, 4 dicembre

Domenica scorsa scrivevo che forse oggi avremmo trovato i boschi, le crode, le forcelle, i valloni già tutti imbiancati.
Mi sbagliavo: il tempo si è imbronciato, ha piovuto un po' ma la temperatura è tutt'altro che invernale, e così abbiamo potuto decidere la meta della passeggiata del 4 dicembre lasciando ancora le "ciaspe" in soffitta. 
Baita Peniés, 4/12/2011
A meno di un'ora da uno dei tratti più veloci della Strada 51 di Alemagna, fra Cortina e San Vito, qualche anno fa scoprimmo l'Albergo dei Peniés, un luogo particolare, isolato, quasi fermo nel tempo e nello spazio.
Esso è noto ai sanvitesi e a pochi ampezzani; un tempo lassù, in una radura fra magri pini ai piedi della Croda Marcora, era  stato ricavato un pascolo dove in primavera salivano gli ovini. Verso giugno poi essi continuavano l'alpeggio a Casera Geralba, sulla sponda destra del Boite.
A servizio del pascolo, a 1364 m di quota  sorgeva una baita di legno costruita a "blockbau", la "Baita Peniés". L'edificio, ancora citato su alcune carte, non c'è più da anni: al suo posto, dal 1994 c'è una mangiatoia per ungulati dotata di un locale ad uso di eventuale riparo.
Oltre la "Baita", collegata al fondovalle da una scoscesa pista che dall’ex Ponte del Venco s’inerpica nella pineta che ammanta le pendici meridionali del Sorapis, si apre una pala erbosa costellata di massi, che termina a quota 1427 m.
Al culmine della "pala erbosa
costellata di massi", 4/12/2011
Proprio lì, uno dei canaloni del tormentato versante si divide in due rami, che convogliano altrove eventuali scariche di detriti e blocchi, lasciando pulita la pala morbida e solitaria, dove da decenni però gli ovini non pascolano più. 
Fin lassù siamo arrivati oggi, per la quarta volta quest'anno: il luogo è molto distensivo, e offre una visuale a 180° dal Penna al Pelmo, Rocchette, Becolongo, Becco di Mezzodì, Cinque Torri e Tofana I. Il panorama odierno però era annullato dalla nebbia e dalle nuvole, che fasciavano tutto e celavano l'altrimenti originale orizzonte.
Peniés è un luogo minore, traguardo di una camminata che teniamo fra i nostri "must" preferiti e nella quale mai abbiamo trovato alcuno a contenderci il passo.
E seduti sul masso al culmine della pala erbosa, punto di riferimento della salita, c'è sempre l'occasione per chiacchierare, ammirare le montagne, fare un riposino, goderci con grande soddisfazione la nostra meta, ancora sconosciuta ai più.

02 dic 2011

Sarà per aver quindici anni in meno ...

Qualche giorno fa Flora, appassionata escursionista, mi ha inviato un "cadeau", che mi ha dato una certa emozione, facendomi riandare coi pensieri ad alcuni lustri addietro. Si tratta dell’immagine delle prime due pagine del libro di vetta posto sulla Costa del Bartoldo, che lei ha salito per la prima volta il 3 settembre scorso.
La cosa, peraltro, non avrebbe valore per la macrostoria, se non fosse che quel quaderno lo sento anche un po' mio; mi pregio, infatti, di averlo portato in vetta dopo decenni di assenza, collocandolo sotto la croce (eretta nel 1950 e rovesciata dal vento nel 2000, subito ricostruita e benedetta il 9 luglio di quell’anno dal nostro Parroco-Decano con una bella festa) e di averlo inaugurato, con due amici il 28 settembre 1996.
Rivedere quelle pagine, come dicevo, mi ha fatto molto piacere. L'iniziativa, che mi accollai anzitutto per pura soddisfazione personale, è uno dei tanti ricordi montani che conservo cari, per varie ragioni.
Sulla Costa del Bartoldo (la cima più nota del segmento centrale del Pomagagnon) e quindi alla "Crosc del Pomagagnon", nell’arco di un quindicennio sono salito quasi ogni stagione, sia con amici che da solo.
Libro di vetta della Costa del Bartoldo,
3/09/2011 (foto F.M.)
Dall'immagine a fianco arguisco che il "mio" quaderno è ancora lì, in discreto stato e, mi dicono, nella scatola originaria; al contrario di quanto accade spesso, non è troppo lordato dai soliti zuzzurelloni. Forse ciò che scrissi nella prima pagina, "Questo libretto è affidato all'attenzione (non so però se ho decifrato la parola esatta) di chi giungerà fin quassù", qualcuno lo legge ancora.
Salire sulla Costa non è banale e richiede una certa fatica; sicuramente qualcuno giungerà in cima stanco quanto basta per non sprecare le energie residue scrivendo sciocchezze o volgarità su un documento come quello, che io ritengo importante per la storia della montagna.
Dal 2005, dopo un imprevisto poco sotto la vetta che mi lasciò un discreto segno nel morale, non ho più rivisto la croce ma, tutto sommato, non dispero di poterci tornare ancora.
In "Eskimo", Guccini cantava: "... Eppure a volte non mi spiacerebbe essere quello di quei tempi là; sarà per aver quindici anni in meno ..."
La mia firma e il ricordo di quella giornata sono appunto quelli di quindici anni fa ...

Punta Fraio, una cima senza vie?

Tra le cime che abbracciano Cortina, non tutte conosciute e frequentate allo stesso modo, ne risalta una, che secondo la guida delle Dolomi...