29 nov 2011

In montagna ... con un gatto

Non è certamente tanto strano ma mi piace ricordarlo: mi è capitato di portare a termine almeno tre escursioni in compagnia di animali "domestici".
Un cane, una capra, un gatto hanno fatto da scorta a me, familiari e amici in due gite nel gruppo delle Tofane e in una in quello della Croda Rossa.
Della capra e del cane ho già narrato le vicissitudini in più sedi; del micio non ricordo. Ad ogni buon conto, ora che il declinare della stagione induce più a rimestare nei ricordi che a raccontare le azioni, lo rievoco in queste poche righe.
Primi anni Settanta: agli esordi delle nostre scorribande autonome sulle crode, un giorno d'estate salii con Sandro, Carletto e Federico la via ferrata "Bovero" sul Col Rosà.
"Routine", forse, guardandola con gli occhi di oggi, ma allora ero il più grande del quartetto, e non avevo neppure sedici anni! Appena imboccata la forestale di Pian de ra Spines, fra le roulottes del campeggio di Fiames emerse un gatto, che iniziò a trotterellarci dietro.
Su a Posporcora ce l’avevamo ancora alle spalle, all’attacco della ferrata anche. Cosa fare?
Il Col Rosà con la cresta della ferrata Bovero,
dalla Rocca di Podestagno (25/10/2009)
Carletto prese "il gatto al balzo", e se lo infilò nello zaino, lasciando fuori la testa; era proprio piccolo, ma per nulla spaventato, e si lasciò condurre senza fare storie lungo la cresta, godendosi il panorama da quella comoda e privilegiata posizione, fino in vetta.
Sotto la croce sommitale lo liberammo e lo adagiammo su una giacca a vento, ma non scappò: anzi, condivise con noi qualcosa della merenda, e continuò poi a seguirci, zampettando lungo le rocce, i mughi, i ghiaiosi canali del sentiero 447, fino a rientrare a Pian de ra Spines.
Davanti al campeggio, mosso dall’istinto, il gatto cambiò strada e sparì. Lui non ci miagolò nulla, ma fra me e me io gli rivolsi un grazie per la tenera, silenziosa, discreta compagnia che ci aveva fatto.

27 nov 2011

"Su in Cianderou"

L'autunno non accenna proprio a mollare; nelle ore centrali di queste giornate c'è ancora un po' di sole; i boschi e le montagne nella loro veste dorata sono stupendi: e allora?
Pranziamo ad orario "da ospedale", e poi via. Stavolta però cambiamo zona: meta di questa ultima domenica di un bellissimo novembre sarà Cianderou.

Il Col Rosà, da Cianderou
Sono già passati sei anni dall'ultima volta che salimmo insieme a quel poggio boscoso e roccioso nel gruppo delle Tofane, quotato 1753 m. Lassù sorge un "cason" delle Regole con un bel crocifisso, un paio di sentieri s'incrociano, un panorama interessante si estende fino al Cadore; è la meta piacevole di una camminata senza difficoltà.
Verso Cortina, col Sorapis e l'Antelao
Nel giro di tre ore incontriamo altre 14 persone che, come noi, hanno scelto di salire per la stradina ex militare che dal Lago Ghedina raggiunge il poggio a larghi tornanti; tre di loro, addirittura, sono scesi dall'alto, dai Tonde de Cianderou, dove hanno visitato la misteriosa pozza d'acqua trasparente nel fondo della grotta, di cui ho scritto spesso.
Dopo un'ora dal Lago giungiamo "su in Cianderou"; accumuliamo fotografie in tutte le direzioni, ci riposiamo davanti al "cason", andiamo a curiosare verso Posporcora.
Sono quasi le due quando, un po' a malincuore dato che il sole occhieggia ancora e ci donerebbe sicuramente un'ultima tiepida mezz'ora, lasciamo la panchina costruita dal Parco proprio in cima al risalto, e scendiamo verso casa.
Il Lago Ghedina è già quasi al buio. Magari domenica prossima quassù sarà tutto bianco...

24 nov 2011

"Lux", a 5 anni dalla scomparsa

La prossima settimana saranno già passati 5 anni da quando se ne andò così, all'improvviso, Luciano Majoni Boto, “Lux”. Quel giorno venne a mancare una persona davvero cara, che potevo considerare un amico.
Con lui, come con altri della mia generazione, condivisi molti "giorni in salita", negli ultimi anni '80 ma anche dopo; tramite il ricordo di alcuni giorni mi fa piacere rievocarlo, oggi che sembra ieri.
Insieme salimmo, fra l'altro, lo spigolo Innerkofler del Paterno, la Via della rampa del Piz Ciavazes e una delle vie di palestra sui Crepe d’Oucera, la quale si rivelò "più del massimo" di quanto riuscivo a fare.
Grazie a "Lux", nel novembre '87 conobbi la Rocheta de Cianpolongo, dove sono poi tornato più volte, anche da solo; con lui e altri amici salimmo il Sasso di Bosconero in una limpida giornata d'autunno; facemmo poi il giro delle forcelle delle Marmarole Centrali e scalammo la Vetta d’Italia coi soci del CAI.

Tornando dalla Croda dei Longerin, 13/10/2002.
Luciano è l'ultimo a destra
Con Luciano e Marco, sulle soglie dell’inverno '86-'87, potei scoprire i segni confinari fra Cortina ed Auronzo, alla base della Torre NE di Popena; ci trovammo spesso a casa sua a Majon e per un decennio c'incontarmmo regolarmente ogni anno alle Assemblee della Sezione del CAI.
Cinque anni dopo, non ho mutato pensiero rispetto a quanto scrissi il giorno dopo la tragica scomparsa. Mi capita spesso di ripensare agli amici di montagna che "sono andati avanti". Per fugare la malinconia, penso che continuerò a salire sulle crode finché mi sarà possibile; rivedendo i luoghi dove ho trascorso con gli amici giornate emozionanti, non potrà mancare un pensiero per chi ho conosciuto, e fra loro anche “Lux”.

22 nov 2011

Luca Dapoz Presidente delle Guide Alpine di Cortina


Le guide alpine d'Ampezzo nel 1913.
Chi ne era il Presidente? (arch. E. Majoni)
Nell'ambito del ciclico rinnovo della presidenza del Gruppo Guide Alpine di Cortina, in questi giorni a Franco Gaspari Moroto è succeduto Luca Dapoz. Il nuovo vice Presidente è ora Paolo Tassi, che sostituisce Stefano Piccoliori.
Classe 1965, guida dall'85, Luca viene da una famiglia dove la Montagna è "di casa", da sempre. I suoi genitori Vittorio "Toio" e Aurora Lancedelli Slaa, infatti, hanno gestito dal 1972 al 2010 il Rifugio Camillo Giussani a Forcella Fontananegra, passato dalla scorsa stagione al fratello Mauro, attuale Capostazione del CNSAS di Cortina.
Oltre che guida alpina, Dapoz fa parte del Gruppo Scoiattoli ed è maestro di sci. Ha raccolto il testimone con passione, ponendosi a capo del gruppo di quasi 30 maestri d'alpinismo che da centoquarant'anni onora il nome di Cortina.
A Luca e Paolo va anche il mio augurio di buon lavoro, a Franco e Stefano un grazie per quanto hanno fatto in questi anni.

21 nov 2011

Ignazio Dibona Pilato, a 100 anni dalla nascita

Il 29/1/1942, travolto da una valanga a Campo della Scindarella in Abruzzo, perdeva la vita a trent’anni la guida alpina e maestro di sci Ignazio Dibona. Dopo aver tratto in salvo tre allievi sepolti dalla neve, si stava impegnando a soccorrere altri tre sciatori investiti prima di lui, con i quali invece scomparve.
Nato a Cortina il 21/11/1911, primogenito di Angelo “Pilato” - simbolo delle guide di Cortina -Ignazio interpretò con onore la tradizione di guide della famiglia, che dopo di lui fu portata avanti dai fratelli Fausto e Dino  e dal nipote Ivano.
Già da piccolo accompagnava il padre sotto le pareti, aspettando poi paziente il suo ritorno dalle salite. Giovanissimo iniziò a scalare pareti e cime sempre più impegnative prima con il genitore, poi con amici e colleghi.
Il 3/9/1927, non ancora sedicenne, superò con il padre e il fratello Fausto, di quattordici anni, la Via Dimai sulla Punta Fiames (4°), dando testimonianza di una salita di un buon livello. Ventenne, con Giovanni Barbaria “Zuchin” fu promosso guida alpina, coronando così il sogno della sua vita ed iniziando una professione intensa e ricca di soddisfazioni.
Durante il servizio militare, Ignazio si distinse guidando i compagni in traversate e salite su tutte le Dolomiti. Fra le sue prime, non abbondanti ma qualificate, risaltano la Via Centrale sulla Punta Fiames (17/7/1933, con Giuseppe Dimai e Celso Degasper), definita “Straordinariamente difficile, V grado superiore”; lo spigolo SE della Croda Marcora (settembre 1933, con Luigi Apollonio e Giovanni Barbaria, 5°+); lo spigolo del pilastro N del Siroka Pec (4°, 5° con un passaggio di 6°, 17/8/1935, col padre, Anna Escher e Joza Lipovec); la Diretta Dibona sulla Testa del Bartoldo (21/9/1937, col fratello Fausto ed Hermione Blandy, 5°+).

Croda Rossa d'Ampezzo, parete E
dalla Valfonda (23 ottobre 2011)

Il suo capolavoro rimane però la Direttissima per parete E della Croda Rossa d'Ampezzo (6°), tracciata il 28-29/9/1934 con Pietro Apollonio e ripetuta per la prima volta nel 1951, con la quale venne risolto un interessante problema alpinistico.
Furono innumerevoli le ripetizioni di vie di rilievo portate a termine dal “Pilato”, che divenne anche maestro di sci. Con il padre, Angelo Verzi e Emmy Mendl di Karlsbad, il 15/7/1929 compì la 10^ salita della Via Miriam sulla Torre Grande d’Averau, che in seguito ripeté in soli 17 minuti.
Con Arcangelo Dandrea e Renato Zardini portò a termine il 25/9/1932 la 4^ ascensione della Fessura Dimai sulla stessa Torre e sulla quale tornò con Alfonso Tanner anche il 3 ottobre, per la 10^ salita.
Nell’estate 1940 salì col padre due vie molto impegnative, aperte trent'anni prima da Dibona con Rizzi e i Mayer, lo spigolo N del Grosser Oedstein e la parete nord della Cima Una: né vanno tralasciati i numerosi interventi di soccorso, ai quali Dibona prestò sempre la propria opera con generosità e coraggio.
Chiamato a dirigere la scuola di sci di Campo Imperatore, col suo carattere fermo e cordiale si guadagnò subito la stima e l'affetto dei clienti.
Non appena accaduta la disgrazia, i fratelli scesero a Campo Imperatore, dove poterono “raccogliere dalle genti fasciste delle montagne d’Abruzzo in cui il loro Ignazio cadde, le espressioni dell'unanime compianto e della generale ammirazione” e portarono “ai genitori e alla sposa angosciati la solidarietà di un mondo estraneo al loro, ma che si unisce a loro, per confortarli”.
A Cortina, la notizia della morte si diffuse fulminea: sul “Notiziario di Cortina” del 30 gennaio, il Presidente del C.A.I. e alpinista accademico Bepi Degregorio scrisse un commosso necrologio, ripreso nel numero di giugno-luglio 1942 della rivista “Le Alpi”.
Degregorio, conformemente alla retorica del tempo, così chiudeva: “Ignazio Dibona tu non sei morto. La tua figura di atleta è fissa nell’azzurro in vetta alla difficile parete della vita. Tu assicuri la nostra corda nel moschettone di puro ferro e ci comandi: avanti.”
Ai funerali, celebrati con la partecipazione di tutto il paese, la salma di Dibona fu trasportata a spalle dalle guide alpine, scortata dai maestri di sci e seguita dalle maggiori autorità politiche e amministrative locali, con rappresentanze dell’A.N.A., del C.A.I. e degli scolari ampezzani.
Nell’impossibilità di farlo di persona, la famiglia rivolse pubblicamente un vivo ringraziamento alle autorità di L’Aquila, Belluno e Cortina, al Presidente del C.A.I., alle guide, ai maestri di sci e ai partecipanti al lutto, che segnò indelebilmente soprattutto il padre.
Oggi, oltre che nelle sue vie, il nome di Ignazio Dibona resta impresso sulla grande lapide nel cimitero di Cortina, che ricorda tutte le guide alpine ampezzane scomparse dal 1886.

18 nov 2011

Popena Basso

 
La parete E del Popena Basso,
dal sentiero d'accesso

Il 2 novembre del '79, sotto una precoce bufera di neve, presenziai - comodamente assiso alla base della parete - alla salita da parte di Stefano ed Enrico della "via Scoiattoli" sulla parete orientale del Popena Basso.
Detto anche Monte Popena, il Popena Basso è la sommità di un costolone coperto a O di baranci, che a E cade verso il Lago di Misurina con un paretone grigio e giallo alto fino a duecento m e solcato da numerose vie di arrampicata.
Sulla guida Berti si legge che la "via Scoiattoli", aperta da Albino Alverà e Romano Apollonio il 29 giugno del '42, si sviluppa per 90 m con difficoltà di 6°, e per superarla ci vollero ben ventidue chiodi. Aggiungo che l’itinerario, breve ma verticale e continuo, fu la prima via di 6° aperta dalla "Società Rocciatori Sciatori Scoiattolo", costituitasi tre anni prima. La prima solitaria risale a quasi sessant'anni fa (estate '52) e fu opera del giovane Alziro Molin, poi guida alpina a Misurina.
I protagonisti della salita del '79 erano Enrico, diciannovenne poi divenuto Scoiattolo e guida, e Stefano, non ancora sedicenne, anche lui passato per gli Scoiattoli e divenuto guida qualche anno dopo. Io non mi sognavo nemmeno di mettere le mani su quella via, ma mi consolai salendo fino a metà la vicina "Mazzorana-Adler", un percorso di 3°/4° (forse più 4° che 3°) tracciato da Piero Mazzorana con M. Adler il 17 agosto 1936 e poi divenuto molto popolare.
Sceso nella bufera, riuscii a completare la Adler con Carlo solo cinque anni dopo, sabato 3 novembre dell'84: vista la piacevolezza dell’itinerario, la ripetei poi qualche altra volta.
Nel 2002 e poi ancora tre anni fa, sono tornato, a piedi per la via normale, sul Popena Basso: mi è subito sfuggito l'occhio sulla parete e sulle due vie Mazzorana alle quali sono legati alcuni flashback della mia avventura dolomitica, che si esprimeva bene sul 3°/4° e oltre, saggiamente, si arrestava.
Scendendo dalla cima, verso il Lago di Misurina
(21 settembre 2008)
Per me varrà ancora la pena di salire su quella cupola dalla quale si domina Misurina, lungo il piacevole sentiero militare, non segnato e per questo non consumato dagli escursionisti, che s'inerpica nel bosco, per ghiaie e infine in mezzo ai mughi fino in vetta: questa salita virtuale, come riapertura dello scrigno dei ricordi, penso che basti!





Ernesto Majoni

17 nov 2011

Sul Curiè, "piccola" cima delle Carniche

 
Il Curiè, dalla strada forestale
verso La Forceta
Sopra Forcella Zovo, il secondario valico stradale immerso nel verde fra Costalta e la Val Visdende, il 4 luglio dell'anno scorso salimmo una cima semplice ma molto interessante, di cui avevo letto sulla guida delle Alpi Carniche: il (Monte, o Col) Curié, quota 2035 m.
In ricordo dell'amico Mario, una settimana dopo il 1° anniversario della scomparsa, mi fa piacere quindi riferire di quella salita, che gli avevo proposto ed avremmo potuto effettuare con lui e la consorte Paola, originaria proprio di quelle zone. 
Non ho idea da dove derivi l'oronimo "Curiè", ma questo poco importa. Non è una punta rocciosa aguzza e non offre alcunché agli scalatori: è solo un placido cupolone, fittamente boscato fino a tre quarti e pascolivo nel quarto sommitale, che scende verso il fondo della Valle del Piave con alte ed ertissime fiancate coperte di vegetazione.
Agli inizi del '900, l'Esercito Italiano doveva avere individuato nel Curié un luogo strategico di osservazione sull'eventuale seconda linea, perché fu aperta una mulattiera fino in vetta, ripida ma tutto sommato non lunghissima né faticosa, se non per il caldo qualora venga percorsa d'estate (lo confermo!).
Le tre croci di vetta,
con il Popera sullo sfondo
Dopo un buon tratto chiuso fra le piante di un vecchio bosco, il sentiero incrocia una trincea artificiale, un balcone dal quale si apre un'ampia visuale verso il gruppo dolomitico delle Crode dei Longerin, la Val Vissada, i monti che coronano la Val Visdende.
La cima, verde e spaziosa, è caratterizzata da tre croci e, almeno nel 2010, provvedeva ad animarla un folto gregge di ovini. Pensavo che il Curié, il quale offre suggestivi colpi d'occhio sul Comelico e sulle crode che gli fanno corona, fino alla Carnia, fosse poco considerato; invece ho scoperto che per gli abitanti di Valle, Costalta e San Pietro di Cadore, i paesi che si adagiano ai suoi piedi, è un classico.
Da Forcella Zovo (Doo), dove si trova un simpatico rifugio, occorre un'ora e mezza per guadagnare questa "piccola" cima delle Alpi Carniche, un belvedere meritevole di essere conosciuto, cambiando per una volta gli orizzonti ed estraniandosi dalle Dolomiti "firmate" che tanto fastidio danno a Mauro Corona.
Ed è proprio quello che Iside e io facemmo, con soddisfazione, in quella assolata domenica di luglio!

16 nov 2011

Il cordino blu di Forcella Bassa

Data la chiarezza dell’oronimo, di Forcella Bassa sulle Alpi ce ne sarà di sicuro più di una.
Una in particolare mi colpisce, per due ragioni: una certa “inutilità” geografica, posto che su ambedue i versanti sprofonda con scoscendimenti ben poco ammalianti e non consente di compiere alcuna traversata, e poi l’isolamento ambientale e alpinistico.
A sin. il Pezovico, a ds. la Quota 2014:
in mezzo Forcella Bassa (foto IDF, 14/10/2011)
La Forcella Bassa si trova nel gruppo del Pomagagnon, si vede bene da Fiames e segna lo spartiacque fra il versante che le Pezories rivolgono alla Val Granda e quello rivolto alla Valle del Boite. Sicuramente nota e presidiata nella Grande Guerra, poiché in zona si scoprono ancora resti di apprestamenti difensivi italiani, non credo che oggi rivesta interesse per l'alpinismo.
Io ci passai per la prima volta un caldo giorno di fine primavera, scendendo dal Pezovico appena raggiunto con Antonio e Roberto per la "via normale", dall'ex ponte ferroviario sul Felizon.
Giunti in forcella, prima di risalire sull'antistante Quota 2014, ci saltò subito all'occhio un lungo cordino blu annodato su alcuni massi, che pareva nuovo fiammante.
Ripassando mentalmente le scarne notizie alpinistiche circolanti sulle Pezories, almanaccai che potesse averlo lasciato lì la cordata trevigiana di Alfredo Pozza e Maria Petillo.
Nel febbraio '92 i due, infatti, avevano aperto una via sulla parete N del Pezovico, già "assaggiata" da Severino Casara e poi dagli Scoiattoli, e l'avevano dedicata all'ampezzana Luciana Alberti Zardini.
Pezovico, dalla Rocca di Podestagno,
25/10/2009
Ricordai anche di aver letto sulla stampa che, essendo il bollettino meteorologico di quei giorni piuttosto sfavorevole, il mancato rientro in serata dei trevigiani aveva suscitato l'intervento del Soccorso Alpino, per fortuna rivelatosi poi superfluo.
Pozza e Petillo, ottimi scalatori, forse non conoscevano la via del ritorno, abbastanza semplice. Così, dopo aver bivaccato quasi al termine della via, la mattina del 24 febbraio iniziarono a calarsi nel ripido e gelido canalone N, che scende in Val Granda con un aspetto non proprio ridente.
Per iniziare le doppie, lasciarono in forcella un lungo cordino blu. Per quindici mesi, di là non passò certamente più nessuno; domenica 30 maggio '93, però, appena lo vedemmo, quel bel cordino scomparve senza indugio nello zaino di uno di noi ...

14 nov 2011

La Wundt, una delle torri che che mi sono più care

Una famosa via alpinistica di Piero Mazzorana (1910-80), valente guida dolomitica, è senza dubbio quella tracciata lungo la fessura SE della Torre Wundt, nel gruppo dei Cadini di Misurina.
Si tratta di uno degli oltre 40 itinerari aperti dalla guida nel gruppo, dove quasi ogni cima ha una "via Mazzorana", e alcune sono divenute classiche.
Detta in passato Popena Piciol, la Torre fu salita nel 1893 da Theodor von Wundt con le guide ampezzane Giovanni Barbaria e Giovanni Siorpaes. Sulle sue pareti lasciarono traccia celebri scalatori come Angelo Dibona, ma la fessura, visibile dal vicino Rifugio F.lli Fonda Savio, fu affrontata solo il 7/9/1938 da Mazzorana con Sandro Del Torso.
Il pregio, e volendo anche il difetto principale della via (“elegante, aerea, varia e su roccia molto compatta” secondo Goedeke, che alle crode d’Auronzo, Comelico e Sesto ha dedicato una bella guida in tedesco) è che l'inizio si raggiunge in pochi minuti dal Rifugio: non è scontato trovare sempre altre cordate lungo la parete, ma il pericolo dei sassi smossi è quantomai reale.
Alla base della Torre si sale da Pian dei Spiriti in un’ora abbondante; la via poi si sviluppa in sette lunghezze, per circa 200 m. Le difficoltà di 3° e 4° la rendono indicata anche per scalatori di medio rango; è ben protetta e la discesa è veloce e non complessa.
Tutti questi fattori, ineccepibili per una arrampicata su roccia, anche se nelle belle giornate rischiano di convogliarvi decine d’alpinisti, m'invogliarono a salire spesso la Mazzorana, anche più volte in una stagione.
Cercando un percorso nuovo e comodo dove condurre un amico, conobbi per la prima volta la Wundt giusto trent'anni fa, il 12/8/1981.
Sul secondo tiro della Fessura Mazzorana,
27 agosto 1984
Nei successivi quindici anni ho salito la Mazzorana altre 18 volte con amici diversi; evidentemente mi piaceva!
La ricordo come un appuntamento quasi fisso: spesso riuscimmo a salirla anche in un pomeriggio e in essa trovavamo il “mix” ideale per le nostre capacità: il diedro d'inizio verticale e appigliato, la stretta fessura del secondo tiro (dove una volta volli passare con lo zaino vedendo i sorci verdi), la grotta nera che guarda il Rifugio, la traversata esposta, la rampa detritica dove si tirava il fiato e le rocce terminali, sulle quali sentivamo di avere già la cima in pugno.
La firma sul libro di vetta, poi, era un rito atteso e gioioso! Negli anni '80, sulla via c'erano due chiodi, e noi non ne aggiungemmo altri. Nel luglio 1986, vista la crescente popolarità del percorso, Florian del Rifugio Fonda Savio andò a mettere alcuni fittoni, migliorando senz’altro la sicurezza della via, ma privandola di quel pizzico di avventura, che aveva conservato per quasi mezzo secolo.
Ai piedi della Torre,
fine anni '90
In questi anni, passando ai piedi della Torre, mi è capitato ogni volta di notare cordate all’opera. Le ho seguite con un po' “competenza” e di emozione, pensando alle mie salite. Credo che – se riuscirò a superare la fessura della seconda lunghezza senza incastrarmi – forse avrò ancora l’opportunità di lasciare il mio nome sulla Torre Wundt, sicuramente una delle torri che mi sono più care.

13 nov 2011

Val Orita: solo d'estate?

Chissà se in futuro gli sciatori potranno ancora percorrerla; pur non essendo uno sciatore, è per questo che ne scrivo.
Premetto che, fino a trent'anni fa circa, la discesa lungo la Val Orita - escursione già citata da Grohmann nel 1877 - costituiva una scialpinistica molto gradita.
La valle colma di ghiaie che porta quello strano nome ha origine a 2500 m circa, ai piedi della Croda Rotta, nel gruppo del Sorapis. Aggirato lo zoccolo di questa, scende ripida e coperta di mughi verso la valle del Boite, terminando dopo 1200 m di dislivello poco sopra Acquabona, ultimo centro abitato di Cortina verso S.
Con neve sufficiente, la discesa per la Val Orita, iniziando ai Tondi di Faloria e concludendo ad Acquabona (o anche più sopra, a Fraina) era una gita divertente, di impegno medio, in un ambiente privo di affollamento.
La scarsità del manto nevoso e le alte temperature che ci affliggono da anni, soprattutto in primavera, però, l'hanno presto fatta dimenticare.
Chi la scese, fino agli anni ’70, ricorda ancora, fra l'altro, comici capitomboli tra i baranci della valle, spesso alti quanto un uomo! 
La Val Orita ripresa dalla "Losa del Pilato"
3 ottobre 2007
Oggi la Val Orita si frequenta poco in salita, più spesso in discesa (e così a chi scrive è piaciuto seguirla, diverse volte) per il sentiero 214, che si immerge nel verde per un paio d'ore, dà spesso la possibilità di incontrare animali, offre scorci inediti e di solito garantisce una perfetta tranquillità.
Se non torneranno più gli inverni di un tempo, dunque, il fuoripista dai Tondi ad Acquabona potrebbe rimanere solo un ricordo per chi l’ha fatto, o un appuntamento mancato per chi colleziona discese in ogni angolo delle Alpi.
Ma così 'San da Ran e Dona Dindia, il Dio Silvano e la pittrice del Monte Faloria, i nove elfi che abitano il magico prato di Ranpognei e tutte le altre creature dei boschi della zona, potranno vivere tranquille e indisturbate per sempre...

11 nov 2011

Kűhwiesenkopf, una meta interessante

Otto anni fa, girando tra le cime intorno al Lago di Braies che chiudono la catena dei Colli Alti, ne scoprimmo una da consigliare a chi cerca salite d’impegno limitato in ambienti sereni e riposanti: la Kűhwiesenkopf, in italiano Cima Pra della Vacca.

La cima, vista dalla cresta di discesa
Nota anche come Franzjosefshőhe in ricordo di Francesco Giuseppe, cui un tempo era dedicata la croce di vetta, quotata 2140 m, è l’ultima sommità verso E della dorsale delle "Dolomiti di Valdaora", in Val Pusteria.
Belvedere di prim’ordine sulla conca di Braies e sulle vette che la cingono, fino ai Monti di Casies e alle Dolomiti, ha anche interesse scientifico, a seguito di ritrovamenti geologici nella zona effettuati dallo studioso Michael Wachtler.
Per salirla, imboccammo la stradina che dal Lago di Braies s’inoltra nel bosco, lambisce l’isolato Riedlhof, di recente ricostruito, e si esaurisce in uno slargo ai piedi di un grande smottamento.
Proseguendo lungo un costone alberato e superando un ghiaione, salimmo a tornanti fino ad una sella con fienili, purtroppo quasi tutti ormai diroccati, sul bordo dell’Alpe Pra della Vacca.
Continuando sul pascolo, tagliammo verso destra la testata di una valletta e per i ripidi tornanti che da S s’inerpicano in cresta (sui quali, all'improvviso, ci si parò davanti un … ciclista, che scendeva con il suo mezzo su una traccia non più larga di una spanna), dopo 650 m di dislivello toccammo con soddisfazione la vetta, dalla cui artistica croce si gode una visuale amplissima.
Per scendere, imboccammo la traccia che divalla sul lato opposto, lungo il crinale fra la Cima e l’antistante Monte Castello di Braies, fino ad una sella prativa.
Fiori alla Woeggenalm
Per uno scosceso e umido vallone alberato, ci portammo alla Wöggenalm e per stradina forestale e da ultimo sull'asfalto, dopo cinque ore di marcia rimettevamo volentieri  piede al Lago.
Sarà stata la calda domenica estiva, l’atmosfera della zona o chissà che altro: fatto sta che ritenemmo l'anello della Kűhwiesenkopf davvero meritevole, e lo ripetemmo l'anno seguente accompagnandovi una gita sociale del CAI Cortina.

10 nov 2011

La targa sul Campanile Dimai verrà finalmente rinnovata!

La cresta SE del Campanile,
da Mietres (24 agosto 2008)
Nella splendida giornata del 31 ottobre 1999 salii (e credo che sia stata l'ultima volta) la "via normale" del Campanile Dimai, il massiccio torrione a S di Forcella Pomagagnon, ben visibile da Cortina.
Già denominato Teston del Pomagagnon, dall'inizio del '900 fu intitolato ad Antonio Dimai, la guida che il 22/8/1905 - col collega Agostino Verzi e le clienti Rolanda e Ilona von Eötvös - aprì sulla parete S una delle sue vie più impegnative.
Fu l'inizio di una storia alpinistica conclusa nel luglio 2005, quando Paolo Da Pozzo e Giuseppe Ghedina hanno aperto a sinistra della Dimai una via moderna (6+, un tiro A0 o 6c), su roccia magnifica.
Sulla vetta del Campanile, da cui è particolarmente interessante affacciarsi verso Cortina, alla fine degli anni '40 alcuni cadorini fissarono una targa di lamiera.
La targa ricordava Gemolo Cimetta, “Ragno” di Pieve di Cadore, e Giovanni Caldara, ampezzano. Poco più che ventenni, i due ragazzi erano caduti il 2/8/1947 dalla S del Campanile, probabilmente dalla Via Dimai-Verzi, e vennero recuperati dagli Scoiattoli.
Tempo fa segnalai le condizioni della targa, scolorita al punto da essere leggibile solo da chi sapeva qualcosa del fatto del '47, al segretario dei “Ragni” Ernesto Querincig, che mi comunicò l'interesse del gruppo a ricordare un suo socio storico.
Dieci giorni fa ho saputo con soddisfazione che la vecchia targa è stata prelevata, e rientra nei prossimi programmi dei "Ragni" la sua sostituzione, che avevo caldeggiato. Inoltre, una conoscente del Caldara si era offerta di contribuire alle spese di rinnovo della targa, e credo che la sua disponibilità sia ancora valida.
Classica visione
del Campanile da S
Il Campanile Dimai riserva un piccolo Eden, se paragonato alla vicina, modaiola Punta Fiames, abbastanza frequentata per gran parte dell'anno. Sul torrione ora non c’è altro che il ricordo dei due rocciatori; chi sale per le vie da S o lungo il pendio di roccette che sovrasta Forcella Pomagagnon, non dovrà mai fare a pugni con alcuno per scoprirvi un bell'angolo solitario.

07 nov 2011

Il giro di Pian de ra Spines

Dopo un ottobre splendido, la prima domenica di novembre ha portato con sè Messer Autunno, che si è mostrato in pompa magna: cielo grigio, nuvole gonfie, pioggia e - sparsa un po' ovunque - l'aria di smobilitazione che caratterizza il declino verso l'inverno.
Siccome però sostengo che, potendo, la pioggia "è sempre meglio prenderla nel bosco che guardarla dalle finestre ...", ieri pomeriggio siamo  partiti ugualmente, fidando nella buona sorte.
Niente di ardito, solo il classico "giro di Pian de ra Spines" che tutta Cortina conosce; un paio d'ore scarse senza dislivelli apprezzabili, dove si è praticamente certi di incontrare qualcuno, sia d'estate che d'inverno, col cane o il passeggino, in MTB, con gli sci o le ciaspe.
Pian de ra Spines: il tumulo a ricordo
dell'incidente aereo del 1976

Sul ponte "de ra piéncia"
Così è stato anche stavolta: la zona era abbastanza affollata e nella seconda metà del giro la pioggia ci ha raggiunto puntuale. Da un po' di tempo non percorrevo la comoda forestale che dal Ponte de ra Sia s'inoltra nel bosco verso Pian de ra Spines, affianca le larghe ghiaie del Boite, passa ai piedi del Col Rosà, doppia il ponte "de ra Piéncia" e consente di tornare al punto di partenza restando sempre nel bosco e fuori dal traffico; e devo dire che l'ho veramente apprezzata.
E poi, è la prima escursione alpina di cui conservo memoria, coi miei genitori e mio fratello sul passeggino; correva l'anno 1963!
Lungo il tragitto, per chi li sa guardare, ci sono tanti e tali spunti di osservazione (natura, panorama, storia, toponomastica) che anche il semplice giro di Pian de ra Spines, anello quasi pianeggiante che si svolge a 1300 m di quota, può garantire molta soddisfazione all'escursionista.

04 nov 2011

127 anni di Croda da Lago: note di storia

Due anni fa a Cortina avremmo potuto ricordare uno dei tanti Jubiläum (125° anniversario) amati nell'area austro-tedesca.
Dal Beco d'Aial, 24 luglio 2008
Domenica 19/7/2009 infatti sarebbe caduto il 125° della prima salita della Croda da Lago, all’epoca e per lungo tempo una delle salite dolomitiche più difficili. La palma della scalata, compiuta il 19/7/1884, spettò al Barone Lorànd von Eötvös, protagonista di molte salite sui nostri monti. Il nobile era guidato da Michele Innerkofler, pusterese che lavorava a Carbonin, base strategica per il Cristallo, da lui salito circa trecento volte prima di trovarvi una morte prematura nel 1888.
La scalata della Croda da Lago, che cede per soli sei metri il primato di vetta più alta del gruppo alla Cima d’Ambrizzola, seguì di dodici anni l’inizio dell’esplorazione del gruppo. Prima di Eötvös, infatti, William E. Utterson Kelso aveva salito con Santo Siorpaes Salvador il Becco di Mezzodì (5/7/1872), e P. Fröschels e F. Silberstein erano giunti per primi con Arcangelo e Pietro Dimai Deo sulla vicina Cima d’Ambrizzola (23/8/1878).
Prima dell'84, sulla Croda da Lago si erano già infranti i tentativi di alpinisti di grido, sconfitti perché il problema di base era giungere ai piedi della cresta che sostiene le varie cime.
Il versante E, lungo il quale si svolge la via normale, domina la conca del Lago di Federa, dove nel 1901 sorse il Rifugio Barbaria, poi Croda da Lago. In alto esso è tagliato da una lunga terrazza, dalla quale si slanciano le varie sommità, fra cui il Campanile Federa, il Campanile Innerkofler e la Croda da Lago vera e propria. 
Croda da Lago dal Rifugio Cinque Torri,
1910 circa
Il tratto che divide la terrazza dalla sottostante Monte de Federa cala con dirupi rocciosi che nell'800 non erano senz’altro valicabili (infatti, furono esplorati solo un secolo dopo, negli anni '80 del Novecento, con vie di falesia). Su quel tratto si posò l’occhio di lince di Innerkofler, che nella notte sul 16 luglio dell'84 arrivò in Ampezzo. Dopo aver esplorato la fascia basale della Croda, intuì la possibilità di accesso alla terrazza. Girò fra mughi, detriti e rocce, iniziando poi a salire e scrutando ogni ruga della montagna che lo sovrastava.
Ridisceso a bivaccare sulla terrazza, il giorno dopo notò, sul lato sinistro della cima, una torre che forma con la parete un enorme diedro, e capì di aver trovato la chiave di volta dell'impresa. Non sappiamo se giunse subito in cima; forse si spinse sul campanile antistante, o mantenne il segreto della vetta per riservare l'eventuale vittoria al suo cliente.
Il giorno 19 i due toccarono la forcella tra la Croda e la torre prospiciente, e da lì calcarono la vetta: quel giorno si avverava una grande conquista dell'alpinismo. Pochi giorni dopo, il Barone e la guida tornarono a Cortina, risalirono alla forcella divisoria, poi dedicata all'ungherese, e piegarono a sinistra guadagnando la cima del torrione gemello, che Eötvös raggiante volle dedicare alla sua guida.
L’accesso della Croda da Lago non è evidente, né semplice. Salendo da Pezié de Parù-Rocurto si può accorciare, e ciò si faceva certamente in passato, sfruttando passaggi fra i mughi e le rocce che dalla Val Negra portano all’estremo limite S della terrazza. Dal rifugio invece si traversa l’emissario del lago e lo si costeggia fin oltre un masso. Si prende a sinistra, salendo ad un canale roccioso che solca lo zoccolo e si risale fino ad una forcella, dalla quale si prosegue a sinistra per un canale-camino terroso. Sopra questo riprende il sentiero. Si supera una costola di mughi e si continua ancora per ghiaie, erba e roccette, mirando al visibile piede delle rocce. Il sentiero conduce a due torrioni, divisi da una forcella: conviene passare fra il torrione più appuntito e le pareti della Croda, portandosi poi sulla forcella che separa i due torrioni.
Il sentiero continua ancora, rimontando l'ennesimo canalone fra un gendarme e il Torrione Buzzati. Oltre lo sbocco di quest'ultimo canalone, le tracce giungono sulla terrazza della Croda da Lago: la si percorre fino alla gola che scende dalla forcella fra la Croda ed il Campanile Innerkofler, dove inizia la via normale.
Il fiuto di cacciatore di Innerkofler non lo tradì: con la salita della vetta più rilevante della catena diede inizio ad una fase nuova dell'alpinismo. Il pusterese, che nelle sue scalate aveva già toccato il IV grado, soffiò ai colleghi ampezzani un primato ambito. In breve la Croda divenne famosa e ricercata dai migliori alpinisti per la bellezza e l'eleganza delle linee di salita, più ancora che per l'effettiva difficoltà.
Merita ricordare la seconda salita della Via Innerkofler, effettuata da Gustav Euringer con Alessandro Lacedelli da Meleres undici giorni dopo la prima ascensione, e la prima invernale della stessa via. Le condizioni della scalata, condotta il 10/12/1891 partendo a piedi da Cortina prima dell'alba e ritornando a notte, furono tali da giustificarne in pieno l’inserimento fra le imprese invernali, pur essendosi svolta prima del 21 dicembre.
Ne furono protagonisti Jeanne Immink, Antonio e Pietro Dimai, che due anni dopo compì con Leone Sinigaglia la prima salita della cresta N della cima, percorso usato spesso in seguito per traversare la Croda.
Personalmente ricordo con piacere la Croda da Lago, entrata due volte nel mio carnet. Una prima volta quando, dopo la salita in sei lungo un itinerario d'incerta identificazione sul lato N, scendemmo per la Via Sinigaglia, e una seconda undici anni dopo, quando in quattro salimmo e scendemmo per la Innerkofler, la mia ultima salita di un certo impegno.
Cosa resta, 127 anni dopo, della conquista di Eötvös e Innerkofler? La via non va sottovalutata neppure oggi, poiché si svolge in un ambiente selvaggio e poco frequentato, la qualità della roccia non è mai superlativa e alcuni tratti sono esposti. Nonostante i singoli passaggi non siano proibitivi ed il panorama dalla vetta sia vastissimo, l’accesso è troppo lungo e scomodo per il metro degli alpinisti odierni, e oggi la Croda da Lago è stata messa un po' in disparte.
Dimenticata forse dagli uomini, ma non dalla storia: le sue rocce recano pagine d’oro dell'esplorazione dolomitica , e la Croda ha uno spazio importante nella storia ampezzana.

01 nov 2011

Rocchetta di Prendera a Ferragosto

Dopo anni di scarpinate, credevo (illuso!) di conoscere abbastanza a fondo la valle d’Ampezzo.
Invece solo di recente, su suggerimento di un appassionato sanvitese, ho sperimentato l’accesso da S alla Rocchetta di Prendera, la cima più elevata della dorsale omonima nel gruppo della Croda da Lago.
Penso che su questa cima salgano quasi più scialpinisti che camminatori: l'ampia e comoda sommità, infatti, si raggiunge dal Rifugio Croda da Lago in un paio d’ore per piani inclinati, detriti ed erba, senza tracce ma anche senza problemi d’orientamento.
Da San Vito invece (“dal  versante italiano”, mutuando le parole del Tenente veneziano Pietro Paoletti, quello della prima salita invernale dell’Antelao, che il 17/10/1881 compì con la guida Giobatta Zanucco Nasèla la prima "invernale" "della Rocchetta", presumibilmente quella di Prendera), si raggiunge dapprima Forcella Col Duro, fra Malga Prendera e Forcella Anbrizora.

Isy in vetta, verso il Pelmo
Da lì, per tracce scarse ma con andamento logico, si sale con un po' di fatica per ripidi detriti, che dopo 250 m di dislivello, lambendo le rocce del Becco di Mezzodì, portano in cresta e in cima, dove dal 17/10/2009 ci sono anche la croce e il libro di vetta.
Dopo esserci goduti un panorama che non teme confronti (Pelmo, Becco, Croda da Lago, Sorapis, Antelao, Cortina, San Vito, Borca e Vodo) abbiamo optato per la discesa sul versante di Cortina.
Becco di Mezzodì e Croda da Lago
dalla cima
Obliquando sotto il Becco, mirando alla Monte de Federa e traversando con una dura sgambata la plaga di Groto, che mi pare una delle zone più selvagge e belle d’Ampezzo, un misto di massi, detriti, conifere e fiori purtroppo senza animali, siamo atterrati sul noto sentiero di Forcella Anbrizora, annusando  già il “radler” che ci attendeva al Rifugio.
Dimenticavo: in cima abbiamo incontrato due persone, che come noi avevano scelto di trascorrere il giorno di Ferragosto completamente fuori dalle "vasche" senza costrutto in Corso Italia. E ci siamo riusciti tutti e quattro.

Il libro di vetta della Zésta, 24 anni di storia

Il 17 ottobre scorso Corrado Menardi, del Cai e Cnsas di Cortina,  ha recuperato il libro di vetta della Zésta, rilievo del ramo ampezzano ...