28 set 2011

Frankfurter Würstl o Salsiccia di Francoforte, una meta d'altri tenpi

Ispirato da una cartolina che vidi nel 2010 su un banchetto a Montagnalibri a Trento, stavolta scrivo due righe su un luogo che ho avuto occasione di conoscere per la prima volta ventisei fa, dopo aver superato con Sandro e Ivano lo spigolo NNO (Innerkofler-Biendl) del Monte Paterno.
Sulla cartolina, che ad occhio e croce potrebbe risalire al 1910 ed è colorata a mano come era costume dell'epoca, alpinista che sta scendendo sulla corda dalla Frankfurter Würstl o Salsiccia di Francoforte.
La Salsiccia di Francoforte,
con la Torre di Toblin sullo sfondo
La montagna con questo strano nome è un minuscolo e aguzzo campanile che si erge sulla cresta del Paterno a poca distanza dalla Drezinnenhűtte, oggi Rifugio Antonio Locatelli-Sepp Innerkofler.
A fine '800 nell'ambiente alpinistico il campanile, alto circa quindici metri e poco rilevante ma non proprio banale, era piuttosto rinomato.
Le guide pusteresi, e probabilmente anche quelle ampezzane, usavano portarvi i clienti prima di salire qualche itinerario impegnativo sulle montagne vicine, per sincerarsi che l'indomani riuscissero a superare certe difficoltà e non avessero a che fare con intrattabili zavorre.
Sulla Salsiccia, dove c'è posto solo per due persone, ho messo i piedi due volte, ma all'epoca non era d'uso scattare fotografie e così oggi non posso testimoniarlo.
Quando ho visto la cartolina, non ho resistito alla tentazione di acquistarla, per ricordare quella giornata, quando su quelle rocce mi parve per un momento di avere accanto a me i pionieri delle Dolomiti.

25 set 2011

Due passi verso il paradiso

Anche se l'avvicinamento è proprio breve (30 minuti di comoda carreggiabile, 90 m di dislivello ...) per noi vale sempre la pena raggiungere la Talschlusshütte (1540 m) in Comune di Sesto Pusteria, meta della nostra gita odierna, in una tiepida giornata di questa estate che fa fatica a cedere all'autunno. 
Vale la pena per la posizione della capanna: nel pianoro che conclude la Val Fiscalina ci si trova, infatti, all'ingresso del Parco Naturale delle Dolomiti di Sesto e si gode di un gran panorama. La capanna sorge ai piedi della Cima Una, dalla quale nell'ottobre 2007 rovinarono a valle migliaia di metri cubi di roccia, coprendo di polvere boschi, prati e case ma senza causare altri danni: intorno ad essa, poi, si alzano vette su cui sono state scritte notevoli pagine di storia alpinistica e bellica, dalla Croda Rossa di Sesto a Cima Una, fino all'imponente Punta dei Tre Scarperi.
La capanna offre attrazioni per grandi e piccoli: d'estate c'è un parco giochi e animali sui prati, d'inverno vi si può giungere con la slitta a cavalli, sciare lungo la pista di fondo che parte da Moso, camminare sulla neve in uno scenario ammantato di bianco.
Al rifugio, 25 settembre 2011
E ancora: lo chef propone numerosi piatti, sia tradizionali sia innovativi, oltre alle consuete leccornie locali; all'interno, infine, c'è una grande stube e alcune stanze foderate di legno che ricordano Heidi.
In poche parole, alla Talschlusshütte, molto nota e affollata tanto d'estate quanto d'inverno, ci si trova in un ambiente alpino piacevole e allettante.
Nonostante la strada da Cortina richieda il doppio della passeggiata e non sia sempre facile parcheggiare nel Piano Fiscalino, se non si ha voglia di camminare l'escursione merita un pensiero, che noi abbiamo già fatto alcune volte, in entrambe le stagioni. 
E ogni volta pianifichiamo di tornarvi, per salire al Rifugio Zsigmondy-Comici, al Locatelli, ai Prati di Croda Rossa o ancora più su, verso le grandi cime ...

24 set 2011

Una cengia che non c'è più

Nel luglio '94 mi ero messo in testa di festeggiare a modo mio un centenario alpinistico: volevo salire sulla Punta Marietta, misconosciuto campanile che spicca sul crinale della Tofana de Rozes e si vede molto bene dal versante S della valle d’Ampezzo.
La Punta, battezzata in guerra dagli Alpini, che la occuparono a scopo strategico il 2/8/1915, era stata conquistata il 4/7/1894 da J. Müller con Angelo Zangiacomi Zacheo, ampezzano, e Luigi Bernard, fassano. Pare che, come spesso accadeva, le guide fossero già salite sul torrione, per preparare la conquista al cliente.
Dopo quest’itinerario, ne fu aperto un secondo nel 1923 dal solitario cadorino Oliviero Olivo, e pare anche un terzo negli anni '60 da Bruno Menardi “Gim”, custode del Rifugio Cantore fino al 1972, ma la Punta non ha sicuramente mai riscosso il favore del pubblico.
Portatici al Rifugio Giussani, rimontammo quindi il conoide ghiaioso, ripido e senza tracce, a destra della Marietta e ci aggirammo a lungo sul suo lato N, dove avremmo dovuto trovare l’attacco della via, che a dire il vero non riuscivamo a vedere.
Andammo allora a cercare l’inizio della via Olivo, a sinistra di una parete gialla e verticale, sotto una striscia nera da stillicidio d’acqua.
Lo scoprimmo, e così – opportunamente attrezzato - mi avventurai sull’esposta traversata che dà l’accesso alla via. La qualità della roccia però mi convinceva poco e così, dopo aver spaziato con lo sguardo a destra e sinistra, tormentato dai dubbi e dal freddo di quella mattina d’inizio estate e dato che l'amico non se la sentiva di guidare la cordata, decisi seduta stante di lasciar correre.
Facemmo merenda sulla panoramica forcella fra la Punta Marietta e la Tofana, dove occhieggiava ancora un po’ di neve, e scendemmo per un ghiaione con salti rocciosi e tracce di passaggio.
In basso incrociammo la cengia che gli scalatori saliti per il I Spigolo ed anche la maggior parte di chi saliva il Pilastro o il III Spigolo, utilizzavano da cinquant'anni per scendere al Rifugio.

La cengia, com'era
(foto E. Maioni)
Per la cengia, sottile ed esposta, tornammo al Rifugio Giussani, dove una birra contribuì a festeggiare una giornata riuscita a metà ma ugualmente interessante per l'esplorazione.
Dal 7 settembre scorso la cengia non è più percorribile, a causa di un'ennesima, cospicua frana. Per la discesa dalle vie, ora ci sono due opzioni, secondo la via salita (sicuramente nessuno farà il nostro giro del '94...).
Per chi esce dal I Spigolo le guide consigliano di seguire una cengia più alta, segnata con ometti, che porta alla forcella tra Punta Marietta e il torrione senza nome ad essa addossato.
La zona della frana
(foto E. Maioni)
Lungo il percorso, già utilizzato in tempo di guerra, si incontrano ancora resti di opere belliche.
Chi invece esce dal Pilastro o dal III Spigolo può puntare direttamente alla forcella a sinistra e in alto rispetto a Punta Marietta, rimontare il canale segnato con ometti a sinistra (W) della Punta e uscire sulle ghiaie, dalle quali si scende al Rifugio senz'altri problemi.
Concludendo: dobbiamo prendere atto che un altro frammento d'ambiente e di storia alpinistica ampezzana se n'è andato!

19 set 2011

Alpinismo carsico


La vetta del Monte Cocusso
Sabato scorso con mia moglie ho rivisitato, dopo anni, il Monte Cocusso-Kokos, la cima che dall'alto dei suoi 672 m è la più alta del Carso, oggi libero dai lacci della frontiera jugoslava e arricchito dal 1999 dal rifugio Planinska Koca na Kokosi.
Dopo la breve e simpatica traversata da Pesek a Grozzana mi è sorta spontanea una riflessione sul mio "alpinismo carsico".
Studiando a Trieste, per qualche anno risiedetti in riva al mare, ma non volevo né certamente potevo dimenticare i monti. Ed è noto  che Trieste, in fatto di monti, la sa lunga.
Così, in compagnia di vari amici con cui dividevo la stessa passione, mi fu dato di esplorare vari angoli del Carso, salendo anche alcune vette di cui ho simpatici ricordi.
Al rifugio Koca na Kokosi, 674 m
Non sconfinammo mai in Jugoslavia, oggi Slovenia, dove le crode sarebbero state più alte e “alpine”, ma anche nel circondario della sede universitaria avemmo belle occasioni per passare alcune giornate sui monti.
Ricordo il Monte Ermada presso Sagrado, noto per i fatti della Grande Guerra, salito un 24 maggio con un caldo feroce; il Monte Lanaro, il citato Cocusso, prossimi alla frontiera, il Cippo Comici in Val Rosandra, varie “Vedette” e altro.
Niente Sabotino, al tempo jugoslavo, e neppure Monte Santo: ricordo però numerose piacevoli vie in Val Rosandra, la storica palestra dei triestini, e in altre palestre dei dintorni come Sistiana e Doberdò.
Oltre alle passeggiate in una zona che offre molteplici possibilità agli amanti dell’escursionismo, non scordo poi i dopo-gita nei locali che punteggiano il Carso.
Fra essi, oltre al Rifugio Premuda all’imbocco della Val Rosandra, che con i suoi 80 m di quota è il più basso rifugio CAI d’Italia, non mancammo di battere le note “osmize”, che in primavera offrivano vino, uova, salumi, formaggi e quanto serviva a coronare una giornata all’aria aperta, prima di ritornare ad arrovellarci sui libri.

08 set 2011

Pausa di riflessione

In questi giorni non ho più tanta voglia di alimentare questo blog con pensieri, riflessioni, storie e quant'altro.
Dopo la tragedia di Alberto e Aldo sul Pelmo, sembra diventato tutto triste anche se è ancora estate, nuvoloso anche se c'è il sole, vuoto anche se la nostra vita continua, e deve continuare.
Non appena passerà questa malinconia, tornerò anch'io in montagna.
Ciao a tutti.

Croda Rotta, montagna da evitare?

E’ un rilievo, invero non molto ardito, che chiude a ovest lo sperone della Punta Nera verso Faloria: già il suo nome, Croda Rotta, funge d...