30 giu 2011

Via dei Tedeschi, 1986

Anche se ho la mania di ricordare gli anniversari, mi stava sfuggendo il 25° della salita, con Andrea, Federico e Massimo, della via dei Tedeschi (Noe-Streitmann, 1934) sulla parete NE del Pich Chiadenis, di fronte al Peralba. Fu il "regalo" che mi concessi il 29 giugno 1986 dopo avere finalmente superato, tre giorni prima, il penultimo e ostico esame del corso di laurea.
Caratteristica salita di media difficoltà delle Carniche, la via è nota ai conoscitori della zona ma forse un po' meno a quelli che si fermano a Cortina. Essa segue una ripida rampa di roccia solida, che in alto si trasforma in un diedro e poi la cresta, piuttosto friabile, fino in vetta, per una lunghezza di almeno quattrocento metri.
Già attrezzata alle soste con chiodi fissi quando vi passammo, presenta difficoltà medie con alcuni passaggi fino al quarto inferiore: proprio lo standard sul quale per anni ci divertimmo senza mai penare. 
Il breve approccio dal rifugio Pier Fortunato Calvi e il ritorno sbrigativo a quest'ultimo per la via normale, la rendono una meta senz'altro ambita, che non ci impegnò allo spasimo e fu davvero una bella conquista.
Ho pochi flash della via, a parte il diedro sotto la cresta, piuttosto stretto per le mie dimensioni, e la delicata discesa per roccette appuntite, una sofferenza con le scarpette.
Ricordo invece vivamente la soddisfazione per l’obiettivo conseguito in quella domenica, che ne seguiva altre quattro freneticamente vissute tra Carniche e Giulie in quel mese di giugno in cui mi avviavo a concludere gli studi, e il piacere di avere condiviso la via con mio fratello e due amici “della Bassa”.
Proprio uno di loro, Massimo, quasi un quarto di secolo dopo mi ha inviato per mail una fotografia, che sembra sbiadita come se risalisse all'Ottocento.
Vi ho rivisto quattro ragazzi seduti sul cocuzzolo della vetta, alcuni scalzi per riposare i piedi dalla stretta delle prime scarpette liscie. Allora eravamo tutti sotto i trent'anni ...
Al di là dell'itinerario in sé, che sicuramente fa parte del carnet di tanti “modesti” frequentatori delle Alpi, della via dei Tedeschi vanto una gradita memoria per l’insieme della giornata e soprattutto perché - come spesso accade - nonostante mi fossi ripromesso di tornare lassù, la cosa finiva quel giorno.

28 giu 2011

"Doro Péar", pioniere dell’alpinismo sulle Dolomiti di Cortina

La cresta S della Punta Nera,
salendo all'"Albergo dei Peniés" (15/4/07)
Fra i personaggi che animarono il primo '900 alpinistico a Cortina, su uno vorrei indagare: Isidoro "Doro" Siorpaes, soprannominato Péar (pepe) probabilmente dal casato della madre, vissuto fra il 1883 e il 1958.
Definito "guida alpina"  da alcune fonti (“Il libro d’oro delle Dolomiti” di S. Casara, Milano 1980), fu citato dall'Accademico del CAI Federico Terschak come "amico e buon compagno di corda”.
1919: il 10 agosto, la coppia aprì la prima via alpinistica nuova in Ampezzo italiana: la cresta S della Punta Nera, che scende in Valle del Boite per oltre 1000 m di dislivello.
La "lunga e faticosa" ascensione richiese 7 ore d’impegno, su difficoltà tutto sommato medie ma in ambiente impervio, sicuramente più adatto a camosci che a umani: sarebbe interessante scoprire se sia mai stata ripetuta, e da chi. 
Dopo l’unica via nuova nota alle cronache, "Doro Péar" continuò egregiamente l'attività. Di lui si ricordano almeno due ripetizioni: una delle prime postbelliche della Via Eötvös-Dimai sulla parete S della Tofana di Rozes (con Angelo Dibona, Federico Terschak e Giulio Apollonio, 9/9/1920), e  la seconda salita e prima italiana senza guide della Via Dibona-de Zanna-Girardi-Paolazzi sul Campanile Rosà (cordate Federico Terschak-Isidoro Siorpaes e Gianangelo Sperti, alpinista bellunese di madre ampezzana-Agostino Cancider, 29/10/1920).
Considerato il periodo, si trattò di salite di un certo rilievo per il nostro “senza guida”, che in entrambe si alternò al comando con Terschak, e sicuramente furono precedute e seguite da altre imprese, di cui purtroppo però non ho notizia.
Pur con questi pochi dati, ho tratto una mia piccola conclusione: anche Isidoro Siorpaes ha un suo bel cantuccio nella storia alpinistica ampezzana, di cui continuo a cercare di riportare alla luce qualche frammento poco noto.
Osservando la cresta S della Punta Nera, che scende fin quasi al "vecchio confine" tra gendarmi, cenge, canaloni ghiaiosi e mughi assolati, mi sorge una domanda: qualcuno oggi la salirebbe ancora, con lo spirito e l’attrezzatura di quei tempi?
Per questo, mi piace vedere nella figura del "Péar", guida o dilettante che fosse, un pioniere appassionato dell’alpinismo sui monti di Cortina.

21 giu 2011

Marino, Erwin e il Sassolungo, cinquant'anni fa

La copertina del libro 
dedicato nel 2009 a Marino Bianchi
Scrivo queste righe quando è passato giusto mezzo secolo dal 21/6/1961: quel giorno Marino Bianchi Fuzigora (1918-1969), guida alpina di padre cibianese perfettamente integrata nella comunità d’Ampezzo, aprì la sua unica via nuova sui monti del paese paterno.
Con il cliente e amico austriaco Erwin Urban, Bianchi scalò, infatti, la parete N del Sassolungo di Cibiana, che domina il paese ed al quale i cibianesi sono molto affezionati, aggiungendo un itinerario a quelli di Casara e compagni (1924) e di Lino Lacedelli e Silvio Alverà (1947).
La via di Bianchi, guida dal 1945 che in trent'anni di attività realizzò interessanti prime salite, alcune anche di grande impegno, nei gruppi dell'Averau, Croda da Lago, Cunturines, Pelmo, Tofane e Marmarole, presenta un dislivello di cinquecento metri e difficoltà d’ordine classico e ai due alpinisti richiese quattro ore di scalata.
Secondo informazioni recenti, pare che non sia stata mai ripetuta, anche perché il versante N della cima non presenta roccia particolarmente invitante.
La parete fu solcata comunque da un altro percorso nel 1996, quando alcuni Ragni di Pieve di Cadore scovarono una quarta via originale, con difficoltà sostenute.
A chi scrive, il Sassolungo di Cibiana piace per la gratificante via normale da S, salita ormai diverse volte. Data la relativa facilità d’accesso, è abbastanza frequentato, ma su di esso si respira ancora un’atmosfera di vera Montagna.
Facendo poi da spartiacque, dalla sommità la visuale si apre da un lato sulle Dolomiti e dall’altro fino alle Prealpi, con sfondi e caratteristiche sempre diverse ed originali.
Purtroppo pare che la tradizione alpinistica a Cibiana non abbia avuto molti proseliti: per quanto sia da considerare ampezzano, Marino Bianchi resta l’unica figura di guida con radici cibianesi attiva nel ‘900, e la sua via del 1961 sul Sassolungo costituisce una palese dimostrazione d’affetto ai monti d’ascendenza paterna.
Ulteriori informazioni in : Ernesto Majoni, Il Signore delle Montagne. In ricordo di Marino Bianchi Fouzìgora (1918-1969), Tipolitografia Print House - Cortina d’Ampezzo, 2009, pp. 120, € 19,00.

20 giu 2011

A spasso sui monti ... con una capretta

Or sono trent'anni, con quattro della nostra compagnia effettuai nel gruppo della Croda Rossa d’Ampezzo - Sottogruppo di Bechei un'affascinante traversata, durante la quale condividemmo la compagnia di una … capretta.
Era, per la cronaca, il 20 giugno 1981: lo deduco dall’unica fotografia rimastami, nella quale, magro e capelli lunghi, appaio in Forcella Valun Gran sotto un’incipiente nevicata, accanto alla bestiola di cui sopra.
La traversata consistette nella salita da Malga Ra Stua a Fodara Vedla (al tempo funzionava ancora l'antico e indimenticato rifugio di legno annerito dal tempo, con i locali bassi e semibui impregnati di profumo di omelettes e di patate all'ampezzana), e nel proseguimento lungo il Valun Gran ai piedi della Croda Camìn fino alla Forcella Valun Gran, dove stabilimmo la “Cima Coppi” della giornata.
Consumata la merenda sui due metri quadri d’erba del valico, ci buttammo nello scollinamento verso la sottostante, arcana Forcella Camin, al quale seguirono la lunga e poco domestica discesa ad Antruiles attraverso le Ruoibes de Inze e la risalita sull'asfalto a Ra Stua per recuperare il mezzo.
Fu un gran bel giro circolare, in un territorio che trent'anni fa, dieci anni dopo quando lo rifeci e spero anche oggi, rimane integro e avventuroso.
Come anticipato, la nota originale fu una capretta bianca e marrone che, eludendo la vigilanza del pastore, ci seguì zampettando dalle malghe di Fodara fino a Ra Stua, quindi per quasi tutto l’anello.
Nel rimontare il pestifero Valun Gran, faticoso e senza tracce solide, trovammo il ghiaione ancora ricoperto da estese chiazze di neve.
Il caprino se la cavò onorevolmente, ma discendendo il breve conoide pietroso che piomba verso Forcella Camìn, i sassi aguzzi gli procurarono varie abrasioni alle zampe.
Fu davvero una pena vedere la nostra improvvisata compagna d’escursione trotterellare lasciando piccole tracce sanguinolente ad ogni “piè sospinto”!
Non era peraltro la prima escursione mista uomo-animale che compivo: frequentavo forse la seconda media quando ne feci diverse – anche non banali - con il cane “Nigritella” al seguito, e nel '75 c'inerpicammo lungo la ferrata del Col Rosà portando nello zaino un gattino, adottato al campeggio di Fiames!
In ogni caso, la capretta ci gratificò della sua presenza per tutta la giornata, si lasciò ritrarre pazientemente in varie pose e, una volta giunta a Malga Ra Stua, si eclissò tornando alle sue occupazioni.
Spero che l’istinto l’abbia aiutata a tornare a casa sua, sui pascoli di Fodara: a me, a distanza di sei lustri, resta solo qualche flash di una bella gita, nella quale non riuscimmo ad intavolare chissà quale dialogo con la nostra occasionale partner, ma capimmo che cosa vuol dire “arrampicarsi come le capre” sui declivi sassosi del Valun Gran, dove sicuramente noi cinque facemmo molta più fatica dell’animale.

17 giu 2011

Torre Wundt, note di storia

Sulla fessura SE della Torre Wundt,
il 27/8/1984
La prima ascensione invernale della fessura SE della Torre Wundt, nei Cadini di Misurina, salita per la prima volta da Piero Mazzorana e Sandro Del Torso l’8/9/1938, fu compiuta quasi vent’anni dopo.
Il 13/3/1956, infatti, Bruno Baldi e Fabio Pacherini, appartenenti al gruppo di triestini che gestiva la spartana Capanna Dordei al Passo dei Tocci e da alcune stagioni perlustrava minuziosamente il gruppo aprendo vie dovunque, scalavano per primi la fessura d'inverno.
Anni addietro, venne in mente più volte all’amico Alessandro, appassionato della Torre e della via, che d'estate abbiamo salito insieme una decina di volte, di rifare la Mazzorana fra dicembre e marzo, e naturalmente tentò di coinvolgere nell’operazione anche me.
Forse, con buone condizioni meteorologiche, la cosa non sarebbe drammatica, anche perché la fessura è posta a S e non dovrebbe essere mai troppo gelata.
Ma la prospettiva di salire al Passo dei Tocci con neve più o meno alta (io non scio), dormire nel locale invernale del Fonda Savio, che non ricordo propriamente come una reggia, e soprattutto il pensiero di dover affrontare la via normale a N, mi fecero desistere ogni volta dalla balzana idea.
Alessandro non ha più fatto la Wundt d’inverno, lasciando così a Baldi e Pacherini l'onore della prima, di cui ho trovato notizia in una Rivista del CAI di oltre mezzo secolo fa.
Se qualcuno ne avesse intenzione, sappia che l’invernale della classica via Mazzorana-Del Torso non sarebbe più la prima: probabilmente invece manca ancora la prima invernale solitaria.

15 giu 2011

Pallidi nomi di persone e luoghi d'Ampezzo

Non penso che la domanda se la pongano in molti, ma una risposta credo d'averla.
Quanti antroponimi, ossia quanti nomi di luogo d'Ampezzo, ricordano o in qualche modo si collegano a donne ed uomini, locali o forestieri, che hanno caratterizzato la storia della valle?
Da un mio sommario approfondimento, risulta che i toponimi sono almeno una cinquantina, e identificano strutture esistenti o scomparse, bizzarrie naturali, luoghi di fienagione e pascolo impalliditi nel ricordo, infrastrutture turistiche.
Molti luoghi li conosco solo per iscritto e non per averli ritrovati sul terreno, ma potrebbe anche essere uno stimolo per future ricerche nei boschi e sulle montagne.
I toponimi in questione ricordano il buon Meto, un tal Santo, certi Mardocheo, Curto e Andol, l’albergatore Frasto, una signora Bartoia, il Capon, le sorelle Mescores, abili cuoche.
Eppoi due ostesse, le Pioaneles e le Sceches, un antico Conte, il Moisar che sfuggiva agli uomini; Bartoldo è ricordato due volte, c’è la povera Ester e gli sfortunati Grisc e Macaron.
Ed ancora, prima che insorga il mal di testa, troviamo memoria di Catina de Agnesc, del Jaibar e di un cavaliere Pilato, di Mia del Gheto, di Dea, un Mouta e un ‘Sacheo, Lia e un Danel (nostro antenato), ed infine ci sono le Baraches e il Mocio.
Resta il ricordo di due anonimi deceduti, di un ‘Sandeaco, dell’intraprendente Menighel e del solitario Zorzi, c'è un tale Stefin e anche il Rana, il Miceli, il Ris-cia e i tre Tones, un Pelele e un Jandarmo, tanti Chenope medioevali, un Maioni del Vecia e un Touta.
Tutti questi nomi, più o meno leggendari, sono ormai scomparsi nei meandri della storia e per la maggior parte di essi sarà improbabile identificare con certezza le persone in carne ed ossa.
Siamo però certi che una cinquantina di valligiani, certamente persone semplici e senza velleità di protagonismo, per un motivo o per l’altro, hanno lasciato una traccia concreta nella toponomastica di Cortina, e la cosa ci fa riflettere, con un certo rispetto e venerazione.

13 giu 2011

"Fonso Surio", quasi dieci anni dopo

Poco meno di dieci anni fa, il 19/12/2001, in seguito a un imponderabile quanto tragico incidente occorsogli al termine di un concerto del Corpo Musicale di Cortina, scompariva Alfonso Colli, “Fonso Surio”.
Classe 1928, fra noi Alfonso aveva una certa notorietà per tre motivi: essere uno degli ultimi ciabattini di Cortina, professione che esercitò fino a settant’anni; aver militato, fino al ritiro per cause anagrafiche, nella nostra Scuola Sci; aver suonato e sfilato per oltre un quarantennio nel nostro Corpo Musicale.
Io invece lo ricordo principalmente come alpinista, amico e compagno di tante escursioni sulle vette.
La passione per la montagna lo accompagnò fedelmente per tutta la vita. Più volte mi divertii ascoltando i sapidi resoconti delle sue escursioni e arrampicate, soprattutto giovanili. Di tutti, me n’è rimasto particolarmente impresso uno, relativo ad una avventurosa salita che compì a vent’anni.
Con l’inseparabile "Berti" in mano, circa nel 1950 Alfonso aveva salito e sceso da solo la Via Wachtler (aperta ottant’anni prima sul versante W della Croda Rossa d’Ampezzo): un percorso che ha messo in crisi fior d’alpinisti, per lo svolgimento lungo e complicato e la roccia insicura.
Negli anni ‘70, già ultraquarantenne, “Fonso” riprese ad arrampicare per alcune stagioni ad alti livelli, legandosi a compagni del calibro di Luciano Da Pozzo, Renato De Pol e Lino Lacedelli.
Nel suo “carnet” poté allora iscrivere grandi salite: la “Diretta Dimai” sulla Torre Grande d’Averau, lo “Spigolo Giallo” sulla Cima Piccola e la Via Comici-Dimai sulla Cima Grande di Lavaredo, il Pilastro della Tofana di Ròzes, la Via Franceschi-Michielli sul Taé ed altre.
Passati i furori, continuò le sue stagioni di appassionato e instancabile camminatore: con lui ed altri, ci ritrovammo in decine d’uscite, soprattutto nel periodo 1984 - primi anni ’90.
Tra le tante occasioni condivise, mi sovvengono il Monte Casamuzza in Pusteria, il Cogliàns e la Creta Grauzaria in Carnia, la ferrata Bovero del Col Rosà ancora innevata, la via in parte nuova del 1985 sul versante N della Croda da Lago, la stupenda traversata Forcella Michele - Forcella Cristallino, la Forcella dei Sassi sui Tre Scarperi, la traversata delle Cime di Furcia Rossa per la Via della Pace, la Glődisspitze e la Simonyspitze in Austria, lo spigolo del Paterno, la ferrata sulla Pitturina in Comelico, e poi anche il Pizzocco, il Sasso di Bosconero, il Sasso Rosso di Braies, il Sassolungo di Cibiana, la N della Torre del Barancio, la normale della Torre dei Sabbioni, oltre a diverse gite nelle immediate vicinanze di Cortina.
Per me, di trent’anni più giovane, “Fonso” era un compagno affabile, innamorato della montagna, sempre pronto a battute e scherzi, tanto serio e concentrato nelle situazioni d'impegno quanto spensierato sulla via del ritorno e nelle (memorabili!) tappe in rifugio o a fondovalle.
Alfonso non amava i gruppi numerosi, la confusione, le gite sociali e soprattutto non ripercorreva mai per due volte lo stesso tracciato, a parte poche cime o ferrate, sulle quali invece tornava volentieri anche da solo.
Negli ultimi tempi c’eravamo persi di vista, almeno in montagna. A dieci anni dalla scomparsa, colgo l’occasione oggi per ricordarlo con piacere e nostalgia, attraverso i momenti vissuti assieme sulle nostre crode.

Ritorno al Salzla

Domanda: quanti saranno gli alpinisti, specialmente di lingua italiana, che spesso neppure sanno localizzare i Gsieser Berge-Monti di Casie...