26 mag 2011

Spiz Galina 1991-2011

La cuspide sommitale, dalla Val Galina
20/4/2008
E vai con gli anniversari!
Dal mio diario: “Il 26/5/1991  mi capitò di salire con Sandro, Cate e Federico una cima particolare: lo Spiz Galina (1545 m, come gli alberghi di Pocol a Cortina ...), nel gruppo del Col Nudo.
Questa piramide alberata, rocciosa e un po' ostica da conquistare, incombe sul Piave sopra Soverzene, e da qualcuno fu definita a ragione “il Cervino  di Longarone”.
Primo salitore ne fu il longaronese Gian Battista Protti, che giunse in vetta il 27/3/1898, con un compagno e due valligiani come guide.
93 anni dopo, noi quattro partimmo da Provagna, appartato borgo di là dal Piave e, risalendo la Val Masarei (che dovrebbe essere percorsa dal sentiero CAI 957), giungemmo sulla forcella tra lo Spiz e il massiccio retrostante, dove sostammo presso un piccolo, sudicio ricovero di cacciatori.
Poco più avanti, la salita divenne un’interessante arrampicata vegetominerale, con tanto di filo di ferro annodato agli alberi a mo' di appiglio e uno spezzone di catena per sicurezza. Da ultimo ci inerpicammo lungo un erto pendio erboso dove sporgevano alcuni massi, utili per l’orientamento perché segnati da bolli rossi, e per afferrarvisi nella delicata discesa.
Sulla cima, una cupola erbosa ampia e accogliente che ricorda un po' la nostra Bujela de Padeon, scaricammo la tensione ammirando le Dolomiti d’Oltrepiave e i monti e paesi della Valbelluna, ma soprattutto respirando il magnifico isolamento dello Spiz, che domina la vallata sottostante da oltre mille metri d’altezza.
In discesa, imboccammo (più con fortuna che con giudizio e senza cartine) un sentiero sul lato della Val Galina, che - aggirando interamente la cima che avevamo salito pensando di fare soltanto due passi - ci riportò a Provagna dopo 7 ore dalla partenza.
Sono passato anche l'altro ieri a Longarone, e ogni volta mi viene automatico lanciare un'occhiata allo Spiz e rivivere per un attimo quell'avventura di venti anni fa, che non so quanti dalle mie parti abbiano avuto la fantasia di fare.”

25 mag 2011

Due passi sulla Cima Nord Est di Marcoira

Rosy e Isy in vetta,
19/7/2003
Uno dei monti ampezzani dove negli ultimi anni siamo saliti più volte, per comodità e per affezione, è senz'altro la Cima Nord Est di Marcoira (2422 m), elevazione della parte “ampezzana” del Sorapis.
Mentre verso il Passo Tre Croci, la Cima scende con alte pareti scalate per vie ormai dimenticate, sul versante soleggiato essa scivola con un ripido pendio erboso nel Ciadin del Loudo.
Il Ciadin è una suggestiva valletta, invasa in parte dalle ghiaie, dove al tempo di Grohmann gli ampezzani portavano le pecore; oggi, tornata al silenzio, può considerarsi un autentico gioiello ambientale. Da questo versante, si arriva in vetta seguendo una traccia, all'inizio appena visibile ma ben presto assente, che parte da Forcella Marcoira.
La prima volta giunsi lassù per caso, il giorno della Sagra di una ventina di anni fa. Ero solo: arrivato all'imbocco del Ciadin, mi venne un'idea, anche se delle Cime di Marcoira sapevo solo le due parole riportate nel “Berti”. Mi stupii di trovare in vetta un ometto e una croce, e cercai altre tracce, ma nulla.
Tempo dopo un conoscente, col quale avevo fatto un paio di arrampicate, mi raccontò di aver salito più volte la Cima per una via di Ettore Castiglioni. Perdiana, era proprio quella che nel 1980 mio fratello e io avevamo cercato di scalare, senza trovare neppure l’attacco, e quasi annegando nei mughi dello zoccolo!
Tornai sulla Marcoira alcune altre volte, e il 10/10/1999 – giorno in cui gli Alpini salirono numerose vette dolomitiche, lanciando in aria razzi tricolori per ricordare la fine del millennio – noi eravamo lassù.
Lasciai un primo contenitore con un minuscolo quaderno per le firme: da allora, forse anche grazie alla mia piccola "campagna stampa", la Cima ha guadagnato ogni anno qualche visitatore.
L’ultima volta che ho calcato la Nord Est, nel luglio 2005, constatai che in circa un mese erano saliti in vetta “ben” 15 appassionati: penso che si tratti di alpinisti che, come noi, deviano spesso dagli itinerari obbligati per rifugiarsi su crode in apparenza minori, dove però non s'incrociano folle vocianti e non si trovano né ferro, né vernice, né rifiuti.

20 mag 2011

Il "Gigio" e il Becco di Mezzodì

Il Becco di Mezzodì, dal sentiero 457
(foto C. Bortot, 5/9/2004)
Piccola, necessaria premessa. Nel 1972 iniziai la IV Ginnasio a Borca. Nei primi due anni scolastici fummo accolti nell’edificio dove poi alloggiò l'ITC; nei due seguenti ci spostarono al "Pio X", e infine nel 1976 migrammo a San Vito, prendendo possesso dell'attuale sede del Liceo.
Dalla 1^ liceo in poi fu mio professore di lettere Don Luigi Frasson di Cittadella, che noi chiamavamo Gigio e qualcun altro Don Pippo: un religioso che a Cortina e in Cadore ricordiamo in molti con riconoscenza.
Nel 2001 compilai per il CAI Cortina una pubblicazione, con cui solennizzammo i i 100 anni del Rifugio ”Croda da Lago – G. Palmieri” al Lago di Federa.
Compulsando le fonti per ricreare l'interessante storia dell’immobile e quella romantica delle vette circostanti, mi sovvenne che, nove anni prima, Don Luigi era caduto dal Becco di Mezzodì, mentre saliva con due anziani confratelli, morendo pochi giorni dopo. Così dedicai un paragrafo del libro anche a lui.
E' passato quasi un ventennio, e ricordo spesso il mio docente, che ha instradato nella formazione culturale ed umana almeno due generazioni di studenti cadorini e ampezzani, e se fosse tra noi oggi si avvierebbe ai novant'anni.
Dei suoi insegnamenti di quel triennio, mi  sono rimasti due fondamenti importanti: l’interesse per i libri e soprattutto la passione per lo scrivere, argomenti che al Gigio piacevano e ci comunicava con partecipazione, magari non sempre condivisa ma efficace.
Oltre a ciò, Don Luigi amava la Montagna, tanto che il suo nome trova spazio anche nella storia alpinistica delle Dolomiti con una via aperta sulla Punta Ellie (Cadini di Misurina) nell'estate 1968 col collega Giovanni Orsoni e due amici.
Parlavamo spesso di crode, e diverse volte mi aveva invitato a legarmi alla sua corda per una salita, cosa che, per vari motivi, non avvenne mai.
Ricordo che qualche anno dopo la maturità, una mattina d’ottobre, lo incontrai in piazza a Cortina, vestito da roccia, e mi disse che stava partendo per il Becco di Mezzodì, “la montagna che brilla, quando il sole la sfiora”.
Su quella cima, dalla quale si abbraccia tutta la conca d’Ampezzo, Don Luigi era salito spesso e tornava sempre quando gli era possibile.
Nel secondo camino, largo e un po’ strapiombante, che una volta infastidì anche chi scrive, la sorte volle che cadesse a 69 anni, in una calda giornata di luglio.
Mani ignote intesero ricordarlo sottovoce con una targa di pietra scura, incastonata in un grande blocco lungo la traccia che da Forcella Ambrizzola s’inerpica ai piedi delle rocce.
Chi non sa vi transita accanto senza darvi importanza: chi scrive sa che lassù c’è una lapide, e vi ha fatto un paio di visite, per dedicare a Don Luigi un pensiero di riconoscenza.

18 mag 2011

Croda de Pousa Marza, 1994

Dal mio diario ...
Sfogliandolo oggi, mi torna alla mente la salita della Croda de Pousa Marza (2504 m), una caratteristica, poco nota cima del gruppo del Cristallo, calcata anche da alpinisti illustri.
Dopo la conquista di Michl Innerkofler e la prima ripetizione dello stesso con la cliente Mitzl Eckerth (entrambe avvenute il 29/7/1884), la salirono Casara, Buzzati col vecchio Quinz di Misurina, gli Scoiattoli Raniero Valleferro e Alberto Dallago per via nuova (1976), l'amico bellunese Claudio Cima e Luca Visentini, che nel suo "Gruppo del Cristallo" ne ha lasciato una relazione completa ed esauriente.
Il 9/7/1994, poco meno di centodieci anni dopo Innerkofler e due prima del libro di Visentini, avendola già osservata più volte dal prospiciente Corno d’Angolo, con Roberto m’inventai di salire la Croda, seguendo l'unica relazione disponibile all'epoca: quella - peraltro sufficiente - della guida Berti.
Ci trovammo così di fronte a un centinaio di metri di bella parete verticale ed esposta, con difficoltà fra il II e il III+, dove non c'erano chiodi né segni di passaggio; il percorso, logico e vario, ci schiuse l’accesso ad una montagna che ha una sua personalità, e fummo contenti d'averla conosciuta.
In seguito ho scoperto che la seconda ripetizione (prima ufficiale) della via dovette attendere sei anni esatti dalla conquista, e fu appannaggio di Emil Artmann, non si sa se solo o con altri, il 29/7/1890. Lo testimonia un inciso in ”Die Erschliessungen der Ostalpen” (III, 1894, 454).
La notizia può avere poco significato: ma conferma che al tempo dei pionieri si annotavano tutte le prime salite e le prime ripetizioni anche delle cime minori, quale possiamo considerare la nostra Croda de Pousa Marza.

16 mag 2011

Ottobre '83, sul Col Rosà da solo

Domenica 23 ottobre '83. Due giorni fa ho superato l'esame di Diritto Amministrativo, e sono tornato subito a casa per onorare come più mi piace il successo, e il mio 25° compleanno che cadrà proprio domani: su una cima.
Domenica scorsa, per esorcizzare la tensione dell’esame imminente, salivo la ferrata della Punta Fiames: oggi resto in zona, per ripetere ancora una volta quella del Col Rosà. Da solo, per necessità ma anche perché talvolta è pure meglio.
Poche cose nello zaino e tuta da ginnastica, in autobus a La Vera, a Fiames a piedi: entro nel bosco e dopo un'oretta - per il comodo e piacevole sentiero che risale la Val Fiorenza – esco in Posporcora.
L’aria è quella limpida e frizzante, classica di un mattino autunnale: niente freddo, silenzio magico. Supero il ripido sentiero che porta alla ferrata, e all'attacco incontro tre alpinisti, tra cui una ragazza.
Scambio due parole, ma ho fretta, la cima mi aspetta. Un lungo tratto in libera, e mi assicuro solo sulla traversata: assaporo la grande esposizione di quei metri ben attrezzati, in breve sono fuori e salgo veloce verso la chiazza di mughi sotto la vetta.
Passo le ghiaie, quasi corro nel camino con gli scalini di guerra e in cima sento il campanile che batte mezzogiorno.
Non c’è nessuno: una brezzolina rinfrescante, un sole giallino, un grosso gracchio che già pregusta la colazione, e io.
E’ una giornata in cui apprezzo più che mai la solitudine di questa cima, molto frequentata in stagione: gusto più che posso il panorama circostante, il piacere di essere lassù, guardare la valle e stare bene, in pace con me stesso e la natura. Sui lastroni della cima, a picco sulla parete verticale, riesco persino a fare un riposino.
Non vorrei scendere, e fantastico sulla possibilità di restare quassù, vivendo di alberi, animali, sole e vento. D’improvviso, però, un soffio più freddo mi risveglia da quella quiete, e mi sovviene un pensiero: a casa mi aspetta il temuto “Liebman”, il manuale di Procedura Civile!


Il Col Rosà: la ferrata sale per la cresta a sinistra.
25/10/2009.

10 mag 2011

Il silenzio di Son Pouses

Son Pouses, verso Crode Camin e Lavinores
8/5/2011
Domenica scorsa, dopo anni di assenza, abbiamo iniziato la stagione 2011 tornando con soddisfazione a Son Pouses. L´oronimo ampezzano evoca le "pouses", slarghi destinati al riposo del bestiame al pascolo; Son Pouses (1825 m) non è una cima, ma una "gibbosità" dalla sommità quasi piatta, posta alle pendici S della Croda de r´Ancona e separata da essa da una valletta boscosa.
Domina la Val di Rudo, nel tratto Podestagno - Ra Stua, e durante la 1^ Guerra Mondiale fu un punto strategico fondamentale, saldamente difeso dagli austroungarici a prezzo di scontri cruenti.
Sparsa di trincee, appostamenti e ruderi, Son Pouses è al centro di un anello di medio impegno, in un angolo dove forse è più facile imbattersi in animali selvatici che in gitanti.
Scendendo da Son Pouses. Sullo sfondo
Col Bechei, Croda d'Antruiles, Forcella
e Croda Camin
Per arrivarci, dal "Tornichè" abbiamo seguito per poco la strada che sale a Ra Stua, fino ad un cartello indicatore.
L'anello ha preso avvio con la risalita a ripidi tornanti del vecchio bosco solcato da trincee, fino alla falesia rocciosa attrezzata una ventina d'anni fa per il free climbing.
Sotto le rocce, obliquando a destra, ci siamo immessi nella vecchia traccia che saliva dal "Torniché" lungo il "Ru dei Caai”, dismessa con l'istituzione del Parco.
L'abbiamo seguita, passando a destra e sinistra del rio in secca e inoltrandoci in un bosco un po´ chiuso, ma decisamente bello. Da ultimo, per zolle erbose siamo usciti ancora una volta sulla nota sommità, erbosa e magramente alberata.
Lassù colpiscono l'occhio alcune piante da frutto, quasi secolari in quanto nate durante la Grande Guerra, ma in gran parte ormai rinsecchite e cadenti.
L'anello si è completato scendendo nel bosco lungo le pendici ovest del risalto. In basso un tratto del sentiero sempre più rovinato serpeggia fra i detriti e i blocchi che precipitano dalla frana incombente e richiede un minimo di attenzione.
Ad un bivio sulle ghiaie abbiamo continuato, come fatto tante volte, a scendere fra la vegetazione, passando dal poco noto e singolare "Sant'Antone de Son Pouses",  fino alla strada di Ra Stua, donde siamo tornati al parcheggio, chiudendo l'anello dopo circa due ore e mezzo.
Son Pouses costituisce una gradevole gita, proprio all’imbocco del Parco Naturale delle Dolomiti d´Ampezzo. Non troppo faticosa e ben soleggiata già a inizio maggio, la sommità di Son Pouses ci ha regalato un un bel panorama sulle nostre montagne e su molte testimonianze della Grande Guerra, che qui infuriò particolarmente cruenta.


07 mag 2011

90 anni dello spigolo Dibona della Torre Fanes


Torre Fanes con a ds. il Monte Valon Bianco.
Da Son Pouses, 8/05/2011
Una volta, discutendo con alcuni amici, affermai deciso che forse la più bella via da me fatta nelle Dolomiti era stato lo spigolo N della Torre Fanes, in vista della Val Travenanzes e delle Tofane.
Forse lo spigolo, superato da Angelo Dibona con Winifred E. Marples il 15/7/1921 e per la seconda volta (probabile prima integrale, poiché pare che Dibona sia arrivato allo spigolo in alto, da Forcella Torre Fanes) da Albino Alverà e Gino Pisoni nel 1949, non ha le armi per diventare una classica, ma per me fu ugualmente una gran via.
Ricordo l'ambiente solitario e selvaggio, la scarsa chiodatura (tre o forse quattro ancoraggi).
Ricordo, più che uno spigolo, un vasto schienale non sempre verticale, poi la cengia finale ad anello, di roccia friabile e da percorrere con attenzione, e infine la cima, certamente fra le meno calpestate d’Ampezzo, senza segni d'uomo.
Motivo: il lungo percorso di avvicinamento, la dolomia non sempre a prova di bomba, una normale (Von Glanvell e Von Saar, 12 agosto 1898) non proprio facile né breve, da seguire in discesa, un nome poco trendy.
Non credo che in novant'anni (59, al tempo in cui la ripetemmo), la Dibona-Marples, prima via nuova della grande guida dopo la guerra, abbia raccolto centinaia di visite, anche se nel suo celebre volume Pause la iscrisse fra le "cento scalate classiche" dell'arco alpino.
Noi (il paziente Enrico e io) salimmo un limpido 28 settembre, partendo e tornando al Falzarego a piedi, e della via ricordo la completezza, dal sentiero che si avvicinava allo spigolo (verso il remoto Cadin di Fanes), alla discesa un po' complessa, sulla quale trovammo ghiaccio e alla fine risolvemmo con un inatteso cordino su uno spuntone, che ci depositò a Selletta Fanes, terreno già noto.
Se giovasse, va consigliata ai buongustai del IV vecchio stile con qualche passo più secco, a chi può apprezzare una parete ombrosa e con tratti di ghiaia, senza chiodi ma con un sapore di Dolomiti che poche altre volte ho ritrovato.
Da Internet ho saputo che nel 2005 un paio di frane hanno interessato sia lo spigolo Dibona-Marples, circa due lunghezze prima della cengia anulare, sia la via di discesa. Se qualcuno è salito di recente, mi piacerebbe avere notizie aggiornate, per rinfrescare la nostra grande avventura.

05 mag 2011

1790: sul Lungkofel inizia l'alpinismo dolomitico

Il Monte Lungo di Braies, che tocca la quota di 2282 m, è posto lungo il ramo sinistro della valle omonima, che da San Vito sale verso l'altopiano prativo di Pratopiazza.
Questo monte è legato a un fatto di storia che, seppure mai ufficialmente asseverato, riveste un ruolo basilare per la storia dolomitica.
Su di esso, infatti, pare sia salito nell’estate 1790, il gesuita e botanico carinziano Barone Franz von Wulfen, lo stesso che darà il nome alla Wulfenia Carinthiaca.
Dal pianoro dell’Alpe Serla dove si era recato sicuramente per erborizzare, il botanico montò in vetta in solitaria al “Landkogel”, che si è potuto individuare con un buon margine di sicurezza nel Lungkofel, nome tedesco mal tradotto in Monte Lungo.
La tradizione sostiene che sia stata quella la prima cima delle Dolomiti ad essere salita "con intenzioni alpinistiche".
Oltre che per la piacevole ascensione che offre, il Monte Lungo di Braies risalta per la parete W, che incombe verticalmente per oltre 400 m sui diruti Bagni termali di Braies Vecchia; nei primi anni '50 del '900, essa fu salita per tre vie, non so quanto ripetute, dall’accademico Marino Dall’Oglio e da Hans Frisch, forte alpinista di Brunico.
Il Monte Lungo si avvicina con una camminata abbastanza lunga ma piacevole, che può partire da Braies Vecchia A motivo della posizione abbastanza isolata, come il dirimpettaio Serla, svela anch'esso dalla cima una bella visuale a 360° sul Picco di Vallandro, sul versante N della Croda Rossa d’Ampezzo, sulla valle di Braies e sui verdi Colli Alti.
La salita può essere abbinata a quella del Serla, che lo sovrasta di 96 m, realizzando un'escursione molto utile per immergersi nella zona e ripercorrere le tappe di colui che forse iniziò, senza rendersene conto, l'alpinismo nelle Dolomiti Orientali.

Il Monte Lungo dai Prati Camerali, 12/11/2005


02 mag 2011

Pagine di storia ampezzana: Luigi Piccolruaz, guida alpina (1862-1924)

Tra le numerose guide e portatori che fra l'800 e il '900 animavano la vita di Cortina, uno solo “veniva da fuori” ed era quindi escluso dall'anagrafe dei Regolieri, pur essendosi accasato in paese e perfettamente amalgamato nella piccola comunità, tanto da meritare il soprannome di "Nichelo", proprio del casato Zambelli. Era Luigi Piccolruaz, nato nell'alta Val Badia nel 1862.
Di professione guardacaccia, Luigi operò alle dipendenze delle nobili Emily Howard Bury e Anna Power Potts, che verso la fine del secolo si erano fatte costruire sulla colinetta che domina il "Tornichè" di Podestagno, la palazzina detta “Villa Sant’Hubertus”.
Giovandosi della sua pratica della montagna, Luigi "Nichelo" svolse anche l'attività di guida alpina dal 1884 fino al 1909, quando cessò dal ruolo. Nelle fonti ho trovato il suo nome solo per la seconda salita della Torre Grande d'Averau, portata a termine con alcuni compaesani nell'estate del 1883: la sua figura si vede comunque spesso in fotografie di caccia accanto ai clienti che amavano venire a Cortina per le loro battute.
Piccolruaz, che nel primo dopoguerra ebbe una spiacevole diatriba con la Sezione Ampezzo del D.Oe.A.V., in via di rinomina in Sezione CAI di Cortina d'Ampezzo, per aver condotto abusivamente un cliente sul Cristallo, si spense nel 1924.
Cinque anni prima la famiglia, che viveva in una piccola casa lungo la strada d’Alemagna, era stata duramente colpita dalla morte di un figlio, Emilio, deceduto per una malattia contratta sul fronte.
I Piccolruaz si sono estinti in linea diretta con Maurizio "Guardia" (1904-81), estremo custode delle memorie avite, che ebbi il piacere di conoscere nel 1977. 
Stranamente, la guida alpina Luigi non è stato iscritto sulle due grandi lapidi marmoree che nel nostro cimitero ricordano oltre cento guide e portatori ampezzani nati dal 1796 in avanti.

Corno d’Angolo: chi l'avrà salito per primo, e perché?

Chi si avventurò per primo sul Corno d’Angolo, e perché lo fece? Noto ai pionieri col nome di Eckhorn, dovuto alla sua posizione, è il p...