30 apr 2011

Il Busc de r'Ancona e il suo mistero


Il Busc de r'Ancona (foto tratta da panoramio.com)


Che si raggiunga dall'alto, mediante la “via ferrata” artigianale che percorre l'esposta cresta digradante dalla vetta della Croda de r'Ancona, o dal basso, risalendo per tracce di guerra con piccoli bolli il pendio coperto di mughi e detriti che affianca la strada di Gotres poco prima di Forcella Lerosa, il “Busc de r'Ancona” rimane sempre e comunque un angolo dolomitico pregno di suggestione.
Questo foro naturale alto forse venti metri, scavato nella roccia rossastra e friabile della cresta che dalla Croda de r'Ancona degrada verso la dorsale delle Ciadenes, visibile già dalla sottostante Strada d'Alemagna poco oltre la curva di Podestagno, è un luogo importante.
Importante perché è oggetto di un'antica leggenda, raccontata dal Wolff, nella quale si sostiene che sia stato opera del demonio, in fuga dalla conca ampezzana che aveva tentato invano di convertire; importante perché durante la Grande Guerra fu un luogo strategico e sulla dorsale circostante s'infransero pesantemente i tentativi dell'Esercito Italiano di sfondare e assaltare Son Pouses; importante perché è oggetto di un anello escursionistico dai Ciadis a Forcella Lerosa attraverso la solitaria Croda de r'Ancona; importante, infine, perché anni fa fu scelto da un'alpinista solitaria per attraversarlo con gli sci ai piedi, scendendo il canalone che dà verso Ospitale, fino alla Strada d'Alemagna.
Importante o no, è un luogo che mi piace e dove, dopo oltre trent'anni dalla prima volta in cui vi giunsi, torno sempre volentieri.

27 apr 2011

Cima Ovest e Via delle Guide

A tanti amanti delle Dolomiti non interessa sapere perché quella cima si chiama proprio Cima Ovest, chi erano quei Dallamano e Ghirardini che ottantun anni fa ne percorsero per primi la parete W, e tanto meno perché la loro via è conosciuta come “Via delle Guide”.
Non interessava nemmeno a me, fino ad un certo momento. Non so chi ha detto saggiamente che (quasi sempre), quando un alpinista scende dalle montagne, inizia a scrivere: forse sta andando così anche per me.
L'ultima mia salita della “Via delle Guide” sulla Cima W della Torre Grande d'Averau risale a qualche tempo fa, e oggi m'incuriosiscono gli aspetti anche minimi della storia di montagne e vie sulle quali mi sbizzarrivo a vent'anni.
La via di cui sto disquisendo, che supera la parete occidentale della guglia, proprio davanti al Rifugio Scoiattoli, venne aperta dai mantovani Piero Dallamano e Renato Ghirardini il 15/7/1930.
I due non erano comunque i primi a calcare la striminzita sommità della più piccola delle tre torri in cui si articola la Grande d'Averau.
Giusto un anno prima Enrico Lacedelli Melèro, guida alpina e maestro di sci, aveva condotto in vetta i fratelli Olga e Rinaldo Zardini lungo il perfetto diedro NW, cento metri di dolomia verticale, levigata e impegnativa che ancor oggi ricordano il nome dell'ardita Olga.
Dallamano e Ghirardini non lo sapevano, ma con la loro salita inaugurarono uno degli itinerari classici più noti ed amati delle Torri d'Averau, entrato molto presto a far parte dell'offerta delle guide alpine locali e non, e proprio per questo ribattezzato "Via delle Guide".


In primo piano la Cima W della Torre Grande d'Averau.
27 giugno 2009
 Essendo abbastanza breve e di difficoltà contenute, con un accesso e discesa comodi e veloci, penso che la Via delle Guide goda ancora di buon credito.
E siccome dall'ultima volta che ero lassù sono passate già alcune stagioni, il ricordo mi ha spinto a volerne sapere qualche cosa di più.

20 apr 2011

Vacanze pasquali

Il direttore, caporedattore, editore di "Ramecrodes 2" se ne va alcuni giorni in ferie, confidando nel tempo clemente.
Un caro saluto a tutti "dalla Bianca, la Grande, lo Spigolo Verde": dove mai si andrà a rintanare?
Torneremo comunque, il 26 aprile.
Ernesto

18 apr 2011

Il silenzio di Ciou de ra Maza

19 luglio 2008
Lago della testa del bastone: in italiano il toponimo suona bizzarro, e penso non abbia corrispondenze.
In ampezzano, Lago de Ciou de ra Maza trova invece un puntuale riferimento topografico, anche se non molto chiaro quanto al significato.
Il lago è un minuscolo, silente specchio d'acqua, celato dal fitto bosco ai piedi dei Lastoi del Formin, in destra orografica del Ru de ra Costeana.
La maggior parte della zona contrassegnata dal toponimo “Ciou de ra Maza” si trova in Comune di San Vito, e vi si giunge per una stradina forestale rimboschita, che sale dal basso partendo da Rucurto e va a terminare sul limite confinario sancito nel 1753 dalla Marogna de Giou.
Se il toponimo ampezzano di questo luogo di confine pare poco chiaro, quello sanvitese è forse più evidente: dal recente atlante toponomastico del territorio sanvitese, si deduce che i nostri vicini chiamano la zona “Laghete de Iou/Giou de la Maza”, riferendosi quindi al letto asciutto di un probabile antico torrente che scorreva nei dintorni.
Il circondario è molto bello, isolato, solitario: al laghetto, dominato da misteriose e forse ancora mai salite propaggini dei Lastoi, passano sicuramente in pochissimi, la plaga circostante è selvaggia e intricata e sfiorando le rive dello specchio d'acqua ci è parso di sentire ancora il fruscio delle anguane che lavano i panni.

12 apr 2011

Piccola Croda Rossa, regno degli stambecchi

Nella previsione di tornarci dopo qualche anno, con alcuni amici che la bramano da tempo, dai miei appunti ho dedotto di aver salito già una decina di volte la Piccola Croda Rossa (2857 m), massiccia montagna che fronteggia la Croda Rossa d’Ampezzo. La cima fu salita da Viktor Wolf von Glanvell con la guida di Braies Josef Appenbichler nel 1894, e pochi anni dopo anche con gli sci.
Personalmente, l'ho sempre salita con l'approccio “ampezzano”, che dal lago asciutto di Remeda Rossa  per dossi erbosi e sassosi, già regno di ungulati, si porta sulla cresta della Remeda Rossa, dove s'innesta nella via normale che proviene dal Rifugio Biella.
In discesa invece ho sempre seguito la dorsale rocciosa, ghiaiosa e pascoliva delle Jeralbes, che termina vicino alla Crosc del Grisc, a poca distanza dal punto di partenza. Sulla dorsale, a mio parere, c'è un passo di I, ma il resto è abbastanza facile.
Per salire la Piccola Croda Rossa, faticosa ma solitaria e panoramica, so di altre due possibilità, utilizzabili in entrambi i sensi di marcia e riservate a chi ha "piede fermo e occhio attento", come si diceva ai tempi eroici.
La prima segue il canale tra la Remeda Rossa e la Croda, che s’imbocca dal lago sopracitato. Frequentato dai cacciatori, il canale non dovrebbe riservare problemi di tipo alpinistico; in alto ci si sposta sulla sinistra orografica, e si giunge alla Sella della Remeda.
La seconda possibilità si stacca lungo la dorsale delle Jeralbes e mediante un canale franoso permette di scendere direttamente in Val Montejela, giungendo nei pressi del Bivacco Dall’Oglio.
Le due possibilità, poco note e raramente frequentate, animano una gita impegnativa dal punto di vista fisico e a prima vista un po’ monotona, data l’enorme pietraia da risalire per toccare la vetta.
Fino a qualche anno fa sui declivi della Piccola Croda Rossa era usuale sorprendere camosci e stambecchi, che lassù avevano uno dei loro habitat preferiti e si lasciavano fotografare abbastanza facilmente. Esperienza personale!
Forse ora la situazione è un po' cambiata, e sarei lieto di smentirmi; ma finché i branchi non torneranno a ripopolare quell’ambiente con la consistenza di un tempo, alla "Kleine Gaisl" mancherà sicuramente qualcosa.
La cima: a ds. la cresta delle Jeralbes
e sullo sfondo la Croda Rossa (Sennes, 4/2/2007).

10 apr 2011

Andiamo ai Peniés?



Il Becco di Mezzodì, da q. 1427
sopra i Peniés, 10.4.2011
 
In alto ancora non si sale: così oggi, in una domenica di primavera solare, calda, piena, siamo ritornati in un altro dei nostri piccoli "luoghi del cuore": l'Albergo dei Peniés, ossia "la radura di pascolo nel bosco di pini".
E' un posto poco noto, immobile nel tempo, che scoprimmo qualche anno fa cercando una camminata breve e vicina a casa per sfruttare qualche mezza giornata, soprattutto di tempo incerto.
Il nostro angolo si nasconde in alto sopra la trafficata Strada d’Alemagna, fra Cortina e San Vito. Alle falde della Croda Marcora, in una radura ormai oscurata dagli alberi, un vecchio “caśon” serviva d'appoggio ad un antico pascolo ovino dei sanvitesi: l'Albergo dei Peniés (1364 m), appunto. 
Le carte citano una "Baita Pinies"; la baita è sparita da anni ed è stata sostituita con una mangiatoia per animali fatta a casetta, che in caso di necessità può offrire un precario riparo.
Dalla Strada d’Alemagna poco a S di Dogana Vecchia, abbiamo imboccato la ripida pista forestale che inizia presso l’ex Ponte del Venco, inghiottito dalle rettifiche dell'ANAS.
Per la magra pineta coperta di erica siamo saliti verso la Croda Marcora; passato il ruscello che scende dalle crode, seguendo ancora per poco la pista, ci siamo portati al piano dove sorge la mangiatoia.
Da qui, come facciamo sempre per completare la passeggiata, abbiamo rimontato per altri dieci minuti un bel pendio pascolivo sparso di massi, fermandoci sul culmine (1427 m), da cui si gode un bel panorama.
Lassù, un gran canalone detritico si apre in due rami, che scaricano altrove ghiaie e blocchi, lasciando il pendio straordinariamente verde, solitario e silente.
Peniés è un recesso fuori dalle rotte, donde la visuale si apre da un lato sul Penna, Pelmo, Rocchette, Becolongo, Becco di Mezzodì, Cinque Torri e Tofana di Rozes, e dall'altro sulla Croda Marcora, Punta dei Ros, Punta Taiola, Antelao, Monte Rite ...
Nel ritorno è meglio rifare la strada dell’andata, chiudendo dopo circa un’ora e mezzo un anello molto remunerativo.  A Peniés, luogo minore delle nostre Dolomiti, siamo riusciti a costruirci una bella escursione adatta al fuori stagione, che ogni volta ci invita a tornare.

09 apr 2011

Passeggiando a Malga Pozzo

Malga Pozzo verso la Pusteria, 12.11.2005


 
Dalla strada che risale la Val di Braies  verso Pratopiazza, poco dopo i vecchi Bagni termali si prende una stradina secondaria che porta ai Prati Camerali, dove sorgono due Hotel, e d'inverno funzionano due sciovie ed una pista.
Da qui, per una ripida strada ghiaiosa che sale sul margine N dei Prati e termina in uno spiazzo, si va a prendere un sentiero che s'inoltra a tornanti nell'umido bosco e porta al Passo del Capro-Buchsenriedl, piccolo valico chiuso fra il Sasso del Pozzo-Allwartstein e il Monte Serla-Sarlkofel.
5 minuti sotto il Passo, sul versante opposto, su un costone pascolivo al termine della strada bianca che proviene da Villabassa sorge Malga Pozzo-Putzalm (1737 m).
La malga non ospita più bestiame; è stata sistemata, è gestita d'estate e per il resto dell'anno viene usata dall'AVS della Alta Pusteria ;  quando è aperta, può servire da appoggio in caso di maltempo.
Ci siamo passati diverse volte salendo da Braies, perché la sentiamo oggetto quasi obbligato di una visita  una volta giunti al vicino Passo del Capro.
Il valico, infatti, è la base per salire due cime, il boscoso e facile Sasso del Pozzo (1954 m), che prende il nome dall’alpe, e il più impegnativo Monte Serla (2378 m), che le sta alle spalle.
Dalla baita si ammira un tratto della Val Pusteria, alcune cime dei Monti di Casies ed alcune vette delle più lontane Alpi Aurine. Pur essendo raggiungibile con mezzi fuoristrada, Malga Pozzo è abbastanza isolata rispetto al fondovalle, e sostarvi è piacevole, prima di continuare la peregrinazione alpestre.
Vi si può salire anche dal versante di Villabassa, ossia dai Bagni Pian di Maia. Peccato che la strada d'inverno non sia battuta; offrirebbe di certo una passeggiata altrettanto bella sulla neve e forse anche una discesa in slittino, oggi così di moda!

07 apr 2011

Il mio luogo del cuore



Forse i quattro-cinque fedeli "blog-nauti" di Ramecrodes si potrebbero annoiare, vedendosi propinare sempre le "cronachette alpestri" di chi scrive, in sostanza avventure di roccia dal II al IV, con occasionali, belle puntate un po’ più in alto nella scala Welzenbach. 

Ma tant’è: questo ho e questo posso offrire, rievocando l'andar sui monti dei miei venti e trent'anni, e questo cerco sempre di narrare nel modo che giudico più interessante. Prima di quella altrui, riempie l'anima a me stesso riandare ad avventure liete, istruttive e mai dimenticate.
Torno così, per l'ennesima volta, in un mio luogo del cuore, ricordando l'ascensione preferita: la parete sud della Punta Fiames, la classica "paré", per la via aperta da Tone Dimai e Tino Verzi con il cliente londinese Heath, 110 anni fa.
Cortina aerea, col Pomagagnon
(foto Bortolo De Vido)

Dopo le prime due salite, risalenti già all’estate '76, passarono alcune stagioni (in)seguendo altre cose.
Lunedì di Pasqua del 1980, ripresi per la terza volta la via della Fiames col sempre paziente Lace: non ricordo perché, ma quella volta impiegammo tanto per domare la via, in una giornata nebbiosa e fredda. La mia soddisfazione, nemmeno a dirlo, fu intima e tangibile, anche se scalavo ancora perlopiù da secondo.
Seguì una quindicina di altre ripetizioni, in ogni mese dell'anno o quasi, con compagni e compagne diversi, lente ma anche veloci, fino all'estate del '96.
Da allora non ho più toccato le placche della “paré”, che avevo iniziato a visitare una o più volte l’anno, per un ventennio, e sulle quali ho lasciato un pezzo di cuore.

06 apr 2011

Ricordo di Armando Menardi, giovane scalatore

Un interessante personaggio dell’alpinismo ampezzano degli anni Sessanta del '900, cui la precoce scomparsa impedì di esprimersi pienamente e lasciare un più ampio segno nella storia locale, è stato Armando Menardi "de Seerino", conosciuto anche come Armando "de Jilma".
Figlio di Gilma, gestrice per molti anni col fratello Giuseppe della storica rivendita di tabacchi all’angolo del Comune Vecchio, era nato nel 1945.
La sua attività in montagna (misurata qui parzialmente, solo in base alle prime salite, di certo un po' più ampia), si svolse soltanto nel biennio '65-'66. Nel dicembre '66, infatti, Armando morì giovanissimo, per una rapida e inesorabile malattia.
L'1/11/65, con Franz e Armando Dallago, aveva salito una guglia inviolata sui contrafforti della Tofana di Mezzo, dedicandola a Franco De Zordo, caduto pochi giorni prima dalla Cima Piccolissima di Lavaredo.
L’anno seguente, il 15 maggio, gli stessi giovani salirono la parete E del Torrione Zesta, sempre sui contrafforti della Tofana di Mezzo; un mese ancora, ed ecco l'ascensione del  Gran Diedro NW dei Lastoni di Formin. Il 27 agosto, con Franz, Armando scalò un'altra torre ai piedi della Tofana, dedicata ad Albino Michielli Strobel. Il 2 settembre la cordata salì la parete E della Torre Quarta d’Averau; nove giorni dopo, apportò una variante alla via Ghelli & Co. sulla parete N della Cima d’Ambrizzola, e il 13 novembre, infine, superò lo spigolo SE della Cima N della Torre Grande d’Averau, usando 55 chiodi per salire i centoventi metri di spigolo, in seguito ripetuto in libera.
Solo un mese più tardi si chiudeva la brevissima vicenda terrena di Armando, che non fece in tempo ad indossare il maglione degli Scoiattoli, al quale forse aspirava.
Il 10/8/1967 Franz e Armando salirono con Raffaele Zardini Laresc (scomparso anch'egli molto giovane, nel '75) salirono lo spigolo e il camino N del Becco di Mezzodì, dedicando l'itinerario all’amico, che oggi almeno ha un punto di riferimento sulle crode, al quale restano affidati il suo nome e la sua memoria.

04 apr 2011

Girovagando sulla cima più bassa d'Ampezzo

Scalando le mura della Rocca di Podestagno:
la "ferrata più breve delle Alpi", 3 aprile 2011
Scrivo dopo la salita alla Rocca di Podestagno (11a dal 2004), compiuta ieri, in una giornata di primavera tiepida, ma ancora con qualche placca di neve sul versante più ombroso. Non volendo ritenere tali il Pichéto (Pierosà degli sciatori d'un tempo, oggi tornato quasi vergine, 1413 m), o il Sas Perón, che fronteggia gli opifici di Nighelonte e si sale in un amen dalla strada Fiames-Lago Ghedina (1342 m), la cima più bassa della valle d’Ampezzo potrebbe essere proprio Podestagno (1513 m). Dico “cima”, poiché verso il Rio Felizon la Rocca cade con un rispettabile precipizio, di un centinaio di metri almeno. Riaffermo “cima” perché una decina d'anni fa due giovani attaccarono la parete che incombe sul Rio, inventando una via di 80 m di dislivello, con difficoltà classiche. Sulla parete, forse già salita e di certo già discesa a scopi botanici da appassionati locali, i due alpinisti trovarono roccia discreta. In una spaccatura verso la cima, rinvennero poi alcuni scalini di ferro. Non sappiamo se risalgano alla Grande Guerra (quando lassù fu installata una vedetta italiana, che contribuì a smembrare gli ultimi resti del castello insediato otto secoli prima), o siano più antichi e rievochino oscure vicende medioevali. Di bello, oltre all'ambiente silenzioso che consente una rimarchevole passeggiata non molto lontana dal paese e l'interesse storico, Podestagno ha il fatto che fu “conquistato” in epoca remota, giacché il Castello, l’avamposto più a N del territorio veneziano, è citato ufficiosamente dal 1000, e compare nei documenti dal 1175. I primi “scalatori” della Rocca, sulla quale oggi si potrebbe arrivare in MTB a cinque minuti dalla panoramica sommità, accessibile mediante "la ferrata più breve delle Alpi" (una fune metallica di 5-6 m), sarebbero i nostri avi di 1000 anni fa. Se Podestagno si può considerare una cima, sarebbe curioso poter considerare gli ignoti che salirono a perimetrarlo per erigervi una fortezza che dominò su Ampezzo fino al XVIII secolo, i primissimi veri alpinisti sulle Dolomiti.

01 apr 2011

La rara solitudine del Becco Muraglia

Tempo fa, in un pomeriggio gonfio di pioggia (che si scatenò puntualmente, poco prima che rimontassimo in macchina), salii per la quinta e finora ultima volta una cima adatta per un "alpinismo della contemplazione": il Becco Muraglia, 2271 m. Il “Bèco de ra Marogna” per gli ampezzani, è una piramide rocciosa solitaria, visibile dalla strada del Giau nei pressi dell’omonima Casera, e definisce il punto d’inizio della celebre Marògna, della quale nel 2003 ricorsero i 250 anni dalla costruzione.
Salire sul Becco non è impresa lunga né effettivamente di grande impegno, anche se - data la roccia non proprio granitica - riserverei la gita ad escursionisti un po’ smaliziati.
Seguendo le tracce d’animali che solcano lo splendido bosco del Forame internandosi fra i mughi e gli alberi che sovrastano la strada, dopo aver incontrato una famiglia di caprioli, in circa tre quarti d’ora dal parcheggio guadagnammo il panoramico colletto erboso ai piedi della parete terminale del Becco.
Gli ultimi 50 m di salita, che personalmente valuto un buon I, si svolgono su roccia a gradini piacevole da salire, anche se un po' friabile e ghiaiosa. Sulla sommità, fra un ammasso di macerie, dopo un quarto di secolo esatto dalla prima visita ritrovai intatta la curiosa di vetta, un’asta di legno con infisse due tabelle, delle quali non conosco il significato.
Il Becco Muraglia riveste un interesse escursionistico ed alpinistico marginale, nessuna guida ne parla, ma mi sento di suggerirne la visita ai curiosi che, volendo deviare per mezza giornata dalle mete più comuni, cerchino un recesso lontano dalla bagarre, in una zona accessibile al pubblico ma che custodisce una solitudine sempre più rara.




"Pala di Marco" sul Mondeciasadió: probabile prima sci-alpinistica?

Una foto  che ho scattato dal salotto, negli ultimi giorni d'autunno prima dell'arrivo della neve, al crestone di Mondeciasadió - d...