31 mar 2011

Sul Becco di Mezzodì con gli amici

E' sabato 14/10/1995. Sfruttando una sfilza incredibile di weekend di bel tempo, iniziata a settembre e che durerà per altre due settimane, ho preso accordi con tre amici per una salita: la via normale del Becco di Mezzodì.
La conosco abbastanza bene: vent’anni fa vi mossi i primi passi in arrampicata, e da allora l’ho ripetuta cinque volte, sempre con emozione e soddisfazione.
L’avvicinamento al Becco, notoriamente non proprio breve se eseguito tutto a piedi, lo iniziamo dalla strada del Giau, all’altezza della diruta Capanna Ravà. Ci vorranno circa due ore per giungere ai piedi della parete SW della “Ziéta”, dove si svolge la nostra via. Sarà una splendida camminata, dapprima ombreggiata e molto fresca, poi ingentilita dal caldo sole di una irripetibile giornata d’autunno.
La salita della via non ha una grande storia. Salgo tranquillo in testa alle nostre due cordate, assaporando tutti i passaggi e piazzando qualche rinvio in più dove penso che occorra. In poco meno di un’ora siamo in vetta: il cielo è di un azzurro così intenso da parere pitturato, c'è parecchio caldo, siamo un po' stanchi e sull'ampia sommità, dove ritrovo ancora la vecchia caldaia arrugginita portata su da alcuni amici per i falò di Ferragosto tanti anni fa, sostiamo almeno un’ora, mangiando e abbronzandoci.
Dall’alto si sente un generatore, il che fa supporre che il Rifugio Croda da Lago sia ancora aperto. Così, scendiamo veloci con due corde doppie, paghi di aver scalato (per gli amici è la prima volta) il Becco di Mezzodì, dove il 5/7/1872 Santo Siorpaes schiuse all'alpinismo con Utterson Kelso il quieto e romantico gruppo della Croda da Lago.
Giungiamo allegri al Rifugio, dove una birra fresca s'impone, e qui ritrovo l’amica Lorenza, in zona per ulteriori ricerche sui suoi amati toponimi. Ci perdiamo in conciliaboli e così, quando arriviamo a Rocurto, è quasi buio, e ci toccherà camminare un'altra mezzora fino alla Capanna Ravà per recuperare le macchine.
Possiamo dire che è stata una giornata spesa bene, e non immagino certamente che sarà la penultima volta - fino ad oggi, 16 anni dopo – che ho calcato la vetta del Becco, la prima montagna che ho salito in arrampicata, il mio esordio sulla roccia dolomitica.

Scendendo dal Becco sotto la pioggia, estate 1980


30 mar 2011

Aspettando di salire il vulcano

La mattina di Capodanno 2010 non avevamo incontrato nessuno, quando varcammo l'ingresso del Rifugio Rinfreddo.
Posto a 1887 m di quota al limite di un pascolo, il Rifugio, già malga regoliera del Comune di Comelico Superiore, si trova nei pressi del confine Veneto - Sudtirolo, lungo il circuito delle malghe di Sesto.
Esso infatti è vicino alle malghe Coltrondo e Alpe di Nemes e un po' più lontano da Malga Klammbach (più meno tutte sui 1900 m). Con le quali forma il quartetto degli esercizi alpestri collegabili con un'escursione circolare trans-regionale, estiva e anche invernale, con base al valico di Montecroce Comelico.
Come detto, Rinfreddo è una vecchia malga, che recentemente è stata trasformata - nel rispetto delle caratteristiche pastorali - in un rifugio escursionistico, e si raggiunge anche in macchina per la Val di San Valentino.
E' il posto ideale dal quale partire alla scoperta del Col Quaternà, antico cono vulcanico che svetta inconfondibile lungo la Cresta Carnica, e fu salito anche dal Papa Giovanni Paolo II. Da Montecroce si risale per 6 km una forestale che s'interna a saliscendi nella impervia fascia boschiva tra il valico e i primi rilievi della Cresta Carnica. Si transita prima a Malga Coltrondo e si prosegue quindi leggermente in discesa per un buon quarto d'ora, per raggiungere Rinfreddo, dopo due comode orette di cammino.
Il Rifugio è noto agli escursionisti, che d'estate vi giungono a piedi, a cavallo o in MTB, e sembra ancora abbastanza discosto dalle folle dolomitiche. Nella nostra prima visita, infatti, in sala da pranzo eravamo solo in due: la famiglia dei gestori stava facendo le pulizie dopo un allegro cenone di San Silvestro, e per qualche ora riuscimmo a godere un rifugio e i boschi circostanti in tranquillità, progettando di salire di nuovo lassù d'estate, per toccare la vetta del sovrastante “vulcano”.
Davanti al Rifugio, 1° gennaio 2010

28 mar 2011

Pala de ra Fedes, una salita vissuta intensamente

La Pala de ra Fedes, nel gruppo della Croda Rossa d’Ampezzo, non è una "cima" nel senso vero del termine. Si tratta del primo e più marcato rilievo, quotato 2733 m, della dentellata cresta W della Croda Rossa d'Ampezzo, che inizia dalla conca di Ra Valbones e sale all’anticima della Croda Rossa.
Il vertice della Pala è un piccolo terrazzino detritico con qualche zolla erbosa: nel 1993 e poi nel 1994 lassù trovai solo due ometti, costruiti chissà quando da cacciatori o da escursionisti fantasiosi come noi.
Per salire la Pala, avevo colto lo spunto celato fra le righe del “Berti”. La relazione della cresta W della Croda Rossa (salita da Franz Nieberl nel 1915 e forse mai più ripercorsa integralmente), dice che la Pala è “facilmente raggiungibile per erbe e ghiaie” da Lerosa. Pur se sono solo sei parole, bastarono: dopo una salita piuttosto impervia, giungemmo in cima alla Pala dalla marcata sella che separa Ra Valbones dai Tremonti, sulla quale a quell'epoca si stendeva una singolare macchia di baranci arsi dai fulmini. 
Prima per gradevoli salti inclinati, poi per roccette un po' più ripide e detriti poco fermi, in circa tre ore dal deposito di Rufiedo fummo in cima, e ci trovammo davanti un ambiente davvero isolato e primordiale.
Sulla Pala sono salito due volte, la prima partendo da Rufiedo e salendo la Val di Gotres per "rinforzare" il dislivello, che così supera i 1200 m (1038 da Ra Stua). La discesa invece ci venne indicata da numerose, inequivocabili tracce di camosci, che lassù transitavano, e spero transitino ancora indisturbati.
Sul versante opposto a quello di salita, per brevi gradoni e un canale di sfasciumi friabile ed esposto, in cui trovammo ancora la neve, calammo con attenzione ma abbastanza veloci sui vasti ghiaioni alla testata della Val Montejela e da lì scendemmo al Bivacco Dall’Oglio e a Ra Stua.
Escursionisticamente la traversata fu seducente ma, dato l’ambiente impervio in cui si svolge, non mi sento assolutamente di reclamizzarla ai gitanti tranquilli. Certo che sovrastare Lerosa, Ra Valbones, la Croda d‘Ancona, le Lainores, Ra Stua e Cianpo de Crosc  distesi 1000 m più in basso, non fu cosa trascurabile.
Su quell’angusta vetta trovammo solo silenzio e solitudine: la Croda Rossa vegliò amichevole sui nostri passi, e oggi ricordo ben poche gite vissute intensamente come quella.

Pala de ra Fedes da Ra Ciadenes, 28 giugno 2004

27 mar 2011

Spunti per l'aggiornamento della guida "Dolomiti Orientali"


Un’imprecisione, che perdura dalla prima edizione della guida "Dolomiti Orientali" di Antonio Berti ed è stata copiata anche in altre pubblicazioni, riguarda la prima salita della parete NW della Croda Rotta, cima minore delle Marmarole, che fu la penultima via nuova nelle Dolomiti delle forti sorelle Ilona e Rolanda von Eőtvős. Le baronesse ungheresi salirono la parete nel settembre 1910, con le guide Antonio Dimai, Agostino Verzi, Serafino “e G.” Siorpaes. La citazione è verosimile per Serafino Siorpaes de Valbona, guida dal 1901 al 1929, ma G. chi era? Non certo Giovanni Cesare, secondogenito di Santo, nato nel 1869 e guida dal 1890. All’epoca dell’ascensione della Croda Rotta, infatti, “Jan de Santo” se n’era già andato da un anno e mezzo, vittima di un imponderabile quanto tragico incidente occorsogli vicino al suo albergo a Cimabanche.
Dal diario di Giorgio Brunner “Un uomo va sui monti”, traggo altri dati che rettificano due affermazioni inesatte di Berti. Secondo la guida, infatti, la prima invernale della Zesta, corposa elevazione della “diramazione ampezzana” del Sorapis, fu eseguita dallo stesso Brunner per la via normale da N, il 7/2/1942. Nel suo diario però, l’alpinista dichiara di non essere stato solo, come nella prima invernale sulla vicina Punta Nera (27/2/1941), ma in compagnia della moglie Massimina Cernuschi e del cognato Mauro Botteri. Per inciso, la prima invernale solitaria della Zesta potrebbe spettare alla guida Ario Sciolari, che vi salì il 5/1/1995 (dal libro di vetta).
Reputando invernali solo le vie compiute fra il 21 dicembre ed il 21 marzo, Brunner indica infine come prima invernale della Punta del Sorapis la sua, compiuta con l’amico Ovidio Opiglia il 17/3/1938, smentendo il tenente Pietro Paoletti, che aveva salito la Punta con le guide Arcangelo e Giuseppe Pordon “in condizioni invernali”, il 26/11/1881.

25 mar 2011

"Un cedrone ci osserva". Apologo di montagna

Un giorno, appena la volpe vide il gallo cedrone appollaiato sul ramo di un albero, gli si avvicinò per chiedergli come stava. «Ti ringrazio per la premura, cara volpe. Sto molto bene, e spero che sia lo stesso per te». Ma la volpe fece finta di non aver udito: «Mio caro, da quaggiù non riesco a sentirti. E, come sai, io non posso raggiungerti. Perché non scendi così possiamo parlare un po’?» Ma il gallo, conoscendo la brutta fama della volpe, era titubante. La volpe se ne accorse e gli chiese: «Perché non vuoi scendere? Non mi dirai che hai paura di me?». «Ma no, cara volpe - rispose il gallo, che si vergognava di essere stato scoperto – non ho paura di te, ma di tutti gli altri animali che sono in giro per la foresta. Allora la volpe prese a rassicurarlo dicendogli che in base ad un nuovo decreto nessun animale poteva toccare, aggredire o sbranare gli altri. Dopo aver ascoltato attentamente, il gallo sorrise e indicò alla volpe un gruppo di cani che stavano sopraggiungendo, sottolineando la sua piena condivisione del decreto. La volpe, però, udendo i latrati dei cani, cominciò a fuggire con gran meraviglia del gallo cedrone, che le chiese che motivo ci fosse in tanto ardire. La volpe, anche lei colta in castagna, non sapeva che dire: «Ma… c’è anche la possibilità che il decreto non sia ancora stato pubblicizzato a dovere». Udito ciò, il gallo cedrone la guardò e se la rise nel vedere come se la dava a gambe levate.

(Tratto da "Un cedrone ci osserva. Simpatica presenza in valle" di Angela Alberti, in "Ciasa de ra Regoles" n. 129, marzo 2011).

21 mar 2011

Nostalgia



L'amica Lorenza sul "tremendo ghiaione" durante la salita, 28 giugno 2004
 
Chi li conosce li denomina per comodità “I Zuoghe” (questa Z va pronunciata come la s di rosa). In realtà, l’oronomastica tradizionale identifica il punto strategico del tratto di cresta che dal finestrone del Busc de r’Ancona scende verso E, come “Ra Ciadenes”. Durante la 1a Guerra Mondiale, i Zuoghe costituirono un passaggio obbligato per l'assalto a Son Pouses, e contro quella dorsale s’infransero pesantemente i tentativi di sfondamento dell’Esercito Italiano. La quota 2053, dove sorge il punto trigonometrico, e quella - cinquanta m più bassa - dove il sentiero, un tempo segnalato ma poi abbandonato per difficoltà di manutenzione, che sale dalla SS51 s’incontra con quello che giunge dalla Val de Gotres, offrono uno scenario magnifico e la possibilità di osservare numerose opere belliche. La zona è fra le migliori per un’escursione fuori stagione, in primavera per misurare i garretti in vista dei cimenti estivi ed in autunno per sfidare la neve, che lassù pare sempre arrivare un po’ più tardi che altrove. Del resto, la pala fittamente boscata che porta in cima è esposta in pieno sole, sicché ci è capitato di salirci anche in dicembre e in marzo, senza neve nella quale sprofondare. Ultimamente, vari motivi ci hanno portato a disertare il rituale appuntamento coi Zuoghe, ma conserviamo il ricordo dell'ultima volta in cui abbiamo effettuato l'anello, in condizioni tardo-estive: era il 26 novembre, un'irripetibile domenica! Resta sempre il proposito di rendere regolarmente omaggio ogni anno alla dorsale, dove il tempo pare si sia fermato. Di vero cuore, almeno finché vi salirò, mi auguro di non vedere mai lassù le ricorrenti manomissioni di “valorizzatori turistici" più o meno istituzionalizzati, che romperebbero l’atmosfera arcana di quei dirupi, così importanti in guerra e disertati in pace, dove mi sono sempre aggirato con la curiosità e l'entusiasmo del ragazzino salito per la prima volta con i genitori quasi quarant'anni fa, 1° maggio 1972.

16 mar 2011

La Via Inglese in Tofana, un itinerario dimenticato

Il 30/1/1955, Albino Michielli Strobel e Guido Lorenzi realizzarono in giornata la prima invernale della “Via Inglese” sulla parete SW della Tofana di Mezzo.
La via (aperta l’11/8/1897 da Phillimore e Raynor con le guide Antonio Dimai e Giuseppe Colli), rientra nel novero delle “vie inglesi” sulle Dolomiti. Presenta difficoltà di III e IV, e per salirla si prevedevano in media tre ore.
L’Inglese riscosse un certo favore nell’epoca d’oro dell’alpinismo, tanto che nel 1898 un difficile camino fu facilitato con alcuni metri di corda metallica. La via compariva già a fine Ottocento nel tariffario delle guide di Cortina: per salirla, si prevedeva un giorno e mezzo ed erano richieste 50 corone. Nel tariffario del 1962 la salita era ancora presente, e per effettuarla erano richieste 20.000 lire.
Penalizzata dal lungo accesso e dall'altrettanto lunga  discesa, dall’apertura della via ferrata sulla cresta SE della stessa Tofana (1957) e dalla costruzione della funivia fino in vetta (1971), l’Inglese fu abbandonata. Vittorio Dapoz, che gestì per un quarantennio il Rifugio Giussani, sosteneva di non aver mai incontratoin rifugio, almeno nei primi vent'anni, alpinisti intenzionati a salire la via!
Incuriosito dal destino dell’itinerario, mi presi la briga di contare le salite annotate nel libretto posto in vetta alla Tofana dall'agosto 1938 all’agosto 1958. Salvo errori ed omissioni (purtroppo vari dati si leggono con difficoltà), pare che in un ventennio abbiano salito la parete solo 147 persone.
L’anno di maggior afflusso fu il 1955, quando in un giorno salirono 13 belgi, divisi in sette cordate e accompagnati da altrettante guide. Nel 1938, 1944, 1952, 1954, 1956, 1957, 1958, lungo l’Inglese non si avventurò nessuno!
La media di 7-8 salitori l’anno è proprio scarsa, per una via che ai primi del ‘900 rientrava fra le più famose d’Ampezzo. Essa, come detto, sconta la lunghezza dell’accesso e del rientro, la quota alla quale si svolge e l'abbandono generale di scalate isolate, scomode, ombrose, con roccia sporca e protezioni scarse.
Nell'elenco appare un unico solitario, Luigi Menardi "Amanaco", salito nell’estate 1950. Sono rare le cordate accompagnate da guide, la prima delle quali nel 1942, e risultano pochi anche i salitori stranieri.
Alla fine dei conti, nel ventennio esaminato la “Via Inglese” sulla Tofana di Mezzo non ha sofferto d’eccessiva frequentazione, e in seguito forse ancora meno: chissà se qualcuno si prenderebbe la briga di rivisitarla?

15 mar 2011

L’ometto di vetta più particolare che ricordo

Nel centro la Torre Lagazuoi
L’ometto di vetta più particolare che ricordo? Senza dubbio quello che trovai con Enrico trent'anni fa, un lunedì di luglio del 1981, sulla Torre Lagazuoi. Lo snello pinnacolo si eleva circa 500 m a NW di Forcella Travenanzes, ben visibile e staccato dalla parete retrostante. Quel giorno ne raggiungemmo la sommità da S, per la via aperta l’8 settembre 1946 da Ettore Costantini, Mario Astaldi, Luigi Ghedina e Ugo Samaja: un itinerario godibile, non molto lungo né eccessivamente difficile, un po’ infido nel tratto basale esposto alla caduta di sassi. Approfitto per segnalare che a pag. 219 della guida “Berti”, la relazione di questa via ha una data errata. Essa non dev'essere stata salita l’8 settembre 1944, perché quel giorno (vedi a pag. 105) Costantini apriva con Armando Apollonio un'altra via sulla parete SE della Croda da Lago. In cima, nel piccolo spazio fra roccia e cielo, trovammo un cumulo di sassi immobili e coperti di licheni, che forse nessuno aveva mai smosso: eppure erano trascorsi “solo” 35 anni dal passaggio degli Scoiattoli! Quell’ometto mi infuse la stessa emozione che avrei provato se fosse stato costruito molti anni prima, magari da Siorpaes, Preuss o Dibona. Su quella cima poco battuta era (e magari oggi, tanto tempo dopo, è ancora) l’unica testimonianza dell’uomo: niente rompeva la perfezione del piccolo ripiano dove ci trattenemmo per un lungo attimo, riposando i muscoli e il cervello. Lassù ebbi una sensazione strana: pur trovandoci in una zona non proprio remota né abbandonata, eravamo sospesi su un quadratino roccioso a 180 m da terra, su una guglia dove pochi avevano avuto occasione di salire, in un angolo del mondo in cui solo un cumulo di pietre antiche scalfiva la naturalezza del luogo. Quasi mi dispiacque muovere alcuni sassi per passare: scendendo mediante un paio di aeree corde doppie ed una serie inaspettatamente agevole di camini lungo la parete orientale, ci muovemmo con rispetto, per non molestare la Torre, che fino a quel momento aveva avuto il destino di essere disturbata rare volte nella sua gran quiete.

14 mar 2011

Pensieri sull'alpinismo e gli alpinisti

L’alpinismo è un concetto definito; “la pratica di scalare le montagne e la tecnica che a ciò si richiede”. Giova però dividerlo in due categorie: l’alpinismo della necessità (la vita del montanaro, antica come le montagne) e l’alpinismo della volontà (il turismo alpino propriamente detto, che nelle Dolomiti ha 150 anni). Tutti gli abitanti delle montagne sono alpinisti, da sempre. Lo erano sicuramente i contadini, costretti a dissodare, arare e falciare fazzoletti di terra per ricavarne magri raccolti, in luoghi impervi, erti, pericolosi. La storia è ricca di “martiri” di questa vita: nell’800 una donna ampezzana precipitò dalle ripide Pales de Perosego durante la fienagione. Alpinisti erano i boscaioli, impegnati nel duro lavoro in situazioni atletiche, anche se limitate alla cintura mediana della valle: oltre i 2000 m, infatti, gli alberi che offrono buon legno si fanno rari e salire non serve. Erano alpinisti i pastori, che per sfruttare al massimo il territorio per l’allevamento spingevano i loro armenti su pendii prativi, cenge erbose isolate, raggiungibili con manovre spericolate. Gli alpinisti per eccellenza furono i cacciatori e i bracconieri, sempre spinti dalla necessità di sopravvivenza. Per secoli, costoro si avventurarono su cenge, pareti e cime alla ricerca del camoscio o del gallo cedrone, da portare in tavola o esibire come trofeo d’arditezza e di coraggio. I cacciatori, più degli altri, affinarono la tecnica alpinistica, sviluppando in modo proverbiale il senso dell’equilibrio, il fiuto nella ricerca dei passaggi, l’abilità nel superarli con attrezzi primitivi, la furbizia nel sorprendere gli animali, l’infallibilità nel colpirli (a Cortina un cacciatore ampezzano, poi divenuto guida, in vita sparò forse 200 colpi di schioppo, ma ad ognuno corrispose un camoscio, che rallegrò la magra e monotona dieta familiare, consentendo a lui di vivere fino ad 82 anni). Alpinisti furono i topografi, mandati dagli eserciti a misurare l’altezza delle cime, porre punti trigonometrici sulle vette, riordinare la toponomastica spesso confusa delle catene montuose. E’ nota la storia della Rocchetta di Campolongo, che i topografi scalarono già nel 1779, se non prima, per fissare uno dei confini tra il Tirolo e l’Italia. Alpinisti, infine, furono i guardaboschi e i guardacaccia, instancabili camminatori e perlustratori del perimetro boschivo della valle, ma anche di numerose cime. E’ principalmente merito loro, insieme ai cacciatori, se l’alpinismo nacque, si sviluppò ed ebbe fortuna. Mancano all’appello i raccoglitori di erbe alpine e prodotti del bosco, portato di un’epoca abbastanza recente e di un ritorno alla natura. Nell’antichità si usavano più di oggi le erbe e le bacche, meno i funghi: nei vocabolari dialettali, infatti, i termini botanici e micologici non hanno una vasta messe di corrispondenze, ma sono perlopiù generici.

12 mar 2011

Nel silenzio del lago

11 marzo 2011, nel silenzio del Lago
D'estate, la capanna che da tre quarti di secolo sorge sulle sponde del Lago d'Aial, il mediano dei tre specchi d'acqua della Val Federa, è una meta comoda, piena di sole e molto frequentata. Noi vi saliamo abbastanza spesso, sfruttando le varie possibilità che convergono tutte al lago: da Campo di Sotto, da Mortisa, dalla diga di Ciou del Conte, o infine, ed è la soluzione meno battuta, dalla strada del Passo Giau scendendo attraverso la località detta “Ra Sapada”. D'inverno ci andai la prima volta anni fa con amici, con il proposito di curiosare fra i “Cuaire”, le fenditure rocciose celate dal bosco che si aprono nelle immediate prossimità del lago ed erano frequentate già nell'800. Sulla porta d'ingresso del rifugio, allora chiuso, un “libro di vetta” invitava i visitatori a lasciare traccia del loro passaggio. Qualche anno fa i gestori si sono muniti di un piccolo battipista, con il quale liberano il tratto di strada che si stacca da quella diretta a Croda da Lago e consentono di salire all'Aial anche con la neve. L'esperienza è interessante, l'escursione non è molto lunga, si svolge in un ambiente solitario e silenzioso e merita la prova. Il rifugetto non potrebbe ospitare le folle di gitanti in sci, ciaspe o a piedi che invadono d'inverno altre strutture, per cui vi si sosta in tranquillità. In questi giorni lo specchio gelato del lago si va pian piano sciogliendo; il terreno sente già un po' di primavera e, anche se le sponde sono bianche e la strada che sale è ancora innevata e un po' scivolosa, la stagione avanza. Il luogo non sarà una base per ascensioni famose o tappa di trekking chilometrici, ma vi si sale volentieri per avvicinarsi ai vasti boschi di Federa, ricchi di natura e di leggende.

11 mar 2011

Il Corno d'Angolo

Bella punta dolomitica che sopra il Graon de Rudavoi conclude l’inflessione ad angolo retto del ramo delle Pale di Misurina, il Corno d’Angolo domina il torrente Rudavoi e l'avveniristico ponte, dai pressi del quale  si può ammirare. Da N (Val Popena Alta), è facilmente accessibile, ed è plausibile che sia stato salito in epoca antica da valligiani. Il Corno entra nella storia dolomitica con la prima salita per roccia, dovuta ad Emilio Comici, che nel 1933 superò lo spigolo S con Sandro del Torso. Nel 1955 sul Corno venne tracciato un altro itinerario, del quale manca la relazione; un'altra via è stata aperta nel 2009 da alpinisti triestini. Chi scrive vi scoprì il teatro di una salita in ambiente solitario e ancora poco battuto, nell'estate 1991. In questo ventennio vi sono tornato alcune altre volte, e mi ci sono affezionato, reputando meritevole la breve “via normale”, sia per la natura in cui si svolge, sia per il panorama, sia per la tranquillità dei luoghi, dove passa quasi più gente d’inverno che d’estate. Per salirvi, dalla sella coi ruderi del Rifugio Popena si risale la conca erbosa e detritica ai piedi del Piz Popena, mirando all’ultimo marcato dosso sul lato destro orografico. Giunti su una sella erbosa che si affaccia sul versante del Passo Popena, seguendo gli ometti si rimonta per una cinquantina di metri di dislivello il pendio N del Corno, con passaggi friabili di I, su roccia talvolta un po' bagnata. Sulla cima c’è un bastone, infisso fra due massi che si affacciano sull’esposto versante S, e un minuscolo libro di vetta, con le firme dei pochi appassionati che conoscono la cima.
Salendo verso il Corno d'Angolo, 9 agosto 2004

08 mar 2011

Prima Fiames d'inverno, sei lustri orsono


Non sembra, ma era inverno! Enrico e io sulla "parè", 23/1/83
Forse sarete anche stufi di sentirvi propinare le "cronachette alpestri" di chi scrive, in sostanza avventure dal I al IV, con qualche bella puntata un po’ più in alto. Ma tant’è: questo ho da offrire, nel rievocare alcune lontane giornate, e cerco sempre di farlo nel modo migliore. Prima di chi legge, soddisfa me stesso ricordare esperienze piacevoli, istruttive e che tornano spesso alla mente con piacere. Riprendo un argomento trattato spesso, ricordando che una delle mie due salite alpinistiche preferite è stata la parete S della Punta Fiames, per la via Dimai-Verzi-Heath del 1901. Dopo le prime due salite della “paré”, nell’estate 1976, lasciai passare qualche annetto, dedicandomi ad altro. Lunedì di Pasqua 1980 ripresi la strada della Fiames con Enrico: impiegammo molto per domare la via, in una giornata grigia e fredda: la soddisfazione fu sempre grande, anche se allora salivo solo da secondo. L'8/3/1981, giusto trent'anni fa, avvenne la quarta salita, prima d'inverno; era con noi anche Andrea, forte scalatore feltrino che morì qualche anno dopo in un incidente di moto. In agosto la quinta, che feci da primo, per fare esperienza ed anche per necessità, poiché il mio compagno non si sentiva di farlo. Nelle salite che sono riuscito a realizzare sulla via, c’è stato anche lo spazio per un’altra invernale in condizioni estive, una in meno di due ore “in conserva”, una in dolce compagnia, una conclusa con un piccolo incidente, una invernale con annessa piccola "cioca" in vetta. Per completezza, devo citare l’ultima, mezza salita: eravamo in tre e arrampicammo così lenti che sulla cengia inferiore (preso da arcani timori) proposi di tornare a casa se non volevamo uscire alle otto di sera. Il rientro, lungo i nuovi ancoraggi, fu veloce e divertente, ma un po’ mesto. Da allora non ho più sfiorato le rocce della “paré”, che ho percorso almeno una volta l’anno per un ventennio esatto e sulle quali devo dire che mi sono sempre divertito.

06 mar 2011

'Son là che no n é negun!

D'estate e d'inverno, quando usciamo in montagna, spesso mia moglie ed io ci palleggiamo un motto in ampezzano (di nostra invenzione) " 'Son là, che no n é negun ", che sarebbe a dire " Andiamo lì, che non c'è nessuno ". Il motto serve a indicare una malga, un rifugio, un sentiero una vetta che, secondo noi, nessuno  o pochi nostri paesani e confinanti frequentano e dove è quindi poco probabile dividere lo spazio con qualcuno che conosciamo. Orbene: pensavamo che domenica 6 marzo fosse lo stesso per la Obere Steinzgeralm -  Malga Montale di Sopra, rustico ristoro a 1891 m alto sopra il Lago di Anterselva, sui pascoli - frutto di antichi disboscamenti - che scendono dalla Rote Wand, panoramica e frequentata cima terza in altezza degli amati Monti di Casies. Saliamo in malga tranquilli, in una splendida giornata ormai pronta alla primavera; pranziamo, riposiamo e ad un certo momento chi vediamo sulla porta? Capo, Cencio, Magico, Martina e Mimmo (sono nomi e soprannomi noti nell'ambiente "crodaiolo" fra S. Vito e Cortina), un gruppo di appassionati che tornava da una magnifica scialpinistica sulla Rote Wand. Loro stupiti, e noi più di loro, di scovare ampezzani e cadorini in un angolo di Sudtirolo a due passi dal confine austriaco, che ingenuamente pensavamo di conoscere noi e pochi altri: ma si sa che la Montagna non ha confini, e poi alla Obere Steinzgeralm la birra è veramente buona ... 
Croda Rossa - Rote Wand, dal Lago di Anterselva

04 mar 2011

Un'idea per quando finirà l'inverno: l'anellino di Crepa

Quando finirà l'inverno prendiamo l’autobus, la macchina o saliamo a piedi oltre le case di Col, fino al caratteristico masso, già palestra di roccia, che incombe sulla strada prima della galleria. Qui vicino c'è il rinomato belvedere dove tanti automobilisti e motociclisti in transito si fermano spesso per ammirare Cortina. Di fronte a noi un sentiero, risistemato e segnalato qualche anno fa, s'imbuca fra i roccioni che strapiombano sulla strada. La traccia sale ripida nell'ombroso bosco di faggio, intercalato da salti di roccia dove ricordo che un tempo c'era un tratto di grossa fune di ferro per sicurezza. Rasenta poi una protezione di legno, dalla quale si ammira un bel panorama, e finisce sul piazzale dell’Ossario, un monumento che spesso neppure noi conosciamo e visitiamo. Dopo una breve sosta, sul retro dell’Ossario imbocchiamo il sentiero numero 451, che attraversa la rocca e scende fra gli alberi, con qualche altra facilitazione dato l’ambiente scosceso, giungendo in vista della strada d'Inpocrepa, fra Lacedel e Pocol. Passato un tratto sotto roccia, prima di congiungerci con la strada, dobbiamo deviare a destra e per una pista poco marcata tra gli alberi torniamo al punto di partenza. In un’oretta avremo compiuto una passeggiata ad anello piacevole e interessante. Caratteristiche del percorso: qualche anno fa, fra i roccioni di Crepa abitava la colonia di camosci più “meridionale” d’Ampezzo; sul sentiero raramente si trova qualcuno; soprattutto nel tratto in salita (che comunque si può fare anche al contrario), l’atmosfera è quasi ottocentesca, un po’ gotica e misteriosa. La camminata è gradevole, perché siamo appena sopra le case e pare di essere molto più in alto, e fra quelle rocce sembra ancora di vedere Maria de Zanin, il soldato che la insidiava, le anguane dei boschi di Federa e tanti altri leggendari personaggi.
Scendendo da Crepa verso la strada, 12 novembre 2006

02 mar 2011

1993-94, sul Campanile Toro



Un’ascensione portata a termine felicemente per due volte, nelle stagioni in cui, mantenendo l’interesse e l’entusiasmo per l’arrampicata e facendo sempre tutto con soddisfazione, abbassavamo man mano i gradi di difficoltà da affrontare, fu la normale del Campanile Toro, nel gruppo degli Spalti omonimi. Si trattò di un’esperienza completa ed interessante, tanto più pregevole perché fuori degli itinerari battuti. Ne serbo un buon ricordo soprattutto per l’orrenda sfacchinata che, come tutti i candidati alla vetta, dovemmo obbligatoriamente sorbirci per giungere all’attacco dal Rifugio Padova. Oltretutto la via fu piuttosto breve, condensandosi in circa un’ora di ginnastica attraverso camini e pareti interessanti e mai snervanti. Ma se il gusto della salita in sé si concentrò in poche lunghezze di corda, dopo un buon paio d’ore di cammino su ghiaioni ripidi e con poche tracce, lo scenario nel quale è inserita la sommità ed il colpo d’occhio che si dispiega da lassù, ci ripagarono sicuramente delle fatiche sopportate. Anche per noi (Carlo, Federico, Orazio, Roberto, Tomaso e l’onnipresente narratore di queste storie) la normale del Toro fu un’ottima occasione per avvicinarsi ad un mondo che conserva in buona parte le caratteristiche genuine incontrate dai primi salitori, gli austriaci Berger e Hechenbleickner, giunti per primi sulla vetta già vista da Domegge, il 22 luglio 1903. Del Campanile Toro, sul quale hanno lasciato la firma illustri alpinisti come Piaz, Stösser, Molin e i Ragni cadorini, ho gradita memoria ma quasi nessuna immagine. Il piacere di toccare, in punta di piedi, vista l’apparente fragilità della cima, la piccola piattaforma sommitale e di lassù far rintoccare la campana issata nel 1952, che si sente fino al Rifugio Padova, oltre 1000 metri più sotto, fu entrambe le volte inimitabile.

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