03 dic 2010

Cianpolongo e/o Salvaniera: una storia di confine

Sabato 16/10/1999 Mara Apollonio e Ivano Pasutto, due appassionati escursionisti di Cortina che escono spesso dalle piste battute, fecero una scoperta, tanto più interessante poiché casuale, in un remoto angolo del territorio comunale di Cortina.
Salendo verso la Rochéta de Cianpolòngo, una cima posta sul crinale fra Cortina e San Vito, dopo aver visitato il cippo “numero 1” del confine fra le due comunità, a pochi passi dalla vetta gli escursionisti s’imbatterono … in un altro cippo “numero 1”.
Su un lastrone roccioso apparve, infatti, ai loro occhi stupiti una croce incisa, con la data 1779 e il numero 1, che fa esattamente il paio con quella presente circa 250 metri più in basso, ai piedi del Zìgar, piccola piramide visibile anche da Cortina che ebbe rilievo per definire i confini del territorio, al tempo anche confini fra l’Impero d’Austria e la Repubblica Serenissima.
Di questa duplice pietra di confine è probabile che fino allora nessuno avesse notizie. Non venne citata nei suoi studi da Giuseppe Richebuono, storico d’Ampezzo; non la trovò né ne fece menzione Illuminato de Zanna, il ricercatore che negli anni ’60 aveva scandagliato per primo i 75 km del perimetro confinario ampezzano; non lo conoscevano i cultori di storia e d’alpinismo che all'epoca volli interpellare.
Il secondo confine “numero 1”, ripassato in vernice e copiosamente fotografato dagli “scopritori” (e poi da me visitato in tre occasioni, nel 2000, 2003, 2004), si è inserito come tessera preziosa nel mosaico dell’esplorazione del territorio d’Ampezzo, del quale spesso anche noi residenti sappiamo poco o nulla.
Raggiungibile con fatica ma senza difficoltà di roccia, poiché si mimetizza bene sulla dolomia, evidentemente l’iscrizione sfuggì a coloro che toccarono la vetta dopo il 1779. Non lo notarono, o non ne fecero parola, i cacciatori, i contrabbandieri, i pastori, i pochi scalatori che salirono la cima, e tutti coloro che sulla Rochéta trovano la meta di una gratificante escursione da quando, nel 1986, alcuni amici hanno segnalato l’accesso e portato in vetta una croce e un quaderno per le firme.
Resta ancora da decifrare, e non sembra del tutto intuitivo, il motivo di una duplice confinazione. Ad onore del vero, comunque, una citazione illuminante sull’argomento c’è.
Leggendo il “Protocollo” del 20/8/1779, che descriveva l’andamento dei confini, i cippi e le distanze intermedie fra di loro espresse in pertiche viennesi, il primo termine del confine Ampezzo - San Vito, quindi Tirolo – Cadore, avrebbe dovuto trovarsi in vetta ad una montagna, la cosiddetta “Rocchetta di Selvaniera”. Il testo originale recita così: “… la linea prosegue per la sommità delle più alte crode fino alla Rocchetta di Selvaniera rupe di grande estensione in continuazione delle crode di Ambrizzola.Ora a fianco detta cima, non potendo arrivare alla sommità, guardando verso Ampezzo fu scolpito il primo termine principale n. 1 ed una croce col millesimo 1779, in distanza dal Sasso di Mezzodì pertiche 1000.”
Non è la stessa cosa, ma giacché nella fascia boschiva ai piedi delle Rochetes, sul lato di San Vito, oltre al toponimo “Ciampolongo” esiste anche un “Taulà Salvaniera”, il parallelo fra Salvaniéra e Cianpolòngo pare facile e remunerativo.
Posso azzardare che, in prima battuta, i topografi del 1779 avessero iniziato a marcare i confini sul terreno dal visibile Zìgar, dopo aver giudicato la Rochéta inaccessibile. Analogo sistema fu seguito al termine dei lavori anche sulla sponda opposta della Valle del Boite. Non riuscendo a salire il fianco S della Croda Marcora (su cui i primi scalatori si avventurarono soltanto nel 1927), gli agrimensori incisero, accanto al cippo numero 10, la celebre manina che traccia una linea di confine immaginaria verso la soprastante Croda.
Verificata in seguito la facilità, in senso alpinistico, della cresta che dalla Rochéta scende verso il Boite, probabilmente già nel medesimo anno i mappatori ritornarono in vetta, dove incisero la “nuova” croce con il numero 1.
L’ipotesi, più che logica, sembra probabile. La pietra di confine della vetta poi, a differenza di quella che si trova ai piedi del Zìgar, non fu fatta oggetto di ricognizione nel 1852, data della seconda" mappatura, e nemmeno nel 1964, da parte di Illuminato de Zanna e amici. I topografi la dimenticarono, o non la conoscevano?
Non essendo citato nel “Protocollo” né in altri documenti, il cippo “ritrovato” nel 1999 potrebbe essere rimasto ignoto e invisibile per oltre due secoli. Altra soluzione ragionevole non ho saputo fornire a questo piccolo “giallo” della storia ampezzana, il quale attende ancora chi possa dargli una risposta definitiva.

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