2 dic 2010

Un "volo" fortunato

Due mesi dopo la laurea, un sabato di giugno, con il giovane amico Nicola - che aveva iniziato da poco ad arrampicare – volli ripetere lo spigolo SE del Sas de Stria, che sovrasta il Passo Falzarego. Conoscevo bene quella via, avendola già percorsa fino ad allora forse una dozzina di volte, quindi mi sentivo tranquillo. Il tempo era ottimo, sullo spigolo non c'era nessuno e salimmo senza fretta godendo i passaggi, che ormai sapevo quasi a memoria. Giunti al muretto superiore, levigato da mezzo secolo di scarponi ma protetto e sicuro, lo affrontai come al solito. Poco prima di saltar fuori, forse colpito da un malore passeggero (capogiro o svenimento?), caddi all’indietro nel canalone retrostante. Questione di un attimo: poiché a quel livello lo spigolo è inclinato, picchiai duramente sulla roccia ma, ben assicurato da Nicola, mi fermai dopo un volo di almeno 5 metri. Incredibile, ma vero: avevo solo un livido bluastro sul coccige, i pantaloni a pezzi, e mi era uscito di tasca il portafoglio! Mi calai pian piano a riprendere il prezioso accessorio e, superato lo sconcerto dell'imprevisto episodio, ripresi a salire respirando a fondo. Poco dopo uscimmo in vetta e scendemmo alla base  senza altri fastidi. Ripensandoci, mi sono domandato più volte che cosa mi potesse essere capitato quel giorno d'estate: non avevo problemi, la via era alla mia portata e per fortuna avevo appena rinviato la corda nell’anello sotto il muretto. Meno male che il colpo rimediato non era violentissimo e - oltre al fondo schiena - non coinvolse altre parti del corpo... Dieci anni dopo, quando in una visita medica mi fu chiesto se non avessi mai accusato contusioni violente a carico dei nervi, la prima cosa che mi sovvenne fu la caduta sullo spigolo del Sas de Stria, dove peraltro insistetti a tornare ancora un'altra volta, per poi rivolgere le mie attenzioni alla tranquilla, sempre affollata via normale.

Una disgrazia di 94 anni fa

Delle due guide ampezzane scomparse in montagna d'inverno, la prima fu Alessandro Cassiano Zardini Noce, nato il 24/4/1887 a Staulìn e travolto senza scampo dalla gigantesca valanga del Gran Poz in Marmolada il 13/12/1916, dove perirono circa trecento soldati austroungarici. Zardini, guida dal 1912, non aveva ancora avuto tempo di esprimersi in grandi imprese. Col tenente Norbert Gatti, quattro mesi prima della morte e per motivi più strategici che alpinistici, aveva portato a termine la prima ripetizione della via di L. Laufenbichler e G. Langes sulla N della Roda del Mulon in Marmolada (800 m, difficoltà fino al V). Morendo a ventinove anni, il Noce lasciò in Ampezzo la vedova con tre figli, l'ultima delle quali scomparsa nel gennaio 2001: il suo nome non manca sulla lapide che ricorda gli oltre 130 caduti ampezzani della Grande Guerra. Purtroppo, oltre al biglietto recuperato negli anni '50 sulla Roda del Mulon, cima di minore rilievo del gruppo della Marmolada, non credo circolino altre fonti sull’attività alpinistica del Noce, che porterebbero certamente lumi su una pagina di storia locale. Di Zardini scrissi già qualche anno fa sulla Rivista “Cortina”, ritenendo interessante far luce, per quel poco che mi fu possibile, sull'esistenza di un compaesano troncato nel fiore della giovinezza dall’assurda strategia dei superiori, che dovette pagare con la vita la sventurata installazione di un accampamento in un uno dei punti più rischiosi del fronte della Marmolada.

Il gergo degli scalatori ampezzani

L’alpinismo a Cortina vanta una tradizione ultrasecolare, che si fa iniziare il 29/8/1863. Quel giorno, infatti, il giovane giurista viennese Paul Grohmann, in compagnia di Francesco Lacedelli detto “Checo da Meleres”, orologiaio e valente cacciatore, giunse dal versante W in vetta alla Tofana Seconda (o di Mezzo), la più elevata delle montagne che circondano Cortina. La conquista diede il via ad una disciplina che ha reso famosa la valle in tutto il mondo, fornendo cospicui motivi di gloria alla storia paesana e creando una fonte di reddito fondamentale per l’economia della conca, soprattutto nell’epoca dei trionfi dolomitici.
Dalle esplorazioni di Grohmann (avvenute fra il 1862 e il 1869), che fece conoscere Ampezzo dovunque, sono passati quasi 150 anni. Sulle montagne ampezzane sono state aperte centinaia di vie di roccia, sentieri, ricoveri e vie attrezzate; oltre centocinquanta valligiani sono stati autorizzati a portare clienti in montagna; da mezzo secolo funziona una validissima stazione di soccorso alpino, e la pratica dell’alpinismo gradualmente ha interessato tutti i ceti sociali, tutte le fasce d’età e tutte le nazioni. Il resto fa già parte della cronaca.
Questo saggio mira ad illustrare il modo di comunicare di cui si serve in montagna, più specificamente nell’arrampicata, la popolazione ampezzana. E’ appena il caso di notare che Cortina ha dato i natali a varie generazioni di guide alpine e “Scoiattoli”, i dilettanti che dal 1939 sono riuniti in un affiatato gruppo, ed hanno portato il nome del paese su tutte le cime del globo; quindi il gergo è stato ed è tuttora piuttosto diffuso nella categoria.
Per quanto ci consta, non sappiamo, però, come gli alpinisti e le guide di Cortina parlassero di montagna nei tempi andati. Ed oggi? Il vocabolario degli scalatori locali, soprattutto dei più giovani, risente in modo massiccio della fraseologia tecnica italiana e inglese, lingue alle quali l’alpinismo e l’arrampicata sono debitori di numerosi prestiti.
Ad oltre 150 termini e frasi italiane inerenti alla pratica della montagna, sono stati associati i corrispondenti dialettali, raccolti dagli anni '70 ad oggi perlopiù nell’ambiente giovanile.
Sono state raccolte e trascritte le espressioni e i vocaboli che più di frequente ricorrono nella parlata dei praticanti l’alpinismo, sia in parete sia nei resoconti delle imprese compiute. Scavando localmente però, potranno senz’altro emergere idioletti, peculiari di una o poche persone.
In ogni caso, anche se la maggior parte del vocabolario usato dagli scalatori si è “ampezzanizzata”, un buon numero di lemmi è sicuramente autoctono, in gran parte registrato dai vocabolari, noto agli appassionati ed ancora vivo nella toponomastica.
Alle fonti bibliografiche usate per questo studio, mi permetto di aggiungere la discreta, ma appassionata esperienza alpinistica maturata in un trentennio, ed alcune testimonianze di persone che conoscono bene le emozioni derivanti dal “‘sì in croda”.
Questo breve studio non ambisce certamente ad illuminare chi vi cercasse novità in campo strettamente linguistico, ma intende solo schiudere una finestra fino ad oggi inesplorata sul mondo dell’alpinismo, uno degli aspetti fondamentali della vita fra le nostre montagne.
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Afferrare: ciapà inze; afferrarsi: se ciapà inze
Aguzzo: a ponta, a spizon
Anticima: anticima
Appeso (restare): tacà su; nel vuoto: a pendoron (restà)
Appiglio: apilio/apilie, scafa/scafes, busc/buje, taca/taches, secèl (anche toponimo); a. grosso: mantia/manties
Aprire (una via): daerse (na via)
Arrampicare: ‘sì in croda/ranpegà; a. con decisione: tazà; a. faticosamente: stentà/scarpedà, lense; a. in cordata: ‘sì (su) leade; a. in libera: ‘sì (su) in libera; a. in conserva: ‘sì (su) in conserva; a. in aderenza: ‘sì (su) in aderenza; a. su terreno friabile: ‘sì (su) sui voe
Arrampicata: artificiale: artificiale, da se tirà su (par) i ciode; a. libera: libera
Arrampicatore: che và in croda; a. poco abile: zanpedon/zapoton
Assicurare: fei segura, segurà, assicurà; assicurarsi: se assicurà, se tacà inze
Assicurazione: segura; a. a spalla: a spala
Attaccare (una via): tacà (na via)
Attacco: ataco/atache; a. faticoso: Calvario (toponimo)
Attenzione (escl.): ocio!/tendi!
Attrezzare (una lunghezza di corda): atrezà
Bastoncini (per la marcia): bastoi
Bivaccare: bivacà; dromì fora
Bivacco: bivaco/bivache
Borraccia: boracia/boraces
Cadere: tomà (‘sò)
Calare: calà (‘sò); calarsi: se calà (‘sò)
Calata: calata/calates
Calosce da neve: stieles, ghetes (oggi poco usate)
Camino: camin; c. stretto: busc/buje (anche toponimo)
Campanile: cianpanin/cianpanis
Canalone: canal/canai; canalon/canaloi
Capocordata: prin; arrampicare da c.: ‘sì da prin/‘sì daante
Cascata (di ghiaccio): cascata/cascates; su par el jazo
Casco: casco/casche; iron.: elmo/elme
Cavalcioni, a: a caal, a caaloto
Caverna: landro/landre
Cengia: cengia/cenges, cenja/cenjes; accr. cengion/cengioi, cenjon/cenjoi
Chiodare: ciodà, petà ciode
Chiodo: ciodo/ciode; c. ad anello: c. col anel; c. a pressione: c. a prescion; c. ad espansione: c. a espans(c)ion/spit; c. fisso: c. zementà, resinà; c. di sosta: c. de sosta
Cima: zima/zimes; ponta/pontes (anche toponimi); in cima: su in son
Clessidra: clessidra/clessidres
Colatoio: (gelato, pericoloso per caduta sassi) canalato/canalate; colatoio/colatoie
Corda: corda/cordes (da croda); c. doppia: corda dopia; c. fissa: corda fissa; c. metallica: corda metalica
Cordata: cordata/cordates
Cordino: cordin/cordin, chevlar
Costone: coston/costoi
Crepaccio: crepo/crepe (anche toponimo)
Cresta: cresta/crestes
Croce di vetta: crosc/crojes
Cuneo: coin/cognes (de len) (oggi poco usato)
Diedro: diedro/diedre
Difficile: duro/difizile
Dirupo: crepo/crepe
Discensore: discensor/discensore; secèl; d. a otto: l oto
Dislivello: disliel
Dissipatore: dissipator/dissipatore
Esposto: esposto
Facile: fazile
Fessura: fessura/fessures, scendedura/scendedures; Ris (solo toponimo)
Fettuccia: fetucia/fetuces
Forcella: forzela/forzeles
Frana: frana/franes; (di terra) boa/boes
Franare: vienì ‘sò, franà (‘sò)
Fulmine: saeta/saetes
Ghiacciaio: jazo (anche toponimo, poco usato)
Ghiacciato: jazà
Ghiaccio: jazo; g. duro: j. duro patoco; g. trasformato: j. verde; arrampicare su ghiaccio: (‘sì) su jazo
Ghiaia: jera; g. fine: jerin
Ghiaione: graon/graoi; jeron/jeroi; di pietre grosse: sassera/sasseres; (raro) majiera/majieres
Gradi di difficoltà: prin/secondo/terzo/cuarto/cuinto/sesto; inferiore: inferiore/meno (es. terzo meno/cuinto meno); superiore: superiore/più (ad es. cuarto più/sesto più)
Gradinare: sciarinà, fei sciaris
Gradino: sciarin/sciaris
Guida alpina: guida/guides
Imbracatura: inbragadura/inbragadures; inbrago/inbraghe
Incassato: incassà (inze)
Incastrare: incastrà; incastrarsi: s’incastrà (inze)
Incrodarsi: s’incrodà/se ficià
Legarsi (in cordata): se leà
Libro di vetta: libro/libre
Lunghezza di corda: tiro/tire
Martello: martel/martiei
Masso incastrato: sas incastrà/sasc incastrade
Mollare la corda: molà (mòla!)
Moschettone: moscheton/moschetoi
Naso: nas; Naso Gialo (toponimo)
Neve: gnee; n. farinosa: sfaria; n. crostosa: crosta; n. dura: todo; n. marcia: g. marzo; n. primaverile: firn
Nicchia: busc/buje
Nodo: gropo/grope (nomi propri: barcaiolo, oto, meso barcaiolo, prussic, ecc.)
Ometto: ometo/omete
Orizzontale: via dreto
Palestra di roccia: palestra
Pancia (rigonfiamento roccioso): panza/panzes
Parete: paré/pares; paretina: paredina; (toponimo: Lasta)
Passaggio: passagio/passage (anche toponimo); passagiato/passagiate
Passo: pas/pasc
Pendio: spona/spones; con arbusti: grebano/grebane
Pendolo: pendolo
Piastrina per assicurazione: piastrina/piastrines
Piccozza: picoza/picozes; (non più usato) saponéto/saponéte
Pilastro: pilastro (anche toponimo)
Pino mugo: barancio/barance
Placca: di roccia: placa/plaches, lastron/lastroi; di ghiaccio: lastra/lastres; lastron
Posto di cordata: posto/poste de sosta
Precipitare: tomà ‘sò; toccare terra: pionbà ‘sò, se schiantà (‘sò)
Proseguire: ‘sì inaante
Punta: ponta/pontes; spizon/spizoi
Quota: cuota/cuotes
Rampa: ranpa
Ramponi: ranpoi, grife
Recuperare (la corda, una persona): tirà (su/‘sò), recuperà (recupera!)
Rifugio: rifujo/rifuje
Rinvio: rinvio/rinvie
Ritirarsi: tornà indrio/in ‘sò
Roccia: croda; r. solida: c. sana; r. friabile: c. marza/marzo/marzumera; r. gialla (spesso friabile): c. ‘sala/el ‘sal/i ‘sai (toponimo); r. nera (solida): c. negra/i negre (toponimo); r. liscia: slisc, c. sliscia; r. consumata dai passaggi: c. onta
Salire: ‘sì su; s. con sforzo: stentà; iron. ‘sì su come un vermo; s. di forza: jbreà (su)
Salto (anche roccioso): souto
Salvare: tirà ‘sò (calchedun)
Salvarsi: se salvà, se ra caà
Sasso: sas/sasc; coolo/coole
Scaglia: scaia/scaies
Scala: sciara/sciares
Scarpette da arrampicata: scarpete; balerines; iron. zapote
Scarponi: scarpoi
Schiena rocciosa: schena/schenes (anche toponimo)
Schiodare: des-ciodà
Scivolare: slezià
Scivoloso: slizego (raro)
Scorciatoia: curta/curtes
Secondo di cordata: secondo; arrampicare da s. di cordata: ‘sì da secondo; ‘sì dadrio
Segnavia: segno/segne
Sentiero: troi/troes
Sicurezza (fare): fei segura
Slegare (sciogliere la corda): desgropà; slegarsi (sciogliere la cordata): se desleà
Soccorrere: fei socorso
Soccorso: socorso
Sosta (posto di): sosta/sostes
Spaccata: spacata/spacates
Spalto: spalto/spalte (anche toponimo)
Spigolo: spigolo/spigole (anche toponimo)
Sporgente: che sporse/che vien in fora
Spuntone: spunton/spuntoi
Staffa: stafa/stafes
Strapiombante: strapionbante
Strapiombo: strapionbo/strapionbe; souto/soute
Superare (un passaggio): fei (fora) un passagio/passajo; soutà (su/fora)
Terrazzino: terazin/terazis
Tetto: cuerto/cuerte; dim. cuertin; accr. cuertazo
Tirare la corda: tirà (tira!)
Torre: tore/tores
Traversare: tra(v)ersà/scaazà; in quota: (‘sì via) a soman
Traversata: traversata/traversates; traerso/traerse
Tuono: tonada/tonades (anche nel senso di colpo)
Uscire (terminare una via): ruà su, soutà fora
Valanga: laina/laines
Variante: variante/variantes
Verticale: su dreto/a pionbo
Via: via/vies; normale: comune/normale; diretta: direta; direttissima: diretissima; facile/di poco rilievo; vieta/vietes; ferrata: ferata/ferates; lunga ed impegnativa: vion/vioi
Vite (da ghiaccio): vida/vides
Volare (cadere da una parete): volà (‘sò), oujorà (‘sò)
Zaino: saco/sache
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Quali considerazioni possiamo trarre dalla lettura e dall’analisi di questo breve glossario? Come già anticipato, molti dei lemmi utilizzati dagli scalatori sono autoctoni, compaiono nei vocabolari, e sono normalmente usati dai parlanti (‘sì in croda, bastoi, cianpanin, a caaloto, cenja, zima, ponta, corda da croda, crepo, crosc, coin, scendedura, gropo, tazà, cuerto).
Una parte perdura ancora nella microtoponomastica ampezzana, la cui conoscenza valica talvolta i confini paesani e potrebbe dar luogo ad interessanti ricerche (Busc de Frasto, Calvario, Lasta, Naso Giallo, Pilastro, Ris, Passagio Strobel), mentre un’altra parte cospicua è stata “ampezzanizzata”, ossia adattata dall’italiano alle peculiarità linguistiche dell’ampezzano, con risultati spesso sgraditi alle orecchie dei puristi, ma ormai consolidati: ad es. apilio, ataco, bivaco, boracia, calata, casco, clessidra, diedro, elmo, fetucia, palestra, placa, posto de sosta, fei segura/sicura, terazin, variante, ferata.
Premesso che numerose espressioni del linguaggio alpinistico si sono formate abbastanza di recente, possiamo costatare che molte di loro di solito sono attinte direttamente dall’italiano, scavalcando le autentiche voci locali, per motivi di maggiore frequenza d’uso, forse per pigrizia o forse soltanto per l’opportunità di farsi comprendere da interlocutori estranei (apilio, calata, cascata, casco, cordata, franà, inbrago, tiro, passagio, pendolo, ranpoi, rinvio, saco, scarpoi, socorso, spacata, spunton, strapionbante, superiore, traversata, via comune).
Da ultimo, alcuni lemmi sono peculiari del gergo alpinistico locale: ‘sì su come un vermo per salire con sforzo, tazà per arrampicare con decisione, jazo verde per ghiaccio trasformato, pionbà ‘sò, se schiantà (‘sò) per precipitare, croda onta per roccia lisciata dai passaggi, soutà fora per uscire da una via, vion per via alpinistica lunga e importante, lense per arrampicare faticosamente, soprattutto su placche.
E’ facile vedere che il gergo degli arrampicatori ampezzani d’oggi, ancora diffuso e resistente, deriva da una singolare combinazione fra lemmi autoctoni, ampezzanizzati ed italiani. Prescindendo da approfondimenti dialettologici e sociolinguistici, e tenendo conto che praticamente l’arrampicata di stampo classico ha ormai ceduto il passo all’arrampicata in palestra e sulle falesie, ambito sportivo perlopiù anglofilo che non ha troppo a che fare con l’alpinismo, è comunque auspicabile che il gergo della categoria degli amanti locali della roccia sopravviva ancora, senza farsi schiacciare troppo in fretta dalle lingue dominanti. Sarebbe certamente una cospicua perdita, sia per la linguistica sia per la cultura locale!
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Per questo lavoro, un ringraziamento va anzitutto agli amici coi quali ho condiviso tante avventure in montagna. Un grazie speciale a Enrico Lacedelli, guida alpina e Scoiattolo, e a Enzo Croatto, dialettologo e alpinista, per tutti i consigli e i suggerimenti forniti.

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