30 nov 2010

A zonzo sul Pomagagnon

Dopo molti vagabondaggi alpestri, sono particolarmente affezionato al Pomagagnon, la dorsale che incornicia verso N la valle d'Ampezzo e offre svariate opzioni, per camminare e salire cime e pareti dal I in poi. Ho avuto la fortuna di  poter salire 13 vette del gruppo: Pezovico, Quota 2014, Punta Fiames, Punta della Croce, Campanile Dimai, III Pala Pezories, Gusela de Padeon, Croda Longes, Croda del Pomagagnon, Testa del Bartoldo, Costa del Bartoldo, Punta Erbing, Pala Perosego. Dato per assodato che il Torrione Scoiattoli, ai piedi delle Pezories, presenta difficoltà dal V in su, e la Punta Armando sulla cresta W del Campanile Dimai non ha rilevanza escursionistica, mi mancherebbero ancora tre vette, due Pale de ra Pezories e la misteriosa Croda dei Zestelìs. Escludendo la Punta Fiames, le altre sono cime poco visitate, ancora abbastanza selvagge nel loro isolamento, e alcune sono ideali per la stagione avanzata quando più in alto la neve ha già fatto la comparsa. So di salite sulla I Pala Pezories, non invece ho informazioni aggiornate sui Zestelìs. Luca Visentini, nel suo libro sul Gruppo del Cristallo, ne suggeriva la salita da N, partendo da Forcella Zumeles, ma un'altra fonte riportava la possibilità di accesso anche da S, dal canalone tra la Croda e l’adiacente Costa del Bartoldo, che si raggiunge per la III Cengia del Pomagagnon e con difficoltà contenute dovrebbe scaricare sulla Forcella dei Zestelìs e in cresta. Come le Pale Pezories, anche questa rimane una cosa da fare. Per ora, perfeziono lo studio della zona vagabondandovi attorno, e immagino cosa possano offrire quelle tre cime che mancano alla collezione, dove l'uomo fa capolino di rado e che, nonostante siano accessibili abbastanza facilmente, sono pochi quelli che si prendono la briga di visitare.

Un libro per Don Claudio

Sulla parete NW del monte Póre, salito e disceso tante volte, intorno a mezzanotte del 2/12/2009 la prima valanga d’inverno travolgeva Don Claudio Sacco Sonador, strappando alla terra un Parroco, musicista, alpinista, sciatore, missionario ed amico di tanta gente.
Un anno dopo, interpretando il desiderio dei familiari, il fratello Don Sergio ha riunito in “Don Claudio Sacco. Testimonianze e ricordi” articoli, documenti, impressioni, lettere, testimonianze della vita del sacerdote, che con la sua personalità ha caratterizzato il Decanato e le Parrocchie, la Missione e gli enti nei quali svolse un ministero quasi quarantennale.
La presentazione compendia con efficacia le varie facce di quest’opera. Diviso in 12 intensi capitoli, il libro non vuol essere una semplice biografia del religioso di Dosolédo, anche se i testi raccolti seguono la cronologia della sua vita tra di noi. Non è opera di un solo autore, ma di molte e diverse penne, poiché le testimonianze che lo compongono, oltre che da scritti dello stesso sacerdote, sono state attinte da 20 mass media e da circa 70 collaboratori. Molti altri ancora, forse, avrebbero potuto integrarle, considerata la rete di conoscenze e amicizie e la diffusa stima che Don Claudio seppe attirarsi durante il suo percorso terreno.
Non è neppure un libro di ricordi, anche se questi, autentici e toccanti, delineano la figura del “Don” in maniera particolareggiata: dal ministero sacerdotale alle avventure di roccia e di neve, dall’amore per la musica e il canto liturgico all’impegno parrocchiale e diocesano ed all’apostolato missionario.
E soprattutto, cosa che si palesa dovunque, non si tratta di un libro triste, perché Don Claudio è sempre con noi, nella Pasqua senza tempo. Ha finito di cercare, ora è a casa, con gli altri, vestito di luce nell’eternità. E in ultimo, da questo volume tracima un grande affetto. Ogni pagina dimostra il bene dal quale il sacerdote è stato circondato nella sua industriosa esistenza, e quello che rimane oggi nella memoria di molti.
Con questo omaggio, i familiari hanno voluto prolungare la sua voce e il suo cuore, e la partecipazione corale di tante persone note e meno note che lo hanno conosciuto e stimato, fa capire che la sua figura non sarà dimenticata. È un libro da leggere con calma, “scegliendo fior da fiore” tra le lettere, le storie e le impressioni che scandiscono il mosaico esistenziale del sacerdote che tutti sapeva trascinare con il suo entusiasmo.
Per chiudere, mi sia concesso un aneddoto personale. Poiché Don Claudio, cappellano a Cortina negli anni Settanta del ’900, fu senza dubbio “il Cappellano” dei giovani della mia generazione, anch’io vanto alcuni nitidi ricordi. Mi piace soprattutto pensare a quel martedì 5/9/1972, quando - caricandosi di una responsabilità oggi improponibile ad un “non professionista” - nell’ambito delle escursioni estive della Gioventù Studentesca, guidò sette ragazzi, tra cui il sottoscritto, sulla via ferrata “Strobel” della Punta Fiames.
Giunti poco lontano dalla fine della ferrata, ci lasciò, raccomandandoci di proseguire da soli, ché lui voleva sbizzarrirsi in una variante, per accarezzare dolomia vergine. Pochi minuti dopo, lo vedemmo sbracciarsi e chiamarci sorridendo da una roccia sotto la vetta, alla quale era giunto per una via più breve, a noi ignota.
Quasi una metafora, ripensata oggi guardando la copertina di questo volume, dell’intenso cammino di Don Claudio, della sua scalata verso l’Eterno, della sua gioia riconquistata nel Paradiso.

Tino, dieci anni dopo

Il 9/9/2000, dopo breve malattia, si spegneva a Pieve di Cadore Agostino Girardi de Jesuè, classe 1929, un uomo che ha fatto e lasciato molte cose per la cultura ampezzana. Dal 1965, anno in cui uscì il primo numero di “Due Soldi”, indimenticato mensile della Cassa Rurale che diresse per quasi 8 anni e nel quale, grazie alla collaborazione di vari studiosi, confluirono cronache, curiosità, documenti, fatti e personaggi d’Ampezzo che rischiavano di essere facilmente dimenticati, fino a poco prima della scomparsa, Tino studiò la cultura, la lingua, la storia paesana con ingegno, passione e versatilità. Alla sua maniera, certamente disordinata e poco affidabile (avrebbe dovuto collaborare anche al notiziario delle Regole d'Ampezzo, ma presto se ne ritrasse), ma conobbe e studiò Cortina con lucidità e profondità. Ne sono testimoni, oltre ad articoli e collaborazioni disperse in ogni dove, gli otto fascicoli di "Cemódo che se diš par anpezan" (1988-1994), in cui catalogò commentandole centinaia di frasi idiomatiche, locuzioni, modi di dire ampezzani antichi e attuali, facendo uso della sua vasta cultura e della grande memoria e condendo il tutto con ironia ed un bello stile affinato negli anni. Oltre che parente, ne fui amico e collaboratore in qualche avventura editoriale, e lo seguii fin quasi alla fine. Ricordo con piacere e nostalgia le lunghe chiacchierate con Tino, le sue conoscenze sugli argomenti più diversi; i consigli che dispensava; le critiche al mondo paesano, osservato con distacco e forse con delusione; l’entusiasmo per la ricerca, che ne avrebbe sicuramente fatto un intellettuale di rilievo, non solo per la nostra valle. Da lui, fra l’altro, ricevetti l’impulso a studiare i nostri soprannomi di famiglia e a non strafare nell’uso e nella divulgazione dell’ampezzano scritto, che riteneva una forzatura, data la secolare oralità del ladino. Non ho seguito tutti i suoi consigli, ma di tutti ho fatto tesoro. Oggi, a oltre vent’anni dall’uscita, mi piacerebbe rivalutare quegli 8 fascicoli che Tino scrisse con lentezza e pignoleria, rigorosamente a mano con la stilografica, e volle fossero stampati in anastatica, sotto forma di modesti quaderni dalla copertina color cammello. Modesti forse ma ricchi, per l’inesauribile miniera di notizie che contengono e il quadro dell’ampezzanità d’un tempo che compongono con garbo e intelligenza. Prima che la memoria di Tino de Jesuè vada a disperdersi nel vorticoso meccanismo della nostra vita, lancio un’idea: gli si renda in qualche modo il dovuto merito di ricercatore. Penso che Tino de Jesuè possa sicuramente fare compagnia a Bruno Apollonio, Angelo Majoni, Illuminato de Zanna, Rodolfo Girardi, Rinaldo Zardini e agli altri che hanno dato dignità alla cultura e all’idioma d’Ampezzo, studiandoli e valorizzandoli. Per non dimenticare.

29 nov 2010

Un ghiaione che sembra un pesce?

Un toponimo che identifica un luogo noto ai camminatori più curiosi e smaliziati: quello di “Graa” o meglio “Graon del pesc”, ossia “Ghiaione del pesce”. E' quel canale detritico ripido e abbastanza lungo, situato ai piedi del Pomagagnon e visibile fin dal centro di Cortina. Il ghiaione scende dai Crepe de Zumeles (una zona che, seppure di ridotta estensione, può vantare oltre 20 toponimi diversi), fra la Pala Magra e Spiolto. L'identificazione è un po' difficile da inquadrare, ma è immediato capire perché il canalone tira in ballo un pesce. La sua forma, infatti, ricalca proprio quella di un pesce, o di una clessidra, con una evidente strozzatura nel mezzo. Il ghiaione, percorso da tracce non segnate, permette di collegare velocemente i versanti N e S della dorsale di Zumeles, e viene percorso da alcuni tra coloro che seguono la III Cengia del Pomagagnon e, senza traversare fino a Forcella Zumeles, hanno fretta di calare a valle. Incidendo però una fascia di terreno ripida e instabile, peculiare dell'intero versante, il canalone non offre comunque una discesa fulminea, perché è fatto di detriti piuttosto grossi e duri; si trova però in un ambiente selvaggio e interessante, che qualche volta giustifica l'esperimento. Ho sceso il "Graon del Pesc" per almeno tre volte, l'ultima delle quali nel maggio '97, rientrando con mia moglie dalla III Cengia, e ricordo anche quella discesa con una certa simpatia.

Attenzione alle normali!

Sovente, lungo le vie normali che adducono alle cime delle nostre montagne (e non sono sempre necessariamente le più semplici), s’incontrano situazioni più o meno complesse, nelle quali sta la chiave dell’intera salita. Per conoscenza diretta e brevità espositiva, tra i tanti cito quattro casi. Sul Cridola in Cadore, una salita non molto impegnativa ma al tempo stesso non banale, occorre superare in salita e in discesa un camino di 5 metri, un po' problematico per chi ha le gambe corte. Sul Cristallo c’è la famosa Lasta, 3 metri piuttosto esposti e scarsi di appigli, dove un’anima pia infisse un chiodo per calarsi, se c’è bisogno, con un lungo cordino. Sulla via normale del Piz Popena c’è un canale, mediamente impegnativo ma normalmente coperto di neve dura, dove servono spesso i ramponi, a pena di scivolate rovinose. All’inizio della normale del Sorapisc, si alza un camino levigato, nei cui pressi sembra che i primi salitori abbiano sperimentato la corda doppia, e dove, per scendere, la corda è quasi indispensabile. Di conseguenza, si può affermare che spesso itinerari superabili in salita con discreta facilità, al ritorno possono opporre ostacoli anche seri, e in tal caso la previdenza non è mai troppa. Muoversi con un pezzo di corda, qualche cordino e moschettone nello zaino, per chi intende affrontare le classiche dei nostri monti, non è mai superfluo. Ricordo che cent'anni fa Angelo Moròto, brava guida ampezzana, precipitò dalla Lasta del Cristallo, tentando di salvare l’improvvido cliente che vi era scivolato; scendendo il canalone nevoso del Popéna, l’amico Ivano - sprovvisto di ferramenta – scivolò rimediando una nutrita serie di botte e lividi, soprattutto sul viso. Il mio è un caldo invito a non prendere mai sottogamba le vie normali delle crode dolomitiche. Alcuni di quei primi e secondi gradi celano insidie inattese e farsi male lungo quelle celebri e godibilissime salite è davvero un peccato!

Michl e la pulzella boema

Per mitigare l'irrequietezza dovuta alle condizioni meteorologiche di questo periodo, che ci hanno obbligato a passare un paio di domeniche nell'ozio anziché addentrarci fra i monti, darò notizia di una via normale dolomitica oggi totalmente abbandonata. La percorsi nel 1994 con Orazio, Roberto e Roland: non mi piacque per niente, non la rifarei più, ma devo ammettere che mi rivelò una cima intrigante dal punto di vista storico e panoramico. Si tratta della via di Michl Innerkofler e Mitzl Eckerth sulla Torre dei Scarperi-Schwabenalpenkopf, visibile fin da Misurina, che si eleva solitaria su un piedestallo cupoliforme alla testata di Val Campodidentro, a N delle Tre Cime. La via, scoperta nel 1883 dalla guida Innerkofler con la giovanissima cliente, probabilmente non è più quella originale, poiché durante la Grande Guerra, la Torre - strategico punto d’osservazione sulla zona adiacente - fu alacremente fortificata, l’accesso alla sommità fu facilitato artificialmente, vi si tennero combattimenti furiosi e la morfologia della montagna fu modificata da lanci di bombe, scoppi ecc.. Debbo ammettere che non trovai del tutto agevole la salita. La via sarebbe valutata di media difficoltà, ma è molto friabile, alcuni passaggi sono rischiosi e la spianata della vetta è aerea e malferma: quindi, soddisfazione ne provai ben poca. In ogni modo, personalmente fui contento d’esservi salito, almeno per una questione estetica: la Torre sorge, infatti, in un ambiente grandioso, al cospetto della “Magnifica Trinità”, di certo viene salita raramente e quelle rocce sgretolate videro pagine alpinistiche e belliche di rilievo. Della non ricordo bene soprattutto l’oscuro e stretto camino iniziale; nella discesa attrezzammo un paio di calate a corda doppia, perché ai residuati bellici non era il caso di affidarsi, e alla fine dei conti fummo beati di salutare di nuovo la terra. Però, volete mettere la contentezza, per noi che a queste cose ci teniamo, per aver calcato a 109 anni di distanza le orme del grande Innerkofler e della sua pulzella boema?

28 nov 2010

Un'avventura selvaggia sui monti d'Ampezzo

Nell’estate 1977 per la prima volta con Enrico, e poi in diverse altre occasioni fino al 10/11/1990 con Massimo e Alessandro, scesi per il profondo incavo roccioso in cui alloggia il Ru de r’Ancona, nel gruppo della Croda Rossa d'Ampezzo. Dall'omonimo Busc (teatro della nota leggenda ampezzana del diavolo, che da lassù scappò forando a cornate la rossastra parete, poiché non era riuscito a convertire gli ampezzani) il canalone scende fino a incrociare la Strada d’Alemagna, all’altezza del Ponte de r’Ancona.
Il canalone si sviluppa in un recesso assai impervio per circa 600 m di dislivello. Con un po' di attenzione, visto il letto detritico accidentato e la mancanza di tracce, è tutto percorribile, a parte un tratto.
Giunto, infatti, abbastanza in basso, il torrente si allarga in una vasca levigata, oltre la quale un salto di 15 metri, irrorato da una cascatella, non permette di continuare naturalmente. La soluzione del problema si cela sulla destra orografica del canalone. Ripide tracce risalgono fino ad un cippo forestale e poi scendono, consentendo di scavalcare l’ostacolo e rientrare comodamente nel sassoso solco del Ru.
Il canale, che secondo me pochi hanno percorso, anche perché in alto è friabile e non del tutto sicuro, fu sceso con gli sci nel 1984 da Nina Bartoli Ford, da sola. Della singolare impresa scialpinistica diede notizia il semestrale “Le Dolomiti Bellunesi”.
Fra le numerose avventure selvagge possibili a Cortina, questa è consigliabile a persone esperte e abili, munite di ottimi polpacci e robuste calzature. Salire fino al Busc per la mulattiera militare che rasenta il canale sulla sinistra orografica (parsimoniosamente indicata con bolli rossi), varcare l’originale finestrone roccioso e destreggiarsi tra le ghiaie fino alla strada: è un “sentiero selvaggio” che credo nessun libro abbia ancora pubblicato, e permette di recuperare un frammento di “wilderness” altrove ormai scomparsa.

Lipella: prima che una ferrata, era un soldato!


Nel 1967 le guide di Cortina costruirono una ferrata che dal Castelletto permette di salire in vetta alla Tofana de Rozes, prima lungo una serie di cenge che corrono sulla parete ovest (in parte utilizzate durante la Grande Guerra e poi sagacemente collegate fra loro) e infine risalendo l’anfiteatro e la cresta NW. Lo spettacolare percorso, divenuto subito famoso, fu tracciato, segnalato, attrezzato con 1400 m di fune metallica e 216 chiodi e dedicato alla memoria del volontario Giovanni Lipella. Sfido chiunque a sapere chi era costui. Nel volume del 1921 “Il martirio del Trentino”, ho trovato alcune notizie, che riporto per fornire un elemento in più alla nostra storia alpinistica. Giovanni Lipella, originario di Riva del Garda, aspirante ufficiale della 994^ Compagnia Mitragliatrici Fiat, cadde il 15/6/1918 sul Monte Asolone e fu decorato “di motu proprio di S.M. il Re” con la medaglia d’oro, con la seguente motivazione: “Irredento e volontario di guerra, portò e comunicò fede ed entusiasmo nei suoi mitraglieri. Durante l’infuriare del bombardamento nemico corse da un’arma all’altra, tutti incitando con la parola e con l’esempio alla resistenza e alla fiducia nelle sorti del combattimento. Rimasta un’arma senza tiratori e senza serventi ed in una posizione ormai insostenibile, noncurante del violento fuoco avversario, se la caricò sulle spalle e, portatala in altro luogo, riaperse da sé solo il fuoco sulle ondate nemiche. Ferito una prima e una seconda volta, continuava a tirar fino a che, colpito ripetutamente al petto, cadde offrendo alla Patria la sua bella esistenza”. Non conosco l’anno di nascita del Lipella, ma presumo che quando morì avesse circa 25 anni. Sul terreno e sulle numerose pubblicazioni consultate, non c’è alcuna traccia della sua vita e dei suoi meriti, e mi auguro che queste righe possano servire a ricordare un volontario caduto per la patria ed onorato con uno dei più famosi e suggestivi percorsi attrezzati delle Dolomiti.

Adolescenti allo sbaraglio

Nelle nostre menti di adolescenti, scalare sassi era quasi un mezzo di promozione sociale. Nei primi anni ‘70, nel bosco poco oltre le case di Mortisa, avevamo scoperto un masso, “parente” di quelli di Volpèra, che spuntava dagli alberi, oggi sempre più fitti, come un grosso dente. Complice il parziale e primitivo adattamento che ne avevano fatto in passato i ragazzi della zona, vi andavamo spesso per esercitare, più che le braccia, la fantasia. Da uno di noi, il masso era stato battezzato (mi chiedo ancora perché) “Sas del orso bianco”: se non ricordo male, esso si articolava in un blocco principale dall’angusta sommità, sul quale si saliva per zolle e rocce instabili. Nei dintorni c’era un terrazzo dove con lamiere e plastica era stato ricavato un prototipo di bivacco, una cengia attrezzata con chiodi, fil di ferro e una scaletta di legno ed altri ammennicoli. L’unica zona in cui non mettemmo mai il naso è la parete che guarda Campo di Sotto, non molto alta ma verticale e liscia, dove poi dev’essere salito lo Scoiattolo Carlo Michielli. Noi per il nostro Sas avevamo un sacco d’idee e progetti: dall’attrezzare una via ferrata, per collaudare la quale erano già disponibili due bravi parenti, all’aprire “dirette”, “direttissime”, “spigoli” in ogni centimetro libero. Le difficoltà dei brevi tratti dove era necessario mettere giù le mani per salire toccavano forse il II, ma la roccia era così incerta e mista ad erba e ghiaia, che comunque il masso non sarebbe mai potuto diventare una “palestra” come si deve! Dentro di me, il mito del Sas s’infranse il giorno in cui, dalla stradina sterrata che sale verso il Lago d’Aial, vedemmo sulla parete di fronte al nostro regno due tizi atletici che arrampicavano, su roccia senza dubbio migliore e con difficoltà degne del loro nome. Conoscemmo allora Diego Campi di Vicenza, compagno anche di Renato Casarotto, che in un pomeriggio di “disperazione” stava tracciando con un tale Scattolin una “diretta” in un posto senza nome, snobbando il nostro piccolo mondo di roccia a favore di una parete seria. Lungo la quale noi, comunque, non saremmo mai riusciti a salire.

Inizia Ramecrodes2!

Misteri dell'informatica! Volente o nolente, per non so quali cause sono costretto a "rifondare" il mio blog, che da adesso in poi si chiamerà "Ramecrodes 2", ma sarà sempre lo stesso e riprenderà lentamente a raccontare cronache, curiosità, episodi, storie di montagna, in Ampezzo e non solo. Cominciamo dunque con un pezzo gastronomico.  Durante l’estate, generalmente non gradiamo troppo andar per rifugi, e rispetto all’inverno è meno frequente che, nelle nostre escursioni, facciamo tappa espressamente in qualche rifugio per l'ora di pranzo. Con i rigori invernali, ovviamente, come ogni escursionista abbiamo piacere di finalizzare la camminata alla sosta in una malga o rifugio, per mandar giù qualche cosa di caldo e mettere un piatto gustoso sotto i denti. Dopo numerosi anni di frequentazione delle strutture ricettive alpestri nel circondario ampezzano e pusterese con qualche incursione in Cadore e Comelico, non è assolutamente nostra intenzione stilare una graduatoria in base all’accoglienza, alla simpatia, alla buona cucina, alle tariffe favorevoli; sarebbe antipatico e in questa sede politicamente poco corretto. Intendo soltanto comunicare che il metro di paragone che utilizziamo nelle trasferte, prevalentemente pusteresi perché di qua dal valico di Cimabanche quella purtroppo è una pietanza introvabile, è lo “smorm” ampezzano, ossia il “Kaiserschmarren” tirolese, la frittata dolce e spezzettata, servita con marmellata di mirtilli rossi o, talvolta, con frutta sciroppata, un’autentica delizia senza essere troppo pesante né troppo calorica. E’ un piatto che, insieme alla minestra d’orzo o ai canederli, ci fa spesso compagnia, quando saliamo ad una malga o un rifugio del Sudtirolo, e in conformità a quello, misuriamo generalmente il ricordo e la predilezione per quel determinato luogo. La classifica ha un valore puramente interno, ma siccome in questo campo la memoria ci soccorre spesso, sono ormai diversi i luoghi nei quali ci rifacciamo vivi volentieri per numerosi fattori, non ultimo quello gastronomico; perché siamo certi che lì, se non cambia il cuoco, dovremmo sempre trovare uno “smorm” caldo, abbondante, saporito e accompagnato da un’ottima marmellata. Che volete, credo che il camminare d’inverno sia godibile anche, soprattutto, per questo!

Il Monte Serla, una proposta al margine delle Dolomiti

Insieme al Lungkofel - Monte Lungo di Braies, il Sarlkofel - Monte Serla costituisce l'elevazione più a settentrione del gruppo dolomit...