28 dic 2010

La Brunnerwiesenalm, una proposta

Vi racconto di una malga che gli escursionisti di lingua italiana non conoscono in molti. Sorge nel territorio di Rasen Antholz-Rasun Anterselva, all'inizio dell'ampia vallata dominata da alte e cupe montagne che dalla Pusteria si dirama verso la Defereggental austriaca. La Brunnerwiesenalm si raggiunge comodamente da Taisten-Tesido, soleggiata frazione di Welsberg-Monguelfo. Per salire alla malga, posta a 1969 m in una radura circondata dal bosco alla base del Lutterkopf-Monte Luta e aperta sia d'estate che d'inverno, si parte dal Mudlerhof, dove parcheggiano i visitatori della sempre affollata Taistner Vorderalm-Malga di Tesido di Fuori, punto di partenza di una pista di slittini nota in tutta la Pusteria. Anziché a destra, si volge a sinistra seguendo una strada forestale che sale prima nel bosco con media pendenza, poi lungo un crinale pianeggiante in alto sopra la valle di Anterselva e da ultimo s'impenna con uno strappo sui pascoli, fino al piccolo edificio pastorale. Per fortuna per noi, forse meno per i gestori, la Brunnerwiesenalm è generalmente poco affollata. gli ospiti sono in prevalenza locali, e si sta davvero bene. L'interno è rustico e in questi anni è animato dalla vivace presenza di alcuni bambini, figli e parenti dei gestori, che lassù vivono giornate spensierate. Mezz'oretta più in alto della malga si eleva l'erbosa cupola del Lutterkopf (2145 m), conosciuto soprattutto per la facile e panoramica cresta erbosa che lo unisce al Durakopf-Monte Salomone, sopra la citata Malga di Tesido. Insomma, forse è più facile prendere e salire a questa simpatica ed accogliente struttura che non descriverla ed elencare le cime della zona. Noi vi siamo stati due volte, d'inverno e d'estate, ricavandone grande soddisfazione: il Luta, poi, è una meta imperdibile per chi cerchi una vetta facile,  erbosa, piena di sole.
La Brunnerwiesenalm, 7 marzo 2010

27 dic 2010

Del Bus del Diau e di altri luoghi


Ogni settimana, già da qualche anno, passo almeno un paio di volte ai piedi del versante S dell’Antelao. E guardandolo mi vengono in mente alcune cose: il Bus del Diau, caverna di leggendaria memoria dove Phillimore, Raynor e le loro guide con in testa l’indomabile Tone Dimai, dormirono a metà agosto del 1898 prima di attaccare l'alta parete; Bettella e i padovani, Casara e Paolo Fanton, Cozzolino, Bee, Massarotto e chi quella parete ha scalato nel corso del '900. Infine il bivacco dedicato a Giovanni e Giulio Brunetta, installato su una forcella di mughi sotto il Bus, a picco sulla Valboite. Al Brunetta arrivai in una calda giornata del giugno 1984, dopo aver superato con la debita fatica oltre mille metri di dislivello fra detriti, mughi e neve che ancora resisteva alla testata del rio, rovinato due anni fa su Cancia di Borca. Da qualche anno il bivacco è sparito: lo spostamento d’aria dovuto ad una valanga lo ha frantumato in mille pezzi e scaraventato lungo il pendio, e nessuno si è più preso la briga di rimetterlo dov’era. Se proprio vogliamo, quel dado di lamiera arancione lassù aveva scarsa utilità: lo usavano i sempre più rari aspiranti a qualche via della S, fra i quali l'amico Luciano (che con Ivano vi dormì, prima di impiegare un giorno intero per toccare la vetta del “Re”), ma tante divagazioni là intorno non se ne fanno, e il previsto anello attrezzato che avrebbe dovuto collegare il Bus alla via normale dell’Antelao, è rimasto una pia intenzione. Al Brunetta non sono più tornato e non ho mai esplorato il Bus, che dicono interessante; mi sono limitato percorrere tre volte, specialmente nel tardo autunno, la bella “alta via” che unisce San Vito a Vinigo attraverso il Bosco Nuovo, in parte lungo tracce militari. Si tratta di una passeggiata ai piedi della più alta vetta del Cadore, che mi sento di raccomandare. E' da verificare però se, dopo gli sconvolgimenti del versante S dell'Antelao, sia sempre agibile.
L'Antelao da S, tra neve e nuvole (salendo a  Malga Ciauta, 26.12.2010)

24 dic 2010

La via di Natale

E' già un impegno aprire una via di roccia d'estate: figuriamoci se ciò accade durante l’inverno! Una delle rare vie aperte in epoca abbastanza recente sui monti d’Ampezzo in piena stagione fredda fu quella sulla parete S dei Lastoi del Formin: la salirono Modesto Alverà, Carlo Menardi e Paolo Pompanin (cinquantasei anni in tre), il 24 e 25/12/1977. La via superava un dislivello di trecento metri, e oppose ai primi salitori difficoltà estreme: per venire a capo del problema occorsero cinquanta chiodi e ventiquattr'ore, con un bivacco in parete. Per i tre giovani dev'essere stato sicuramente un modo originale per festeggiare il Natale: un Natale di sofferenza per la temperatura e le difficoltà, senz’albero né presepe o luci scintillanti, ma anche un Natale di felicità e soddisfazione per l'avventura portata a lieto fine. La via appartiene all’ultimo periodo “classico” dell’arrampicata dolomitica, in cui si scalava ancora con gli scarponi e i pantaloni al ginocchio, le massime difficoltà superate in libera erano classificate di VI e si ricorreva all'artificiale ogni volta che ve n'era bisogno. Modestissimamente, anche chi scrive conobbe quel periodo, salendo alcune vie classiche e poco note che si mantenevano su ben altre difficoltà, e sentendosi sempre "grande". Il ricordo che ne rimane è a tratti incancellabile.

23 dic 2010

Il sentiero del poliziotto

Non so se risponde a verità o è soltanto una leggenda, di quelle che piacevano a scrittori come Casara, la storia dell’origine del “Troi del Jandarmo”. Il “sentiero del poliziotto” unisce la spianata di Cianpo de Crosc, poco oltre Malga Ra Stua, con Fodara Vedla, una ventina di anni fa era pressoché ignoto e poi è stato riportato sommessamente “in auge” dal Parco d’Ampezzo. Da quanto so, la nscita del sentiero anticipa di molto la realizzazione della carrareccia militare che da Cianpo de Crosc rimonta a larghe serpentine la costa boscosa sulle pendici delle Lainores e, valicando il confine di Ampezzo con Marebbe, porta a Fodara Vedla. Un gendarme, forse un doganiere o un finanziere, abitava a Marebbe e lavorava in Ampezzo. Dovendo andare e tornare ogni giorno dal lavoro, e non esistendo allora una comunicazione più agevole attraverso la Monte de Rudo, studiò un percorso tra gli alberi e le rocce, dai Orte de Ra Stua al Lago de Rudo. Il sentiero gli consentì di superare con il tragitto meno lungo possibile l'accidentata fascia boscosa tra Ra Stua e Fodara, accorciando la marcia da e verso casa. Oggi il sentiero si percorre quasi come un secolo fa: è indicato da pochi segni di vernice, che individuano due strettoie rocciose e l’inizio del tracciato sotto Fodara; vi sono radi ometti e gli animali del bosco e delle crode pascolano indisturbati. Da alcuni anni, più di qualche escursionista conosce il sentiero, che non è indicato né reclamizzato in alcun luogo. Non lo si segue certo per collegare più velocemente Ra Stua e Fodara, ma per il gusto d’immergersi in un ambiente selvaggio d’acque, cespugli, conifere, detriti, macigni, mughi, dove l’uomo s’intromette di rado. Due metri o poco più di roccia, dove si narra che un tempo una scala di legno agevolasse il transito, si superano con una radice che fa da appiglio: e quando la radice non ci sarà più?

Serafino Siorpaes de Valbona, una vita fra le Tofane

Qualche anno fa, iniziando le ricerche sulla vita e sulle opere delle guide alpine di Cortina, una fra le meno note attrasse subito la mia curiosità: “Sarafìn de Valbona”, al secolo Serafino Siorpaes fu Pietro Antonio “Salvador”, nipote del pioniere Santo Siorpaes e fratello minore di Arcangelo, lui pure guida e albergatore. Vissuto dal 13/12/1870 al 5/1/1945, “Sarafìn” non fu famoso. Non consegnò imprese alpinistiche alla storia, fu poco o nulla coinvolto nelle vicende d'Ampezzo, e nei documenti sull’andar per crode il suo nome non è frequente. Questo non esclude però che sia stato meno esperto dei suoi colleghi, meno abituato a fatiche e strapazzi, meno predisposto a spingersi sulle vette per esplorarle e farle conoscere.
Guardaboschi nel distretto forestale di Valbona, area che si estende al confine con Auronzo e ha dato il nome al ceppo familiare, Siorpaes fece la guida dal 1901 al 1929. Nella Illustrierter Fűhrer von Cortina - Dolomiten (1930) fra le guide disponibili per la stagione estiva il suo nome, però, risulta ancora presente. Dal punto di vista delle “conquiste”, Serafino partecipò ad un'unica prima salita: una via di media difficoltà e di limitato interesse, che sale lungo la parete NW della Croda Rotta, nelle Marmarole Centrali. Siorpaes la salì un secolo fa, un giorno imprecisato di settembre 1910, con le due guide ampezzane più richieste dell'epoca, Antonio Dimai “Deo” e Agostino Verzi “Sceco”, e le sorelle Ilona e Rolanda Eőtvős.
In quest’occasione rilevo ancora una volta che la citazione fra i primi salitori della Croda Rotta anche di un “G. Siorpaes”, riportata in varie fonti (una per tutte, la guida “Dolomiti Orientali” di Antonio Berti) è inesatta. Le guide ampezzane identificabili come “G. Siorpaes”, infatti, avevano entrambe cessato l'attività nel 1909: Giuseppe Siorpaes “Refo” perché già ultrasessantenne; Giovanni Cesare Siorpaes “Jan de Santo”, figlio secondogenito di Santo e cugino di Serafino, perché aveva dovuto soccombere ancora giovane alle complicanze di un grave incidente.
Conoscere, almeno in parte, la vita e le opere di Siorpaes, mi è stato possibile grazie alla collaborazione del professor Emilio Bassanin, che mi ha fatto avere copia dell'ultimo libretto della guida, attualmente in possesso delle nipoti. Purtroppo il Libretto di legittimazione per il Servizio di Guida Alpina, rilasciato dal Commissariato Civile di Cortina d'Ampezzo il 17/7/1922 ai sensi del Regolamento per le Guide Alpine per la Venezia Tridentina in vigore dal 30 gennaio di quell’anno, contiene poche notizie, ma che sono comunque interessanti.
Premesso che sicuramente prima della Grande Guerra la guida aveva svolto una buona attività, le note del suo ultimo libretto contengono quasi soltanto salite in Tofana. La frequenza di tali ascensioni è dovuta al fatto che negli anni '20 Serafino gestì per un periodo il rifugio ricavato dal CAI Cortina nella caserma eretta dagli Italiani a fianco dell'originario Tofanahütte a Forcella Fontananegra. Dedicato al Generale Antonio Cantore, caduto nelle vicinanze, e aperto il 5/9/1921, esso fu poi sostituito nel settembre 1972 dall'attuale Rifugio Camillo Giussani.
L'avvocato Luigi Sambettini e Antonio Laschettini del CAI Firenze annunciano il 12/8/1922 di essere “felicissimi di poter aprire il libretto con un sincero elogio alla brava guida Serafino Siorpaes che con prudenza e abilità” li “ha condotti in un’ora e mezzo alla Cima della Tofana di Rozes, da cui in un’altra ora e mezza tra folate di nebbia“ sono “scesi al Rifugio”. Il successivo 22, cinque clienti dai nomi indecifrabili, uno dei quali comunica di essere socio del CAI Venezia, si professano “perfettamente soddisfatti del servizio della guida Serafino Siorpaes, che con grande perizia ci guidò sulla Tofana di Rozes”. La via comune della Tofana de Rozes sale lungo l’ampia fiancata orientale. Percorsa per la prima volta con intenti alpinistici nel 1864, da Paul Grohmann con le guide Francesco Lacedelli “Checo da Meleres”, Angelo Dimai “Deo” e Santo Siorpaes, oggi è rinomata anche come scialpinistica. Secondo i parametri moderni è poco più di una camminata su detriti e facili roccette, spesso innevate nella parte sommitale, ma non va sottovalutata e spesso è teatro di disavventure.
Nelle giornate estive, infatti, è una cima molto trafficata, e in caso di peggioramento del tempo è preferibile non indugiare lungo la via normale: la vetta supera pur sempre abbondantemente i 3000 m, e la cresta terminale è molto esposta al vento. Negli anni Venti, da quella salita una guida alpina ricavava un compenso di 100 lire: considerato che, partendo dal rifugio, l’itinerario comporta 1350 metri di dislivello fra salita e discesa e richiede tre ore o poco più, si trattava pur sempre di un lauto guadagno, se rapportato all’impegno complessivo dell’escursione.
Italo Speccher, ingegnere di Trento, scrive il 27/8/1922: “Esprimo un sincero elogio e gratitudine alla brava guida Serafino Siorpaes che mi accompagnò sulla Tofana II Via Inglese con grande sicurezza e prudenza facendomi provare la più intima e completa soddisfazione. Questa salita (Via Inglese) venne fatta tanto da parte mia che della guida per la I volta”. L’itinerario citato dall'ingegnere sale in Tofana di Mezzo per la parete S.O.. Scoperto nel 1897 da John S. Phillimore e Arthur G. S. Raynor con le guide Antonio Dimai “Deo” e Giuseppe Colli “Paor”, fu ripetuto per la prima volta il 2 settembre dello stesso anno da Dimai col cliente Giorgio Lőwenbach. Nel 1898 alcune guide fissarono una fune metallica di 7-8 m di lunghezza (contestata da qualche alpinista) per superare il tratto più impegnativo, valutabile forse oltre il IV. L’itinerario fu molto noto nel periodo aureo dell'alpinismo, ma poi venne abbandonato; in quegli anni, la sua salita fruttava ad una guida 150 lire.
Il resoconto del primo anno d’attività di Siorpaes in Cortina italiana si conclude qui. Il 19/2/1923, la guida ottiene dalla Prefettura il visto per proseguire la professione. La riprende il 21 agosto, con gli studenti triestini Giuseppe Pezzo e Paolo Cleva che annotano telegraficamente sul libretto: “Serafino Siorpaes ci accompagnò alla Tofana di Rozzes essendoci ottima guida e compagno gradevolissimo. Si raccomanda a tutti caldamente”. Qualche giorno dopo tre clienti, uno dei quali socio del CAI di Padova, scesi dalla normale della Rozes, lasciano scritto “Saliti benissimo. Giornata splendida. Guida ottima (…). Partiti alle 5 ¼, alle 8 ¼ eravamo di ritorno, dopo fermata di ½ ora in vetta”. Risulta chiaro che la comodità della dimora estiva permetteva a Siorpaes di lavorare come guida in aggiunta alla conduzione del Rifugio. Partendo all’alba, all'ora di colazione poteva stare di nuovo dietro il bancone, con oltre un chilometro di dislivello nelle gambe100 cento lire in più in tasca e un altro attestato di soddisfazione sul libretto. A fine agosto, la guida sale in Tofana come un razzo: due ore e cinque minuti dal Rifugio al Rifugio. Per l’occasione, accompagna nella sua prima gita dolomitica il professor Federico De Gaetani che, soddisfatto della prestazione, lascia anche il suo indirizzo “Via Cassiodoro 19, Roma”. L’avvocato Attilio Del Monego di Bologna è l'ultimo cliente della stagione. L’11 settembre sale con Serafino la Rozes e ringrazia la guida, “provetta nell’espletamento della sua funzione“, per “l’ottima e amabile compagnia”. Da quando Cortina fa parte della Provincia di Belluno, il rilascio del visto annuale per l’esercizio della professione dipende dalla Sezione CAI, che inizialmente lo munisce solo del visto del Presidente Marchi, ma nel 1925 vi aggiungerà anche quello del Segretario Terschak.
Nel 1924 l’alpinismo dolomitico, dopo il forzato quinquennio di sosta, sta tornando velocemente in auge, ma pare che la guida non abbia lavoro. Solo Giuseppe Soave “fu Zenone di Vicenza” ricorre ai suoi servigi, per ripetere il 12 agosto la Via Inglese in Tofana di Mezzo e complimentarsi “per la perizia dimostrata”. L'anno dopo, l’orizzonte di Siorpaes pare ampliarsi. Il 21 luglio 1925 guida il torinese Alessandro Malvano “in una sola giornata” sulla Rozes e sulla Torre Grande d’Averau, una salita breve e piuttosto distante dal Rifugio. L’11 agosto, il bolzanino Luigi Rebora attesta di avere salito con Serafino la Via Nuvolau della Torre Grande, la Torre Inglese, la via normale della Croda da Lago con discesa per la Sinigaglia e il Becco di Mezzodì. La guida termina la stagione qualche giorno dopo, salendo di nuovo la Torre Grande.
Dopo il visto per il 1926, sottoscritto dal Presidente del CAI e dal referente delle Guide Alpine Degregorio, questi certificano che in maggio Siorpaes, già abbondantemente oltre la cinquantina, “ha frequentato il corso di prima assistenza infortuni in montagna”, antesignano delle odierne prove di soccorso alpino. Hermann Tihl, professore universitario di Praga, certifica in buon italiano di aver “fatto colla guida Siorpaes Serafino il 4 agosto 1926 l’ascensione del Nuvolau Alto e lo stesso giorno le Cinque Torri (Torre Grande per la Via Nuvolau), poi il 7 agosto il Monte Cristallo per la via comune da Tre Croci, in condizioni poco favorevoli (neve nuova).” Il professore afferma “di essere rimasto molto contento del suo servizio accurato. In speziale modo“ deve ” lodare la sua attenzione e la sua gentilezza”. Il libretto si avvia ormai alla conclusione. Il 21/7/1927, Serafino Siorpaes accompagna “con somma perizia” in Tofana di Mezzo quindici soci del CAI Bassano “battendo la via con i due soci sotto la sua diretta responsabilità dal titolare del libretto”: la dichiarazione è controfirmata dal Segretario sezionale.
Il 2 agosto, “Sarafin” sale ancora in Tofana di Mezzo con Duilio Roiatti di Udine, che sul libretto lascia scritto: “Le difficoltà sono state attenuate dalla grande conoscenza che la guida ha della montagna, conoscenza perfetta che accompagnata ad un istinto pronto dei pericoli rende facile ogni percorso difficile.” Il 4, Roiatti sale con la guida la via normale del Cristallo e conferma le sue “ottime qualità di arrampicatore, che sa adattare la sua esperienza e valentia alla portata di ogni alpinista, insegna e consiglia”. Secondo l'udinese, “queste sono buone lezioni per uno che si avventura per la prima volta sulla roccia”. Con l'ascensione del 4/8/1927 terminano le note ufficiali sull’ultimo libretto di legittimazione di “Sarafin de Valbona”. Serafino Siorpaes, classe 1870, autorizzato all'alba del secolo ad “esercitare il mestiere di guida alpina nei luoghi del Regno” e attivo sulle montagne per almeno un trentennio, fu un ampezzano modesto e tenace che, pur senza maturare exploit straordinari, contribuì a scrivere alcuni interessanti paragrafi della storia dell'alpinismo e del turismo nella conca d'Ampezzo.
 
(Relazione tenuta per l'Università degli Adulti Anziani Ampezzo-Oltrechiusa a San Vito di Cadore, il 22.12.2010)

22 dic 2010

Beco de ra Marogna in invernale


Dal Rifugio 5 Torri, 27/6/2009 (la via normale sale da destra)
Un limpido giorno di febbraio d’alcuni anni fa, salii con un paio d’amici sulla vetta del Beco de ra Marogna (Becco Muraglia, 2271 m), torrione roccioso secondario del gruppo del Nuvolau che s’intravede salendo lungo la strada del Passo Giau. Più che per l’alpinismo, il Becco interessa per la storia, giacché segnò per quattrocento anni un confine di stato, ed oggi marca il limite fra i pascoli sanvitesi del Giau e il territorio regoliero d’Ampezzo. In tempi antichi il picco non aveva un oronimo specifico. Il nome di Becco Muraglia gli fu affibbiato in epoca moderna, giacché la celebre Muraglia di Giau trova ai suoi piedi uno dei due capisaldi d’inizio. Non so chi sia salito per primo su quella puntina, dove la nostra guida Franz Dallago ha tracciato nel settembre 1972 una breve via di medie difficoltà, ed un quarto di secolo dopo è tornato ad apportarvi una variante. La breve "via normale" del Becco si risolve in una parete inclinata di roccia cosparsa di detrito, con difficoltà che si aggirano sul I per una cinquantina di metri di lunghezza. Vi sono salito diverse volte, per coronare la passeggiata in uno dei migliori boschi della nostra conca, il sottostante Forame. So di averne fatto una ripetizione invernale: non sarò stato il primo, ma l’inverno asciutto di quell’anno e la voglia di respirare un’aria diversa ci spinse a calcare quella cimetta, dove sono tornato diverse volte, perché il silenzio dei luoghi e la visuale che si gode dalla vetta sono un bene davvero prezioso.

21 dic 2010

Ricordo di Rinaldo Zardini Foloin (1902-1988)

Ricorrono 108 anni dalla nascita di Rinaldo Zardini Folòin, umile e straordinario compaesano deceduto nel febbraio 1988, che da semplice collezionista di fossili divenne un autentico uomo di scienza. La comunità ampezzana lo ha ricordato nel modo migliore, dedicandogli il Museo Paleontologico delle Regole a Pontechiesa. A chi scrive, più interessato alla storia dell’alpinismo che a quella naturale, non è sfuggito, e preme rilevare che, tra i molteplici interessi che colmarono la sua operosa esistenza, Rinaldo Zardini vantò anche quello dell’arrampicata. Non fu un campione del sesto grado, ma soprattutto a cavallo tra gli anni Venti e Trenta dello scorso secolo, svolse una buona attività alpinistica, spesso con l'ardimentosa sorella Olga. Anche le Dolomiti d'Ampezzo lo ricordano nel modo migliore, testimoniando la sua passione giovanile con due vie alpinistiche: la “Via Olga” sul diedro NW della Cima W della Torre Grande d’Averau, un robusto V salito il 15/7/29 con la sorella e la guida Enrico Lacedelli Melero (1908-45), e la parete W della Cima Caşon de Formin sulla Croda da Lago, scalata il 17/7/30 con Olga e le guide Angelo Dibona Pilato (1879-1956) e Luigi Apollonio Longo (1899-1978). Quest’ultima scalata, valutata da Berti di III-IV, da un amico Scoiattolo, che l’ha ripercorsa alcuni anni fa, è stata stimata assai più impegnativa. La figura di Rinaldo Folòin rimane perciò effigiata anche sulle crode d’Ampezzo, che credo egli abbia conosciuto tutte, sulle quali salì per decenni facendone conoscere al mondo intero i segreti più reconditi. A oltre vent'anni dalla sua scomparsa, mi piace ricordare ancora la distinta immagine dello studioso, che purtroppo conobbi e potei apprezzare già anziano, anche attraverso le due prime salite in cui si cimentò in gioventù, delle quali la storia alpinistica conserva intatto il ricordo.

20 dic 2010

Torre Inglese


La quinta delle Cinque Torri d'Averau (che in verità non sono soltanto cinque, ma dieci dopo la caduta della Trephor nel 2004 …) da più di un secolo viene chiamata Torre Inglese. Come per tanti altri oronimi alpinistici, che spesso non hanno una storia molto antica, anche il perché di questo nome ha poco più di cent'anni. La torre, alta 53 metri e ben riconoscibile da Cortina (forse il punto ideale è il villaggio di Peziè, ma ce ne sono altri) per la sua forma a corno, fu salita in un giorno imprecisato d'estate del 1901. Gli uomini giunti per primi sull'esile sommità erano due guide ampezzane, Angelo Maioni Bociastorta (1866-1953) e Sigismondo Menardi de Jacobe (1869-1944) con un cliente inglese, G.W. Wyatt. In omaggio al britannico, da quel giorno la guglia si chiamerà molto semplicemente Torre Inglese. Obiettivo di una breve e divertente scalata, adatta ai principianti (sono due tiri di corda di III), sulla solida dolomia dell'Inglese hanno lasciato il nome alcuni personaggi importanti dell'alpinismo novecentesco: nel 1924 Casara tracciò senza volerlo una variante alla via normale; una dozzina di anni dopo Soldà salì da solo il liscio spigolo N, e cinquant'anni fa Pellegrinon e Fenti scalarono, forse non per primi, il fotogenico spigolo S. Per chi scrive, la Torre Inglese ha rappresentato la quarta cima salita con corda e moschettoni, dopo il Becco di Mezzodì e le Torri Lusy e Quarta Bassa. Era il 4 aprile 1976. Qualche anno dopo, infine, è stata una delle rarissime ascensioni compiute da solo, al tempo dei miei vent'anni.
La Torre Inglese, un giorno di brutto tempo (27/6/2009)

19 dic 2010

Diciannove allegre giornate in montagna


Ai piedi del versante S della Torre Wundt, qualche anno fa

Tempo fa ripensavo alla fessura S della torre dei Cadini di Misurina dedicata a Theodor Wundt: è la via più classica della montagna e fu individuata da Mazzorana e Del Torso una settantina di anni fa. Avevo appena trovato la notizia della seconda ascensione di quell'itinerario, divenuto famoso in grazia della fin troppa vicinanza al Rifugio Fonda Savio, il quale ha nella Torre Wundt, e nella fessura Mazzorana-Del Torso,  un redditizio “Hüttenberg”. La prima ripetizione del percorso, aperto con imprevista fortuna da una giovane guida bellunese trapiantata ad Auronzo e da un nobile friulano ultracinquantenne e forte alpinista, risale al 14/8/1942. Essa fu opera di due ragazzi mantovani, Mario Pavesi e Cesare Carreri, che all’epoca avevano vent’anni e fra le Dolomiti di Sesto stavano approfittando di una licenza dal servizio militare, prima di rientrare al Corso Ufficiali d’Artiglieria. Ho desunto questa notizia, che presumo non fosse mai stata divulgata, da un interessante libretto pubblicato nel 2007 da Cecilia Carreri, figlia di Cesare, “Alpinismo degli anni ’40. Frammenti di alpinismo dedicati a mio padre”, a cura di Mare Verticale. Fra l’altro, i due mantovani dovrebbero aver tracciato anche una variante alla via originale, che però non è ben chiaro dove salga e non risulta documentata in alcuna fonte. Secondo la testimonianza dei ripetitori, lungo il tracciato i primi salitori avevano lasciato un solo chiodo, che forse è sempre il medesimo in cui incappavamo tutti noi salitori fino a circa una ventina di anni orsono. Era un chiodino ad anello, messo alla base della solida parete nera che dà accesso al camino superiore. Idealmente, mentre sfogliavo quel volume, mi ero ritrovato ancora una volta lassù, lungo il budello roccioso non molto baciato dal sole, dove ho trascorso con tanti amici diciannove allegre giornate.

18 dic 2010

L’ometto di vetta più singolare che ricordo

L’ometto di vetta più singolare che ricordo? Lo scoprimmo trent'anni fa sulla Torre Lagazuoi, slanciato pinnacolo che sorge 500 m a NW di Forcella Travenanzes, e si stacca ben visibile dalle pareti retrostanti. Con Enrico avevamo salito la torre per la via aperta l’8/9/46 da Ettore Costantini, Mario Astaldi, Luigi Ghedina e Ugo Samaja: un percorso gradevole, breve ma sostenuto, un po’ rischioso per i sassi nella parte iniziale. A proposito: a pag. 219 del “Berti”, la relazione della via ha una data errata. Forse non poté essere salita l’8/9/44, perché quel giorno (vedi pag. 105) Costantini forse era altrove: infatti avrebbe dovuto aprire con Armando Apollonio una via sulla Croda da Lago da SE. Giunti in cima, nell’angusto spazio oltre il quale c’era l’infinito, vedemmo un mucchietto di pietre cementate fra loro e coperte da licheni verdastri, che forse nessuno aveva mai sfiorato: ed erano passati appena 35 anni dalla prima salita della Torre! Quell’ometto mi comunicò la stessa emozione che forse avrei provato di fronte a uno eretto da Siorpaes, Dibona o Preuss. Su quella cima silenziosa era l’unica testimonianza lasciata dall’uomo (e mi auguro che oggi, trent’anni dopo, non ve ne siano tante di più). Né croci, né libri di vetta, né tracce di sporcizia rovinavano il ripiano dove ci trattenemmo un lungo attimo, riposando le membra e rilassando la mente. Lassù ebbi una percezione strana: pur trovandoci in una zona non certo remota, accanto a luoghi noti e calpestati sia d'estate che d'inverno, eravamo sospesi su un quadratino pietroso a duecento metri da terra, dove prima di noi penso che pochi avessero avuto la ventura di salire, in un microcosmo in cui solo un cumulo d’antiche pietre scalfiva la naturalità del luogo. Mi dispiacque persino smuovere sassi al nostro passaggio: tant’è che, scendendo tramite un paio di aeree calate ed alcuni agevoli camini lungo la parete orientale, ci muovemmo quasi in punta di piedi. Forse non volevamo infastidire la Torre, che fino ad allora aveva avuto la fortuna di essere disturbata rare volte nella sua gran quiete.
Un ometto su una cima delle Dolomiti, 9/8/2004


17 dic 2010

Un'affascinante scoperta: il Sorapis


Un po' meno rinomata e ricercata della Marmolada, dell’Antelao o del Pelmo, la Punta di Sorapis è comunque una grande montagna. Il 16/9/1864 Paul Grohmann, con le guide Francesco Lacedelli (Checo da Meleres) e Angelo Dimai Deo giunse in vetta da N e scese poi a S, per quella che sarebbe diventata la via normale. La vetta si protende nel cielo con tre elevazioni: Fopa de Matia, Croda Marcora e Sorapis, la più alta e frequentata. La sua storia è scandita da varie date. La seconda salita della cima spettò al signor Pöschl con le guide Fulgenzio Dimai Deo e Peter Groder di Kals, nell’estate 1873. Il 26/11/1881, il Tenente Pietro Paoletti e le due brave guide di San Vito Giuseppe ed Arcangelo Pordon se ne aggiudicarono la prima invernale, poi contestata dai triestini Giorgio Brunner e Ovidio Opiglia, saliti il 17/3/1938, durante l’inverno meteorologico propriamente detto. La prima donna, Mrs. Meynell, salì in vetta nel 1887, mentre nel 1882 Emil Zsigmondy e Ludwig Purtscheller realizzarono la prima salita della cima senza guide. La via normale ha un approccio piuttosto lungo e faticoso e si sviluppa per circa quattrocento metri di dislivello, con difficoltà che in pochi metri toccano il II+, non escludendo l’uso di uno spezzone di corda. Il resto della salita si svolge per gradoni friabili, tanta ghiaia e da ultimo una crestina bella esposta. Salii in vetta per la prima volta con tre amici nel lontanissimo luglio 1979, dopo aver pernottato al Bivacco Slataper, e vi sono tornato poi altre due volte nel 1986 e 1990. “Tremila” solitario, altissimo, scostante, oggi il Sorapis è sicuramente ancora meno frequentato di un tempo, ma ritengo che sia sempre un’affascinante scoperta.
Un Sorapis inconsueto, salendo sulla Rocheta de Cianpolongo (foto di C. Bortot, 5/9/2004)

16 dic 2010

"Ra mé Ponta Fiames"

Nell’archivio del CAI Cortina, fra interessanti documenti, è conservato un quaderno rilegato con una robusta tela verde. In III pagina si legge l’intestazione: “Club Alpino Italiano Cortina – Punta Fiames”: ogni facciata reca una griglia con tre colonne, “Data”, “Cognome e nome” e “Provenienza”. È il libro di vetta della Punta Fiames, cima del Pomagagnon che sovrasta e prende il nome dall’omonima località di Cortina.
Da 110 anni, la Punta è nota per le arrampicate che offre sul versante S; dal 1965 la sua fama è aumentata con l’apertura della via ferrata dedicata a Albino Michielli Strobel, che ne risale il fianco W ed oggi è sempre molto frequentata.
Prima di analizzare il libro di vetta, s’impone una premessa. La Punta si raggiunge senza difficoltà, per il sentiero che da Forcella Pomagagnon attraversa le ghiaie dello schienale. Dato il facile approccio, essa fu nota fin dall’antichità ai pastori che portavano gli ovini sui “Prade del Pomagagnon”, ai cacciatori e topografi, Il libro di vetta documenta 27 stagioni di storia della Fiames, più esattamente della via aperta sulla parete sud il 7/7/1901 da J. L. Heath con le guide Antonio Dimai e Agostino Verzi.
Le prime note risalgono all’autunno 1926, ma forse già in precedenza la Punta aveva un libro di vetta, che non sappiamo dove sia sparito. Seconda premessa: all’inizio del secolo scorso firmavano il libro anche molti salitori di altre vie della Fiames, che poi - per tornare all’attacco – scendevano lungo la “variante” della parete S. Negli anni ‘40, il libro si trovava prima dell’uscita della Via Dimai: nel marzo 1952, ormai esaurito, fu sostituito da un altro, che raccolse le firme dei visitatori fino all’11 agosto del 1958.
Il libro di vetta si apre il 23/9/1926 con due illustri esponenti dell’alpinismo: la baronessa ungherese Rolanda von Eötvös, riapparsa a Cortina dopo la pausa della Grande Guerra, e la guida Antonio Dimai, che aveva aperto l’itinerario un quarto di secolo prima. Le ultime firme, il 2 marzo 1952, appartengono allo Scoiattolo Guido Lorenzi, salito con Alfredo Zardini e il collega Lino Lacedelli.
Fra gli estremi, centinaia di nomi famosi e sconosciuti, guide, alpinisti d’ogni età e nazione, che per quasi trenta stagioni salirono la cima che domina Fiames lungo una via di roccia molto amata e frequentata.
Il 17/8/1927, firma lo studente Edoardo Amaldi, divenuto un fisico del gruppo dei “ragazzi di Via Panisperna”. Una settimana dopo, troviamo Ludwig Gillarduzzi, sacerdote nato ad Innsbruck da famiglia ampezzana, che si avventura sulla Dimai in solitaria.
Il 3 settembre la guida Angelo Dibona Pilato, che sulla via ha fatto il tirocinio e la ripeterà ancora 50 volte, vi porta i figli Ignazio, sedicenne, e Fausto di soli quattordici anni: nel 1945 la ripeterà anche con le figlie Giulia e Antonia.
Il 7 settembre compare il pittore Erwin Merlet, e il 25 - con Otto Menardi, Antonio e Giuseppe Dimai – sale di nuovo Rolanda von Eötvös.
11 ottobre: la guida Simone Lacedelli porta in vetta un personaggio interessante. È Giuseppe Venturoli, dottore in agraria di Bologna, che nel 1929 pubblicherà la sua tesi di laurea “Cortina d’Ampezzo nei primi dieci anni di regime italiano 1918-1928”, importante per la storia locale.
Il 10 giugno 1928, con Luigi Apollonio Longo, sale Rinaldo Zardini Foloin, fotografo che diventerà un’eminente personalità scientifica, vantata da Cortina a livello internazionale.
18 settembre 1929: Angelo Dibona guida Lucien Devies, salitore della parete E del Monte Rosa, con la quale si laureerà fra i migliori alpinisti francesi del ‘900. Nove giorni dopo, tornano di nuovo le Eötvös, con i fratelli Dimai.
Fra gli anni '20 e '30, scalano spesso la Punta tre guide già anziane, ma energiche e ancora desiderose di cimentarsi nella salita: Bortolo Barbaria, Antonio Dimai (salito lassù fino al 20/8/1930, anche se la storia gli accredita un’ultima scalata nel 1932) e Agostino Verzi, presente ufficiosamente fino al 27/8/1933.
La “paré” s’impone come una delle salite più rinomate d’Ampezzo. Le guide vi portano clienti quasi quotidianamente, d’estate e fuori stagione, in virtù dell’ottima esposizione del versante, che spesso si trova in buone condizioni anche d’inverno.
Il 9/7/1931, in cordata con Luigi Apollonio, sale Dino Buzzati: sarebbe bello sapere se l’ascensione fu mai “trasfigurata” dallo scrittore bellunese in qualche scritto!
Il 18/1/1932 Angelo Dibona scala la Dimai con Paul Leroy Edwards. in quel periodo Edwards ritorna spesso sulla Punta, e nella stagione 1932 la salirà tre volte, di cui una in solitaria.
Troviamo poi ancora Rolanda Eötvös con Giuseppe Dimai, e il 24 novembre chiudono la stagione Dibona, Leroy Edwards e Bepi Degregorio. Nel mezzo, un’altra firma celebre: Emilio Comici, salito il 2 settembre con clienti.
Il 17/7/1933 Giuseppe Dimai, Ignazio Dibona e Celso Degasper aprono la “Via Centrale”, tra la Dimai e lo spigolo. “Straordinariamente difficile, V grado superiore”, la nuova via non riscuoterà lo stesso favore della “paré”.
Compaiono numerosi locali, che lasciano sul libro commenti favorevoli (“ce bel! “, “magnifico”), e iniziano la carriera le guide della seconda generazione. Le salite della “paré” sono continue, anche se non eccessive: nel 1934 se ne contano 39, per un totale di 100 persone.
Le ultime due cordate del 1935 sono formate per l'ennesima volta dalle due Eötvös con Giuseppe Dimai e Celso Degasper, saliti l’8 ottobre. Dovrebbe essere l’ultima volta in cui le alpiniste ungheresi raggiungono le crode ampezzane.
Il sempre attivo Angelo Dibona, che se ne infischia degli anni che avanzano, scalerà la “paré” fino al 24 agosto 1949, quando – a settant’anni, col figlio Dino e Luigi Apollonio – porterà in vetta i clienti Anna e Cyril Escher.
In questo periodo, uno dei più fedeli ripetitori della Fiames è Celso Degasper, che al termine della carriera, vanterà il primato di aver salito la parete oltre 300 volte.
Il 26/7/1939 Emilio Comici e Osiride Brovedani stanno scendendo da Forcella Pomagagnon dopo aver raggiunto la Fiames. Sfuggono per un pelo al crollo di un tratto di cresta fra la Croda Longes e la Croda Pomagagnon, notato fin da Cortina. Il fatto ispirerà a Comici il celebre racconto “La falciata della morte”.
Il 26/5/1940 un altro scalatore illustre, Ettore Castiglioni, porta sulla Dimai il Commissario Prefettizio Alberto Brissa. Tornerà ancora nel luglio-agosto 1943, con il 7° corso d’addestramento alpinistico della Scuola Militare d’Alpinismo d’Aosta - Divisione Tridentina, di stanza al Passo Tre Croci.
Si vedono sulla “paré” i primi Scoiattoli, che rifiutano le vie facili e con la serenità e la disinvoltura tipiche della gioventù, iniziano dove i più anziani hanno coronato la carriera: la “Miriam”, il “Ris”, lo spigolo Jori. Il gruppo manovra abilmente le corde, rifiutando i maestri e ponendosi spesso in contrasto con loro, imparando il ”mestiere” a proprie spese, ribelle alle imposizioni ed in piena libertà.
In quel periodo frequenta la Punta, con compagni diversi anche Alma Bevilacqua, nota al pubblico come Giovanna Zangrandi, scrittrice bolognese di talento.
Il 16//5/1943, scrive per la prima volta il suo nome sul libro di vetta un ragazzo che diventerà celebre: Lino Lacedelli, classe 1925, entrato poco dopo negli Scoiattoli, poi guida e conquistatore del K2.
Il 12 giugno, passa un bellunese che sulle Dolomiti è di casa: Attilio Tissi, salito con la moglie, un amico e Piero Apollonio “Longo”. Tissi tornerà sulla Fiames nel 1947, quasi cinquantenne.
Il 17/1/1944, inaugurano la stagione Maurizio De Zanna “Toto” e Attilio Menardi “Hababi”, capo di un gruppo di giovani che si firmano “Diavoli Cortina” o con altre sigle, “Gatto”, “C.R.C.”, “D.A.G.”, “S.R.C.”.
In questi anni, la “paré” è animata quasi soltanto da ampezzani. Sulla Fiames, quasi come in un’isola dispersa nel tempo e nello spazio, gli echi del conflitto giungono attutiti: valgono solo i camini, i diedri e gli spigoli di una delle più belle cime di Cortina. Nonostante la guerra, nel 1944 vi saliranno 76 scalatori.
La Punta è sempre una buona fonte di guadagno per le guide: Dibona vi sale tre volte nell’estate ’44 e altre tre nel 1945. Sono sempre affezionati alla Dimai anche gli Accademici del CAI Otto Menardi e Bepi Degregorio, Presidente per mezzo secolo della Sezione del CAI di Cortina. Anna Caldart, giovane e valente scalatrice, sale la parete da sola il 26/7/1945: forse è la prima solitaria femminile.
Appaiono le guide nate dagli Scoiattoli: Alverà, Costantini, Ghedina, Pompanin, e poi Bianchi e Zardini. Gli “anziani” Apollonio, Barbaria, Degasper, Dibona, Franceschi, Lacedelli, Pompanin Togna sono sempre sulla breccia.
Sale il “Rosso Volante” Eugenio Monti, che prima di eccellere nel bob fu sciatore e rocciatore; si affacciano i “Ragni” di Pieve e molti compaesani scelgono la Fiames per passarvi una domenica in compagnia.
Passa il francese Pierre Allain, ottimo occidentalista; sale la guida di Misurina Valerio Quinz; lo Scoiattolo Albino Michielli Strobel corre sulla parete da solo in 50 minuti; Dino Dibona vi riporta i clienti del padre Angelo.
Il 7 giugno 1951, Ettore Costantini Vecio guida in vetta Giuseppe Richebuono, già cappellano a Cortina e buon alpinista, che 49 anni più tardi salirà sulla vicina Costa del Bartoldo, per rivisitare la cima e la croce che la caratterizza.
Il libro finisce il 2 /3/1952. Si chiude così l’epoca eroica della “paré”, delle guide dell’epoca classica, delle scanzonate compagnie di “Diavoli” e “Scoiattoli”.
La Via Dimai, ripulita dai continui passaggi e resa più sicura da chiodi fissi, continuerà comunque ad essere molto frequentata. Vi saliranno migliaia d’alpinisti, fra cui anche chi scrive, giunto in vetta per la prima volta il 27/5/1976 con Ivo Zardini Laresc, e ritornatovi poi in molte altre occasioni.
Ernesto sulla Via Dimai, 9/7/1985 (notare l'attrezzatura!)
Per chiudere questa lunga carrellata, mi auguro che la “paré” non passi mai di moda e veda ancora tante cordate all’opera, con la stessa passione che la via Dimai sicuramente ha comunicato agli alpinisti che la scalano da centodieci anni!
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15 dic 2010

123 anni fa nasceva Simone Lacedelli, guida alpina


Il 15.12.1887 nasceva a Cortina Simone Lacedelli, più noto in paese come Scimon Juscia, guida alpina dal 1912. L’unica prima salita dolomitica associata al suo nome riguarda la Torre Esperia, un piccolo monolite alle falde del Coston d’Averau, nel gruppo del Nuvolau. Lacedelli salì la torre l’8/8/1928, con il collega Celso Degasper Meneguto (1903-84, guida dal 1922), e le sorelle Emma (1893-1983) e Giovanna (1897-1975) Apollonio Varentin. Risulta che la Torre, battezzata con il nome della villa posseduta dalle sorelle nel centro di Cortina e la cui salita presentò difficoltà abbastanza sostenute, non abbia mai riscosso favori fra gli scalatori. In anni recenti, però, le vicine pareti della Croda Negra sono state riscoperte e valorizzate dagli alpinisti con numerose vie di stampo moderno, divenute abbastanza popolari. Simone Lacedelli, figlio di Antonio detto Tone da Rone (1852-1909), anch’egli guida dal 1893 al 1905, fu un indefesso salitore di montagne. Scalò e camminò sulle crode della sua valle, infatti, fino a età molto avanzata, e negli anni '50 ideò le escursioni accompagnate per valligiani e turisti. A quasi settant’anni, scalava ancora con clienti vie normali facili, come quella della Torre Grande di Averau. Morì il giorno di San Silvestro del 1970, dopo essere stato investito da un’auto mentre camminava sotto la neve lungo Via Cesare Battisti a Cortina. Nel 1988, un bel ricordo di Giovanna Orzes Costa sul numero di Natale del semestrale “Le Dolomiti Bellunesi” ripropose con garbo ai paesani e a un pubblico più vasto quella figura di alpigiano ampezzano, mirabile esempio di un'esistenza tutta dedicata alla montagna.

14 dic 2010

Baita del Cacciatore, un'idea nuova

Il rifugio di cui parlo è una scoperta del 2010, per ora solo estiva. Si tratta della Baita del Cacciatore (Jägerhütte), posta a 1850 m sui pendii del Monte Elmo in Val Pusteria, a lato delle piste di sci che scendono a Versciaco. Su una guida dei rifugi dell'Alta Pusteria che ho in biblioteca, ho iniziato per curiosità a spuntare le malghe e i rifugi già visitati: ne mancavano, e ne mancano ancora, pochi: e uno era la Baita del Cacciatore, fino allora mai sentita nominare. Ci siamo saliti in luglio, chiedendo informazioni in un bar a Sesto. Non avendo però capito il punto esatto d'inizio della gita, ci siamo avviati verso l'alto direttamente dalla strada che giunge in paese, dove avevamo notato uno dei tanti cartelli che in ogni punto cardinale segnano la Baita (ben indicata, non c'è che dire!). Attraverso i prati siamo usciti su una strada forestale, dove abbiamo incontrato una famiglia che soggiornava a San Candido e conosceva bene la zona. Insieme a loro siamo saliti per un gran tratto, meravigliandoci della lunghezza dell'approccio, peraltro comodo e piacevole. Giunti finalmente alla Baita, appollaiata su un ripido costone, tutta in legno e con una caratteristica “Stube”, sulla cartina ho visto che salendo per qualche chilometro lungo una delle strade che collegano il paese di Sesto coi masi più alti, avremmo camminato forse la metà. Ma è andata bene così, e per il ritorno abbiamo scelto una variante che ci ha permesso di visitare la ”Waldkapelle”, rustica chiesetta di tronchi immersa nel bosco, costruita dai contadini di Sesto durante la Grande Guerra per avere un luogo in cui pregare dopo la distruzione del paese. La gita ci è piaciuta, l'accoglienza nella Baita anche e, pur non essendo sciatori, vorremmo tornare lassù anche d'inverno, magari trovando una via più breve.

13 dic 2010

Il Mons Horribilis

Salendo per la strada che da Podestagno conduce all’ampio anfiteatro di Ra Stua, in destra orografica della valle, oltre il solitario pascolo della Monte de Antruiles, spunta un torrione rossastro alto circa duecento metri, posto sullo sperone che il Col Bechei protende verso E. Il torrione, che divide le Ruoibes de Inze, o Val de Meso, dalle Ruoibes de Fora, o Val d'Antruiles, si chiama Croda de Antruiles. Fa parte del gruppo della Croda Rossa, è quotato 2405 m e il toponimo compare per la prima volta nell’Oesterreichische Alpenzeitung del 1901. L’oronimo fu dato probabilmente a seguito della prima salita, compiuta l’11/9/1900, dopo un bivacco in tenda presso la sottostante, fumosa Casera d’Antruiles, da Viktor Wolf von Glanvell e Karl Günther von Saar. I due austriaci scelsero per la conquista la dentellata cresta W della montagna, simile alla schiena di un drago, che inizia dall'intaglio di Forcella d’Antruiles e porta in vetta con un dislivello di soli 72 m ed una lunghezza di almeno 300. Il nome fu derivato dal sottostante pascolo ovino, utilizzato dagli ampezzani fin da tempi antichissimi. Dopo il 1900 pare che la Croda non avesse più ricevuto visite fino al luglio 1991, quando Marino Dall’Oglio e Fabio Lenti, dopo aver tentato senza successo la cresta dei primi salitori (a tutt’oggi pare non sia stata ancora ripetuta!) tracciarono una via sul versante delle Ruoibes de Fora, di elevata difficoltà tecnica e psicologica. La Croda è stata poi salita ancora un paio di volte, sempre con molte difficoltà e rischi per la friabilità e per il pericolo di caduta di pietre. Nell'estate del 1990, aveva pericolosamente attratto anche l’amico Alessandro e me, ma rimase solo una pia intenzione e, su di un mensile locale, mi dissociai dall'idea liquidandola come un “Mons Horribilis” …

La Croda d'Antruiles, salendo al Bosco de ra Cioces

Le Cinque Torri nella storia dell'alpinismo in Ampezzo


Dalla terrazza del Rifugio Scoiattoli

Per la stesura del volume celebrativo del centenario del Rifugio 5 Torri, uscito nel 2004, ebbi modo di consultare tre libri di vetta della Torre Grande d’Averau, relativi al ventennio 1927/48 e conservati nell’archivio del CAI Cortina. Desumendo alcuni dati utili per la ricerca ed anche numerose curiosità, elaborai alcune statistiche forse sterili, ma curiose. Dai libri saltarono fuori, infatti, fra migliaia di altri nomi, tutti quelli delle prime 216 cordate salitrici della via Miriam sulla parete S della Torre, aperta nel 1927 e divenuta subito una classica; delle prime 65 salitrici della Fessura Dimai sulla parete E, aperta nel 1932; delle prime 40 che superarono la Diretta Dimai, aperta nel 1934 a sinistra della precedente, primo VI delle Torri; delle prime 11 salitrici della via Franceschi, aperta nel 1936 a sinistra della Miriam. Forse le statistiche sono incomplete, mancando inspiegabilmente i dati di alcuni anni (1936, parte del 1937, 1941 e 1942) ma credo che quanto analizzato rispecchi abbastanza la realtà. Le vie, che oscillano tutte fra il V e il VI, sono quattro classiche delle Torri e delle Dolomiti Ampezzane. Oggi le loro salite non si contano più, ma non saprei se siano ancora di moda com’erano sessanta-settant’anni fa. Fra i salitori, oltre alle guide di Cortina (Apollonio, Barbaria, Degasper, Dibona, Dimai, Lacedelli, Verzi) e agli Scoiattoli, scoprii decine di nomi noti. Regnanti come Alberto dei Belgi e suo figlio Leopoldo, nobili come le Baronesse Ilona e Rolanda Eötvös, alpinisti e alpiniste italiani e stranieri come Andrich, Boccalatte, Carlesso, Cassin, Devies, del Torso, Rudatis, Soldà, Tissi, Varale, Wiesinger, e guide “foreste” come Comici, Demetz, Glück, Micheluzzi, Rebuffat, Soldà, Steger. Gli elenchi, magari aridi nella loro laconicità, hanno aperto uno squarcio molto interessante sulla storia dell’alpinismo dolomitico di un fervido ventennio.

12 dic 2010

I gioghi e le catene: appunti di solitudine

Chi li conosce, li denomina per comodità “I Zuoghe” (Z come s di rosa). In realtà, l’oronomastica ampezzana identifica questo punto della cresta che dall'arco del Busc de r’Ancona scorre verso E, come “Ra Ciadenes”. Comunque sia, durante la 1^ Guerra Mondiale i Zuoghe furono un passaggio obbligato per l'assalto a Son Pouses, e contro la dorsale s’infransero pesantemente i tentativi di sfondamento dell’Esercito Italiano. La quota 2053, dove sorge il punto trigonometrico, e quella - più bassa di circa 50 m - dove il sentiero, segnalato ma abbandonato da lunghi anni, che sale dalla strada s’incontra con quello che unisce la cresta alla Val di Gotres, offrono un ambiente magnifico, e la possibilità di osservare opere belliche. La zona è indicata per un’escursione, in primavera per misurare i garretti in vista degli appuntamenti estivi e a fine stagione per sfidare l’inverno, che lassù pare arrivi quasi sempre  un po’ più tardi che altrove. Del resto, il pendio boscoso che da Ospitale porta in cima è esposto al sole, sicché mi è capitato di salirci anche in dicembre o in marzo, senza neve in cui sprofondare. Nelle ultime quattro stagioni, per motivi diversi, abbiamo disertato il rituale appuntamento coi Zuoghe, ma avevamo chiuso il 2006 lungo l'anello in condizioni tardo-estive, il 26 novembre! Ci auguriamo comunque di ritornare presto a rendere regolare omaggio alla dorsale, dove il tempo pare si sia fermato. Di vero cuore, almeno finché vi salirò, mi auguro di non vedere mai lassù le manomissioni di “valorizzatori” turistici più o meno istituzionali, che infrangerebbero l’atmosfera arcana di quei dirupi, così importanti in guerra e disertati in pace, dove ogni volta mi aggiro con la curiosità e l'entusiasmo del ragazzo salito per la prima volta con i genitori il lontano 1° maggio 1972.

La casamatta sulla sommità di Ra Ciadenes, 26/11/2006

11 dic 2010

Punta Erbing, montagna interessante

Ho scoperto solo nel 1997 la Punta Erbing, il risalto più a E del sottogruppo del Pomagagnon, che oltre la Punta declina verso Sonforca con un paio di altri rilievi. Nel 2009 vi sono salito per la 6^ volta, e anche in questa occasione lassù non ho incontrato nessuno. Obiettivo di una pregevole escursione al margine di zone molto più frequentate, a S la Punta presenta una parete alta 350 m, mentre sul lato opposto un pendio sassoso percorso da un sentiero aspro, ma facile e tutto segnalato, consente di giungere in vetta. Penso che fosse stata raggiunta già in tempi antichi per motivi venatori o topografici: la Punta ebbe il nome dal primo salitore, che superò nel 1905 con le guide Dimai e Verzi la parete che guarda Cortina, per una via oggi dimenticata. Nel 1942 Luigi Menardi e Antonio Zanettin aprirono sulla stessa parete una via più difficile, che chiude la storia della montagna. Per salire, da Forcella Zumeles si continua lungo il sentiero che aggira a N i Crepe de Zumeles. Traversato un bel bosco pianeggiante coperto di massi, si supera un ripido e franoso canale, poi alcune roccette e con una serie di zigzag su ghiaie e zolle erbose si giunge sulla forcella ai piedi della Croda dei Zestelis, al termine della via attrezzata della III Cengia. Per la breve ma esposta crestina finale si giunge in cima in pochi minuti. Un ometto e una rozza croce di rami accolgono i pochi visitatori di una montagna visibile da Cortina, ma credo fra le più solitarie della valle intera.
Giorgio, Giacomo e Ernesto in vetta, 20/08/2009

09 dic 2010

Corvo Alto o Monte Mondeval?

Corvo Alto "primo", salendo verso il "secondo"

Stavolta voglio porre un dubbio toponomastico, di quelli che stuzzicano gli studiosi e animano le discussioni scientifiche. Nel sottogruppo del Cernera, che fa da sfondo al Passo Giau fra Selva e San Vito di Cadore e offre al camminatore alcune cime piuttosto solitarie, due montagne “sembrano” avere lo stesso nome, CORVO ALTO. Il primo è il Monte Mondeval, una serie di bancate di lava e tufo nerastro isolate in un circondario prettamente dolomitico. A picco verso SW e SE, il Monte s'inclina verso NE con un pendio erboso regolare, che consente di salire facilmente in cima dal Lago de le Baste. Gli scialpinisti lo chiamano Corvo Alto (lo conferma anche Vito Pallabazzer nel suo saggio sui toponimi di Selva di Cadore, ma il toponimo non pare condiviso dai selvani; sul nuovo atlante dei toponimi di San Vito, l'elevazione è detta Monte Mondeval). Il secondo monte è il Piz del Corvo (Corvo Alto, nella guida di Antonio Berti, Piz a Corf per Pallabazzer). È la punta più elevata del bastione dolomitico a picco verso le valli Loschiesuoi e Fiorentina, che a NE scende con una pala erbosa ripida e senza tracce, lungo la quale si sale alla sommità da Forcella Vallazza, al sommo del catino pascolivo che lo divide dal Monte Mondeval. Le persone che frequentano queste, come altre montagne, logicamente prescindono da dispute toponomastiche. Il Mondeval (o Corvo Alto "primo") viene salito spesso d'inverno, ed è una meta rinomata. Molto meno noto è il Piz del Corvo (o Corvo Alto "secondo"). La croce della vetta guarda Santa Fosca e Pescul, su cui scende una parete percorsa da vie molto difficili. Ma chi avrà ragione: Berti, Pallabazzer, gli scialpinisti, i selvani?

08 dic 2010

Monte Elmo, una domenica di settembre

Nel 1877, nel volume “Wanderungen in den Dolomiten”, il pioniere dell'alpinismo Paul Grohmann dedicò alcune pagine ad una cima al margine delle Dolomiti, che ricordo come meta di un'escursione tranquilla e panoramica, una delle ultime di quest'anno: il Monte Elmo. L'Elmo è, per definizione, la prima e più occidentale cima delle Alpi Carniche, che iniziano a San Candido e si estendono per oltre cento km a cavallo del confine con l'Austria. Sulla vetta, displuviale fra la Valle di Sesto e la Val Pusteria, nel 1897 la Sezione dell'Alpenverein di Sillian eresse un piccolo rifugio. Dopo la Grande Guerra, divenuto bottino di guerra, il fabbricato fu acquisito dal Demanio italiano e utilizzato fino agli anni '70 per la sorveglianza del confine: oggi è diroccato. D´inverno, le pendici del Monte ospitano il maggiore comprensorio sciistico dell´Alta Pusteria, collegato a Sesto e Versciaco.
Per giungere in cima, è meglio servirsi della funivia che sale da Sesto. Dalla stazione superiore dell'impianto, dove c'è un ristorante, proseguiamo a piedi per la stradina 4, che traversa in salita verso E un ampio pendio boscoso e in meno di mezz'ora porta al Rifugio Gallo Cedrone, a 2150 m, in bella posizione e aperto quasi tutto l'anno. La nostra meta è già visibile.
Si continua ancora verso E per la strada fino ad un panoramico slargo, con alcune tabelle. A sinistra s'imbocca il sentiero 4A, che sale a stretti tornanti, contenuti da corrimani di legno, lungo l'erto costone erboso e roccioso, e dopo un'ora e un quarto dalla partenza si raggiunge la sommità e il rifugio diroccato. Accanto al fabbricato c'è una croce con il Cristo Vivo (Lebender Christus), scolpita da Josef Tschurtschentaler e portata in vetta nel 1958, poco dopo la firma italiana degli accordi per l´Europa unita, da 53 giovani di 7 paesi in collaborazione con la Guardia Confinaria.
Ammirato il vasto panorama che si apre verso le Dolomiti, dal Popera alla Croda dei Toni, Croda Rossa di Sesto, Tre Cime di Lavaredo e Paterno, Punta dei Tre Scarperi, Croda dei Rondoi e oltre, sulla Pusteria da una parte e i monti dell'Osttirol e della Carinzia dall'altra, è bello scendere per il sentiero Hüttensteig (20), che percorre la cresta opposta a quella di salita. Dai ruderi sotto la vetta ci si abbassa su un erto pendio, facendo attenzione alle rocce instabili, fino all'ampia dorsale prativa sottostante. La si segue per un sentiero poco marcato, verso l'arrivo di una seggiovia che sale da Versciaco e passando sopra il Rifugio Gallo Cedrone. Si può scendere direttamente a quest´ultimo, o più avanti seguire una lunga palizzata fino alla strada dell´andata, o infine continuare per l' Hüttensteig fino al piazzale della funivia.
Favorito dalla sua posizione a cavallo del confine, l'Elmo offre un panorama vasto e interessante, che ne fa un traguardo molto frequentato. La gita con punto di partenza e arrivo la funivia, comoda e senza difficoltà, può essere compiuta anche da famiglie con bambini. E' piacevole scendere per la cresta tra Italia e Austria, che offre interessanti scorci sulle valli e sui monti di qua e di là della frontiera.
Scendendo per la cresta, sullo sfondo l'Austria

Pala Perosego, storia di una cima solitaria

Dieci anni fa m'inventai da salire da solo sulla Pala Perosego, rilievo della cresta che affianca sulla sinistra orografica la Val Padeon, chiudendo la dorsale del Pomagagnon. Non immaginavo certo che sul libro di vetta, che portai su e chiusi in una scatola coprendolo coi pochi sassi dell’ometto, in cinque stagioni sarebbero apparse "ben" trenta firme di visitatori! Ero convinto di aver portato su quella cima dimenticata un libro solo per me, per il gusto di ritrovare ad ogni salita le firme mie e di qualche appassionato. Non è stato così: sulla Pala sono saliti locali e forestieri, anche stranieri, e qualcuno più volte. Il 15/8/2002 scendevamo dalla Punta Erbing. Nel bosco di Larieto, trovammo un compaesano che, con alcuni amici, rientrava proprio dalla Pala, raggiunta già diverse volte e dove torna spesso, amando i luoghi dove non circola nessuno. Diamine, è la mia stessa passione, anche se il più delle volte, per sfuggire alla folla che brulica nei luoghi più noti d’Ampezzo, scegliamo cime più corpose della Pala. In ogni caso, dal 2000 al 2005, circa 30 persone scelsero di salire i 15 metri di facile roccia che cingono la vetta della Pala, e percorsero l'impressionante crestina erbosa che termina in vetta. Nel 2007 dovetti portare su un nuovo libro, perché mi avevano comunicato che il precedente era stato distrutto dalle intemperie (???), e persi il conto delle visite, che comunque non sarà mai elevatissimo. Su quella stretta cima “climbers” dalle vie della Pala non ne spuntano mai, ed escursionisti dalla strada che dalla sella di Sonforcia traversa fra i larici fino a Forcella Zumeles, credevo neppure. Invece, qualcuno ha persino approfittato di una giornata serena di un inverno avaro di neve, per guadagnare una montagna irrilevante per chi fa incetta di cime alla moda, ma dove sicuramente non si dovrà mai fare a gomitate con alcuno!
La cima

07 dic 2010

La Grotta di Tofana, un secolo fa come oggi

Nella Guida della valle d'Ampezzo e de' suoi dintorni di Bruno Apollonio, Giuseppe Lacedelli e Angelo Majoni (I edizione, 1905) una relazione invita a visitare un angolo di Cortina oggi messo un po' in disparte rispetto a un tempo. Si tratta della Grotta di Tofana, caverna naturale che in primavera si riempe di numerose, singolari stalattiti e stalagmiti di ghiaccio. “Trovasi a circa 100 m di altezza nella parete della Tofana di Rozzes che guarda verso sud. La via di Falzarego conduce per Lacedel e per Pocòl fin “Su in son dei prade” (In cima ai prati), dove a destra staccasi un sentiero che mena alle cascine di “Ciampo de Fedarola”. Da qui si prosegue attraverso pascoli e boschi fino ai piedi della roccia. L’accesso alla caverna è reso un po’ difficile dalla roccia stessa, che s’erge a picco, nonché da un largo strato di neve su cui bisogna passare. Una cengia munita di buoni appigli e di una corda di ferro conduce all’imboccatura della grotta. Essa è assai ampia al principio, ma ben presto si restringe e si biforca in due gallerie, le quali si ricongiungono a circa duecento metri, formando un immenso 8, di modo che, inoltrandosi in una, si esce poi dall’altra. L’altezza della volta varia dai 5 ai 30 m. E’ necessaria la guida provveduta d’una buona lanterna, onde poter ammirare la strana conformazione di questa interessante caverna. All’entrata il suolo è coperto di un ammasso di escrementi di uccelli. Nell'interno lo stillicidio è abbondante; tuttavia stalattiti se ne scorgono pochi; vi si vedono invece grandi colonne di ghiaccio che si mantengono sin oltre la fine di luglio, e che producono un effetto bizzarro e magnifico riflettendo vagamente la luce delle candele e delle torce.” La relazione ha 105 anni, ma è ancora attuale. Il luogo vale senz'altro la camminata: l’accesso oggi è più breve, potendo far capo al Rifugio Dibona, e la salita è resa sicura da alcune funi metalliche. A chi sia appena un po’ esperto, non serve una guida, ma non guastano un minimo d'attenzione e di prudenza qualora (la situazione è normale fino a aprile-maggio, il momento più adatto per ammirare le stalattiti e le stalagmiti) ai piedi della parete e lungo il canale roccioso che sale alla grotta si trovino neve e ghiaccio.

06 dic 2010

Tra le guide e i portatori che cent'anni fa animavano l’ambiente ampezzano, uno soltanto “veniva da fuori” e quindi era escluso dal Catasto Regoliero, pur essendosi accasato in paese e perfettamente amalgamato nella comunità, tanto da essere identificato con lo schietto soprannome di "Nichelo". Si tratta di Luigi Piccolruaz, originario dell’alta Val Badia, dov’era nato nel 1862. Di mestiere faceva il guardacaccia, e lavorò alle dipendenze delle nobili Emily Howard Bury e Anna Power Potts, che alla fine dell’800 si fecero costruire al Torniché di Podestagno un palazzotto detto “Villa Sant’Hubertus”. Giovandosi della sua conoscenza delle montagne, Luigi svolse anche l'attività di guida alpina dal 1884 al 1909, quando cessò dal ruolo. Ho trovato il suo nome nei documenti per la seconda salita della Torre Grande d'Averau, che portò a termine con alcuni paesani nel 1883: la sua figura si vede spesso in imagini di caccia accanto ai nobili, che amavano venire a Cortina per le loro battute. Piccolruaz, che nel primo dopoguerra ebbe un’amara questione con la Sezione Ampezzo del D.Oe.A.V., in via di rinomina in Sezione CAI Cortina, per aver portato abusivamente un cliente sulla cima del Cristallo, morì nel 1924. Cinque anni prima la sua famiglia, che viveva in una casa sulla strada d’Alemagna, era stata duramente colpita dalla morte del figlio Emilio, deceduto dopo essere tornato ammalato dal fronte. Essa si è estinta in linea diretta con Maurizio, classe 1904, ultimo discendente di Luigi ed estremo custode delle memorie avite. Il nome del Nichelo oggi non compare neppure sulle due grandi lapidi del cimitero che ricordano le nostre guide e portatori.

Un lontano 6 dicembre, sulla Punta Fiames

Il 6 dicembre di ventiquattro anni fa, chi scrive compiva con il valente cugino Enrico  un piccolo, curioso exploit alpinistico: la scalata della parete S della Punta Fiames in tre ore e cinquanta minuti da Cortina a Cortina. Partiti, infatti, davanti alla vecchia Birreria Pedavena in Corso Italia alle 10 del mattino, eravamo di nuovo lì alle due meno dieci. La “paré” si presentava, però, in condizioni estive e così potemmo superare la Via Dimai (che in genere richiede tre ore solo dall’attacco alla cima) salendo in conserva e assicurandoci soltanto in due tratti. C’è da aggiungere qualche altro particolare, che mi consentì una prestazione sicuramente non eccelsa, ma di cui sono fiero. Per quanto riguarda Enrico, la sua capacità e l’abilità di scalatore erano indiscusse, e ad esse posso aggiungere la possibilità che avemmo di salire in automobile oltre la sbarra, fin quasi alla base del canalone della Forcella Pomagagnon. Per quanto riguarda me, invece, aggiungo l’allenamento di quella stagione e la conoscenza della via, sulla quale, soltanto nella stagione 1986, ero già salito due volte, il 25 maggio e poi il 2 novembre. Questa della “paré” della Fiames in meno di quattro ore da casa a casa fu una prestazione unica e irripetuta, di cui conservo un bel ricordo, sia per le caratteristiche atletiche sia per la giornata (si festeggiava San Nicolò, ma  sulle rocce della Fiames faceva caldo quasi come in settembre), sia perché è passato quasi un quarto di secolo e, come dico spesso, mi sembra ancora ieri.

05 dic 2010

Olivo e i suoi quarti gradi

Nel 1981 morì il professor Oliviero Olivo, cittadino bolognese ma di origini cadorine di Venas. E’ sepolto a Cortina, accanto alla moglie Eletta e al figlio Franco, caduto nel 1963 dalla Via Miriam della Torre Grande. Oltre che insigne cattedratico nel campo dell'anatomia umana, Olivo fu un ottimo alpinista. Fanno fede delle sue capacità numerose vie nuove sulle Dolomiti, realizzate tra il 1921 e il 1955, perlopiù in solitaria, nei gruppi degli Spalti di Toro, Duranno, Antelao e Marmarole, le cime di casa. Anche a Cortina però c'è una via di Olivo, quella tracciata il 19/8/1923 sulla Punta Marietta, massiccio torrione che si eleva dal fianco E della Tofana di Rozes e domina Forcella Fontananegra. Classificato di II grado, il percorso si tiene sul versante N della Punta, una montagna d’importanza del tutto trascurabile, e sale su roccia non sempre buona. Nel luglio 1994, a corto d’idee, cercammo di salire la Marietta e optammo dapprima per la via originaria di Műller con le guide Angelo Zangiacomi Zacheo e Luigi Bernard, che compiva proprio in quei giorni cento anni. Non avendola ben identificata (!), optammo subito per la Olivo. Nonostante però avessimo accerchiato la Punta da ogni lato, non riuscimmo esattamente a intuire neppure quella via: le pareti sembravano tutte maledettamente ripide, umide e friabili, e non potevamo credere, guardandole, che la salita si mantenesse nell’ambito, all’epoca per noi congeniale, del II grado della scala Welzenbach. Quando finalmente pensavamo di aver scovato l’attacco, ci preparammo e partii. Percorsi un tratto della lista iniziale, che traversa subito in piena esposizione e salii qualche metro verso l'alto: ad un ceto momento diedi un’occhiata in su, una preoccupata nell’abisso sottostante e ... girammo i tacchi. Pensai che, se era quello il II grado salito in solitaria dallo spericolato dottor Olivo 71 anni prima, chissà com'erano i suoi famosi IV gradi sull’Antelao e sulle Marmarole ...

Due idee per un pizzico di gloria

Chi ama andare in giro d'inverno su cime elevate, per vie poste a settentrione, magari con difficoltà medie ma – in stagioni normali – incrostate di neve e ghiaccio come si conviene (ma ce ne sono ancora?), avrebbe diverse possibilità di assurgere alle cronache, ripetendo itinerari che sinora, salvo smentite, attendono di essere ripetuti nella stagione fredda. Due idee per un po' di gloria invernale: lo spigolo Dibona sulla Cima Grande di Lavaredo, molto battuto d’estate, ma posto proprio a NE, e poi la via Schlögel-Innerkofler sulla parete E della Croda Rossa, aspettano ancora qualche volonteroso! Per quanto riguarda quest'ultima, credo che in 127 anni (tanto è passato dalla prima salita, della guida di Sesto Michele Innerkofler con un cliente) l'avvicinamento lungo la morena di un antico ghiacciaio, il versante di salita poco baciato dal sole, l’andamento della via per camini, canali e cenge, la discesa lunga e laboriosa, abbiano dissuaso molta gente dal mettervi mano. Una decina d'anni fa, per opera di guide sudtirolesi e alpinisti cadorini, il versante N della Croda Rossa fu fatto oggetto di due invernali del famigerato canalone Winkler, a destra della Schlögel, superato in solitaria da Georg Winkler nel 1887. Può darsi che l’interesse invernale per questa cima (dove c’è un’altra via che attende ripetizioni estive e nella stagione fredda da 97 anni) si fosse improvvisamente risvegliato?

04 dic 2010

La prima invernale della Punta Nera compirà tra breve 70 anni

Compirà tra breve settant'anni la prima salita invernale di una cima ampezzana: la Punta Nera. Ritengo la salita degna di nota per due motivi: primo, perché fu anche la prima invernale solitaria, essendo stata compiuta il 27/2/1941 da Giorgio Brunner (1897-1966), triestino esperto di scalate invernali che era stato compagno di Emilio Comici; secondo perché, grazie alla Funivia Faloria aperta due anni prima, Brunner riuscì a salire in vetta, scendere e tornare all’appartamento che aveva affittato nella frazione di Alverà, in sei ore e mezzo soltanto. Ho scritto spesso della Punta Nera perché m'ispira una grande simpatia. E' una cima di medio impegno alpinistico: la via normale, infatti, individuata nel 1876 da Alessandro Lacedelli da Meleres mentre inseguiva un camoscio, richiede poco più di 30 minuti dalla stretta forcella tra le Crepedeles e i Tondi di Sorapis, dove transita un sentiero segnalato, e presenta difficoltà di I su roccia friabile, dove le mani servono giusto per l’equilibrio. Brunner partì con la funivia da Cortina alle dieci e alle quattro e mezza era già di ritorno: usò gli sci fino alla forcella ai piedi della Punta e trovò ottima neve, aggiudicandosi così una invernale di valore e inspiegabilmente ignorata dagli ampezzani, su una cima imponente ma tutto sommato poco battuta. Due anni fa, il 26 luglio, con Adriano, Mario, Mirco e Paola abbiamo riportato in cima un libro per le firme: negli otto anni precedenti erano state registrate mediamente venti firme per stagione. Strano, perché con due ore e poco più di marcia da Faloria, l'alpinista che intende trascorrere una giornata in relax trova una punta con alcune grandi caratteristiche delle vette alpine: grandi panorami, grandi silenzi, una grande pace.



03 dic 2010

Cianpolongo e/o Salvaniera: una storia di confine

Sabato 16/10/1999 Mara Apollonio e Ivano Pasutto, due appassionati escursionisti di Cortina che escono spesso dalle piste battute, fecero una scoperta, tanto più interessante poiché casuale, in un remoto angolo del territorio comunale di Cortina.
Salendo verso la Rochéta de Cianpolòngo, una cima posta sul crinale fra Cortina e San Vito, dopo aver visitato il cippo “numero 1” del confine fra le due comunità, a pochi passi dalla vetta gli escursionisti s’imbatterono … in un altro cippo “numero 1”.
Su un lastrone roccioso apparve, infatti, ai loro occhi stupiti una croce incisa, con la data 1779 e il numero 1, che fa esattamente il paio con quella presente circa 250 metri più in basso, ai piedi del Zìgar, piccola piramide visibile anche da Cortina che ebbe rilievo per definire i confini del territorio, al tempo anche confini fra l’Impero d’Austria e la Repubblica Serenissima.
Di questa duplice pietra di confine è probabile che fino allora nessuno avesse notizie. Non venne citata nei suoi studi da Giuseppe Richebuono, storico d’Ampezzo; non la trovò né ne fece menzione Illuminato de Zanna, il ricercatore che negli anni ’60 aveva scandagliato per primo i 75 km del perimetro confinario ampezzano; non lo conoscevano i cultori di storia e d’alpinismo che all'epoca volli interpellare.
Il secondo confine “numero 1”, ripassato in vernice e copiosamente fotografato dagli “scopritori” (e poi da me visitato in tre occasioni, nel 2000, 2003, 2004), si è inserito come tessera preziosa nel mosaico dell’esplorazione del territorio d’Ampezzo, del quale spesso anche noi residenti sappiamo poco o nulla.
Raggiungibile con fatica ma senza difficoltà di roccia, poiché si mimetizza bene sulla dolomia, evidentemente l’iscrizione sfuggì a coloro che toccarono la vetta dopo il 1779. Non lo notarono, o non ne fecero parola, i cacciatori, i contrabbandieri, i pastori, i pochi scalatori che salirono la cima, e tutti coloro che sulla Rochéta trovano la meta di una gratificante escursione da quando, nel 1986, alcuni amici hanno segnalato l’accesso e portato in vetta una croce e un quaderno per le firme.
Resta ancora da decifrare, e non sembra del tutto intuitivo, il motivo di una duplice confinazione. Ad onore del vero, comunque, una citazione illuminante sull’argomento c’è.
Leggendo il “Protocollo” del 20/8/1779, che descriveva l’andamento dei confini, i cippi e le distanze intermedie fra di loro espresse in pertiche viennesi, il primo termine del confine Ampezzo - San Vito, quindi Tirolo – Cadore, avrebbe dovuto trovarsi in vetta ad una montagna, la cosiddetta “Rocchetta di Selvaniera”. Il testo originale recita così: “… la linea prosegue per la sommità delle più alte crode fino alla Rocchetta di Selvaniera rupe di grande estensione in continuazione delle crode di Ambrizzola.Ora a fianco detta cima, non potendo arrivare alla sommità, guardando verso Ampezzo fu scolpito il primo termine principale n. 1 ed una croce col millesimo 1779, in distanza dal Sasso di Mezzodì pertiche 1000.”
Non è la stessa cosa, ma giacché nella fascia boschiva ai piedi delle Rochetes, sul lato di San Vito, oltre al toponimo “Ciampolongo” esiste anche un “Taulà Salvaniera”, il parallelo fra Salvaniéra e Cianpolòngo pare facile e remunerativo.
Posso azzardare che, in prima battuta, i topografi del 1779 avessero iniziato a marcare i confini sul terreno dal visibile Zìgar, dopo aver giudicato la Rochéta inaccessibile. Analogo sistema fu seguito al termine dei lavori anche sulla sponda opposta della Valle del Boite. Non riuscendo a salire il fianco S della Croda Marcora (su cui i primi scalatori si avventurarono soltanto nel 1927), gli agrimensori incisero, accanto al cippo numero 10, la celebre manina che traccia una linea di confine immaginaria verso la soprastante Croda.
Verificata in seguito la facilità, in senso alpinistico, della cresta che dalla Rochéta scende verso il Boite, probabilmente già nel medesimo anno i mappatori ritornarono in vetta, dove incisero la “nuova” croce con il numero 1.
L’ipotesi, più che logica, sembra probabile. La pietra di confine della vetta poi, a differenza di quella che si trova ai piedi del Zìgar, non fu fatta oggetto di ricognizione nel 1852, data della seconda" mappatura, e nemmeno nel 1964, da parte di Illuminato de Zanna e amici. I topografi la dimenticarono, o non la conoscevano?
Non essendo citato nel “Protocollo” né in altri documenti, il cippo “ritrovato” nel 1999 potrebbe essere rimasto ignoto e invisibile per oltre due secoli. Altra soluzione ragionevole non ho saputo fornire a questo piccolo “giallo” della storia ampezzana, il quale attende ancora chi possa dargli una risposta definitiva.

Fodàra Védla: un rifugio, una cappella, una storia

Il nome Fodàra Védla, presente in forme simili anche a Cortina (Fedèra, Fedaròla), Auronzo (Fedèra Vècia), Colle S. Lucia (Fedàre) e altrov...