23 ott 2017

Il libro di vetta della Zésta, 24 anni di storia

Il 17 ottobre scorso Corrado Menardi, del Cai e Cnsas di Cortina, ha recuperato il libro di vetta della Zésta, rilievo del ramo ampezzano del Sorapìs (2768 m), perché tutto bagnato e rovinato”. Lo ha quindi affidato alla Sezione del Cai, che a sua volta ha richiesto a un artigiano rilegatore di sistemarlo per archiviarlo in sede, come testimonianza delle vicende di una montagna tanto bella quanto snobbata.
Il quaderno fu collocato sulla vetta da Mara Apollonio e Ivano Pasutto, appassionati esploratori, il 31 luglio 1994; si articola in una novantina di pagine scritte, delle quali si è ritenuto opportuno eseguire una copia fotografica. 
Scorrendolo, si nota che nel primo scorcio di stagione venne firmato due volte, da tre salitori; nella stagione 1995, sulla Zésta si avvicendarono sette visite con 12 firme, tra cui quella di Ario Sciolari, guida e probabile primo ad arrivare in vetta d'inverno e da soloil 5 gennaio.
Spulciando un po' a campione, dopo oltre vent'anni - nel 2016 - risulta che la Zésta ha ricevuto nove visite per un totale di 16 persone. Fino al ritiro del libretto, che auspico sia sostituito la prossima estate, quest’anno le visite sono state 8, da parte di dodici alpinisti. 
Il libro di vetta della Zésta, 1994-2017
(foto E.M.)
Non ho esaminato tutte le firme, ma ritengo che in 24 anni non siano salite sulla Zésta più di 250 persone; molte provenivano da Cortina e da Auronzo, qualcuna è salita con costanza quasi annuale, le visite di alpinisti esteri sono quasi inesistenti.
La Zésta è una montagna massiccia ma poco frequentata, principalmente perché c'è poco da scalare e la roccia non è buona. Vi si contano tre vie, la normale e altre due, tracciate da alpinisti celebri (Casara, Berti, Musatti, Gastaldis, 6.8.1929; Peterka da solo, 25.7.1930). Le due vie non hanno grande rilievo, se non esplorativo e panoramico.
Grazie a Corrado Menardi, una persona che frequenta molti dei luoghi meno usurati d'Ampezzo, l’archivio del Cai si è arricchito con un quarto di secolo di storia di una cima, salita in epoca ignota forse da mappatori, ripetuta per la prima volta d’inverno da Brunner, Cernuschi e Botteri di Trieste il 7.2.1942 e oggi lasciata al piacere di chi persegue orizzonti inusuali, fuori mercato perché non spettacolari né sempre sicuri, ma comunque autentici scrigni di natura.

20 ott 2017

Fodàra Védla: un rifugio, una cappella, una storia

Fodàra Védla, presente in forme simili a Cortina (Fedèra, Fedaròla), Auronzo (Fedèra Vècia), Colle S. Lucia (Fedàre) e altrove, è il nome dell'altopiano pascolivo nel gruppo della Croda Rossa, in Comune di Marebbe e a ridosso del confine con Ampezzo.
Alla voce "fedèra", il vocabolario ampezzano del Majoni diceva: "casolare con stalla attorniato da un prato in mezzo al bosco in in alta montagna; serve per raccogliere il gregge di pecore, per mungerle, confezionare e conservare i prodotti del latte”.
In effetti, Fodara è da secoli zona d'alpeggio; nel Medioevo fu al centro di dispute confinarie coi vicini, ed era nota agli amanti della montagna già agli albori del '900 (la prima sci-alpinistica delle Lavinòres, che dominano l'altopiano, è di Fritz Terschak, nel 1910). In mezzo ad alcune casette e piccole stalle, lassù sorge un rifugio alpino che ha 100 anni di storia. 
Nella Grande Guerra - riferisce il sito web del rifugio - le truppe austro-ungariche che presidiavano Fodara avevano installato a ridosso del fronte un accampamento. Nel dopoguerra, il fornaio di S. Vigilio di Marebbe Hans Mutschlechner rilevò la baracca del Comando Ufficiali e portò tutta la famiglia a passare l'estate in quel villaggio pastorale.
Intuendo un aumento del turismo tra Fodara, Sennes e Fosses, zona in cui dal 1907 esiste la Seekofelhütte (dal 1926 Rifugio Biella, gestita dal 1947 Dal Cai Treviso) e nello stesso periodo sorse il rifugio Sennes, nel 1936 i Mutschlechner aprirono un loro alberghetto con ristoro per turisti e alpinisti.
La capanna fu dotata di dodici letti e di riscaldamento centrale, e divenne un punto d'appoggio estivo e invernale per tanti appassionati. Fodara contò anche ospiti famosi: nell'agosto '44 l'alpinista vicentino Severino Casara - in fuga dalla pianura, perché sospettato  d'antifascismo - era lassù col compagno Walter Cavallini, per traversare, il giorno 7, le prime quattro torri della cresta del Castello di Bancdalsè.
La cappella di Sant'Antonio a Fodara Vedla
(foto D. Da Vià, 19.10.17)
La seconda guerra turbò la pace del rifugio, che riuscì a riaprire solo alla fine di quel periodo buio. Albert, figlio di Hans, ne prese la gestione con la consorte Ida; rimboccatisi le maniche, con entusiasmo e dedizione i marebbani resero Fodara una meta rinomata e apprezzata, accessibile da S. Vigilio di Marebbe attraverso Pederù e da Cortina per Malga Ra Stua.
Nell'estate 1947 Albert - come voto per essere tornato sano e salvo dalla guerra - volle  che accanto al rifugio sorgesse anche una piccola cappella, che fu dedicata a Sant’Antonio, protettore degli animali.
Verso la fine degli anni '70, mentre nasceva il Parco Naturale di Fanes-Sennes-Braies, Arthur, figlio di Albert e Ida, iniziò a costruire un rifugio più grande e funzionale di quello originario (che oggi serve da dormitorio), aperto nel 1980 e gestito ora dalla quarta generazione dei Mutschlechner.
La raccolta chiesetta, che è stata scelta anche per la celebrazione di sposalizi, non è un gioiello architettonico o artistico, ma una gradevole presenza sull'altopiano, punteggiato d'estate dal bestiame e per buona parte dell'anno da escursionisti a piedi, in MTB, con sci e ciaspe. Il luogo, meta delle nostre uscite per mezzo secolo, specialmente in autunno è di una bellezza struggente, tutta da assaporare. 
Quest'anno il rifugio Fodara Vedla resterà aperto fino al 6 novembre: approfittatene!

16 ott 2017

Croda Rotta, montagna da evitare?

E’ un rilievo, invero non molto ardito, che chiude a ovest lo sperone della Punta Nera verso Faloria: già il suo nome, Croda Rotta, funge da biglietto da visita! Si eleva alla testata del potente ghiaione che scende verso le Crepedèles, sulla cui destra orografica si snoda il sentiero che dal rifugio Faloria, attraverso la Sella di Punta Nera, scende ai Tonde de Sorapisc. Alpinisticamente, la Croda non ha rilievo, tanto che non è neppure noto chi l'abbia salita per primo, né quando ciò sia avvenuto. 
Presente già in "Le Dolomiti Orientali" nel 1928 come “facile salita per terreno in gran parte erboso”, secondo le informazioni assunte in più sedi, risulta invece che l'ascensione riguarda una rampa delicata e friabile, con difficoltà di buon II. 
Assodato che, pur avendo oggi sempre meno cime da scoprire, non saranno in molti a smaniare per la Croda Rotta, dalle fonti consultate risalta l'approssimazione di certa letteratura alpinistica, che potrebbe ancora trarre in inganno e in difficoltà chi si avventuri fuori dalle tracce.
La Punta Nera, a sinistra, e la Croda Rotta,
dai boschi di Larieto (foto I.D.F.)
E' probabile che la salita non sia stata verificata dal compilatore della guida Berti, o questi si sia fidato di una traduzione da una lingua straniera; inoltre, nel corso del tempo, la cima ha sicuramente patito cambiamenti strutturali (un esempio simile è la Bujèla de Padeon: nell'edizione della guida del 1971 risultava interessata da “un recente franamento”, citato pari pari nell'edizione del 1928). 
Il fatto è che a chi l'ha salita, ne ha scritto o parlato (ricordo Andrea, Fabio, Luca, Sandro, Stefano), la Croda non è parsa né facile né erbosa, ma ripida e non sicura, pur se offre un "senso di vetta unico". Al sottoscritto, che aveva una certa inclinazione verso i marciumi, pur essendo passato spesso da quelle parti, la cima non ha mai fornito stimoli. L'ho osservata da varie angolature, dovunque si potesse seguire la presunta via normale, ma non l'ho mai salita.
Credo che, non so se per sfortuna o fortuna, la Croda Rotta non richiamerà mai folle di visitatori, e così potrà starsene appartata e battuta solo dai camosci - che ai suoi piedi riescono a brucare qualche ciuffo d’erba tra i detriti - e in balia dei mutamenti geologici...

12 ott 2017

"Quiete dopo la tempesta", nuova via sul Cristallino di Misurina

Un amico guida diceva che oggi sulle Dolomiti non si trova più facilmente terreno ancora "intonso" da scalare con logica e in sicurezza e, un po' paradossalmente, accade di scoprire linee sempre più difficili piuttosto che tracciati di ordine classico.
"Calm after the storm", Cristallino di Misurina
(foto L. Alverà) 
Chi arrampica - tra cui anche gli Scoiattoli di Cortina - non demorde comunque mai dal cercare cime e pareti per esercitarsi e (perché no?) lasciare il nome a futura memoria; in questo modo - per merito dell'allenamento, della tecnica e della tecnologia - le vie odierne risultano in prevalenza molto più dure di quelle di un tempo.
È il caso di “Calm after the storm” (ma non suona meglio "Quiete dopo la tempesta", di leopardiana memoria?), aperta da una cordata di Scoiattoli su una torre a nord del Cristallino di Misurina, nell'isolata Val Cristallino e ad un'ora e mezza di cammino dal Ponte de la Marògna, tra Carbonin e Misurina.
Autori dell'itinerario, aperto in due riprese il 20 e il 27 agosto 2017, sono Luca Alverà “Pòpo”, della nota famiglia di artisti del vetro, e Aldo Da Vià; entrambi sono entrati da poco nel sodalizio dal maglione rosso ed erano alla prima via nuova.
Calm after the storm”, dedicata al nubifragio che ai primi di agosto ha sconvolto la zona tra Rio Gere, il Lago Scin e Alverà lasciando un morto e ingenti danni, si sviluppa in sette tiri di corda per 200 m di lunghezza: le difficoltà, da 5c a 6c+, sono state superate con 19 spit e la discesa è stata attrezzata lungo la via di salita con quattro calate. 
La nuova scoperta degli Scoiattoli, in un angolo del sottogruppo del Popéna conosciuto da cacciatori ed escursionisti fantasiosi, ma nel quale non credo fossero mai state cercate vie (e non è escluso che se ne trovino altre), conferma la passione dei locali nello scandagliare le vette a Cortina e dintorni. 
Fin dall'agosto 1863, quando l'anziano cacciatore e orologiaio Francesco Lacedelli guidò con successo il giovane Paul Grohmann - primo salitore, un anno dopo, anche del Cristallino di Misurina - sulla cima simbolo della conca d'Ampezzo: la Tofana di Mezzo.

09 ott 2017

La Miriam sulle Cinque Torri ha compiuto 90 anni

Il 18 agosto 1940 gli Scoiattoli Ettore Costantini Vècio e Mario Zardini Zésta (appena 38 anni in due), furono autori della centesima ripetizione documentata della via Miriam sulla parete sud della Grande delle Cinque Torri. 
Al riguardo, di recente la Miriam ha compiuto novant'anni: la scoprirono, infatti, il 29 giugno 1927 Angelo e Giuseppe Dimai Déo, giovani guide di Cortina, con l'amico Arturo Gaspari Becheréto, reclutato quasi a forza dai fratelli avendo scommesso con loro che - pur se privo di grande esperienza - sulla parete della Grande d'Averau avrebbe potuto salire anch'egli. 
Il percorso, battezzato "via Miriam" soltanto 9 giorni dopo la prima salita - cioè quando Miriam O' Brien di Boston, con Margaret Helburn di Cambridge e le guide Angelo e Antonio Dimai e Angelo Dibona, ne effettuò la seconda - divenne in breve tempo una classica delle Cinque Torri, nota a livello internazionale. 
La via Dimai-Gaspari-Dimai, mirabile esempio di ricerca di un tracciato naturale e accessibile sulla parete che la Grande rivolge al sottostante rifugio, alta 160 m e di roccia rossastra d'alta difficoltà, riserva ai salitori due strapiombi, di cui quello superiore noto da allora come schéna de musc (schiena d’asino), e fu valutata "molto difficile". 
La parete S della Torre Grande
(foto D. Da Vià, settembre 2017)
Nel libro di vetta, i primi salitori lasciarono scritto “Questa salita è molto interessante ed è certamente una delle scalate più difficili delle Dolomiti e delle più esposte”. In quel libro e nei successivi, che coprono il ventennio dal 1927 al 1948 e fortunatamente sono stati portati a Cortina e archiviati dalla Sezione del Cai, sono riportate tutte le salite della Miriam, sino alla duecentosedicesima. 
Per curiosità statistica, osservo che la decima salita della Miriam giunse ben due anni dopo la prima. Le due cordate che la compirono, il 15 luglio 1929, erano formate da Emmy Mendl di Karlsbad con Angelo Verzi e da Angelo e Ignazio Dibona, suo primogenito ancora diciassettenne, ma già alpinista di vaglia instradato sulle orme paterne.

04 ott 2017

"Tesido", malga e montagne da conoscere

La Taistner Vorderalm - Malga di Tesido di Fuori (“Tesido”, per gli habitué), ha precorso l'escursionismo invernale a Nord-Est, divenuto di moda negli anni Novanta del '900. Quella di Tesido di Fuori (le malghe sono due: c'è anche la Hinteralm, di Dentro, ma è chiusa) è stata una delle prime aziende ristorative d'alta quota in Pusteria a intuire il business dell'apertura d'inverno. Fu anche la prima della zona alla quale salii con alcuni amici trent'anni fa, il 4 ottobre 1987. Non c'erano né Internet né i libri sui monti pusteresi di Cammelli, ma per orientarci avevamo due belle guide: "I monti della Valle Aurina" di Fincato-Galli e il libro di Kammerer sulle cime e rifugi dal Passo Stalle alle Dolomiti ampezzane e cadorine. Anche grazie a loro iniziammo a setacciare quelle zone, e fin dal 1991 mi divertii, una volta giunto a casa, a "spuntare" su entrambi i volumi buona parte dei rifugi, malghe, cime e forcelle di quella parte della Val Pusteria.
"Tesido" in autunno
(foto I.D.F.)
“Tesido” si trova a circa 2000 m, al limite inferiore dell'Alpe omonima sopra la bella frazione di Monguelfo. In sinistra orografica, la malga è dominata da una dorsale che dal Salzla, attraverso il Rudlhorn, sale all’Eisatz (la cima più alta dei dintorni, 2493 m), e continua verso il Col Million e oltre. In destra orografica, invece, una cresta boscosa presenta due risalti, Durakopf e Lutterkopf, uniti da una remunerativa escursione. Tutte le cime intorno a "Tesido" sono indicate per salite e traversate, anche lunghe, ma in complesso non difficilie molto panoramiche.
Apprezzata da tanti ampezzani e cortinesi pur non trovandosi proprio sulla porta di casa, la malga offre anche una pista di slittino notissima in Pusteria: è la strada forestale lunga quasi 5 km che dal Mudlerhof (ristoro che merita la sosta, perché dalla veranda garantisce la visione di 53 cime dolomitiche) sale per 400 m di dislivello nella fitta abetaia. 
Per giungere a "Tesido", basta seguire per un’ora e un quarto circa la strada citata: subito sopra il Mudlerhof, il grande parcheggio - che serve anche per salire alla meno nota malga Brunnerwiesen, alla base della Lutterkopf - testimonia quanto sia ricercata la zona, d'estate come d'inverno.
Siamo nei Monti di Casies, o Gsieser Berge: un sottogruppo molto caratteristico, forse sottovalutato dagli escursionisti italiani perché formato perlopiù da vette erbose di roccia fratturata, che non possono certo competere con le Dolomiti. Le vette degne di attenzione però sono tante, e d'inverno attirano sci-alpinisti dall'intero Nord-Est. Tra il Passo Stalle e il confine di Prato Drava i Monti di Casies celano forcelle, malghe, valli e vette molto belle, da noi battute in ogni stagione, in luminose giornate al cospetto delle altezze.
“Tesido” (e il suo Kaiserschmarren!) e le cime che le fanno corona, sono luoghi che riteniamo meritevoli di essere conosciuti e amati.

28 set 2017

"Nonno Mode", nuova via sull'Ago Inglese (Croda da Lago)

Il 9 settembre Carlo Alverà, Scoiattolo e guida, ha tracciato con Federico Svaluto “Nonno Mode”, una nuova via sull'Ago Inglese, piccolo monolito che si alza da una gola lungo l’accesso da sud ai torrioni della Croda da Lago, a 15 minuti dal rifugio omonimo. 
La via si sviluppa per 90 metri in quattro tiri di corda; chiodata con 25 spit, presenta difficoltà dal 5b al 6c, in parte peraltro azzerabili. Buona alternativa per una bella giornata su una guglia sconosciuta sopra il lago, magari abbinandovi qualche tiro in falesia, ha detto Carlo, figlio di "Mode" (Modesto) e Monica, gestori dal 1994 del rifugio, e nipote di Alziro Molin, grande guida di Auronzo cui la figlia Uta ha dedicato recentemente un libro per i 60 anni di scalate sulle montagne di tutto il mondo. 
photo by Carlo Alverà
Alverà ci tiene pure a precisare che una volta in cima, scendere dall'Ago è semplice: basta una calata in doppia di 15 metri e poi per canalini sulla destra.
Enrico Maioni, Scoiattolo e guida alpina che segue con attenzione l'alpinismo locale, nel suo sito annota ... oggigiorno gran parte dei giovani scalatori pratica quasi esclusivamente l’arrampicata sportiva, lasciando in disparte l’alpinismo, e fa piacere vedere che qualcuno si dedica con entusiasmo ad ambedue le discipline. Fortunatamente Cortina vanta una tradizione alpinistica che si tramanda di generazione in generazione...
photo by Carlo Alverà
La nuova scoperta fa piacere pure a chi scrive, per un motivo "didattico": quanti fino ad oggi conoscevano, anche solo l'esistenza, del monolito, che già novant'anni fa Antonio Berti citava in "Le Dolomiti Orientali" come ... ardito, piccolo Ago Inglese? Forse la guglia fu detta così in onore di un britannico che la salì; sarà stato magari John Swinnerton Phillimore, appassionato delle nostre crode, quando - nell'agosto 1899 - scalò con Dimai e Verzi il vicino Campanile Federa per la parete est?
Esclusa la citazione di Berti, finora - oltre al ricordo che ne ho per esserci passato sotto tre volte - dell'Ago avevo solo in mente una vecchia fotografia, inserita dall'amico Dino in 1901 Barbaria Hütte. 2001 Rifugio Croda da Lago Gianni Palmieri: un secolo di storia, il libriccino che scrissi per conto del Cai Cortina in occasione dei cento anni del rifugio. 
Con questa loro salita, Carlo e Federico hanno quindi fornito un contributo in più, sia all'offerta alpinistica che alla storia e geografia delle crode che si riflettono nel romantico lago di Federa.

Il libro di vetta della Zésta, 24 anni di storia

Il 17 ottobre scorso Corrado Menardi, del Cai e Cnsas di Cortina,  ha recuperato il libro di vetta della Zésta, rilievo del ramo ampezzano ...