24 nov 2017

"Pala di Marco" sul Mondeciasadió: una probabile prima sci-alpinistica?

Una foto, scattata dal salotto in questi ultimi giorni d'autunno prima dell'arrivo della neve, al crestone di Mondeciasadió - risalto denominato dagli anni '30 (Monte) Faloria -, che si allunga sul Passo Tre Croci, mi ha fatto tornare in mente una notizia avuta molti anni fa da un amico comune.
Dal crestone degrada verso Màndres una pala rocciosa (in verità, sembra più un diedro-canale), che taglia l'intero versante in destra orografica della funivia. Quasi sicuramente quel canale non ha mai attratto alcuno, tranne i camosci: ma in un remoto inverno – quando era ben coperto di neve – sfidò la curiosità di un giovane compaesano, Marco. Meno di un mese fa, ho incontrato il giovane di allora in Corso Italia: gli ho ricordato l'episodio, che gli è rimasto presente, e lui mi ha reso volentieri partecipe di quella piccola “impresa”.
L'amico scese con gli sci il canale, che avrà un dislivello di almeno quattrocento metri, quando aveva sedici anni. Era il 1976: in quel periodo Don Claudio, dinamico cappellano di Cortina e sciatore abile quanto spericolato, stava segnando nuove linee sulle pareti e i canali più ripidi della conca, e Marco pensò: “Se lo fa lui, perché non posso farlo anch'io, visto che sugli sci me la cavo piuttosto bene?
Fu così che durante l'inverno affrontò la pala, o canale del Mondeciasadió: non per una, ma per due volte, in una delle quali, tra l'altro, era solo, visto che il suo "socio" aveva dato forfait.
La "pala di Marco" sul Mondeciasadió, in un
limpido pomeriggio di novembre (foto E.M.)
Nessuna impresa straordinaria, ma una probabile prima sci-alpinistica in un luogo che dubito abbia un nome e non è passato alla storia sportiva come altri canali e pareti ampezzane. Una discesa quasi "estrema" di una quarantina d'anni fa, compiuta una volta in neve fresca e l'altra su neve crostosa e dura, incontrando anche un salto roccioso scoperto, che impose una derapata e un salto di cinque o sei metri: e questo fu tutto.
Chissà se dopo di lui, altri sciatori si sono arrischiati a infilarsi ancora in quel canale: ma per la storia d'Ampezzo la cosa ha poco rilievo. Marco ricordava invece che quando gli addetti alla funivia lo videro avviarsi da solo verso il suo obiettivo, si agitarono un po': ma non servì a nulla. "A sedici anni - ha concluso sorridendo - facevo queste e anche altre cose, senza tanto pensarci su!"

20 nov 2017

Curiosità boschive ampezzane: la scala del Zorzi

Gli antroponimi ampezzani,  ovvero i nomi di luogo legati a persone vere o leggendarie, furono raccolti, analizzati e descritti ampiamente da Lorenza Russo in un libro che conseguì grande apprezzamento, "Pallidi nomi di monti" (1994). 
L'autrice scrisse poi un racconto (probabilmente rimasto in un cassetto) su un antroponimo singolare, che attira perché non si capisce se possa essere ancora riscontrabile sul terreno: "Sciàra del Zorzi". 
Il nome è legato al ceppo Zorzi di Zuel (villaggio dove un tempo ne abitava un ramo, detto "de chi de 'Sòrso"), di origine veneziana ed estinto da mezzo secolo, quindi d'indubbia storicità. 
Con altri due toponimi legati a casate locali, la "Tòuta del Pelèle" (Michielli) e il "Ziérmo del Tòuta" (Bigontina), la "Sciàra del Zorzi" si trova in destra orografica della Val d'Ortié, ai piedi della dorsale delle Rochétes. Si tratta di un bastione roccioso, situato nel bosco a circa 1800 metri vicino alla Pala del Orso (fra il Pian de ra Bàita e il Zìgar): l'angolo è uno dei più selvaggi della valle, accidentato, con scarsi sentieri e raramente battuto da turisti. 
I boschi sotto la Rochéta, in cui si trovava la Sciàra del Zorzi 
(foto I.D.F., autunno 2014) 

Perché ebbe il nome di "Sciàra del Zorzi"? Si dice che un Giorgio o Zorzi vi avesse facilitato un salto roccioso, fissando una rudimentale scala di legno. Forse Giorgio-Zorzi, che non si sa chi fosse né quando visse, era un cacciatore ("de chi de ra tribù" si dice, riferendosi agli abitanti di Zuel) e sul salto cui diede il nome aveva una posta al camoscio favorita. 
Sarebbe suggestivo curiosare tra la Pala del Orso e il Zigar, il dente roccioso visibile da Cortina che nel 1700 fu importante per marcare il confine tra il Tirolo e Venezia, cercando le tracce di una scala che - per quanto se ne sa - potrebbe essere stata collocata due o trecento anni fa, o forse più.
Pensandoci bene, in quella zona chi scrive è già stato:  in una lontana escursione fuori traccia, con Roberto ci recammo a vedere la cavità ai piedi della Rochéta de Cianpolòngo che ospita la croce di confine n. 1 (ufficiosamente passata vent'anni fa a n. 2) con i millesimi 1779-1852-1964 e dev'essere prossima al salto del Zorzi.
Però, anche se ce ne fosse stato un minimo avanzo, lassù una scala di legno proprio non la vedemmo.

15 nov 2017

Il Rifugio Col Druscié sulle Tofane compie 80 anni

E' prossimo un 80° che riguarda il turismo ampezzano. Il 2 dicembre 1937, infatti, alcuni privati furono autorizzati ad aprire la prima capanna con ristoro sul Col Druscié, il culmine boscoso quotato 1778 m che sorge nel settore nord-est delle Tofane e domina la zona di Rumèrlo.
Sul colle, raccomandato fin dal 1877 dal pioniere Grohmann per il vasto panorama che offre sulla conca d'Ampezzo, nella Grande Guerra erano state installate postazioni italiane. La capanna, che sorse al posto di queste ultime, fu collegata al sottostante Col Fiére con una slittovia, tra i primi impianti a fune della vallata. 
Nel 1952 alla slittovia subentrò una seggiovia in due tronchi, che partiva da Campo Corona, presso Ronco; nel 1968 giunse sul colle il primo dei tre tronconi  della funivia “Freccia nel Cielo”, che dallo Stadio del Ghiaccio porta sotto la vetta della Tofana di Mezzo.
Il rifugio Col Druscié
(cartolina A. Zardini del 1953, raccolta E.M.) 

La promozione del Col Druscié fu ancora più ricca: negli anni '60 ai suoi piedi fu chiodata una falesia ancora in voga, il Sasso Col Fiére; nel 1975 in vetta sorse l'osservatorio astronomico, poi dedicato allo svizzero Helmut Ullrich; di recente la strada che da Pietofana sale sul Col è divenuta una pista.
Intorno al 1949 il rifugio fu affidato a Luigi “Ijùco” Majoni, che lo gestì sino al 1982, rendendolo famoso e apprezzato; dopo la sua morte, in Druscié restarono la moglie Lina e la figlia Dora, che proseguirono l'attività per altri 11 anni, fino al ritiro. 
Dopo un triste abbandono, durato un decennio, lo storico rifugio fu demolito, ricostruito e riaperto nel 2003 come ristorante, raggiungibile con gli impianti ma anche a piedi, per i sentieri 406, 410 ("Passeggiata Montanelli") e 413.
Sul colle è rimasto immutato il colpo d'occhio che sorprese già Paul Grohmann; ci sono ancora, rimodernati e più funzionali, gli impianti e le piste che ospitarono gare olimpiche e sono ormai note a più generazioni. Però l'atmosfera della terrazza e della stua foderata di legno, in cui i gestori servivano piatti mitici come la zuppa d'orzo con l'osso di pecora affumicata e la torta di mele, non esiste più. 
Preciso che “Ijùco” Majoni era mio zio.  In Druscié, dove da giovane lavorai per qualche tempo durante le vacanze natalizie, mi sentivo quasi a casa e, tra la folla di turisti e sciatori ricordo di aver incontrato anche Margherita Hack, Tognazzi, Villaggio e altri personaggi della Cortina che fu: anche per questo, il Col Druscié di oggi non lo percepisco più come "un po' mio".

10 nov 2017

Simone Lacedelli, la guida che salì la Torre Esperia

Fra un mese, il 15 dicembre, cadranno i 130 anni dalla nascita, nel villaggio di Val di Sotto a Cortina, di Simone Lacedelli, noto alla comunità come Scimon da Róne o Jùscia.
Primo figlio dell'ebanista Antonio, Tòne da Róne (1852-1909), che dal 1893 al 1905 si prestò come portatore e guida di montagna, con il coetaneo Alessandro Cassiano Zardini Nòce - morto sotto la valanga del 13 dicembre 1916 sul Gran Poz in Marmolada, che causò oltre 300 caduti - Lacedelli fu il più giovane ampezzano a conseguire, nel 1912, il titolo di guida nell'Ampezzo asburgica.
Simone Lacedelli, anni '40 
(da Fini e Gandini, Zanichelli 1983) 
Nonostante oltre quarant'anni di lavoro e moltissime salite di rilievo, Lacedelli poté vantare una sola prima: quella della Torre Esperia ai piedi del Costón d’Averau (gruppo del Nuvolau), salita l’8 agosto 1928 con il collega Celso Degasper Menegùto, Emma e Giovanna Apollonio Varentìn.
Pare che la torre, denominata dalle sorelle Apollonio in omaggio alla villa nel centro di Cortina, in cui gestivano un negozio di "chincaglieria", non sia stata molto ripetuta. Negli anni scorsi, però, le vicine pareti della Cròda Négra (anche detta El Coolo, in guerra battezzata Col Gallina) sono state scoperte e rese appetibili con molte vie di stampo moderno, assai apprezzate.
La Torre Esperia 
(da D. Colli)
Simone Lacedelli fu un camminatore e scalatore instancabile. Batté, infatti, le sue montagne fino a età piuttosto inoltrata: negli anni '40 del Novecento individuò e segnò il percorso oggi noto come Sentiero attrezzato Astaldi, ai piedi della Punta Anna in Tofana, e negli anni '50 ideò le escursioni con guida per adulti e ragazzi.
A quasi settant'anni fu ancora fotografato con due clienti sulla Torre Grande di Averau, raggiunta per la via normale: negli anni '70 poi, su una rivista locale un anonimo descrisse un'escursione alla Porta del Dio Silvano, effettuata con la guida prossima agli ottanta. 
Scimon forse avrebbe camminato ancora a lungo se, il giorno di San Silvestro 1970, si fosse accorto in tempo utile di un'autovettura, che lo investì mentre passeggiava sotto la neve in Via Cesare Battisti, nel centro di Cortina.
Con un ricordo di Lacedelli, pubblicato nel 100° dalla nascita sul semestrale Le Dolomiti Bellunesi, la giornalista Giovanna Orzes Costa volle ricordare ai suoi concittadini e al pubblico un alpigiano d'altri tempi, esempio di un'esistenza votata alla Montagna.

07 nov 2017

Rochéta de Cianpolòngo, amore a prima vista

Non era una giornata uggiosa e fredda come oggi, il 7 novembre di trent'anni fa. Quel giorno "Lux", amico scomparso nel 2006, col quale condivisi tante giornate alpine, mi fece conoscere una montagna che fu un amore a prima vista: la Rochéta de Cianpolòngo, quarto rilievo della dorsale che dal Bèco de Meśodì si estende sulla destra orografica del torrente Boite, facendo da limite tra Cortina e San Vito.
238 anni fa sulla Rochéta de Cianpolòngo c'era già qualcuno!
(foto E.M.)
In quegli anni la Rochéta - sulla quale già nel 1779 giunsero alcuni mappatori, incaricati da Maria Teresa d'Austria di fissare il primo cippo di confine tra il Tirolo e la Serenissima - riscoperto per caso dopo oltre due secoli - era praticamente nota solo ai locali. Nell'estate 1986 gli amici del gruppo ”Vecchio Scarpone” di Zuèl avevano iniziato a farla conoscere, segnando a minio l'accesso alla cima dal Parù de Sonfórcia e collocando lassù una tabella e un libro di vetta, sostituito più volte perché danneggiato dall'umidità o dalla sbadataggine di qualcuno. 
La Rochéta mi ha accolto in sei occasioni, di cui una in solitudine. Faticosa da raggiungere, anche se si può spezzare la salita facendo base al rifugio Croda da Lago-Palmieri, oggi è visitata anche da appassionati venuti da lontano. Mi è stato riferito che l'allora incerta traccia, animale più che umana, che risale la pala erbosa fino alle rocce e poi si dipana in cresta, è ormai quasi un sentiero: ma non l'ho più vista dal 5 settembre 2004, quando con un bel gruppo di compaesani e un cagnolino vi svolgemmo una gita del Cai Cortina.
Le Rochétes de Sorarù e de Cianpolòngo e il Bèco de Meśodì 
nei colori dell'autunno (foto A. Roilo) 
Nell'autunno 2016 la parete sud della cima, visibile fin da Vodo, è stata rivalutata con una via nuova di Marco e Gianluca, che ha eseguito per mio conto le fotografie del libro di vetta, consentendomi di tornare virtualmente su quel balcone, grandioso belvedere sulla valle.
Il 4 luglio scorso infine, in dieci ore, Bruno di Cortina e Claudio di San Vito hanno compiuto la traversata integrale per cresta delle 4 cime: la facile Rochéta de Prendèra, la lunga Rochéta de Ruóibes, la friabilissima Rochéta de Sorarù e la "nostra" de Cianpolòngo, chiudendo sul torrione del Zìgar un'avventura che potrebbe spingere ad altri, responsabili approfondimenti della dorsale.
Formulo l'auspicio che chi rimonterà le sue ripide balze e si immergerà "nella" Rochéta, dai boschi di Fedèra verso il cielo, non ignori la cura che a mio giudizio la cima merita, per restare a lungo com'è ora. La traccia c'è; i bollini per non perdersi sono al loro posto; non manca il libretto di vetta; la relazione della salita si trova nel web e in una guida di successo, e tanto dovrebbe bastare per avvincere anche il salitore più disincantato.
Aggiungo i fatti che coinvolsero la Rochéta nella storia, le dicerie popolari che aleggiavano nella zona e le favolose storie del Bestiario d'Aiàl, ambientate nel circondario dalla scrittrice Lorenza Russo, per chiudere agevolmente il cerchio.

01 nov 2017

Campanile De Zordo, a ricordo di un amico

25.10.1965, lunedì: Franco De Zordo “Zordetto”, giovane di Cibiana nato nel 1944, cade ferendosi a morte mentre scende dalla Piccolissima di Lavaredo, appena raggiunta - verosimilmente per la Fessura Preuss - con il compagno carnico Aldo Gardel.
Il lunedì seguente, festa di Ognissanti, tre giovani di Cortina che stanno iniziando a esplorare le crode di casa, Francesco "Franz" Dallago (ventitrenne, promosso poi Scoiattolo e guida), suo cugino Armando (diciottenne, promosso poi anch'egli Scoiattolo e guida) e Armando Menardi (classe 1945, deceduto poco più di un anno dopo a causa di una malattia), salgono e battezzano una guglia che sorge ai piedi della Tofana III, in sinistra orografica del canalone che da Pietofana porta a Forcella Ra Zéstes, poco prima della forcella.
Da allora la guglia, settanta metri di solida dolomia, porta il nome di Campanile De Zordo a ricordo dello sfortunato cadorino: la via Dallago-Menardi, che sale per la parete sud-est ed è ancora l'unica sul Campanile dopo oltre cinquant'anni, si sviluppa in quattro lunghezze, con difficoltà di V, VI e artificiale superate con 12 chiodi in cinque ore e mezzo di scalata. Per la discesa, ai tre bastò una lunga calata a corda doppia sul lato opposto.
I dossi alla base della Tofana Terza, tra cui si cela
il Campanile De Zordo (foto I.D.F., 28.10.2017)
La notizia della prima nuova via di Franz e compagni apparve su "Le Alpi Venete" della primavera-estate 1967, con la data del 1° febbraio 1965. Conosco l'immagine a corredo della notizia, ma non mi sono mai avvicinato al Campanile, né sono a conoscenza se dopo i primi salitori, due dei quali camminano ancora per le montagne, qualcun altro abbia seguito le loro orme. 
Sul Campanile, salito 52 anni fa proprio come oggi, resta il ricordo di uno dei pochi rocciatori nativi di Cibiana, solitario paese ai piedi del Sassolungo omonimo, che morì appena ventenne, e non ebbe il tempo di fare qualche cosa di più.

23 ott 2017

La Zésta: un libro di vetta per 24 anni di storia

Il 17 ottobre scorso Corrado Menardi ha recuperato il libro di vetta della Zésta (detta anche Cesta, in antico La Cedèl, 2768 m), secondo risalto per altezza del ramo ampezzano del Sorapìs, affacciato sul Lago omonimo. 
Menardi ha trovato il libro non ancora esaurito ma “tutto bagnato e rovinato”, e coerentemente lo ha portato alla Sezione del Cai, che ha interpellato una rilegatrice per sistemarlo e poi archiviarlo in sede, a testimonianza delle vicende di una cima - per dirla con vecchie parole - "umile e bella".
Il libro della Zésta ha quasi un quarto di secolo: fu infatti collocato lassù da Mara Apollonio e Ivano Pasutto, appassionati escursionisti di Cortina, l'ormai lontano 31 luglio 1994. 
Consta di una novantina di pagine scritte, integralmente scansionate da chi scrive in un file PDF; dalle prime due risulta che nel primo scorcio di stagione fu firmato solo due volte, da tre salitori; nel 1995 si avvicendarono sulla cima 7 visite con 12 persone, tra cui il 5 gennaio la guida Ario Sciolari, probabilmente primo salitore in invernale solitaria.
Spulciando a campione, oltre vent'anni dopo, nel 2016, risulta che la vetta abbia avuto 9 visite, per un totale di 16 persone. Quest'anno fino al ritiro del libro, che è auspicabile si provveda a sostituire nella prossima stagione estiva, le visite sono rimaste nella media: 8, con 12 persone salite. 
Il libro di vetta della Zèsta 1994-2017 
(foto E.M., 23.10.17) 
Chi scrive non ha controllato tutte le firme, ma stima che nell'arco di 24 anni non abbiano raggiunto la Zésta più di 220-250 alpinisti; la maggior parte proveniva da Cortina e dal Cadore, uno "zoccolo duro" ha percorso la via normale quasi ogni anno, alcuni sono scesi in traversata al rifugio Vandelli, mentre gli alpinisti esteri sono stati rari.
Seppur massiccia e spesso presente nella pubblicistica, la Zésta non è una meta battuta, perché c'è poco da scalare e la roccia non è sicura. Sui suoi versanti si contano solo la normale, che sale da nord, e due vie di alpinisti celebri (Casara e Berti con due compagni, 1929; Peterka da solo, 1930), che hanno scarsi pregi; la Casara però è una via percorsa da qualche amante degli spazi solitari, per la sua valenza esplorativa e panoramica.
Grazie a Corrado, amante di luoghi poco noti, e all'interesse di un consigliere del Cai, ora l’archivio sezionale possiede qualcosa in più. Nel libro si dipana quasi un quarto di secolo di storia di una cima: la Zèsta, salita in epoca ignota da ufficiali mappatori, visitata per la prima volta d'inverno dai triestini Giorgio Brunner, Massimina Cernuschi e Mauro Botteri nel febbraio 1942, oggi è lasciata al piacere di chi segue direttrici insolite, "fuori mercato", non spettacolari né sempre sicure, ma tra le quali si celano ancora angoli di natura primigenia.

"Pala di Marco" sul Mondeciasadió: una probabile prima sci-alpinistica?

Una foto, scattata dal salotto in questi ultimi giorni d'autunno prima dell'arrivo della neve, al crestone di Mondeciasadió - risal...